Gentile bibliopatologo, ho quarantanove anni, non sono più il lettore vorace che ero da giovane e da qualche tempo non ricordo più niente del poco che leggo. Non ricordo i titoli, i protagonisti, vagamente ho memoria della trama. Il massimo che posso dire è se un libro mi è piaciuto o meno. La cosa che mi preoccupa è che mi succede anche con i grandi classici che ho letto in età adulta: come si chiamava la moglie di Zeno Cosini, le cognate, l’amante? E a proposito, poi come andava a finire con l’amante? Mi pare di ricordare che ci fosse di mezzo uno psicanalista. Ecco, questa è la mia situazione. È grave? -Lo Smemorato di San Benedetto del Tronto
È il 1965 e in una libreria di un centro commerciale di Hamilton (Ontario, Canada) entra una ragazza quindicenne vestita da dandy. Spulcia i libri impilati sugli scaffali fino a trovare un’edizione dei poemi di Saffo con testo greco originale a fronte. Non conosce il greco quindi non può che leggerli nella loro approssimazione inglese, eppure qualcosa la colpisce profondamente: la bellezza estetica dei caratteri, l’inaccessibilità del mondo che si intravede oltre quei segni e la loro connessione intellettuale con l’eroe di cui si sente reincarnazione, Oscar Wilde. È quello il momento in cui, ritta in piedi al centro di uno shopping mall della periferia canadese, Anne Carson decide che avrebbe imparato il greco. Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/anne-carson/#:~:text=%C3%88%20il%201965%20e%20in,testo%20greco%20originale%20a%20fronte.
Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano quattro mesi di felicità”. Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, signore! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.
“Minimalism is the ultimate sophistication” è la citazione che ci accoglie non appena approdiamo sull’account Instagram di Charlotte van Driel, fotografa olandese che ha fatto dell’arte di togliere la propria cifra stilistica.
“Complicare è facile, semplificare é difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare”. – Bruno Munari
Forse il nostro tempo, chiuso nel flusso riflusso di società che non rivolgono mai lo sguardo dentro sé stesse, ha dimenticato in fretta e continua a dimenticarsi di ogni essenziale dinamica interpersonale che non sia economica, cioè di quella essenziale dinamica dei sentimenti che ci fa, o dovrebbe farci essere, umanità. Sorprende dunque, ma in fondo neanche troppo, quando quello sguardo, attento e partecipato, viene intercettato come nella cinematografia del giapponese Kore’eda Hirokazu che Cannes ha recentemente scoperto, valorizzato ed amato anche per certe sue sintassi figurative, certe sue atmosfere e colori che richiamano la perduta Nouvelle Vague. “Affari di Famiglia”, che ha vinto la Palma d’oro nel 2018, è una delle sue opere ma non è l’unica, pur assumendo quasi la posizione di vera e propria summa di idee e visioni, di un percorso che mette al centro la famiglia da un punto vista molto particolare ma insieme essenziale e risolutivo, quello dei sentimenti che la percorrono e la costituiscono. Sei persone senza legami reciproci possono fare una famiglia? Sì se queste persone sono guidate e alimentate da sentimenti che li legano e che, sintomaticamente, sono in grado di farle andare oltre i loro singoli limiti, difetti e anche colpe. Insieme a questa storia di apparenti sbandati, in realtà ricchi di vita interiore e di dolcezza, la Cineteca di Milano ha presentato altri cinque film del regista giapponese, colpevolmente poco noto in Italia. È sostanzialmente, questo suo percorso creativo, una domanda ripetuta, che ci batte in testa con insistenza, quella se la famiglia nasca e debba essere fondata esclusivamente sul sangue o piuttosto sul sentimento, sull’amore che deve legare i suoi componenti e guidarne le scelte indipendentemente dai legami biologici. Dei sentimenti, purtroppo, sembriamo esserci dimenticati, o esserci voluti dimenticare, così che sembra restarci solo il calcolo delle convenienze che ci impegna senza implicarci e alla fine ci condanna alla solitudine.
