Trompe l’oeil alla rovescia. Alexa Meade

 

alexa 2

https://www.youtube.com/watch?v=eA5hwXPVOwA

Un tempo c’era il trompe l’oeil che allargava stanze troppo piccole o senza finestre con un dipinto realistico che raffigurava un balcone prospiciente il mare, oppure un lago, un cielo… L’abilità del pittore catturava una porzione fittizia di mondo esterno per dare l’illusione che quel vano respirasse grazie a un panorama arioso, forse addirittura nobile
In questo video, Alexia Meade lavora su quelle porzioni del mondo reale che sono gli esseri umani per costruire dei quadri viventi ma imprigionati sulla tela: momenti in cui il teatro del mondo cessa per un attimo di pulsare, di muoversi per diventare una galleria di tele instabili, in precario equilibrio tra la vita e la sua cristallizzazione.

Tre uomini in video (più un drammaturgo inquieto) 2. IL TRIORENO. “PERCHE’ PROPRIO TU?”

trio reno salute sequenza blog

https://www.youtube.com/watch?v=a93aMBLl6kc

Come video della domenica, una nuova strip del Trioreno, Salute.

La prima strip era Lavoro.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/12/tre-uomini-in-video-piu-un-drammaturgo-inquieto-1-il-trioreno-triage-lavoro/

“Non ti puoi mai allontanare abbastanza in un deserto”. MATEI VISNIEC, AUTOSTOP. Audio/Radiospazio, durata 6′

visniec autostop

http://www.spreaker.com/user/7367339/visniec-autostop

Rappresentato il 13 marzo 2013 al Teatro Astra di Torino, Sala Prove
Francesco Gargiulo, Eleni Molos,  Anna Montalenti, Carlo Nigra, Alessandro Salvatore.
fonico  Luca Condotta
disegno luci  Mariangela Durante
regia  Alberto Gozzi

Due autostoppisti, un ragazzo e una ragazza, sul ciglio di una strada che si perde nel deserto. Non si sono mai visti, li accomuna l’attesa. Nessuno si ferma a raccoglierli. Un breve dialogo (sei minuti circa) e fine della pièce. Dice: non è che succeda molto. Invece in questo breve  segmento di tempo volano storie: appena accennate ma proprio per questo preziose (il suspense, in pratica, realizzato con niente). D’altronde, dice Visniec, la realtà si è rotta come uno specchio caduto per terra, nel quale si riflettono porzioni di storie; di conseguenza, il drammaturgo non può più scrivere commedie tornite e armoniose con tanto di climax e scioglimento finale: deve limitarsi a lavorare su frammenti di realtà – e più i personaggi sono labili come questi due ragazzi piantati lì in mezzo al deserto, dico io, più ci interessano: non sapendo quasi nulla di loro, siamo costretti a intuire.
P.S. Non voglio tediare con una scheda di Matei Visniec, un drammaturgo che oggi ha un certo rilievo sulla scena europea, ne potrete trovare notizia in rete; Wikipedia è attendibile
 anche se dimentica di dire che accanto al Visniec “politico” ce n’è un altro che lavora sul quotidiano e, in maniera sottile, sul versante comico. E’ il Visniec che amiamo e che abbiamo messo in scena.

Tre uomini in video (più un drammaturgo inquieto) 1. IL TRIORENO. TRIAGE. “STAI LAVORANDO?”. 6′

