“Ma quanti siete??? Oggi mi avete regalato in questi mesi”. Si, è vero, non significa nulla. Ma basta metterci sotto la faccia sorridente di Matteo Salvini ed ecco che arrivano le reazioni: in due ore 85 condivisioni e quasi 700 like. Niente male, per una pagina Facebook che di iscritti ne conta poco meno di 13mila: ha risposto 1 utente su 18, oltre il 5%, che in confronto alle interazioni sulle altre pagine è una percentuale altissima. Il segreto della pagina “Siamo tutti con te, Matteo”, però, è un altro.
“Molti sono i programmi che chiamano persone note e meno note a mettersi a nudo, sia fisicamente che emotivamente. Ciò manda a chi guarda un messaggio molto chiaro: non c’è niente di privato in sé stessi da non poter essere condiviso con gli altri, anche se sconosciuti, e che per star meglio con basta sfogarsi e liberarsi di ciò che della propria storia personale fa ancora soffrire.”
Spesso il “Mito”, come funzione della conoscenza, è servito a disegnare e interpretare la mappa della nostra interiorità, topos che si aggrappa per riconoscersi nei luoghi perduti e dimenticati che ci attraversano come i sentieri di una fitta foresta nordica. Destinazione desiderata e lì celata la nostra più profonda identità. “Border – Creature di confine” è un film che si appropria del racconto gotico dello svedese John Ajvide Lindqvist, memoria suggestiva e fascinatoria dei miti nordici di genti e specie perdute come i fantasiosi Troll, e costruisce una storia che sta dentro l’oggi, l’oggi delle diversità, delle sopraffazioni, delle menzogne, l’oggi che spesso abbiamo introiettato segnando dentro di noi confini che ci hanno diviso, dall’altro sempre imprescindibile e infine da noi stessi e dalle nostre diversità interiori forse meglio celate. Questo film di Ali Abbasi, iraniano naturalizzato svedese e ora in Danimarca è una scoperta in sé e di sé, anzi è un insieme di scoperte a partire dalla protagonista. Ciò che scopre, però, non è tanto la sua origine e la sua natura “altra”, quanto piuttosto che in questa natura “altra” albergano affetti, sentimenti e desideri che ci rendono simili e veri anche nei confronti degli altri. Un film inaspettato sulle “eguali-diversità” che ci attraversano come i sentieri del bosco.
Erano le 13.50 quando Giorgio Manganelli rilesse l’incipit di quello che sarebbe stato uno dei suoi più lucidi saggi (ma forse in quel momento non poteva ancora rendersene conto), La letteratura come menzogna: “Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: «Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale». Qualcun altro chiosò: «Allora, lo è sempre stato». Era un attacco forte e quasi provocatorio, sul quale l’autore sostò fin verso le 14. Il prosieguo gli era chiaro, ma quando si accinse a scriverlo gli venne da pensare, per quelle strane e incomprensibili interferenze che spesso affliggono gli autori, allo stato del suo frigorifero; non era particolarmente miserevole, ma non andava oltre la solita ordinaria amministrazione. L’autore era combattuto fra due sentimenti opposti: da un lato temeva di perdere quel bello slancio iniziale, dall’altro gli pareva che due etti di salamino tuscolano abbinati un paio di carciofi alla giudia avrebbero propiziato quella sua fatica appena intrapresa. Fortunatamente, il pizzicarolo sotto casa era ancora aperto, e comunque non chiudeva mai del tutto, lasciava sempre la serranda a metà – era un po’ scomodo per la schiena, ma ne valeva la pena.
Bemdnaut Smilde crea nuvole nei luoghi in cui non si
troverebbero in natura. Le sue installazioni durano cinque secondi – 10 al
massimo – poi svaniscono.
Il suo progetto, Nimbus, indaga sull’effetto
creato dalla visione di una nuvola in ambientazioni come l’interno di una
chiesa, di un museo o di un castello. La brevità della scena ne acuisce l’intensità.
Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine e finire non che è principiare. La fine è donde si parte. Ed ogni frase e proposizione giusta (dove ogni parola è a casa sua, al suo posto per sorreggere le altre: la parla né malsicura né pretenziosa, d’un facile commercio tra il vecchio e il nuovo; la parola corrente, esatta senza volgarità, la parola scelta, precisa ma non pedantesca, in copia perfetta che danzano insieme) ogni frase e proposizione è una fine e un principio, ogni poesia è un epitaffio. E qualsiasi azione è un passo verso la mannaia, verso il fuoco, giù dentro la gola marina o verso una pietra indecifrabile; e così è donde si parte. Noi moriamo con i morenti: ecco, essi se ne vanno, e noi con loro. E nasciamo coi morti: ecco, essi tornano, e ci portano con loro. L’attimo della rosa e quello della pianta di tasso sono d’uguale durata. Un popolo senza storia non si redime dal tempo, perché la storia è un disegno intessuto d’attimi senza tempo. Così, mentre la luce declina nel vespro invernale, in una cappella solitaria la storia è ora e tutta l’Inghilterra. Con l’attrazione di questo Amore, e la voce di questo Richiamo non tralasceremo l’esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere donde partimmo e conoscerne il luogo per la prima volta. Al di là del cancello ignoto e rammemorato quando ciò della terra rimane a scoprire e quello che fu il principio; alla sorgente del fiume interminabile la voce della cascata nascosta e i bambini nella pianta del melo sconosciuti, perché non li cercammo ma uditi, appena uditi, nella quiete fra due onde del mare. Presto ora, qui, ora, sempre – una condizione di totale semplicità (che non costa meno del tutto) e tutto sarà bene e ogni sorta di cosa sarà bene quando le fiamme lingueggianti s’incurvano nell’annodata corona di fuoco e il fuoco e la rosa sono una cosa sola.
“È difficile
non cogliere l’attualità delle opere di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur
Blair, e delle sue riflessioni su temi come la corruzione, il tradimento e più
in generale gli orrori che può generare una società capitalista e
individualista come quella in cui viviamo. L’odierno scenario della politica e
della società civile, italiana e di altre democrazie occidentali, può trovare
sufficienti corrispondenze, e trarre insegnamenti, in quanto raccontato da
Orwell nel romanzo breve La fattoria degli animali del 1945.”
La
scuola è in crisi, sembra. Se ne parla solo in negativo: aggressioni a docenti,
bullismo, tetti che crollano; oppure, più in generale, scarsi risultati degli
studenti italiani, alti tassi di dispersione, bassi stipendi e bassa
considerazione dei docenti. E così via. La percezione diffusa è che la scuola
italiana sia travolta da un declino irresistibile. Le due interpretazioni più
accreditate di questa crisi sono speculari: una è “non c’è più la scuola di una
volta”; la seconda è “la scuola è sotto attacco”.
‘La
lingua è fascista’. Così disse Roland Barthes (1915-1980), nella sua lezione
inaugurale al Collège de France nel 1977: è fascista non perché impedisce di
dire ma al contrario perché “obbliga a dire” (Colombo, 2013, p.139).Barthes si
riferiva al sistema dei segni e alla sua costrizione, e per Michel Foucault a
dire di sé – allargando il loro discorso vien da pensare in parallelo ai tempi
d’oggi ed “al dire di sé sul web 2.0”.
Di certo non c’è mai stata epoca nella storia umana che abbia conosciuto una
tale esplosione ed esposizione degli esseri umani alle relazioni comunicative
(Colombo, 2013), come quella attuale. Una situazione iper-comunicativa che la
società attuale vive e in parte soffre, che accentua alcune caratteristiche e
peculiarità dei contenuti trasmessi, non sempre funzionali, ma sempre attinenti
alla dimensione della “socievolezza”, così come diceva Simmel, ovvero quel tipo
di relazione adatto a far provare piacere, più che a rendere utile la
comunicazione.
Oggi Lawrence Ferlinghetti compie cento anni. Per
omaggiarlo, pubblichiamo la nota che Marco Cassini ha scritto perScoppi urla risate, la raccolta di poesie di Ferlinghetti appena
pubblicata da Sur per la traduzione di Damiano Abeni, da cui sono tratte le due
poesie in coda.