“È un libro di qualità: qualità narrative perché certo ‘succede qualcosa’ e qualità di scrittura, così chiara e ferma”. Purtroppo il giudizio più che lusinghiero di Italo Calvino, che non si sperticava in complimenti, non bastarono a cambiare le sorti del romanzo di Brianna CarafaLa vita involontaria, pubblicato da Einaudi nel 1975 e arrivato ultimo nella cinquina del Premio Strega, vinto quell’anno da Tommaso Landolfi con la raccolta di racconti A Caso, edito da Rizzoli e ripubblicato da Adelphi nel 2018. Così, la breve carriera letteraria di Brianna, che di mestiere era psicoanalista, proseguì con un nuovo romanzo, Il ponte nel deserto, edito sempre da Einaudi nel 1978, pochi mesi prima della prematura scomparsa dell’autrice, morta a soli 54 anni e presto dimenticata.
a parte lesa nel processo filmato era una giovane di 18 anni, Fiorella (il cognome non è reso noto), che denunciò per violenza carnale di gruppo quattro uomini sulla quarantina, fra cui Rocco Vallone, un conoscente. Fiorella, lavoratrice in nero, dichiarò di essere stata invitata da Vallone in una villa di Nettuno per discutere una proposta di lavoro stabile come segretaria presso una ditta di nuova costituzione, e di essere stata sequestrata e violentata per un pomeriggio da Rocco Vallone stesso e da altri tre uomini. Gli imputati ammettono spontaneamente i fatti al momento dell’arresto; interrogati successivamente, negano tutto; in istruttoria, dichiarano che il rapporto era avvenuto dopo aver concordato con la ragazza un compenso di 200.000 lire. Dei quattro imputati, uno si rese latitante. Il processo fu reso difficile dal fatto che la vittima conosceva l’imputato principale e non presentava segni di percosse o maltrattamenti. L’avvocataTina Lagostena Bassi era difensore di parte civile.
Dove siete, partigiani di tutte le valli, Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse? Molti dormono in tombe decorose, quelli che restano hanno i capelli bianchi e raccontano ai figli dei loro figli come, al tempo remoto delle certezze, hanno rotto l’assedio dei tedeschi là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni, altri rosicchiano la pensione dell’inps o si raggrinzano negli enti locali. n piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.
Ritorniamo in montagna con molti inverni nel filo della schiena. Il pendio del sentiero ci sarà duro, ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci, diffidenti l’un l’altro, queruli, ombrosi. Come allora staremo di sentinella Perché all’alba non ci sorprenda il nemico
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno, spaccato ognuno dalla sua propria frontiera, a mano destra nemica della sinistra- I n piedi, vecchi, nemici di voi stessi. La nostra guerra non è mai finita.
Foto Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 RomaSpettacoloTrasmissione tv “In Mezz’ Ora”Nella foto Sandro Bondi Photo Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 Rome (Italy)Tv program “In Mezz’Ora” In the photo Sandro Bondi
“Caro Guido Vitiello, sono un insegnante di lettere, insegno anche e soprattutto poesia. Solo che quasi tutte le poesie (ne salvo dieci, venti, diciamo) mi fanno cagare. Soprattutto quelle di alcuni reputati autori del novecento, come Ungaretti, Caproni, Luzi. Io a uno che scrive “Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”, gli darei un calcio forte forte nelle palle. Mi arrivano libri di poesia da leggere o recensire e io li apro e li chiudo immediatamente, perché mi si stringe lo stomaco. Normale, dirai tu, con tanta feccia in giro. Ma il problema è che questa idiosincrasia mi si sta proiettando all’indietro, su Pascoli, Leopardi (Leopardi!), Foscolo, Ariosto, Dante (Dante!). Sto cominciando a pensare che scrivere in versi sia un errore evolutivo, un baco concettuale, una cazzata. Caro Guido Vitiello, posso fare qualcosa? Guarire? O devono guarire gli altri, e io sono l’unico che ha capito la Verità? Del resto, anche Sandro Bondi è poeta. Grazie“
Il filmato, realizzato dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero, mostra attraverso un timelapse, il movimento della luce naturale sul gruppo scultoreo che, secondo recenti ricerche, sarebbe stato usato dallo stesso Michelangelo per dar vita a un sorprendente fenomeno visivo che supera i moderni effetti speciali. Durante i tramonti dell’equinozio di primavera, infatti, al quale è legata la festa della Pasqua, i raggi del sole attraversano le finestre della facciata – e uno strettissimo varco tra le colonne della navata della Basilica di San Pietro in Vincoli – e illuminano l’opera con un gioco di luce che, minuto dopo minuto, accende teatralmente alcuni elementi fondamentali del gruppo scultoreo e ne rafforza il significato spirituale.
