Gli incendiari non amano il teatro

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A fuoco nella notte la Cavallerizza Reale. L’incendio è doloso, ma il movente è un mistero

Intorno all’1.30 il rogo ha prodotto danni pesanti. Trovata carta imbevuta di liquido infiammabile. Distrutta un’ala del complesso barocco sotto tutela dell’Unesco dove sorgeva lo storico Circolo dei Beni Demaniali.

Per secoli, il fuoco ha convissuto con la vita quotidiana del teatro come strumento indispensabile per illuminare la scena e al tempo stesso come nemico costantemente in agguato. Gli incendi che hanno distrutto i teatri nel XVIII e nel XIX secolo sono innumerevoli ma quei calamitosi eventi facevano, per così dire, parte del gioco pericoloso e inevitabile che metteva in stretto contatto il legno e la fiamma. Ieri il fuoco non si è sviluppato per caso né per incuria ma è stato innescato da una mano criminosa. Viene da mettere in relazione l’incendio del Circolo Beni Demaniali con l’attività appassionata dell’Assemblea Cavallerizza che in questi mesi ha coinvolto la cittadinanza in un progetto di attività per i più piccoli, jam session, spettacoli. Spirava, insomma, in questo angolo splendido e trascurato di Torino, un vento nuovo che ieri si è scontrato con un altro vento, di segno opposto, mefitico e misterioso. E’ molto importante capirne al più presto la provenienza.

http://www.lastampa.it/2014/08/30/cronaca/a-fuoco-nella-notte-la-cavallerizza-reale-LQlXkHD0pJc6m7BcNBcA5K/pagina.html

L’Aquila. Il blog di Radiospazio in trasferta

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Per definizione, un blog non risiede da nessuna parte, se non in un punto imprecisato di quella che viene definita la rete; capita tuttavia che l’estensore di un blog, non potendo usufruire della immateriale vaghezza di cui gode la sua creatura, si venga a trovare talvolta in un luogo preciso, individuabile, reale, come è accaduto in questi giorni a chi scrive. Il luogo è L’Aquila ed era, non dico inevitabile ma probabile che l’estensore si sentisse sollecitato a scrivere almeno una nota su questa città che in passato fu laboratorio di molte imprese culturali, per essere in seguito depauperata dalla noncuranza di alcuni (pochi, ma ampiamente sufficienti) e infine distrutta da una “calamità naturale”, come scrivono asetticamente i giornali, favorita dalla noncuranza di altri uomini – ma chissà, forse i noncuranti erano sempre gli stessi. Gli amici aquilani hanno accolto con affettuoso interesse l’articolo di ieri e molti hanno scoperto in questa occasione il blog di Radiospazio del quale si è parlato in modo fruttuoso. Fra l’altro si è risolto un piccolo mistero riguardante gli audio dell’archivio che pubblichiamo settimanalmente e che destano meno interesse degli articoli e dei materiali letterari. La spiegazione l’ha fornita, con lucido realismo, un’amica che non nominerò per non metterla nei guai: i materiali letterari si possono leggere durante l’orario di lavoro mentre sarebbe imbarazzante ascoltare in ufficio l’audio di uno sceneggiato tratto da un racconto di Moravia. L’idea che i frammenti di Cheever, di Queneau, di Scott Fitzgerald del nostro blog vadano a rasserenare le lunghe ore di lavoro davanti al computer, lo confesso, mi ha procurato una piccola vertigine e una visione olivettiana di qualche secondo nella quale il lavoro d’ufficio s’intersecava armoniosamente con la letteratura.
E’ molto utile che i blog vadano ogni tanto a fare quattro passi con gli amici.

L’Aquila. Il fuori e il dentro.