reno lavoro per blog

https://www.youtube.com/watch?v=VA56O42Crss

All’inizio erano tre, Marcello Foschini, Roberto Messini e Roberto Onofri, come i moschettieri, ma senza spada perché i duelli ai i bolognesi si dedicano sono wprevalentemente verbali. Il quarto che si aggiunse al trio, Mario Giorgi, non veniva dalla Guascogna ma dalla stessa città dei nostri eroi e non aveva nulla del D’Artagnan, basti dire che era (ed è) narratore e drammaturgo – ora, se è facile incontrare narratori sfrontati e veloci di lingua, è raro che lo sia un drammaturgo, il quale predilige le penombre: del teatro e dei pensieri.
I tre più uno, dunque, incominciano a incontrarsi di tanto in tanto e per prima cosa il drammaturgo propone un cambio di nome: da “Trio del Reno” in “Trioreno”, più veloce, più – verrebbe da dire – adatto all’enfasi di un conduttore televisivo: “Ed ecco a voi… il Trioreno!”. Suona molto meglio. Per la verità, i tre non ci sono mai andati in tv, ma è questione di poco, il tempo di vincere il Festival di Loano e arrivano le scritture. L’entrata è di quelle con le trombe e le guide rosse: “Drive in” nel 1987-88; “Raffaella Carrà show”, fino alle debordanti “Europa Europa 2 e 3” su Rai 1.
E poi? Qui subentra Mario Giorgi che racconta: “Dopo quattro anni di successi, urge un adeguamento: non si può più continuare a fare solo le proprie cose, occorre rendersi duttili per inserirsi nei programmi. Io ne ho poca voglia, loro ancora meno. In più, siamo come un gruppo rock di prima generazione, tutti alla pari e quindi in perenne tensione, discussione, lite etc.”
La storia, naturalmente, è molto più lunga; il filo del racconto è finito sotto traccia ed è rispuntato alla luce del sole recentemente, quando i tre più uno si sono ritrovati ed è nato questo “Triage”, tre clip che incominciamo a proporre da oggi. 

Dino Buzzati. La fine del mondo. Audio/Radiospazio. durata 5’30”

 

archivio buzzati fine del mondo

http://www.spreaker.com/user/7367339/buzzati-la-fine-del-mondo

Interpreti: Roberto Accornero, Francesco Gargiulo, Marco Intraia, Eleni Molos, Anna Montalenti
assistente alla regia Mariangela Durante
drammaturgia e regia di Alberto Gozzi

A dispetto del titolo, tanto impegnativo da lasciar intravedere il paradosso, questo racconto convive accanto a tanti altri che Buzzati modella sui soggetti più quotidiani: un incidente d’auto, una visita, uno scarafaggio nella cucina – mosaico di una cronaca possibile che l’autore si diverte a dilatare nella narrazione, creando una risonanza fra l’infinitamente piccolo e il grande, non misurabile Mistero.

altri link audio su Buzzati in Radiospazio:
RAGAZZA CHE PRECIPITA. https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/07/11/dino-buzzati-ragazza-che-precipita-radiospazioaudio-durata-817/

LO SCARAFAGGIO. https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/30/dino-buzzati-lo-scarafaggio-audio-di-radiospazio/

HAYDN IN DARK. ALIDA ALTEMBURG, Halloween 2014 – Lestat’s Sonata. 1’29”. VIDEO

dark

https://www.youtube.com/watch?v=h70fCfIakQ4

All’inizio fu Fantasia, di Walt Disney. Dagli anni ’40 e per non so quanti decenni, le famiglie assolvevano al compito di educare musicalmente i figlioletti portandoli a vedere gli otto segmenti animati, tratti da altrettanti capolavori della musica “classica”, che componevano il film. Finalmente il “mago dell’animazione” svelava il mistero del linguaggio musicale! Con qualche fraintendimento inevitabile, si capisce, perché i bambini finivano per pensare che Beethoven avesse composto la 6ª sinfonia soltanto per far ballare sullo schermi centauri, fauni e altre figure mitologiche,  e che Dukas avesse scritto “L’apprendista stregone” per consentire al giovane Topolino di combinare disastri nella bottega dello stregone Yen Sid. Tutto bene? Fino a un certo punto, perché quando gli stessi bambini, da grandi, si sarebbero trovati di fronte, poniamo, a una pièce per viola da gamba di Marin Marais nuda e cruda nonché priva dei cartoon di Walt Disney, sarebbero caduti in preda a uno sgomento ermeneutico che li avrebbe allontanati per sempre dalle sale da concerto.
Stacco, veniamo ai nostri giorni e cambiamo musica, con Alida Altemburg che non intende affatto “spiegarla” ma modellarla su di sé, indossarla, giocarci liberamente. Nella sua riscrittura video-musicale, Alida si mette in scena come esecutrice e come attrice esibendo un narcisismo fanciullesco che passa per i travestimenti (la pianista, la ragazza livida che cammina per i cimiteri, la sfinge…) tenendosi sempre sottobraccio un’amica invisibile, l’ironia. Esplorando il suo canale Youtube, non ho potuto fare a meno di fermarmi sul secondo movimento della sonata n°59 di Haydn. Nella sua brevità, il video firmato da Alberto Collini riesce a infilare una notevole galleria di tòpoi gotici: la tenda che svolazza sinistramente alle spalle della pianista, le maschere di pietra sgomente, l’angelo del dolore… più un finale che sigilla il racconto e che non rivelerò. Tutto questo, sulle note di un Haydn pre-romantico che sembra inscalfibile. Ma questo è il gioco: le immagini dark e il pathos della musica, anziché scorrere su due binari paralleli creano un ibrido che si carica di suspense prima di sciogliersi nella piccola, divertente catarsi con la quale la costruzione ingegnosa si smonta.

