Laura Pugno, Visione di specie. Poesia, terzo paesaggio? Un dialogo con Andrea Bajani

“La poesia sta infatti fuori dal linguaggio coltivato, messo a coltura dalle diverse retoriche con cui le parole procedono già incatenate, intruppate in frasi pronte nella vita di ogni giorno: la retorica politica, merceologica, pubblicitaria, settoriale, di gruppo. Laddove le parole nell’uso comune procedono per appezzamenti, per ettari, nella poesia le parole sono piante isolate, brade, che rompono la roccia, e con la roccia imprevedibilmente attivano uno scambio. È nel suo rompere il senso della frase dominante, nel suo crescere ai margini della striscia d’asfalto del discorso pubblico, che la poesia crea nuova vita. La parola, raccolta nello spazio di una poesia, fa foresta, cresce, si abbarbica alla pagina, da cui la sua forza, che in qualche modo è sempre una forza naturale.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=38957

Giulia Caminito, Dai social ai libri al rap siamo circondati da una generazione di mitomani (L’Espresso)

Da Facebook alla letteratura, dalla politica alla musica, narcisismo e senso di onnipotenza oggi dilagano. In un’autocelebrazione continua e delirante. La provocazione di una giovane concorrente del Premio Strega.

“Era il lontano 1894 quando anche Matilde Serao si interrogava sul tema nel suo racconto “L’amante sciocca”, la parabola disperata di una giovane donna semplice, umile e giusta che viene scelta da un borioso scrittore come compagna delle sue giornate. Nel racconto lo scrittore Paolo Spada dice d’essere un individuo dall’animo raffinato, uno che scrive capolavori. Quando parla di letteratura con gli amici non può fare a meno di gridare, perché è solo così che si parla a suo parere dell’arte: gridando. Adele, la sua amante sciocca, ascolta dalla stanza attigua queste urla e i terribili silenzi che seguono. «Resta pure, ma taci» non fa che dirle Paolo, quando Adele teme di disturbarlo durante i suoi incontri o durante la “sacra” scrittura. “

Leggi l’articolo: https://espresso.repubblica.it/idee/2021/03/25/news/generazione_di_mitomani_-293750775/

Le figurine di Radiospazio. Il sonno e la veglia

Chi ha paragonato la nostra vita a un sogno ha avuto più ragione di quanto non credesse. Nel sonno la nostra anima vive, agisce, esercita tutte le sue facoltà, come quando è desta; certo più dolcemente e debolmente, ma non tanto che la differenza tra veglia e sonno sia come fra giorno e notte. La differenza è come fra notte piena e penombra; là essa dorme, qua, più o meno, sonnecchia. Ma son sempre tenebre! Vegliamo dormendo e dormiamo vegliando. Nel sonno, certamente, non distinguiamo con chiarezza; ma dal canto suo, la veglia non è mai netta e senza nubi. Almeno il sonno, talvolta, con la sua profondità, addormenta i sogni; mentre la veglia non è mai tanto veglia da dissiparli. E sono i sogni di uno che veglia; cioè, sono peggiori dei sogni. Ora, perché mai la nostra ragione e il nostro giudizio, accogliendo impressioni e opinioni in sogno, autorizzano le azioni compiute nel sogno allo stesso modo di quelle che si compiono in pieno giorno? Perché non dubitare che il nostro pensare e il nostro agire non siano che un sogno, e il nostro stesso essere desti nient’altro che una specie di dormire?

Michel de Montaigne, Apologia di Raymond Sebond, “Saggi”, REA
Traduzione Fabrizio Cristallo

Narrativa. Lucio Mastronardi. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, Einaudi

Radiodramma. Witold Gombrowicz, Sulla scala di servizio, realizzazione di Radiospazioteatro

https://drive.google.com/file/d/16T4T53JQW4SI7Grwi6tbrlH29H_aPd_u/view?usp=sharing

Autore morbidamente provocatorio, costituzionalmente antiaccademico, crudamente paradossale (“Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato”), Gombrowicz è uno dei grandi autori del Novecento non troppo conosciuti in Italia. Negli anni Settanta si sono rappresentate alcune sue commedie. Memorabile Operetta, prodotta dal Teatro Stabile dell’Aquila, con Gigi Proietti e Piera Degli Esposti Luca Ronconi portò sulla scena il suo romanzo Pornografia.