imageimageDi notte, il buio dei vicoli innumerevoli viene interrotto dal brillare dei giunti delle impalcature. La scena rappresenta una foresta, anzi sono cento, forse duecento le foreste di un unico allestimento immobile per l’assenza di un copione e di una drammaturgia. Gli attori ci sono, ci sarebbero: questi aquilani che si aggirano fra le impalcature, che si siedono ai tavolini di caffè e ristoranti appoggiati sul nulla, che ascoltano musiche a palla risonanti nel vuoto. Anche durante la guerra la gente andava a teatro e al ristorante, ben vestita e desiderante, poi suonava la sirena, gli spettacoli si interrompevano, i camerieri riportavano in cucina i secondi e tutti via, di corsa, al rifugio. Era la regola del gioco: ogni felicità dura poco. E poi le guerre finiscono, lo si studia anche sui libri di scuola: ci metteranno uno, due, tre, cinque anni, ma finiscono, quando il nemico avrà distrutto tutto quello che c’è da distruggere, sarà finita e inizierà un dopo. Qui, invece, niente dopo; gli attori che si aggirano fra queste scenografie sanno che lo spettacolo non avrà luogo; qualcuno, per ingannare il tempo che non passa, ricorda gli spettacoli passati ma la Storia diventa un ferrovecchio arrugginito se non esistono ponti che collegano il passato al futuro.Questo mi pareva fino a qualche giorno fa.
Invece.
Invece l’amico Giancarlo Gentilucci mi ha fatto scoprire un teatro. Non la facciata di un teatro ma il dentro di un teatro che sta nascendo, anzi rinascendo. Un dentro che fra un mese incomincerà ad ospitare spettacoli. Quando vi sono entrato, mi ha colpito il legno del palcoscenico. E’ normale che il palco di un teatro perbene sia di legno ma raffrontandolo all’orgia insensata de ferro che ingabbia L’Aquila mi è parso un piccolo miracolo. “Il legno è vivo”, dicevano i vecchi falegnami; neppure l’imprenditore più alienato può dire altrettanto dei tubi innocenti. E ancor di più mi ha colpito la platea, ancora in via di allestimento: una montagna di poltrone (anch’esse di legno) un po’ sgangherate ma possiamo essere certi che fra un mese saranno a posto e accoglieranno un pubblico. Vero: di umani, dico, non di fantasmi aggirantisi fra scenografie spettrali. E’ un inizio, è un dopo che contiene futuro. Il teatro si chiama “Nobel per la pace”, un nome che contiene, evidentemente una storia. Spero che un giorno Giancarlo Gentilucci voglia raccontarla così come l’ha raccontata a me

 

Piccolo racconto/monologo. John Cheever. Stagione di divorzio.

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Viene chiamato il Cechov dei sobborghi ma a me sembra che non vi sia traccia di quel “teatro dell’isterismo” di cui parla Sanguineti ne “Il vaudeville tragico”. Circola invece, nei racconti di John Cheever, un’ironia crudele che sembra connaturata al nostro vivere quotidiano e che trova nel dialogo asciutto la sua evidenza, come appare in questo breve racconto che potrebbe essere portato sulla scena. 

Una sera, mentre lavavamo i piatti, Ethel mi parlò del dottor Trencher. “Sai, mi sono dimenticata di dirtelo. Trencher mi ha detto che mi ama. Non può vivere senza di me.”
Lì per lì, non diedi troppa importanza all’episodio. Poi una sera, mentre leggevo il giornale, mi accorsi che Ethel stava alla finestra e guardava giù in strada.
«È proprio Trencher, vieni a vedere.»
«Beh, che cosa c’è di strano? Sta soltanto portando a spasso il cane. »
«Dice che viene tutte le sere a guardare le nostre finestre illuminate.»
Trascorsero due settimane. Una sera, tornando a casa, trovai un mazzo di rose nel soggiorno. Ethel disse che gliele aveva portate Trencher nel pomeriggio.
«Quanto tempo si è fermato?»
«Solo un minuto. »
«Vuoi andartene via con lui?»
«Non so, ma chi può dire che non dovrei?»
Alle nove suonò il campanello. Era Trencher. Sembrava turbato ed emozionato.
«So che a lei non piace vedermi qui, ma amo sua moglie. Sono un uomo pratico, e mi rendo conto che non si potrà decidere niente finché lei non avrà divorziato».
«Fuori di qui», gridai. «Se ne vada all’inferno!».
Trencher uscì. Ethel era pallida, ma non piangeva. Andammo a letto, e durante la notte Ethel mi svegliò. Era distesa dalla sua parte del letto e piangeva.
«Perché piangi?»
«Perché piango? Perché piango? Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito passatomi di seconda mano, a una festa di vent’anni fa, e non mi sono divertita. Piango per qualche sgarbo che non riesco a ricordare. Piango perché sono stanca, perché sono stanca e non riesco a dormire.»
Udii che si stava sistemando sul divano, poi tutto tornò nel silenzio.

