Corrispondenze. Antonin Artaud / Hans Hartung

L’Artaud della lettera che vi proponiamo ha già vissuto l’internamento, gli elettroshock, le camicie di forza, la droga, ma è già anche stato attore eccellente, costumista, commediografo, regista, poeta; è l’Artaud che si è legato al gruppo surrealista e che se n’è allontanato nel 1925 per poi fondare, l’anno seguente, il proprio teatro, l’Alfred Jarry di Parigi; l’Artaud che ha pubblicato due manifesti del suo Teatro della Crudeltà ma anche pièces, lettere, versi…
È un Artaud sofferente insomma, ma non stanco, che nel gennaio del ’47 sale sul palco del Vieux Colombier per quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica e che esita, sparpaglia a terra appunti e occhiali, si ferma, interrompe la conferenza e dal quale eppure, malgrado tutto, il pubblico non riesce a distogliere lo sguardo, indeciso tra angoscia e fascinazione.
È anche l’Artaud che chiede a Picasso di illustrargli una raccolta di poesie (non che l’idea dell’illustrazione lo esalti, ma se proprio deve far contento l’editore allora perché non Picasso) e, non ricevendo risposta, gli scrive lettere piene di fuoco e la raccolta se l’illustra da sé.
Insomma: questo è l’Artaud che nell’aprile del ’47 impugna penna e inchiostro verde e spiega a un incredulo Hans Hartung (che intanto dalla Germania è arrivato a Parigi, ha esposto i suoi quadri insieme a Mirò e Kandinsky e sta diventando uno dei grandi nomi dell’arte informale) che no, nessuno potrà più ambire a illustrare i suoi lavori e tantomeno lui: è cosa troppo intima.
E se ancora il concetto non fosse chiaro, il gioco sul nome del pittore ribadisce chi comanda: Achtung Mr Hartung, stia attento.

a cura di Roberta Sapino
Antonin Artaud, Oeuvres,  Gallimard

 artaud grande con ombra

Diavoli e Professori, la scoperta del peccato. HEINRICH MANN, L’ANGELO AZZURRO

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Nessuna nostalgia, intendiamoci, ma il vespaio suscitato dalle dichiarazioni del sottosegretario Faraone sulle occupazioni delle scuole come momento formativo e le conseguenti reazioni di presidi e insegnanti fanno rimpiangere i tempi in cui gli attori dell’eterna commedia scolastica recitavano diligentemente il loro ruolo. Molti professori indossavano barbe e baffi imponenti, meglio ancora se terrificanti come quelle degli omoni dei primi film di Chaplin e battevano i pugni sul tavolo affermando istericamente la loro autorità. Gli studenti si ribellavano. Tutto chiaro. Prima del ’68, la ribellione era prevalentemente di natura coprolalico-sessuale: le “parolacce” rimbalzavano nell’aula fra una pausa e l’altra delle lezioni; i banchi lignei venivano istoriati con graffiti approssimativi di organi maschili e femminili; mani insicure si passavano foto di donne discinte; i più grandi trascuravano lo studio per infilarsi in locali fumosi dove matrone annoiate esibivano ciò che era rimasto dei loro sogni: carni deluse che non vedevano l’ora di trovare un letto su cui sdraiarsi, infine. Senza compagnia, potendo.
Il gioco delle parti, ancorché schematico, generava prodotti narrativi fra il gossip e la fantasia torbida; il più ricorrente era quello professore intransigente che si diceva frequentasse le case di tolleranza. Si diceva, appunto, perché era difficile separare la fantasia dei liceali dalla cronaca; in quel dire, in quel ri-raccontare si sviluppava un’educazione sessuale sghemba e, per così dire autogestita. Il professor Unrath (1905), il capolavoro di Henrich Mann da cui, venticinque anni dopo, fu tratto il famoso Angelo azzurro con Marlene Dietrich, ristrutturò in senso dinamico ristagnante tragicommedia della scuola con una trama nella quale un crudele professore insegue i suoi studenti nella casa della perdizione ove incontra una donna diabolicamente brava nel gioco della seduzione, che lo porterà all’abiezione e al delitto. Quando si dice: andare fino in fondo alle cose!

