Le figurine di Radiospazio. Lord Brummell

Lord Brummel, che dell’eleganza aveva fatto la propria ragione di vivere, aveva di essa un famoso concetto: la suprema eleganza consiste nel vestire in modo che non si venga notati. Donde, la sua notorietà. Poteva capitare che un amico, incontrandolo, gli dicesse: «Complimenti, quest’oggi siete davvero elegante.» L’elegantissimo Lord impallidiva sgomento: «Davvero? Mi si vede forse qualcosa?» E correva a casa a cambiarsi.. Quando l’elegantissimo si accorse che tutti più o meno l’imitavano, su questo terreno, riuscì a batterli con mezzi talvolta sleali. Un giorno, per esempio, in una festa a Corte, per non essere notato si nascose sotto un  tavolo. Un cameriere, passando, si fermò: «Che fa, vostro Onore, qui sotto?» «Zitto, non mi tradite! Non capite che sono qui per non farmi notare?» Quando si accorse che con questa storia di non farsi notare era diventato celebre, fu per lui una mazzata sul capo. Dovunque andava, si sentiva mormorare: «Quello è Lord Brummel. Guarda, guarda come non si nota.» «Hai ragione, è straordinario, non si nota affatto.» Brummel, non era felice. Dava nell’occhio con quello starsene tappato in casa per non essere notato. Vedendo che non riusciva a non farsi notare, s’ammalò di crepacuore. Il medico lo notò! Morì. La cosa non passò inosservata: fu chiuso in una cassa. Per disposizione testamentaria, Lord Brummel, dando ancora un’ultima prova di buon gusto, aveva voluto che il funerale passasse inosservato. La cosa incuriosì talmente che tutta Londra era lì a vedere come riusciva bene a passare inosservato.

Achille Campanile, Lord Brummel o del non farsi notare, in “Vite degli uomini illustri”, Rizzoli

Maria Dolores Pesce, Società a responsabilità limitata, a proposito di Family Romance, di Werner Herzog

http://youtube.com/watch?v=EvYVPobp3jM

Un mondo in cui la solitudine si è diffusa come un contagio, ben più grave forse di qualunque pandemia, tra megalopoli paradossalmente piene di gente prive di qualsiasi relazione affettiva con il suo numerosissimo prossimo e abbandoni della vita, in qualunque luogo, molto prima che sopraggiunga la morte fisica. È quello che indaga Werner Herzog con un questo suo film, riconoscibile ma diverso da tutti gli altri, in cui la narrazione e la fiction usano la sintassi del documentario per sovrapporre le finzioni, anche figurative in questi grandi e irreali parchi urbani, fino a costruire una verità in cui la realtà della vita sembra essersi definitivamente smarrita. Una Agenzia (reale) che affitta amici, parenti e anche fans (i famosi follower), in cui perciò si possono comprare gli affetti che non riusciamo a costruire, chiusi nella nostra solitudine e impauriti dal rischio della vita cui non siamo più educati e abituati come un tempo. Un film che è sociologico e anche politico in senso lato, mostrando la capacità di penetrazione del paradigma economico capitalista (tutto si compra e tutto ciò che si compra è reale più della realtà) in ogni anfratto della nostra coscienza. Ma è soprattutto un film che va oltre mostrando nell’alternarsi delle finzioni la metafisica della realtà di oggi, con uno sguardo filosofico che questo nostro oggi percorre e travalica, capace come è di mostrare sentimenti e affettività a partire proprio dalla loro assenza. Ma quando la realtà irrompe nelle forme di un sentimento e di un legame … Un film pieno perciò di suggestioni che affascinano straniando, dal Pirandello delle maschere diventate realtà, al Bontempelli metafisico dei “pesci elettrici” della candida Minnie con la sua fine tragica, diventati qui arredo di un freddo e inquietante hotel robotico. Ma che, infine, porta alla mente anche la inattesa e inattuale anticipazione di Edorado Erba e del suo “Vizio di famiglia” che data gli anni 90 del secolo scorso. Un film che prende e pretende attenzione, un documentario che non è un documentario, una finzione recitata che non è più una finzione, qualcosa di inatteso, di diverso, di profondo che anche in questo merita uno sguardo attento.