John CheeverStagione di divorzio, Garzanti, traduzione Marco Papi

Jean Tardieu. Il signor Io. Audio/Radiospazio. durata 9’15”

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Riproponiamo l’ascolto di un altro Tardieu nonostante i frequentatori del nostro blog l’abbiano inspiegabilmente trascurato (davvero incomprensibile il disinteresse per un gioiello come la Conversazione Sinfonietta ma si può sempre rimediare ascoltandolo, infine: il file è ancora sul blog). Questo è un Tardieu meno giocoso con delle striature, mi sembra, beckettiane: una clownerie enigmatica che funziona anche nella versione audio.

Nancy Etchmendy. Un desiderio fantastico. Radiospazio/Audio. durata 10′

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Nancy Etchmendy non è una scrittrice molto nota in Italia, anzi, per quanto ho potuto verificare in rete, non esiste un solo suo libro tradotto nella nostra lingua e forse questa non è una delle lacune più gravi della nostra editoria. Ma il breve racconto che abbiamo (piuttosto liberamente) sceneggiato ha i requisiti per funzionare in versione radiofonica; un grande maestro artigiano come Hitchcock, quando gli fu chiesto perché non avesse mai tratto un film da un grande romanzo rispose: “Me ne sono sempre guardato bene, i grandi romanzi sono ingombranti. Per fare un film c’è bisogno di un romanzo di basso profilo con una trama che funzioni”. E’ probabile che la regola valga anche per la radio.

 

Piccoli frammenti per Lui e Lei. FRANCIS SCOTT FITZGERALD. TACCUINI

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Scott Fitzgerald e Zelda nel 1935

Se uno scrittore di culto apre le porte del magazzino nel quale ha accumulato pensieri, rapide note e progetti, non si può declinare l’invito perché la visita riserva spesso delle sorprese. Sergio Perosa, che ha curato l’edizione dei “Taccuini” per Einaudi, scrive che essi “Rispondono all’esigenza fondamentale dello scrittore: avere a disposizione tutto di sé, ogni filo o brandello che possa servirgli, un campionario di potenzialità da custodire anche allo stato embrionale.” Mi sento di aggiungere che in queste pagine si rincorre una miriade di personaggi, di frasi colte al volo e di fotogrammi che non mancano di incuriosire il lettore e, perché no?, il drammaturgo.

LEI        Dicono che hai offeso una delle ragazze.
LUI         Stupidaggini. Le ho detto soltanto che mi piacerebbe morderla sul collo. Vorrei che tutte voi signore aveste un collo unico, così potrei morderlo tutto in una volta sola. Vado matto per i colli delle signore.

* * *

 LEI        Mi prende il panico. Il Natale scorso pensavo di aver messo una croce sopra i ragazzi e poi, una sera, in maggio, l’orchestra continuava a suonare Poor Butterfly  e ce n’erano un sacco già in uniforme ed erano tutti commoventi e romantici come una volta. Cominciai a pensare e se la guerra dura altri cinque o dieci anni e li uccidono tutti? Più aspetto e meno uomini avrò fra cui scegliere – e se aspetto di innamorarmi di nuovo finirò con l’aspettare in eterno.

* * *

LUI         Quando sento la gente vantarsi della sua posizione e del suo status sociale, e tutto il resto, mi stravacco nella poltrona, scoppiando a ridere. Perché si dà il caso che io discenda direttamente da Carlomagno. Che te ne pare?
LEI         Josephine arrossì per lui.

* * *

LEI        Chiamami Topolino.
LUI        Perché?
LEI        Non lo so… era divertente quando mi chiamavi Topolino.

* * *

LEI        Sono arrivata alla conclusione che quest’ufficio non può continuare a ospitarci tutti e due. Uno di noi due deve andarsene: chi sarà?
LUI         Che vuole, signorina Powell, il suo nome è verniciato sulle porte: immagino che sarebbe più semplice se rimanesse lei.

* * *

LUI         Leggono un paio di libri e vedono qualche film perché non hanno nulla di meglio da fare, e poi dicono di essere di una grana più fine di te, e per dimostrarlo prendono il morso tra i denti e galoppano via con un gesto d’addio, quanto un cavallo imbizzarrito.