MICHEL TOURNIER. lo sceneggiato audio TRISTAN VOX completo

icona tristan blogIeri abbiamo postato la sesta e ultima puntata di TRISTAN VOX. Dire che è stato un successo sarebbe esagerato. Abbiamo voluto sperimentare la tenuta di uno sceneggiato audio con una cadenza settimanale e abbiamo verificato che non era la programmazione migliore(d’altra parte non siamo degli strateghi del palinsesto e non vogliamo nemmeno esserlo); maggior fortuna avevano avuto gli audio singoli postati in precedenza; forse lo si poteva prevedere ma i tentativi, soprattutto quelli improbabili,  rientrano nella logica di un blog come questo.
Pubblichiamo comunque i link delle sei puntate come omaggio a quanti hanno condiviso questa avventurosa proposta.

1a puntata     
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/09/25/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-1a-puntata-923/

2a puntata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/03/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-2a-puntata-1230/

 3a puntata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/10/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-3a-puntata-830/

 4a puntata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/17/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-4a-puntata-11/

5a puntata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/24/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-5a-puntata-15/

 6a puntata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/31/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-6a-e-ultima-puntata-9/

I vostri preferiti di ottobre

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BRIAN ENO, Video Paintings (1981 & 1984)http://www.ubu.com/film/eno_14.html

 

 

libreria blog

La Zanzara che provò ad essere Iena
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/25/la-zanzara-che-provo-a-essere-iena-tragicomica-favoletta-mediatica/

 

 

Untitled-1MARIO GIORGI, Gelato
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/11/uno-contro-tutte-mario-giorgi-gelato/

 

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 6ª e ultima puntata. 9’

 

tristan vox stelloncino 6ª per blog

http://www.spreaker.com/user/7367339/tristan-vox-vi-e-ultima-puntata

Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. Una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta prende a perseguitare Tristan Vox, dapprima con lettere amorose poi con deliranti disegni pornografici che destabilizzano il fragile conduttore. Per di più, sui giornali compare la foto di un bel giovanotto presentato come Tristan Vox – niente a che vedere con l’insignificante Robinet. L’impostore (perché di questo si tratta) e il conduttore si confrontano: il primo chiede un risarcimento per abuso della sua immagine. Alla fine del colloquio, Jeanine, la tirannica segretaria di Tristan Vox, si getta dalla finestra. In punto di morte confessa: esistono due Isotte; la prima, quella delle lettere amorose, era la moglie di Tristan, la seconda, quella dei disegni porno, era lei stessa, Jeanine. Ma perché? Le due donne non sopportavano più di vivere accanto a un uomo che si nascondeva al mondo, ciascuna a suo modo aveva cercato di provocarlo, di farlo uscire allo scoperto.
Dopo la morte di Jeanine, Robinet decide di abbandonare il campo e si ritira con la moglie in uno sperduto paesino di campagna.