“Lo scrittore Marco Balzano ricorda un episodio di quando era al liceo: il professore spiegò alla classe distrattissima, che stava pensando a tutt’altro, come il termine latino homo abbia la stessa radice di humus, terra. Fu una rivelazione: da quel momento si scatenò un fuoco di fila di domande. Balzano, vincitore di un Campiello, autore l’anno scorso di grande seguito col suo romanzo Resto qui (Einaudi), fa di mestiere l’insegnante, e non ha mai scordato quel che imparò da quel giorno. Ora lo ha riversato in un saggio di piacevole lettura, Le parole sono importanti (sempre uscito per Einaudi) dove lancia un appello: studiamo l’etimologia, è la scienza che permette in modo trasversale di approfondire storia, antropologia, letteratura, linguaggi, scienza.”
A parere di chi scrive, Ferdydurke è il romanzo più importante di Gombrowicz; nonostante si colleghi alla grande tradizione delì’antiromanzo, la forte carica progettuale dell’opera non esclude una scrittura immediata e urticante; il viaggio del protagonista trentenne in un collegio di adolescenti brufolosi, mostruosi e smorfiosi, nonché stupidamente tronfi della loro giovane età, è un’odissea che attraversa il mare della demenza umana, qui annaspano professori, educatori e artisti, classici compresi. Nell’ilare tragedia che Gombrowicz mette in scena, sprofondano anche gli Assoluti: l’Arte, il Bello, il Grande, ecc. Un romanzo del 1937 che ha molto da dire ai nostri giorni insani.
Mio Dio, non mi vergogno di confessarlo, ho tanta voglia di sfuggire alla vostra Arte quanto a voi stessi, signori! Perché non voglio sopportarvi, voi e la vostra arte, le vostre concezioni e i vostri atteggiamenti estetici, e tutti i vostri cenacoli! Sulla terra, infatti, signori, ci sono degli ambienti più o meno infamanti, vergognosi, umilianti; e la stupidità non è spartita con equità. Così, per esempio, il mondo dei barbieri mi sembra più esposto all’idiozia che il mondo dei ciabattini. Ma quanto accade negli ambienti artistici del globo batte tutti i record dell’idiozia e dell’infamia – a tal punto che un uomo di normale costituzione, equilibrato, non può non sudare di vergogna di fronte a quelle orge infantili e presuntuose. Oh! i canti sublimi che nessuno ascolta! Oh! i conciliaboli tra iniziati e il delirio frenetico nei concerti, e quelle iniziazioni intime, l’esaltazione, le discussioni e i volti stessi di quella gente quando declamano o ascoltano, celebrando nelle cappelle private il santo mistero del Bello!
Witold Gombrowicz , Ferdidurke, Einaudi, traduzione di Sergio Miniussi
Sappiamo ciò che la maggior parte degli uomini prova più o meno intensamente davanti a uno spettacolo naturale. Il tramonto del sole, i chiari di luna, le foreste e il mare ci commuovono. I grandi eventi, i momenti critici della vita affettiva, i turbamenti dell’amore, l’evocazione della morte, sono altrettante occasioni o cause immediate di risonanze intime e più o meno coscienti. Questo genere di emozioni si distingue da tutte le altre emozioni umane. Come? È attualmente l’oggetto della mia ricerca. Ciò che m’interessa è contrapporre il più nettamente possibile l’emozione poetica all’emozione ordinaria. È molto delicato operare una simile separazione perché essa non si realizza mai nei fatti. All’emozione poetica essenziale si mescolano sempre la tenerezza o la tristezza, il furore o la paura o la speranza; gli interessi e i singoli stati d’animo dell’individuo si combinano inevitabilmente con quella sensazione di universo che è caratteristica della poesia.
Tre anni fa, il #19febbraio, ci lasciava il grande scrittore e intellettuale Umberto #Eco. Per ricordarlo vi proponiamo questo splendido video dagli archivi Rai dove il professore spiega, con la sua sagacia unica, cosa è e come nasce un linguaggio.#CondividiLaCultura 📚 pic.twitter.com/cNHzCLeBxp