Dizionarietto che ci portiamo in eredità dall’anno scorso; ci affliggerà anche il prossimo anno?
“Se chi parla male, pensa male (adagio morettiano, a sua volta manifesto di una passata stagione), come parla la maggioranza gialloverde? Come si insulta? E, di conseguenza, che idea ha del mondo? Ecco una rassegna che parte da una affermazione di Beppe Grillo: la convinzione che metà delle persone non capisca quel che ascolta.
“In questo periodo, di enormi rivoluzioni tecnologiche e sociali, masse di illetterati radicate nei nuovi sistemi urbani cercano emozioni e svago nelle fiere, nelle grandi esposizioni, nella letteratura, per occupare quella particolare forma di tempo che oggi chiamiamo tempo libero. “
Di nuovo sul treno sabato ventisette ottobre alle quattordici e cinquantotto Ancora Padova… Sembra che io vada sempre negli stessi posti ma è solo perché non ho avuto tempo di scrivere i resoconti delle ultime settimane Così adesso li recupero a memoria A memoria o per associazione di idee: per esempio la sala dove farò il mio recital fra un’ora e mezza
“Criticare una voce autorevole di Repubblica equivale tout court a essere, più o meno consapevolmente, “di destra”? Credo di no, anche se molto è stato fatto, in Italia, negli ultimi vent’anni perché le cose potessero sembrare proprio così…”
«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramente perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza». È un ragionamento del protagonista e voce narrante di Piena, il nuovo romanzo di Philippe Forest (Fandango, traduzione di Gabriella Bosco), vincitore nel 2016 del PremioLangue Française e del Premio Franz Hessel, un pensiero che può essere considerato come il nucleo del lavoro di Forest negli ultimi vent’anni, fin da Tutti i bambini tranne uno, il suo esordio del ’97 in cui raccontava la morte di cancro di Pauline, la sua bambina.
Certo io non farei il mago se potessi tornare a lavorare per bene, con la tuta e i contributi. Mica è colpa mia se non mi chiamano più. Io lo so: non mi chiamano più, è inutile che aspetto. È inutile anche cercare, l’ho capito, i posti sono tutti presi da tempo. O il mago o vuotare gli appartamenti. Fare il mago non è difficile, basta osservare il verso dei capelli per sapere se uno dorme bene o preoccupato, osservare se gli balla il piede sotto la sedia. L’importante è fare una faccia impressionata mentre si legge la mano, scuotere la testa, mettere paura, insomma, dargli un’emozione in cambio di quei due soldi, e alla fine aprirsi in previsioni felici, rallegrarsi tanto. Tanto, ma senza esagerare: è un’arte, mi creda.
A un anno dalla scomparsa, pubblichiamo un ricordo di Quinto Parmeggiani.
Non bisognava vederlo solo sul
palcoscenico, dove proponeva una misura stralunata e impeccabile , ma anche
frequentarlo dopo il teatro e lontano dal teatro. E non perché Quinto fosse uno
di quei temperamenti che amano le tavolate conviviali: tutt’altro. Per dare
un’idea, più volte abbiamo cenato insieme dopo lo spettacolo, ma io e lui, da
soli. Aveva cura di scegliere un ristorante lontano da quello che ospitava la
compagnia, perché ciò che detestava era proprio la tavolata “degli attori”, con
le loro battute e il loro cicaleccio. Ciò che lo interessava era la sintonia,
il dialogo, il confronto: non solo con gli esseri umani (pochi, pochissimi per
volta), ma con il copione e con lo spettacolo. Il copione, soprattutto, era il
suo terreno preferito, anzi il punto di partenza dal quale muovere per cercare
i nessi con la letteratura, la politica, la cultura. A volte questa ricerca era
sproporzionata all’oggetto in questione (il copione), ma il mestiere
dell’attore impone anche questo, era così anche negli anni d’oro del teatro che
Quinto visse: non si può sempre recitare Strindberg e Goldoni (con la regia di
Missiroli), bisogna anche affrontare copioni più, come dire?, di pronto uso e
di solido riscontro al botteghino. Quinto si sottometteva a questa dura legge del
mestiere teatrale con un certo malumore (per usare un eufemismo), che
sulla scena si traduceva in uno straniamento un po’ metafisico e di una
acuminata comicità, come può essere comico il disagio di un nobiluomo costretto
a mescolarsi con i più trucidi abitanti della Suburra. Lo straniamento lo
accompagnava anche fuori scena, ce ne si accorgeva se lo si accompagnava nella
vita quotidiana: i suoi dialoghi – spontanei e tuttavia drammaturgicamente
impeccabili – con gli osti, i ristoratori, le cameriere erano improntati a una
teatralità asciutta, fredda, carica di ironia e soprattutto di autoironia. Gli
sono grato non solo di aver lavorato con lui, ma anche di essere stato
testimone, spettatore e in qualche modo complice di questo teatro dell’ironia quotidiana
che pochi hanno avuto la fortuna di conoscere.