Vivere sul piatto. EDWIN A. ABBOTT, FLATLANDIA

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Flatlandia, come dice chiaramente il nome, è un mondo piatto. Con questo non s’intende qualcosa di simile alla pianura padana, senza monti né colline; no, dico proprio piatto come un foglio. Anzi, se vogliamo essere esatti, Flatlandia è precisamente un immenso foglio quadrato. Non si deve pensare che i suoi abitanti vi passeggino sopra sporcandolo con le scarpe, per la buona ragione che sono delle figure geometriche, cioè a due dimensioni – a noi sembrano poche perché siamo abituati (direi peggio: morbosamente affezionati) alle nostre protuberanze ma leggendo Abbott ci si rende conto che la bidimensionalità non impedisce una vita sociale ricca e articolata. Quella di Flatlandia è fortemente strutturata in classi sociali. Fino a qualche decennio fa anche nel nostro mondo tridimensionale le appartenenze si riconoscevano a colpo d’occhio: il signore dell’alta borghesia col macchinone, il poveraccio coi calzoni strappati – oggi è più difficile perché i macchinoni li comprano prevalentemente i calciatori e gli strappi nei pantaloni possono costare moltissimo. A Flatlandia, invece, basta un colpo d’occhio: i triangoli sono gli operai, i poligoni, i professionisti… Più aumentano i lati e più si sale nella scala sociale. Neanche a dirlo, i circoli sono i Sacerdoti che governano il paese. Dimenticavo: le donne sono segmenti. La misoginia di Abbott è talmente feroce che raggiunge la satira (giocata dall’autore con l’impassibilità dei veri comici). Di lui non dirò nulla di più se non che è vissuto dal 1838 al 1926. Altre notizie le potrete trovare in rete. Un’ultima nota: piacque molto a quel grande scrittore che fu Giorgio Manganelli.

La massima lunghezza o larghezza di un abitante adulto della Flatlandia sì può calcolare all’incirca in ventotto dei vostri centimetri. Trenta centimetri può considerarsi un’eccezione.
Le nostre Donne sono delle Linee Rette.
I nostri Soldati e gli Operai delle Classi Inferiori sono dei Triangoli con due lati uguali, ciascuno della lunghezza di ventotto centimetri circa, e un terzo lato, o base, così corto (spesso appena più lungo di un centimetro) da formare al vertice un angolo assai acuto e temibile. E specialmente quando le loro basi sono di tipo infimo (cioè lunghe non più della terza parte di un centimetro) è difficile distinguerli dalle Linee Rette, o Donne, tanto acuminati sono i loro vertici. Da noi, come da voi, questi Triangoli si distinguono dagli altri col nome di Isosceli, e così mi riferirò ad essi nelle pagine che seguiranno.
La nostra Borghesia è composta da Equilateri, ovvero da Triangoli dai lati uguali.
I nostri Professionisti e Gentiluomini sono Quadrati (classe a cui io stesso appartengo) e Figure a Cinque Lati, o Pentagoni.
Subito al disopra di costoro viene l’Aristocrazia, divisa in parecchi gradi, cominciando dalle Figure a Sei Lati o Esagoni per continuare, via via che il numero dei lati aumenta, fino a ricevere il titolo onorifico di Poligonali, o dai molti lati. Infine, quando il numero dei lati diventa tanto grande, e i lati tanto piccoli, che la Figura non è più distinguibile da un Cerchio, si entra a far parte dell’ordine Circolare o Sacerdotale; e questa è la classe più elevata di tutte.

Edwin A. Abbott, Flatlandia, Adelphi, traduzione Mascolino D’Amico

Com’è profondo quel cabaret! TIGER LILLIES, BULLY BOYS

tiger lillies. BULLY BOYS

https://www.youtube.com/watch?v=zhrGspR0yQo

La parola cabaret evoca, per molti, spettacoli televisivi con vocianti ragazzi volonterosi e troppo sovreccitati.
Non è sempre stato così, per fortuna; basta pensare al grande cabaret espressionista che rivive nell’opera dei Tiger Lillies, una formazione inglese nata alla fine degli anni ‘80 fondendo vaudeville, opera e musica gitana. Il suo solista gioca vocalmente e scenicamente una gamma straordinaria di identità con la sicurezza del grande interprete teatrale.