Luca Ragagnin, Caro Paolo

La voce letteraria di Paolo Brunati un giorno dovrà pur essere riconosciuta come una tra le più originali (e appartate) della nostra storia recente. È la mia speranza ma anche convinzione. Paolo scriveva da novecentista e da europeista, soprattutto. Ecco perché la grande macchina editoriale non si è accorta di lui, e lui non alzava di certo la voce. Non ha mai sgomitato, non si è mai indignato o offeso, non si è sentito vittima di una cecità culturale, non era nel suo stile. Ha invece continuato a scrivere, in silenzio, nel segmento ventennale che unisce il suo primo libro, Coleotteri e signorine, pubblicato dall’allora nuova casa editrice Portofranco, creazione di Alberto Gozzi (ed è lì che ci siamo conosciuti, compagni di collana, insieme a Antonio Moresco, Dario Voltolini, Michele Mari, Nico Orengo, tra gli altri) a Colloqui con il pesce sapiente, appena uscito da Miraggi, una raccolta di fulminanti microtrattati, arguti, sorprendenti e precisissimi, da entomologo del pensiero e della penna. In questi vent’anni, fortunatamente, la sua vena ironica, filosofica, oulipiana, europeista per l’appunto, non si è mai prosciugata ma ha continuato a stendersi e scorrere su decine di taccuini manufatti (i più grandi li chiamava “taccuoni”). Migliaia di pagine vergate a inchiostro che sono un lascito prezioso e con le quali, prima o poi, la letteratura italiana dovrà confrontarsi. Ci saranno tesori là dentro, ne sono certo.
Quando, il mese scorso, insieme all’editore Fabio Mendolicchio e ad Alberto Gozzi, gli abbiamo portato a casa, dov’era costretto a letto, le prime copie del “Pesce Sapiente”, il suo sorriso, seppur dolorante, si è manifestato come uno di quegli esseri inconoscibili che amava tanto e che spesso inventava, il nautilo levigato, la sirena, l’ornitorinco, il pennino-coleottero…
«È bellissimo. Sono commosso.»
E ancora: «Adesso dovete pensarci voi.»
In Colloqui con il pese sapiente c’è una prosa brevissima (14 righe) intitolata “Intorno a una bella morte”. Parla di un moscerino della frutta. A fondo pagina c’è una nota che dice così: «Io credo che non morirò su una pagina, non foss’altro perché non esistono pagine scritte abbastanza grandi da poterci morir su, capaci di ospitare un cadavere umano».
Te ne sei andato tre giorni fa, caro Paolo, e come sempre, avevi ragione tu: non morirai su una pagina perché le tue pagine continueranno a nascere e a vivere e poi a rinascere e a rivivere. È una promessa che ti abbiamo fatto e che manterremo.

Inferno, Canto V – lettura in sedici lingue (video)

I

https://media.unito.it/?fbclid=IwAR0mtwAXJ834rmRqg_pqufRwwQyn6HmqJTnCBNbRLf430lIS4q1IYmjb1Sctaliano, Portoghese, Arabo, Inglese, Cinese, Russo, Francese, Polacco, Romeno, Tedesco, Serbo, Giapponese, Spagnolo peninsulare, Spagnolo d’Argentina, Catalano, Ungherese.
Un’esperienza di visione e di ascolto da non perdere.

Addio a Paolo Brunati, scrittore

Bisognava andarselo a cercare, il Brunati, mica si proponeva, tanto meno si promuoveva. Non “frequentava”, come si suol dire. O meglio, frequentava ambienti molto diversi da quelli in cui si coltivano relazioni e ci si compiace della comune appartenenza alla Società Letteraria. I suoi spazi erano le montagne, il mare e l’aria, nella quale un tempo aveva volato a bordo degli alianti. Scrittore-camminatore, sulla scia di un’alta tradizione, i taccuini erano i compagni con i quali si intratteneva durante le soste. Ne ha riempiti moltissimi, riserveranno delle sorprese all’editore che vorrà avventurarsi nella loro lettura: Colloqui con il pesce sapiente, che Miraggi editori ha provvidenzialmente pubblicato poco prima che Brunati se ne andasse possono essere un primo passo nell’esplorazione di un autore che ha vissuto per tanti anni nella Scrittura. La coltivava ogni giorno, intrattenendo con essa un rapporto scettico e spesso beffardo, ma necessario. Il giorno dell’uscita del libro, nel pieno della malattia che lo ha portato via, mi aveva confidato: “Mi piace questa mia metamorfosi cartacea”. “Come sei brunatiano”, gli avevo risposto. I suoi lettori sanno che cosa intendevo dire.

