Diversi amici o conoscenti mi correggono sempre quando parlo di “vecchiaia” o mi definisco “vecchia”. Con una certa severità mi suggeriscono di usare i sinonimi più neutri e impersonali di “anzianità”……………………………………………
U! U! Ho io scritto questa lettera terribile, questa vocale spaventosa? Guardatela bene, fissate questo segno fatale! Non rabbrividite? Non tremate a questo suono? Io conobbi il suo malvagio potere a dodici anni, allorché un giorno vidi scritto sulla lavagna un U colossale, così:
U
Fu allora che indovinai le ragioni della mia ripugnanza, del mio odio; e progettai una guerra mortale a quella lettera. Incominciai a togliere quanti libri potevo ai miei compagni, e cancellarvi gli U. Fui tacciato di follia. I miei compagni incominciarono contro di me una guerra terribile. Incominciai a trovare U dappertutto, me ne scrivevano ovunque. Divenni furente. Afferrai alla gola uno dei miei compagni, e l’avrei per certo soffocato se non mi fosse stato tolto di mano.
L’infelice che vergò queste linee morì nel manicomio di Milano l’11 settembre 1865.
La difficoltà principale sembra essere legata a un vizio primario: chi ne soffre raramente osa confessarlo, perché rivelare – persino allo psichiatra – l’ossessione per un proprio difetto, immaginario o meno, sarebbe come accendere i riflettori su di esso. La conseguenza è che, per vergogna, sono gli stessi pazienti a tentare di sviare il problema, camuffando il disturbo e scaricando la colpa su altre sofferenze.
“Una società fondata sulla performatività non trae vantaggi dal lasciare che gli individui rincorrano sentimenti autentici, inutili e totalizzanti: le contraddizioni e la fatica che comporta provare emozioni complesse finirebbe per spostare i riflettori su dimensioni della vita che non hanno niente a che vedere con la produttività e che quasi sicuramente non servirebbero alla collettività.”
Federico Zeri, nel corso di questa originalissima intervista di Antonio Debenedetti, parla della sua tardiva “scoperta” della Divina Commedia, avvenuta molti anni dopo aver terminato gli studi liceali. La “scoperta” di Dante è avvenuta per Zeri “a ritroso”, attraverso la lettura dei poeti dell’Ottocento. Della Commedia ciò che più lo appassiona, oltre alla struttura architettonica, sono i “colori” e i “rumori”. Il capolavoro dantesco costituisce per lui il luogo in cui “la letteratura italiana nasce e muore”.
Per Franz, la musica è l’arte che più si avvicina alla bellezza dionisiaca intesa come ebbrezza. Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven, della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartók o di una canzone dei Beatles. Franz non fa distinzione tra musica classica e musica leggera. Questa distinzione gli sembra antiquata e ipocrita. Ama allo stesso modo il rock e Mozart. Considera la musica come una forza liberatrice: essa lo libera dalla solitudine, dalla chiusura, dalla polvere delle biblioteche, apre nel suo corpo una porta attraverso la quale l’anima esce nel mondo per fraternizzare. Ama ballare e gli spiace che Sabina non condivida con lui questa passione. Siedono insieme al ristorante e dall’altoparlante una rumorosa musica ritmata li accompagna mentre mangiano. Sabina dice: «È un circolo vizioso. La gente diventa sorda perché mette la musica a volume sempre più alto. E poiché diventa sorda, non le rimane che metterla a volume ancora più alto». « A te la musica non piace? » chiede Franz. « No » dice Sabina. Poi aggiunge: « Magari, se fossi vissuta in un’altra epoca… » e pensa al tempo in cui viveva Johann Sebastian Bach e la musica assomigliava a una rosa fiorita sulla sconfinata landa nevosa del silenzio.
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere
Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro professioni: si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Rido su dischi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con riguardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti deboli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi; “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimista. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere. Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso veramente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo conosco.
Heinrich Böll L’uomo che ride, “Racconti umoristici e satirici” . Trad. Lea Ritter Santini, Bompiani
L’impatto delle immagini scelte per le copertine dei dischi più famosi non va sottovalutato: emozioni e sensazioni scaturiscono non appena l’occhio si posa su di esse. Per realizzarle gli artisti, i grafici e i pubblicitari si spremono le meningi senza tregua, soprattutto quando l’artista vuole cercare di lanciare un messaggio ben preciso – talvolta, per determinati artisti, la scelta della copertina è un lavoro molto più impegnativo della stesura e realizzazione della musica stessa all’interno di esso contenuta. Ecco 10 copertine che hanno letteralmente lasciato il segno nella storia della musica.
[Qualche giorno fa è scomparso Giuliano Scabia. Ne ricordiamo la figura luminosa, e il teatro vagante, con questo testo, comparso in Pensieri viandanti II. L’etica del camminare, a cura di Italo Testa, Diabasis, Reggio Emilia, 2008].
Sul crinale dei monti Appennini, là sul passo di Pradarena, un fortissimo vento fa vorticare la neve. Le nuvole sono basse, quasi toccano la faggeta. Compaiono un cavallo e un cavaliere.
DICE IL CAVALLO Mio signore – dove sono le stelle? Dove sono i lontani orizzonti? Dove siamo?
DICE IL CAVALIERE In cammino. O cavallo, adesso, proprio adesso ti vengono i dubbi? Non vedi che siamo già sul crinale?