Maria Dolores Pesce

Galleria. Nella rimessa

Avevano avuto una discussione, ma come tante altre. Ancora sulle scatolette al tonno col pesce bianco che lui si rifiutava di mangiare. Era la sua unica preclusione; per tutto il resto, rispetto a molti altri gatti, era di bocca buona. Questa volta, il padrone ne aveva fatto una tragedia di quelle brutte. Mai stato così. Non era un buon periodo, si era chiuso in casa, non rispondeva al telefono e neppure quando suonavano alla porta; usciva solo per andare qualche volta al supermercato. Di fronte alle escandescenze del padrone, il gatto aveva fatto una corsa fino alla rimessa e si era addormentato sotto le ragnatele di una vecchia automobile. Quando si svegliò, l’ora del pranzo era passata da un pezzo. Si augurò che anche la tempesta lo fosse. Socchiuse appena la porta sgangherata. Lui era là. Non lo aveva mai visto così rilassato: appeso al ramo di un vecchio nocciolo a un paio di metri da terra si lasciava oscillare al vento.

L’ultimo Camion di Carlo Quartucci

Questo è Carlo Quartucci sul suo Lancia Esatau degli anni Trenta. La foto risale al 1974 circa. A bordo di quel camion salii anch’io per un tormentato viaggio da Torino a Bologna. Il quel periodo lavoravo con Carlo come drammaturgo e sembrava necessario che mi trasformassi, anche per una sola volta, da uomo di tavolino in viaggiatore sul camion reale.  Fino a quel momento Camion (così lo si chiamava, senza l’articolo, come se fosse un Moby Dick addomesticato oppure un manifesto di  poetica, come Dada) era stato un contenitore dell’immaginario. Nel progetto di Quartucci i camionisti erano eroi omerici decaduti, le strade oceani, e gli attori, che solamente nel suo racconto se ne stavano ammucchiati sul pianale, una ciurma eterogenea di comici mescolati alla più svariata umanità. Il viaggio Torino/Bologna, alla velocità media di trenta chilometri orari, non offrì nessuna emozione, se si escludono innumerevoli soste a ogni piazzuola dell’autostrada per far bere Camion che ogni qualche chilometro incominciava a bollire. Ogni sosta poteva essere l’ultima e a Bologna, quella sera stessa, saremmo dovuti andare in scena. I camionisti che incontrammo non avevano nulla di epico, l’autostrada era solo un nastro bollente e monotono, quanto ai comici viaggiavano per conto loro. La realtà non aveva niente da dire. Tuttavia, io il copione lo scrissi: era la riscrittura di ciò che sarebbe potuto accadere se la vita fosse stata uno spettacolo anziché una semplice vita. Per la verità, ciò che io scrissi non era un copione, ma un romanzo a puntate che, di replica in replica, veniva recitato da Carla Tatò in veste di attrice/narratrice. Si intitolava Il romanzo di Camion, ed è un vero peccato che gli storici del teatro (e anche molti esegeti di Quartucci) non ne facciano menzione. Lo videro in pochissimi, ma i ricercatori solerti di oggi dovrebbero trovarne traccia. Il romanzo di Camion trovò la sua epifania al Festival del teatro di Chieri (l’anno esatto non lo ricordo, ma siamo sempre entro la metà degli anni Settanta). Forse non lo si ricorda perché fu uno un “grande insuccesso”, come avrebbe detto Carmelo Bene. Ma non mi sembra una buona ragione, esistono insuccessi affascinanti così come successi del tutto banali. Quell’insuccesso era del primo tipo. Il mio romanzo era molto scritto, e forse troppo lungo. Il pubblico incominciò a rumoreggiare. Carla smise di recitare, s’inalberò e investì il pubblico con crude parole. Suggerii a Quartucci (eravamo in scena anche noi) di aprire la gabbia dell’attore trasformista (Gigi Mezzanotte). La gabbia era un cubo di due metri per due metri a listelli di legno. Fra un listello e l’altro, il pubblico poteva intravedere una sagoma umana informe e impaziente come una belva. Carlo seguì il mio consiglio e aprì lo sportello. Gigi Mezzanotte uscì, ricoperto di una quantità inverosimile di costumi dei quali si liberò mentre apostrofava (secondo la scuola di Carmelo Bene) una signora in prima fila con un “Taci, Sofronia torinese!”, quindi incominciò a cercare per terra piccoli oggetti insignificanti che avevamo sparso in precedenza. Ogni oggetto richiamava una battuta del grande repertorio teatrale (la maschera di Lelio, dal Bugiardo di Goldoni, un monile perduto da Nora Helmer, e così via). Peccato che i critici e gli esegeti non lo ricordino, anche se oggi hanno l’attenuante di essere morti, ma potevano ricordarsene per tempo. Peccato, perché, per esempio, a Italo Calvino e a Giulio Einaudi, che erano venuti di loro iniziativa a Chieri, era piaciuto assai. Calvino mi chiese di leggere il romanzo, ma erano anni disordinati e le puntate che lo costituivano si erano dissolte insieme alle repliche – pensando all’oblio in cui cadde subito Il romanzo di Camion, mi verrebbe da dire che quei copioni erano morti per tempo, appena nati, beffardamente. Oggi è morto anche Carlo Quartucci, dopo una vita dedicata a una sperimentazione inesausta. I sopravvissuti a quella stagione sono pochi. Ancora qualche anno, e l’indifferenza potrà regnare tranquilla in un mare che assomiglierà molto a uno stagno.