Sull’eterna giovinezza dei morti


Un morto si deve dire che non è più o bisogna dire che è ancora?
Io propendo per la seconda ipotesi, che sia ancora, Però un morto dura molto meno di un vivo per certe reazioni chimiche che gli si innescano dentro.
Ho letto che i morti, quasi immediatamente dopo morti, incominciano ad autodigerirsi, partendo, com’è giusto, dallo stomaco. Non vedono l’ora di mangiarsi, di andare a tavola. A causa di questo pasto la vita del morto dura molto meno di quella del vivo che si consuma invece all’esterno e può durare, quella umana, persino più di un secolo.
La vita dei morti invece di andare avanti arretra fino a ridursi all’osso. E quasi contemporaneamente, nei vivi, si ossifica il ricordo di loro (il ricordo è la parte impalpabile dei morti che rimane nei vivi, una sorta di loro anima terrena. C’è niente di più terreno dell’anima). Il morto diventa indolore e pulito. Non fosse per la quarantena in cui lo si tiene, rigorosamente separato dai vivi, lo si potrebbe dare in mano anche a un bambino, ci si potrebbe giocare o tenerlo come portafortuna, come soprammobile.
È insomma evidente che la morte non può cogliere che nel pieno della vita, di cui è un’improvvisa e rivoluzionaria trasformazione.
Ma è con le donne che la giovinezza dei morti appare in tutto il suo fulgore.
Credo abbia a che fare con la fisiologia del ricordo, dove le immagini ricordate rimangono fisse, e con il tabù ancestrale dell’incesto, ma  che una donna possa morir vecchia mi pare contro natura quanto un rapporto sessuale con una novantenne.
Le ragazze con cui ho giaciuto son morte? da anziane signore, da mogli e madri esemplari, da care nonnine?
La Morte sceglie soltanto donne giovani e leggiadre, e vecchie e laide lascia altrui.

Da Colloqui col pesce sapiente, Miraggi editori

Franca Mancinelli, L’invisibile come testo a fronte (Le parole e le cose)

“L’inchiostro è velenoso. Dalla sua radice si genera una pianta che può essere tossica, ma anche farmaco capace di curare, ricongiungendoci con ciò che sempre rinasce. Quando la radice dell’inchiostro non attinge agli strati primari, la scrittura si autogenera, prolifera come una pianta infestante, inutile e dannosa all’uomo. Come ogni sostanza tossica, si diffonde con grande facilità: i libri che la contengono occupano gli schermi di computer e tv, le pagine dei quotidiani.
La scrittura che è farmaco è una pianta piuttosto rara. Per riconoscerla è necessaria attenzione e quella dedizione, quel lento apprendistato che hanno i cercatori di funghi. Questa pianta apre a un’esperienza che trasforma noi stessi e la realtà, rendendoci a nostra volta artefici e tramiti della creazione. Per questa potenza che dona, non viene protetta né coltivata dalle istituzioni che detengono il sapere. Cresce in terreni marginali, connessi con gli strati più profondi, dove si deposita e rigenera un’antica originaria ricchezza, dove dormono i nostri antenati. Questa pianta si nutre della morte che si è fatta humus. Per le sue fibre non c’è fine che non sia inizio. Germoglia e dirama proprio in questo ritmo.” Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=40958

Il video della domenica. How to Be at Home. Un corto animato sulle difficoltà dell’isolamento (Artribune)

https://www.artribune.com/television/2020/11/video-how-to-be-at-home-corto-animato/

Un corto animato firmato da una poetessa e un filmmaker racconta con eleganza e lirismo un tema di grande attualità. Come mantenere la serenità e godere ancora della vita quando si è chiusi in casa? 

Eduardo De Filippo, Sto ‘ccà, dedicata alla moglie (con traduzione)