La zanzara che provò a essere iena, tragicomica favoletta mediatica

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Nel corso di una puntata de “Le iene”, Enrico Lucci esercita le sue morbide efferatezze sulla signora Lella Bertinotti chiedendole il titolo del libro che sta leggendo. La signora, già destabilizzata dalle domande precedenti, risponde: Un libro di Topazia Sapienza”. È come servire una palla morbida a Nadal ma Lucci non chiude con uno smash, sarebbe troppo facile e il gioco finirebbe lì. La iena si trasforma in un gatto che si balocca col topo intervistato e produce una serie di variazioni languide sul tema della Topazia (“Noi amiamo la Topazia, siamo pazzi della Topazia, e simili); il gioco evidentemente si basa sulla radice “topa” che in molte regioni italiane indica l’organo sessuale femminile. Il fatto è che l’autrice chiamata in causa si chiama Goliarda, Goliarda Sapienza, non Topazia. Lucci sicuramente lo sa; la scrittrice, scomparsa nel 1996, era nota negli ambienti culturali romani e alla critica minimamente avveduta. Lucci lo sa ma tace e prolungando il gioco crudele lascia che la vittima anneghi nelle sabbie mobili.
Fin qui, niente di strano; da anni Lucci gioca sulle corde basse, scurrili, con una tecnica raffinata e addirittura leggermente snob. Come si dice, un classico.
Stacco. Siamo negli studi de “La zanzara”, la fortunata trasmissione di Cruciani coadiuvato da Parenzo. Durante la puntata di ieri, 24 ottobre, Cruciani ripropone il frammento dell’intervista di Lucci e ironizza sul nome Topazia che lo fa tanto ridere. Interviene Parenzo (la spalla colta della coppia) che dà la sua spiegazione: Topazia è il nome di una professoressa di lettere che insegna all’Università della Sapienza di Roma. Tutto risolto? No, precisazione dalla regia, qualcuno è andato a vedere in rete: l’autrice si chiama Goliarda Sapienza. Cruciani non gradisce, non gli piace essere contraddetto: “Macché Goliarda, è Gagliarda: Gagliarda Sapienza!”. Infine si convince e leggermente imbronciato vuole avere l’ultima parola: “Ma come si fa a leggere un libro di una che si chiama Goliarda Sapienza!?”. È vero, il mondo dei libri e degli autori riserva sorprese sconcertanti, come tutti i continenti inesplorati, quindi pericolosi o ridicoli; pensi Cruciani che nel XIII secolo visse un poeta che si chiamava Cecco dell’Anguillara e che un minore, ma di grande interesse ancora oggi, del XIX secolo si chiamava Petruccelli della Gattina. Roba da matti. Per non parlare di un certo francese che si chiamava Proust: come un rumoraccio.

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 5ª puntata. 15’

tournier blog 5ª puntata

Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. La tranquilla routine viene sconvolta quando giungono alla radio le lettere passionali e infuocate di una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta e che dimostra di essere al corrente delle più intime abitudini di Tristan Vox. In breve, Isotta alza il tiro e invade la radio non più con lettere d’amore ma con disegni pornografici deliranti. La segretaria di Tristan Vox, Jeanine, sospetta che esista qualche oscuro legame fra il conduttore e la sua persecutrice. Tristan, distrutto, cade in afasia e, durante una diretta riesce solo a balbettare qualche titolo di canzone; tornato a casa in uno stato pietoso, la moglie, conciata come un’odalisca, tenta un’incandescente seduzione del marito ma il conduttore, provato dagli eventi, abbandona il campo e scivola mestamente a letto.

Il video della domenica. Quelle impronte sull’opera in bianco. IL WHITE ALBUM DEI BEATLES

 