Video di fine anno. Ermanno Olmi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggiere (da Leopardi) 4′

https://youtu.be/hiJOBKJZNaU?t=292

“Quella vita che è una cosa bella non è quella che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma la futura”.

Racconto di Natale. Fëdor Dostoevskij, Il fanciullo presso Gesù

Mi si presenta l’immagine di un fanciullo, molto piccino ancora, di forse sei anni o anche meno. Questo fanciullo si destò un mattino in un sotterraneo umido e freddo. Aveva indosso una specie di giubboncino e tremava. Il suo alito si sprigionava come un bianco vapore, ed egli, stando seduto in un angolo, su un baule, di proposito emetteva quel vapore e si divertiva a vederlo uscir dalla bocca. Aveva però una gran voglia di mangiare. Più volte, fin dal mattino, si era accostato a un tavolaccio dove, sopra un misero pagliericcio e con un fagotto sotto il capo a mo’ di guanciale, giaceva la sua madre inferma. Come mai ella si trovava lì?

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Leggi il racconto:
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/arte/fanciullogesu.htm

In equilibrio fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

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Thomas Hood (1799-1845), dopo una breve escursione giovanile nei giardini di una poesia lieve e delicatamente pre-romantica, imboccò decisamente la via dell’umorismo. Fortunatamente la sua mano rimase leggera, come dimostra questo suo ritratto del sentimentale epicureo che mette nel mirino della sua satira, e con curiosa preveggenza, i gourmet da strapazzo dei nostri giorni.

RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas HoodRicordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Le figurine di Radiospazio. Le poetesse viste dai loro colleghi maschi


– Chi è questa  poetessa, questa Amalia Guglielminetti?
– È una signorina per bene e di ottimo casato.        
– Già, dicono che sia per bene.
– Che peccato!
– Che cosa?
– Che sia Signorina. E che sia per bene.
– Che peccato: è proprio bella!
– Fosse almeno analfabeta.
– Ma scrive!
– Detestabili le donne che scrivono!
– Se scrivono male ci irritano.
– Se scrivono bene ci umiliano.
– Tacete! È qui che viene!

(Da una conversazione avvenuta tra Guido Gozzano e i suoi amici in un imprecisato giorno dell’anno 1906, a Torino.)

La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte (valigiablu)

Recentemente, sui media si è parlato molto dell’elezione di Antonella Polimeni a rettrice dell’Università La Sapienza di Roma e della direzione della partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev del 2 dicembre 2020 da parte dell’arbitra Stéphanie Frappart. Al di là della rilevanza dei due eventi, una parte della discussione pubblica ha, come di consueto, riguardato i nomina agentis, ossia i nomi di agente: declinarli o meno al femminile? Antonella Polimeni è Magnifico Rettore, Rettore donna o Magnifica Rettrice? Stéphanie Frappart è arbitro, arbitro donna o arbitra? La risposta, Zingarelli alla mano (dato che è il dizionario che più di tutti fa attenzione a riportare il maggior numero possibile di femminili professionali, e lo fa sin dal 1994) è che le forme corrette sono rettrice (peraltro già usato da altre rettrici di importanti atenei italiani) e arbitra. Aggiungo che nessuno dei due è un neologismo: già in latino esistevano le coppie rector/rectrix e arbiter/arbitra, che nel corso dei secoli hanno subito ovvi slittamenti semantici, ossia cambiamenti di significato.