Sto ‘ccà

Sto ccà, Isabè, sto ccà…
Ch’è, nun me vide?
Già, nun me può vedé…
ma stongo ccà.
Sto mmiez’ ‘e libre,
mmiez’ ‘e ccarte antiche,
pe’ dint’ ‘e tteratore d’ ‘o cummò.
Me truove quann’ ‘o sole tras’ ‘e squinge
se mpizz’ ‘e taglio
e appiccia sti ccurnice
ndurate
argiento
grosse e piccerelle
‘e lignammo priggiato –
acero
noce
palissandro
mogano –
pareno fenestielle e fenestelle
aperte ncopp’ ‘o munno…
Me truove quann’ ‘o sole se fa russo
primmo ca se ne scenne aret’ ‘e pprete
ndurann’ ‘e rame ‘e ll’albere
e se mpizza
pe’ mmiez’ ‘e fronne,
pe se fa guardà.
Si no, me può truvà, scurato notte,
rint’ a cucina
p’arrangià caccosa:
na puntella ‘e furmaggio,
na nzalata…
chellu ppoco
ca te supponta ‘o stommeco
e te cucche.
Primmo d’ ‘a luce ‘e ll’alba
po’
me trouve a ttavulino,
c’ ‘a penna mmiez’ ‘ ddete
e ll’uocchie ncielo
pensanno a chello ca t’aggio cuntato
e ca nun aggio scritto
e ca
va trova
si nun è stato buono
ca se songo perduto sti penziere
distratte
e stanche d’essere penzate
che corrono pe’ ll’aria nzieme a me.
E si guarde pe’ ll’aria
po’ succedere
ca si ce stanno ‘e nnuvole
me truove.
‘O viento straccia ‘e nnuvole
e comme vene vene,
e può truva ciert’uoccie
ca te guardeno
sott’ ‘a na fronta larga larga
e luonga
e ddoje fosse scavate…
‘e può truvà.

Traduzione


Sono qui Isabella, sono qui
Non mi vedi?
Già non mi puoi vedere ma sono qui.
Sono tra i libri, tra le carte antiche, dentro i cassetti del comò.
Mi trovi quando il sole entra e accende le cornici dorate d’argento, grandi piccole di legno pregiato,noce aceto mogano e palissandro, sembrano finestrelle aperte sul mondo.
Mi trovi quando il sole diventa rosso e prima di tramontare indora i rami degli alberi e si inserisce tra le foglie per farsi guardare.
Altrimenti mi puoi trovare, quando si fa sera, in cucina mentre mi preparo qualcosa per riempire lo stomaco, un pizzico di formaggio e un po’ di insalata prima di addormentarmi
Poi mi trovi all’alba, seduto a tavolino con la penna tra le dita e gli occhi verso il cielo pensando a ciò che t ho raccontato e non ho scritto
E chissà se non sia stato un bene che si siano persi questi pensieri distratti che stanchi d esser pensati vagano per l’aria insieme a me
E se guardi per l’aria può succedere che mi trovi tra le nuvole e che il vento strappi le nuvole e tra esse tu trovi due occhi che ti guardano…

Edoardo Camassa, Quando la logica va in vacanza (Le parole e le cose)

Il termine “fallacia” può essere inteso in almeno due modi. In senso lato designa una qualsiasi idea, opinione o credenza sbagliata; per esempio che le donne non sappiano guidare o che rompere uno specchio porti sette anni di disgrazie. Come si vede, stando a questa prima accezione del termine, le fallacie si fondano sugli stereotipi, sulla superstizione o comunque su detti e proverbi popolari, e perciò non ambiscono in nessun modo a risultare convincenti. Ma le cose cambiano se ci spostiamo dal linguaggio comune al linguaggio filosofico-scientifico. In senso stretto, infatti, “fallacia” indica un’argomentazione o un ragionamento che sono logicamente viziati ma psicologicamente persuasivi; ciò può avvenire in modo consapevole e deliberato, quando vengono prodotti con l’intenzione di ingannare, e allora parleremo di sofismi, o inconsapevolmente, quando vengono prodotti senza volontà di inganno, e allora parleremo di paralogismi. In estrema sintesi, nella prospettiva della logica dell’argomentazione la fallacia è un ragionamento che ricorda un qualche tipo d’inferenza, ma che se sottoposto a un esame rigoroso si rivela scorr

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39923

Gianfranco Marrone, Fisiologia dello scandalo (Doppiozero)

Che cos’è uno scandalo? Il termine suona oggi un po’ rétro, e questo echeggiare, tuttavia, ha le sue ragioni. Forse, viviamo nell’epoca del post-scandalo, quello in cui nessuno si scandalizza più (ma, attenzione, lo cantava Celentano già negli anni 60), e cioè in tempi in cui s’è introiettata un’indecenza che, divenendo pane quotidiano, non turba manco le anime più sensibili e leggiadre. Se tutto è scandaloso, nulla lo è. Leggi il seguito dell’articolo: http://www.doppiozero.com/materiali/fisionomia-dello-scandalo