‘Voi mi avete contagiato! Quando vi vidi in scena per la prima volta, si scatenò in me la passione per il teatro’. Questa, riporta la Lavrent’eva in ‘Vita vissuta’, fu la risposta di Stanislavsky a Ernesto Rossi, che lo aveva interrogato a proposito della nascita del suo interesse per l’arte scenica. Ernesto Rossi è stato uno studioso e interprete shakespeariano, livornese di nascita e russo d’adozione e a lui, alla fine dell’Ottocento, l’accademia dei Ravvivati ha intitolato un teatro pisano, che dal Settembre 2011 reca il nome di Teatro Rossi Aperto. Insieme ai teatri Verdi, Manzoni e Regio Nuovo, caratterizzati da un palinsesto più ‘classico’, il Rossi è stato, per un periodo compreso tra la fine del ‘700 e i primi del ‘900, uno spazio culturale importante della città, dedicato alle rappresentazioni di avanspettacolo, del varietà, dell’operetta, divenendo successivamente una sala cinematografica e poi confluendo, in epoca fascista, nel demanio statale, fino ad essere improvvisamente chiuso, per motivi di inagibilità, nel 1966, dopo i lavori di ampliamento dell’adiacente Cassa di Risparmio di Pisa, che ne hanno deteriorato alcuni spazi. A causa di questi danni, la Cassa di Risparmio è stata condannata nel 1973 a pagare all’AmministrazioneL. 30.000.000 (più spese processuali). Durante la prima decade degli anni 2000, il teatro è stato sottoposto ad alcuni interventi di manutenzione, ma è stato riutilizzato solo saltuariamente in occasione di performance organizzate dalla Scuola Normale di Pisa o dal Teatro Verdi. A parte questi sporadici episodi, il Rossi in questi anni è rimasto sigillato, fino al 26 settembre 2011, quando ‘un gruppo di studenti e operatori precari della cultura’ hanno deciso di occuparlo e di riaprirlo.
Il Rossi è un bellissimo teatro. Ci sono entrata per caso, arrivata con un’amica da Lucca, e ho assistito ad uno spettacolo che aveva debuttato al Fringe di Roma, dal titolo ‘#Tessuto’, del Collettivo Cascina Barà. La scenografia era realizzata sul momento e in movimento grazie ad una tavoletta grafica, attraverso cui il telo alle spalle dell’attrice protagonista Daniela Scarpari veniva colorato di bianco, rosso e nero e il tratto ne sporcava l’abito chiaro nei momenti di maggior drammaticità. Il palcoscenico è maestoso e gli affreschi che coronano i palchetti che circondano la platea si stanno deteriorando. Fortissimo il contrasto tra quella scenografia, che svaniva e ricompariva d’improvviso, e i disegni settecenteschi, che resistono al tempo, alla noncuranza, che un po’ rinascono sotto le nuove cure. Era Novembre, faceva freddo e l’obolo volontario, che si poteva lasciare prima e dopo lo spettacolo, era destinato a finanziare le attività per la manutenzione degli impianti di riscaldamento. Non so se con la nuova stagione i lavori saranno conclusi, so invece che, fino ad ora, il Rossi ha ospitato una radio web che si chiama Radiocicletta, ormai stabile all’interno di una sala del teatro; che la cantante Nada ha scelto di ambientare all’interno del teatro il video del primo singolo del suo nuovo album; che la programmazione è caratterizzata da mostre a istallazioni, da concerti al cinema – ultimamente proiezioni cinematografiche di pellicole mute, con colonne sonore eseguite dal vivo al pianoforte – ma soprattutto teatro, con tanti artisti nazionali e internazionali che hanno fatto sentire le proprie voci.
I ragazzi del Rossi mi hanno raccontato che la prima cosa che hanno fatto una volta entrati nel teatro è stata quella di aprire tutto: le finestre, le porte, le uscite di sicurezza. Che aprire tutto è stato come spegnere le luci, che c’era lo stesso silenzio di quando sta per iniziare uno spettacolo e si aspetta di vedere cosa accadrà.
‘It’s so magic to enter a theater
and see the lights go off.
I don’t know why
The silence is deep, and the curtain raises.
It’s probably red.
You enter another world.’
David Lynch
Claretta Caroppo