Schermata 2014-10-21 alle 09.44.17https://www.youtube.com/watch?v=JKesrhqYpUQ

chang e le copertine

 Forse qualcuno se ne ricorda, anche solo per sentito dire. Era il 22 novembre del 1968. Un 33 giri completamente bianco, senza titolo né altre scritte tranne il nome del gruppo, in rilievo, che doveva dir tutto e finiva per non dir niente. Che cosa voleva comunicare quel candore inedito, purezza? Oppure lutto, come in Cina e in India? (In quello stesso anno, i quattro idoli avevano per l’appunto soggiornato tre mesi in India frequentando il santone Maharishi). Su quel non dire bianco scivolavano le congetture e le inquietudini dei fan e degli esegeti: era una morte spirituale? una rinascita? una beffa? un espediente del marketing? Quasi mezzo secolo più tardi, un artista concettuale, Rutherford Chang, se ne pone un’altra, di natura affatto diversa: che ne è stato di quelle cover immacolate? Forse nel mondo ci sono oggi questioni più urgenti ma non è compito di un artista concettuale agire sul presente. Con pazienza, Chang incomincia a dare la caccia a quei cimeli e li espone, li ricompone in pannelli, in sequenze; è un viaggio nel tempo e nella caducità delle cose: in mezzo secolo quei bianchi feticci sono diventati pezzi di cartone giallastri costellati di macchie di caffè, ditate, appunti: graffiti di vite anonime che irrompono nel bagliore del mito.

Sull’argomento, un bell’articolo di Pietro Scarnera, Sporcare il White Album
http://www.doppiozero.com/materiali/glittering/sporcare-il-white-album

Il silenzio corre sul filo. DOROTHY PARKER, UNA TELEFONATA

ragazza al telefono

Questo è il monologo interiore (ma funzionerebbe benissimo come monologo tout court sul palcoscenico) di una ragazza che aspetta la telefonata del fidanzato;  il tempo  ha steso una patina sottile sul racconto – oggi una ragazza non starebbe a far la sentinella accanto a un telefono fisso (e muto): botmbarderebbe lo svanito giovane con sms, WhatsApp, email e intanto andrebbe a cercarlo. Ma l’angoscia dell’attesa e la sindrome dell’abbandono sono trappole che scattano ancora oggi così come negli anni Quaranta quando Dorothy Parker scrisse questo racconto dal sapore agrodolce, condito con una salsina  d’ironia che s’accompagna perfettamente al tragicomico celato in ogni atto amoroso.

Ti prego, Dio, fai che ora lui mi telefoni. Non ti chiederò nient’altro, davvero. Fai solo che ora mi telefoni. Ti prego, Dio. Ti prego, ti prego, ti prego.Se non ci pensassi, forse il telefono potrebbe squillare. Forse se contassi per cinque fino a cinquecento, quando ar­rivo in fondo potrebbe squillare. Conterò lentamente. Non barerò. 5, 10, 15, 20, 25, 30, 35, 40, 45, 50…
Oh, ti prego, squilla. Ti prego.
Sono le sette e dieci. Ha detto che avrebbe telefonato alle cinque.
Quasi quasi gli telefono io. No, non devo. Non devo, non devo. Oh, Dio, ti prego, fai che non gli telefoni. Fai che mi resti un po’ d’orgoglio.
Penserò a qualcos’altro. Me ne starò qui seduta buona buona. Non c’è niente per cui si ci debba agitare tanto. Senti. Metti che fosse qualcuno che non conosco bene. Metti che fosse un’altra ragazza. In tal caso telefonerei, semplicemente, e direi: «Be’, perdiana, che ti è successo?». È così che farei, e non ci penserei neanche un istante. Perché non posso essere disinvolta e naturale, semplicemente perché lo amo? Certo che posso esserlo. Lo chiamo, e sarò del tutto naturale e piacevole. Vedrai se non lo sarò, Dio. Oh, non permettere che lo chiami. Non permetterlo, non permet­terlo, non permetterlo.
Dio, davvero non mi permetti di chiamarlo? Non potresti cedere? Non ti chiedo neppure di lasciarmelo chiamare quest’istante, Dio: lascia soltanto che lo chiami fra un po’. Conterò per cinque fino a cinquecento. Davvero, lo farò lentamente, senza trucchi. Poi, se non avrà telefonato, lo chiamo. Sì, lo chiamo. Oh, ti prego, Dio caro, Dio caro e gentile, Padre mio benedetto lassù in Cielo fai che lui mi chiami prima. Ti prego, Dio. Ti prego.5, 10, 15, 20, 25, 30, 35…

Dorothy ParkerUna telefonata
“Scrittori ebrei americani”, Bompiani. traduzione Mario   Materassi