Grandi cartelloni pubblicitari, prismi a base triangolare innalzati rispetto al terreno come delle palafitte, con all’interno uno spazio abitabile. Riservato ai senza casa. È l’idea lanciata da un’agenzia di architetti e creativi slovacchi, Design Develop, e nominata ‘Gregory Project‘. Progetto, spiega il sito ufficiale dell’iniziativa, che parte da un dato di fatto, il fenomeno degli homeless come ”questione globale”, sempre più alla ribalta negli ultimi due decenni. Un problema, quello delle persone senza casa, che potrebbe essere mitigato ”da una nuova funzione dei cartelloni pubblicitari” immaginati dagli architetti slovacchi.
Su Twitter le persone si connettono, twittano, apprendono, discutono e hanno conversazioni, condividono le loro opinioni e ascoltano nuovi punti di vista. Per questo, analizzare quello di cui si parla su Twitter può essere un utile barometro per capire quali sono i temi che hanno attirato di più l’attenzione delle persone. Ecco allora di cosa si è parlato quest’anno su Twitter in Italia.
È uscita la selezione delle migliori copertine di giornali e riviste dell’anno curata dal sito Coverjunkie. Come sempre ce ne sono moltissime del New York Times Magazine, di Time e Vogue, mentre di italiane ce ne sono due: quella di Rolling Stone con la bandiera LGBT, e una del mensile di lifestyle maschile Icon. Rispetto agli anni passati la raccolta è un po’ meno sperimentale e propone riviste che probabilmente già conoscete, perlomeno se siete un po’ appassionati. Sfogliarla è comunque interessante…
Per i nostri lettori che amano la fiction radiofonica proponiamo un ciclo di spettacoli di Radiospazio andati in scena nel dicembre del 2012
Come saranno i nostri Natali fra qualche secolo? Ce lo raccontano i grandi autori della fantascienza e del fantastico, da Aasimov a Clarke a Buzzati e altri: una proiezione nel futuro che ci riporta, con un vertiginoso viaggio circolare, all’irrealtà del nostro presente.
Per i nostri lettori che amano la fiction radiofonica proponiamo un ciclo di spettacoli di Radiospazio andati in scena nel dicembre del 2012
Il presepe, la poesia che il bimbo recita in piedi sulla sedia, i buoni sentimenti che per un giorno fanno sentire migliori sono gli ingredienti di una festa vissuta da molti come una rappresentazione giunta alla trecentesima replica,con gli attori che recitano stancamente le battute e i costumi logorati da una troppo lunga tournée. Eppure questa rappresentazione deve andare in scena,ineluttabile, ogni anno; per non subirla come una condanna o come un pedaggio che si versa controvoglia alla Tradizione, si può ricorrere a un’altra finzione più sfaccettata e gioiosa, quella della letteratura. Le invenzioni degli autori convenuti sul nostro palcoscenico disegnano sette scorci di sette Natali che ci permettono di rileggere questa festa con le lenti dell’intelligenza e del cuore.