Leggi l’articolo:
https://www.valigiablu.it/professioni-nomi-femminili/

Il video della domenica. Lenny Bruce, Non ho mai capito le persone che giudicano le altre per come fanno sesso

https://www.facebook.com/comedybay/videos/715170991952636

(L’interprete non è Lenny Bruce)

Laura Trudu, Mario Irarrázabal (Befart)

“Mi piace creare un oggetto concreto, reale, tangibile. È che vivo pensando e sognando. Che devo fare cose.Una buona scultura ha una forza primitiva e magica.Quello che sto cercando è la dimensione magica della realtà, non l’esoterico.
Quando creo quell’oggetto cerco di relazionarmi con gli altri. Cerco di creare un contrasto, una metafora che sorprende e suggerisce. Cerco di dire qualcosa sul significato della vita e della morte, l’odio e la sofferenza, l’abbandono agli altri: l’amore. Per questo non esiste un linguaggio più appropriato di quello dell’arte.
L’opera d’arte incarna, fa esperienza. Intrigo, divertimento e interesse. Ma finalmente può muoversi.
Forse il cinema è l’arte che più tocca l’uomo contemporaneo. Ma tutte le arti si uniscono, si rafforzano a vicenda.
Il linguaggio dell’arte è aperto e metaforico: quando ci presentiamo, un mondo ci apre agli altri. L’arte è libera, giocosa, amorevole. Vuole meravigliarsi e reincantarci. “
Mario Irarrázabal

Leggi l’articolo:
https://befart.altervista.org/mario-irarrazabal/

Sara Sermini, Ci cura questa forma lapidaria. I versi poveri di Antonella Anedda (Le parole e le cose)

«Papà, spiegami allora a che serve la storia», chiese una volta un bambino al padre che di mestiere faceva lo storico, e Marc Bloch prontamente annotò la frase nel suo quaderno di lavoro, per poi concentrare in quel verbo, ‘servire’, le ragioni della sua Apologia della storia. Se rivolgessimo la stessa domanda ad Antonella Anedda ci direbbe, forse, che la storia, quella fatta sulle carte con fatica e rigore, è come la poesia: non serve a niente e non serve nessuno, non è a servizio di nessuno. Quella storia che nelle raccolte di Anedda fino a Salva con nome era entrata obliquamente nei suoi versi – come quella «navata di chiarore» che si apre improvvisa nella stanza, di notte, allo spalancarsi del frigorifero – ora diventa l’argomento stesso della raccolta. Fin dal titolo di Tacito, Historiae, che Antonella Anedda fa suo, eleggendo lo storico romano a portavoce della ricerca di una lingua che sappia ridire la storia: Leggi il resto dell’articolo:
Esilii

  … plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli. Tacito, Historiae, I, 2 Oggi penso ai due dei tanti morti affogati a pochi metri da queste coste soleggiate trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati. Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo e cosa ne sarà del sangue dentro il sale. Allora studio – cerco tra i vecchi libri di medicina legale di mio padre un manuale dove le vittime sono fotografate insieme ai criminali alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali. Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto, raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo, i piedi sopra una branda, nudi. Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis. Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma prima rosso poi livido infine si fa polvere e può – sì – sciogliersi nel sale.

Nikola Madzirov, Casa, un luogo che si lascia (Le parole e le cose)

“I veri nomadi costruiscono la propria casa, prima di lasciarla. Lo stesso fanno gli uccelli, le coppie di amanti e gli operai, che dormono nei cantieri finché hanno costruito una casa che neppure gli appartiene. Solo chi costruisce e lascia una casa, conosce il segreto della non appartenenza – alla storia, ai luoghi stessi –, al contrario di chi costruisce e poi distrugge, o di chi entra in una casa e poi ne esce. Preferisco parlare di un luogo che si lascia anziché di un luogo in cui si vive, perché spesso definiamo la casa con la nostra volatilità o con il modo in cui ne veniamo lasciati, ancora prima di lasciarla noi stessi. Quando l’uccello lascia il proprio nido, vola via. Quando l’uomo lascia la propria casa, inizia a ricordare.”