DICE IL CAVALLO Non si vede niente, mio signore: vortica la neve, rotola il vento, le orecchie sono gelate e le gambe molto affaticate.
DICE IL CAVALIERE Cavallo mio, nei poemi antichi i cavalli non si lamentavano – andavano, sempre andavano e forse sognavano.
DICE IL CAVALLO Ma tu, mio signore, dove vuoi andare? Vedo auto, moto, aeroplani, ma nessun cavallo sui passi montani.
DICE IL CAVALIERE È per avere visioni che andiamo. Se vedere possiamo dove il sentiero finisce, o comincia, lontano.
DICE IL CAVALLO Siete sempre più matto. Proprio adesso che l’anno sta per finire noi siamo qui nella neve e nel vento a patire. Adesso al cavallo e al cavaliere sembra di udire dei canti.
CANTA LA NEVE Cosa dite? Quale sentiero? Quale lontano? Cosa vuol dire avere visioni? Come sono strane le parole umane!
CANTA LA FAGGETA Chi ha più felicità dei rami quando la neve li piega, quando i germogli si stanno per formare e si sente la linfa tremare?
CANTA LA NEVE Ecco – io, cadendo adesso mi adagio leggerissima e ho gioia e luce da tutto l’imbiancare.
CANTANO LE NUVOLE Figlia bianca – neve leggera – io ti perdo, adesso, ma so che un giorno tornerai su a fare, come vapore, le nuvole.
CANTA LA NEVE Madri care – nuvole sempre in moto: Cos’è la vita? Cos’è il tempo? Cos’è il volo? Cos’è l’eterno? Appare il cervo con le corna d’oro, molto grande.
CANTA IL CERVO CON LE CORNA D’ORO Mai prima avevo sentito la neve cantare. O neve: Cos’è la neve? Cos’è il mondo che vai ad imbiancare?
CANTA LA NEVE Il mondo è l’arrivo e il ritorno. Sono bellissima, fatta di cristalli e gelo – sono fisica e metafisica.
DICE IL CAVALLO Cos’è tutto questo cantume? Sono stufo di cose sublimi. Nuvole, vento, neve, cristalli, e nessuna pietà dei cavalli.
Dall’alto, attraverso le nuvole, arriva un’aquila sfolgorante, imbiancata di neve.
CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE O cavallo, o cavaliere: dietro c’è tutto il passato e davanti il futuro. Ma dov’è l’avanti, dov’è l’indietro?
DICE IL CAVALIERE O aquila sfolgorante – perché non ci guidi? Hai forte vista, ali grandiose, potenza e forse, per come domandi, sapienza.
CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE O cavaliere in attesa che passi il tempo dell’anno – dove credi che vada il tempo, per noi, per voi, per tutti gli dei e per Dio? È il tempo la guida, non io.
Improvvisamente un raggio di luce color oro attraversa le nuvole e illumina un punto del crinale. Là appare un uomo anziano, bellissimo, di circa 70 anni.
DICE IL CAVALIERE Lo conosco! È Minghìn da Murmré. Il capomastro muratore, poeta e maggerino. Tutti, neve, nuvole, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, cavaliere guardano – la neve cade intorno, ma non su Minghìn – e dopo un po’ lui comincia a cantare.
SONETTO DI MINGHIN DA MURMRE Quando credi che il tempo sia finito comincia il viaggio che nessuno sa: sulla soglia davanti è l’infinito e dietro quello che ciascuno ha: ma ora in questa luce rifiorito dirò la cosa che accadendo sta: noi viviamo nel tempo addormentati sempre in attesa d’essere chiamati. il raggio di luce d’oro piano piano sparisce – e con lui la bella persona del cantore.
DICE IL CAVALLO Ecco – ho capito perché devo andare e questo crinale oltrepassare. Sul crinale, come due stelle, sono apparsi l’Anno Vecchio e l’Anno Nuovo. L’Anno Vecchio sembra cieco – l’Anno Nuovo, bambino, lo tiene per mano. E dice:
DICE L’ANNO NUOVO Possiamo passare?
DICE IL CAVALLO Siamo qui per aprirvi la strada.
DICE L’ANNO VECCHIO Benché cieco, pieno di ferite, vecchio o ho l’esperienza – e posso confortare.
DICE IL CAVALIERE, CANTANDO Chi è il conforto? Chi è l’andare? O gente in attesa: lontano arriva il guardare: ma noi sino alla fine dello sguardo sapremo un giorno arrivare?
Tutti – nuvole, neve, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, Anno Nuovo e Anno Vecchio – cominciano a meditare sul canto del cavaliere – e mentre meditano arriva la fine del Canto del guardare lontano.
“Vi racconto la storia di Maria Robusti figlia illegittima del Tintoretto, di una bambina nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole, una immagine forte di una figlia unita dall’amore e dall’arte con il padre, in una Venezia cinquecentesca centro cosmopolita del commercio e dell’arte, dove le donne o si sposavano o erano monache. Le donne pittrici erano per lo più le vedove di pittori, che, trovandosi in difficoltà economiche, tiravano avanti con la bottega dei mariti.”
June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello vernale. C’è chi la chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.
“Noi recitiamo per salvarci la vita, lo facciamo tutti i giorni. Le persone mentono costantemente, ogni giorno, non dicendo le cose che pensano o dicendo quello che in realtà non pensano…”