Francis Scott FitzgeraldTaccuini, Einaudi, traduzione di M. J. Bruccoli

Nilla Pizzi, una creatura dell’immaginario felliniano

Negli anni Cinquanta era la “Regina della Canzone”. La sua origine di proletaria emiliana, la sua voce calda e il fisico generoso contribuirono a trasformarla in un mito pop del dopoguerra. I suoi fan organizzavano torpedoni per seguire i suoi concerti in tutta Italia e non esitavano a scontrarsi con i tifosi di altri incauti canzonettisti che aspiravano a quel trono, così come cinquant’anni prima avveniva fra verdiani e wagneriani. Il regime fascista aveva censurato la sua voce in quanto troppo sensuale (strana contraddizione col virilismo di Stato). “Amiamoci così” è uno dei suoi grandi successi che Fellini, durante la sua gavetta di autore radiofonico, si diverte a smontare con tecnica semplice ed efficace da avanspettacolo.

http://www.spreaker.com/user/7367339/fellini-amiamoci-cosi

 

Pensieri estivi fra una stagione teatrale e l’altra

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 http://www.europaquotidiano.it/2014/03/05/cera-una-volta-lautore-vivente-la-morte-della-drammaturgia-contemporanea/

Un frammento del bell’articolo di Christian Raimo di cui è consigliabile la lettura integrale prima riprenda la stagione teatrale.

 Partiamo da noi, partiamo dalla fine. La prima risposta risale alla nostra formazione: a scuola chiunque di noi ha letto e studiato testi di Sofocle, Machiavelli, Goldoni e Pirandello, eppure magari quello stesso chiunque potrebbe essere andato a teatro tre volte in vita sua, e sicuramente non ha idea – a meno di non aver avuto un professore singolare – di cosa vuol dire mettere in scena quei testi, cosa vuol dire la scrittura drammaturgica. E anche all’università, le centinaia di migliaia di persone che si sono negli anni laureate in discipline dello spettacolo e hanno passato ore e ore a studiare la poetica del tale autore e hanno preso 30 e lode agli esami di Letteratura teatrale, sono capaci di delineare confronti meravigliosi tra l’immaginario scespiriano e quello di Molière, eppure spesso non conoscono come funziona il meccanismo della costruzione scenica. Perché? Li vogliamo formare i docenti a tutto questo.
Allo stesso modo è da ripensare la formazione dello spettatore. Una delle differenze tra l’andare a teatro a Londra e l’andare a teatro a Milano o a Roma è che nel mondo anglosassone è normale prima di entrare in sala comprarsi il testo nel foyer, seguire la scena con il testo sottomano, rileggerselo a casa. Quante volte vi è capitata una cosa del genere in Italia?

 

 

 

Antidoto contro le trasmissioni gastronomiche. Edward Lear. Timballo di Borrospicchi.

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Non si sa mai: potrebbe capitarvi di essere invitati come ospiti a una trasmissione di cucina nel corso della quale il conduttore vi chiederebbe inevitabilmente una ricetta della vostra infanzia. Ve la potrete cavare brillantemente con questa ricetta di Edward Lear che vi eviterà di essere invitati una seconda volta.
Nel XIX secolo Lear, infaticabile costruttore di limerick, nonsense e disegnatore di pappagalli, non poteva prevedere un uso televisivo delle sue surreali ricette ma credo  che sarebbe lieto se qualcuno approfittasse delle sue costruzioni linguistiche.
Per chi fosse interessato al limerick, eccone un’anonima definizione in versi:
“Il limerick comprime l’anatomico/ con riso in spazio economico /ma i migliori concepiti/ raramente son puliti/ e il pulito è raramente comico.”

Prendete quattro libbre di borrospicchi freschi, copriteli d’acqua e fateli bollire incessantemente per otto ore, dopo di che aggiungete un litro di latte appena munto e lasciate bollire per altre quattro ore. Quando i borrospicchi saranno diventati teneri, versateli in una grossa pentola avendo cura di scuoterli bene prima di introdurveli. Indi lasciatela sobbollire per tre quarti d’ora. Agitate la pentola violentemente finché i borrospicchi non saranno diventati viola pallido.Preparate la pasta e inseritevi con precauzione il tutto, aggiungendovi 1 piccioncino, 2 fette di manzo, 4 cavolfiori e quante ostriche desiderate.Aspettate pazientemente che la crosta cominci a salire, aggiungendo un pizzico di sale di tanto in tanto.
Servite su un piatto pulito e gettate ogni cosa fuori dalla finestra il più in fretta possibile.