Leggi l’articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39987

Il video della domenica. Stefano Massini, “Parole in corso”: l’origine del termine ‘parola’ (2’17”)

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/stefano-massini-parole-in-corso-parola/370758/371366

Racconto. Palazzeschi, L’uomo dal campanello

Si vedeva da alcuni giorni attraversare il centro della città nell’ora del massimo movimento, un uomo che agitava un campanello di bronzo.
Il campanello era piccolo, l’uomo poteva reggerlo delicatamente fra il polpastrello di due dita facendolo squillare di continuo;  e il suono era fresco, limpido, gioioso.
Quel suono, tutt’altro che sgradevole all’orecchio, tutt’altro che antipatico, produceva tuttavia ogni giorno maggiore interesse e curiosità nel pubblico, finché un agente di polizia intimò all’uomo di smetterla senza un attimo d’indugio; a cui l’uomo obbedì ipso facto. Ma il dì seguente passò di nuovo seguitando ad agitare con la massima leggerezza e vivacità il suo campanellino di bronzo.
Intorno a quest’affare che sembra della massima semplicità e d’importanza trascurabile, s’era levato un grande strepito e la popolazione a poco a poco si trovò divisa in due squadre pro e contro l’uomo del campanello. Ritenevano i più trattarsi di un sordomuto che intendeva con quel mezzo gentile, corretto e grazioso comunicare coi propri simili, produrre la sua parte di rumore nel generale trambusto, assumere il suo piccolo ruolo nell’umano consorzio rumorosissimo, dimostrandosi uomo civile e socievole nel più alto grado.
Altri invece parlavano di un delinquente raffinato, straordinario, come non era mai capitato al mondo. Chi sa quali mostruose macchinazioni  si celavano sotto quell’apparente, innocentissimo suono: un uomo dunque da togliere dalla circolazione senza pensarci un secondo per evitare danni incalcolabili alla società.
Altri infine assicuravano essere perfettamente vano ogni sforzo e ogni intervento, essendo l’uomo del campanello niente altro che il diavolo vento in terra perché ormai in possesso della corrotta umanità al completo, tanto che un brigadiere, e questa volta con ragione di accusa per disobbedienza agli agenti dell’ordine, dichiarò l’uomo del campanello in stato d’arresto.
Fra i processi singolari quello dell’uomo col campanello, negli annali della giustizia occupa un posto a sé. Più di un avvocato si offrì spontaneamente di difenderlo d’ufficio.
Osservò il suo difensore: «Di fronte alle campane che cosa diviene mai quel minuscolo campanello? Non bisogna dimenticare quelli che passano cantando o che a fischiare si dilettano. È rivolta la loro attività ad uno scopo preciso? pratico, indispensabile, utilitario? No, eppure, ch’io mi sappia, nessuno pensò mai di dichiararli in arresto.»

Infine, il presidente intimò, come appello definitivo: «Dica l’uomo il perché del suo proposito, se intende beneficiare della clemenza della legge.»
Quindi, si rivolse all’uomo in tono persuasivo, paterno: «Forniteci dunque una spiegazione plausibile del vostro contegno, e con tutta la nostra comprensione e benevolenza vi verremo incontro. Uscirete assolto per inesistenza di reato.»
L’uomo, che al momento dell’arresto era stentarello, magrolino e palliduccio, s’era straordinariamente ingrassato; la sua faccia appariva addirittura congestionata tanto era rossa e tonda: alzò un braccio, e il suo movimento produsse nell’aula quel silenzio glaciale che incute terrore quando si produce nella folla di un luogo come quello. Innumerevoli occhi divenivano sempre più grandi quasi volessero uscire dalle orbite per colpire come proiettili qualcuno. Alzò un braccio l’imputato, e portata una mano alla bocca ne estrasse senza visibile difficoltà un piccolissimo campanello che si pose ad agitare gioiosamente e lesto lesto: dindilindilindilindilindilin…

Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello, Tutte le novelle, Mondadori