Il mestiere dello scrittore è spesso fatto di pose, di manierismi e di comportamenti utili non tanto a scrivere, ma a mettere in mostra sé stessi per apparire come persona di cultura. Questa apparenza non è un fatto nuovo, al contrario ha una lunga storia, eccola qui.
“Nella nostra epoca per diventare uno scrittore famoso è necessario non tanto scrivere bene quanto sembrare uno scrittore. Che cosa significa “sembrare uno scrittore” è il tema di questo articolo, in cui vengono esaminate le principali immagini pubbliche degli autori dal 1800 a oggi. L’importanza dell’immagine è una conseguenza dell’intreccio fra vita e letteratura introdotto dai romantici, che il mondo contemporaneo ha solo estremizzato attraverso la spettacolarizzazione mediatica.”
– Nonno? – Joseph? Entra. – Posso entrare? – Entra. Siediti. – Come ti senti? – Bene, bene. Bene. – Sono innamorato di te. – Come sei arrivato fin qui, figliolo? Non c’è scuola oggi? Che giorno è? – Sono innamorato di te, nonno. – Innamorato di me? – Sì. – In che senso? – Nel senso che sono innamorato di te, nonno. Voglio stare solo con te. Con te e basta. – Che cavolo significa che sei innamorato di me? – Io… – Cos’è, uno scherzo? Che giorno è? – No, nonno. – Ma insomma, Joe, anch’io ti voglio bene. Io e tua nonna siamo sempre andati molto fieri di te. Anche noi vogliamo stare con te. Vedrai, non appena esco di qui… – Io non sto parlando di questo, nonno. Sono innamorato di te. Penso soltanto a te. La tua immagine vive e si muove dentro di me. Antepongo i tuoi interessi ai miei. La tua presenza agisce sul mio sistema nervoso, vivo nell’attesa che tu mi tocchi. Voglio stare con te. Sempre. – Sono sposato. Sono sposato con tua nonna. – Sì. – Siamo dello stesso sesso. – Questo è certo. – Che giorno è, Joe? Come sei arrivato fin qui? – … – Sono vecchio, ragazzo mio. Sono malato. Ho soltanto mezzo colon. La faccia mi pende dal cranio. Dal sapore che ho in bocca capisco che l’alito mi puzza di uova marce. – Aspetti marginali. È te che amo. –Ne hai parlato con tuo padre? –Non l’ho detto a nessuno. L’ho portato dentro di me. Da solo. Ho pensato che dovevo prima parlarne con te. – Capisco. – Bene. – … – Che classe fai, a scuola, Joseph? La quinta elementare? – La prima media. – La prima media. – Sì. – E sei innamorato di me. – Sì. – Credo di non sapere proprio cosa dire. Non so nemmeno che giorno della settimana è. Come potrei sapere cosa dire? – Non dire nulla, nonno. Resta lì seduto. Così. È perfetto.
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– Tuo padre ti ha mai raccontato che, quando studiava medicina, uno dei suoi compagni di corso si era innamorato di un cadavere? – No. – Quel tizio, a sentire tuo padre, si era innamorato perdutamente di un cadavere. L’aveva rubato dal reparto dell’università di medicina dove tenevano i cadaveri. Lo portava sempre con sé, ovunque andasse. Perfino in pubblico, a teatro. – Qui la cosa è completamente diversa, nonno. – Tuo padre dice che quel tizio gli raccontava di essere perdutamente innamorato del cadavere. Raccontava a tuo padre che per lui andava benissimo che il cadavere fosse sempre tranquillo e passivo, perché il cadavere era gentile, portatile, e sempre disponibile. – Qui la cosa è diversa, nonno. Non c’è paragone. – Ora che ci penso tuo padre dice che hanno dovuto rinchiuderlo da qualche parte, quel tizio. Diceva di non poter vivere senza il suo cadavere. – … – Non mi fissare così, figliolo, fa’ il favore.
David Foster Wallace, Altra matematica “Questa è l’acqua”, Einaudi, Traduzione Giovanna Granato