Da Umoristi dell’800, Garzanti.

Manganelli chi?

imageIl disinteresse con cui è con cui è stato accolto il piccolo racconto di Manganelli pubblicato il 15 luglio fa pensare che i frequentatori del nostro blog, per chissà quale abbaglio, non abbiano ben compreso che non si trattava del defunto capo della polizia (Antonio) né del difensore del Parma (Pietro) ma di Giorgio Manganelli, proprio lui, uno dei più grandi e intelligenti (le due cose non sono necessariamente consequenziali) scrittori italiani contemporanei.

Si acclude foto identificativa dell’autore perplesso.

Piccolo racconto. Giorgio Manganelli. Incontri.

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 Il “doppio” è uno dei temi con cui si sono misurati i grandi, da Stevenson a Dostoevskij, a Pirandello, a Calvino… A volte, come attirato verso un abisso nel quale andrà inevitabilmente a sprofondare, si cimenta con esso anche qualche drammaturgo desideroso di vertigini. Di solito, questi voli disorientano la platea (“Ma il marito non era quello piccolo coi baffi?” “Sì, ma questo lungagnone è il suo doppio o, se vogliamo, l’anti-marito”. “E la moglie non se ne accorge? C’è una bella differenza fra i due”. “Non lo so, forse è distratta, forse finge di non accorgersene.” E così via, sino alla fine della pièce che manda tutti a casa scontenti).
Giorgio Manganelli, che va annoverato fra i grandi, disegna un doppio di basso respiro, in grisaglia.

Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso ad una fermata d’autobus. Si riconobbe immedia­tamente, e ne provò solo un blando stupore. Ritenne opportuno non far mostra di essersi riconosciuto, dato che non erano mai stati presentati. L’incontrò la seconda volta lungo una strada affollata, ed una terza davanti a un negozio di abbigliamento  maschile. Ogni volta egli si era esaminato con cura: aveva trovato che il se stesso era dignitoso, elegante, ma gravato da un’aria triste, o almeno pensosa, che non gli riusciva di capire. Fu solo al quinto incontro che si salutarono con un sommesso “Buona sera”. A partire dall’inizio di un qualsiasi inverno, gli incontri divennero frequenti. Era chiaro che egli e se stesso abitavano in quartieri non lontani; che avessero abitudini simili, non era cosa da stupirsene. Ma sempre più egli era convinto che il se stesso avesse un’aria eccessivamente malinconica. Una sera osò rivolgergli la parola, chiedendogli se non avesse qualche cruccio cui egli non parteci­pava, e il se stesso gli confessò di essere innamorato, e senza speranza, di una donna che in ogni caso era indegna del suo amore; per cui, la conquistasse o meno, egli era condannato ad una penosa, intollerabile situazione. Egli fu sconvolto dalla rivelazione, giacché non era innamo­rato di nessuna donna; e tremò al pensiero che si fosse creata una scis­sione così insormon­tabile. Cercò di dissuadere se stesso, ma quegli rispose che né amare né disamare stava in lui. Da quel giorno, egli è caduto in una cupa malin­conia. Passa con se stesso gran parte del suo tempo, e chi li incontra vede due decorosi signori parlare sommesso, ed uno che, il capo im­merso in un’ombra, talora assente, talora nega.

da Centuria , di Giorgio Manganelli, Rizzoli

Alberto Moravia. Il tacchino di Natale. Audio/Radiospazio. durata 13′

 

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Con l’arrivo dell’estate apriamo i nostri archivi audio: potete ascoltarli, scaricarli, collezionarli. È possibile che una decina di giorni dopo la pubblicazione gli audio vengano tolti per fare spazio ai nuovi file (il nostro magazzino ha una capienza limitata, per il momento); in questo caso potete scriverci e li riproporremo.
L’audio che inaugura la nostra rassegna è un’opera giovanile di Moravia tratta dalla raccolta “Racconti surrealisti e satirici”, Bompiani editore.
Questi racconti sono stati scritti nel decennio 1935/1945. Quando ne iniziò, ventottenne, la stesura, Moravia si era rivelato clamorosamente col romanzo Gli indifferenti, dal quale tuttavia la poetica dei “Racconti surrealisti e satirici” si differenzia notevolmente.