UNRAT      La seconda volta che andai all’Angelo azzurro provai a raggiungere i camerini da solo. Brancolai nella notte del guardaroba e giunsi finalmente al camerino di Rosa Frölich. L’artista Frölich mi lanciò solo un’occhiata.
ROSA         To’, rieccolo.
UNRAT      Forse le parrà strano… che ripeta così presto la mia visita…
ROSA         No, neanche un po’.
UNRAT      In fondo, è stata lei a dirmi di tornare.
ROSA         Be’, eccola qui… Ma chi mi dice che sia venuto davvero per me? Non mi aiuta nemmeno a levarmi il mantello.
UNRAT      Ah, sì, certo… mi scusi…
ROSA         La volta scorsa venne per via di un suo scolaro, un ragazzaccio che voleva distruggere, polverizzare…
UNRAT      In primo luogo… sì, certo, in origine…
ROSA         Bene se non ha nulla in contrario, io mi spoglierei.
UNRAT      Rosa Frölich si sfilò la sottana. Il busto era ancora aperto, e io vidi con sgomento che sotto era nera e luccicante. Ma ancora più sorprendente fu la scoperta che sotto non portava sottoveste, bensì un paio di calzoncini al ginocchio, larghi e neri; né sembrava provarne imbarazzo, aveva un’aria perfettamente innocente. Sentii frusciarmi all’orecchio una prima rivelazione di misteri, di fatti scabrosi sotto la superficie, la buona superficie borghese che si mostra per strada sotto gli occhi della polizia. E provai un senso di fierezza che conteneva paura.
ROSA         Sarà meglio che si volti, perché adesso va giù tutto!
UNRAT      Mi voltai precipitosamente, e ascoltai tutto quel fruscio. Poi l’artista Frölich mi porse qualcosa.
ROSA         Regga, per favore.
UNRAT      Lo presi senza saper che cosa fosse. Era nero, stava tutto in un pugno, ed era caldo al tatto, di un tepore animale. Improvvisamente mi scivolò di mano: avevo intuito la ragione di quel tepore: erano i calzoncini di Rosa!

 Heinrich Mann, L’Angelo azzurro, traduzione Bruno Maffi, Rizzoli

Medicina per un rifiuto crudele. I grandi bocciati

i respinti

 Chi non ha mai stampato venti copie del suo romanzo per spedirle ad altrettanti editori? Qualcuno ci sarà, ma se fate un’indagine fra amici e conoscenti ne scoprirete un certo numero e forse vi ricorderete improvvisamente che fra i tanti ci siete anche voi. (Molto tempo fa, si capisce, quando eravate giovani inconsapevoli e  ancora non conoscevate la crudeltà del mercato editoriale). Poi, l’editoria digitale ha “allargato la base democratica” (si dice così, vero?) e ogni autore ha potuto autopubblicarsi. Ma quel rifiuto (“La sua opera, pur non priva d’interesse, non rientra nei nostri piani editoriali”) brucia ancora, come lo schiaffo che l’adulto somministra al bimbo innocente, colpevole di aver manifestato il suo istinto artistico istoriando il divano di velluto con l’inchiostro di china. Periodicamente, per lenire quel bruciore non sopito, si pubblicano articoli che raccontano come tanti grandi scrittori agli esordi siano stati bocciati dagli editori. Sul momento il farmaco funziona ma contiene il veleno del paralogismo: “I manoscritti dei grandi scrittori sono stati bocciati/io sono stato bocciato/ io sono un grande scrittore”. Per chi avesse bisogno di ricorrere a questa non innocua medicina, un interessante articolo su “Il Post”:

LE LETTERE DI RIFIUTO A 11 GRANDI SCRITTORI

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http://www.ilpost.it/2014/06/11/lettere-rifiuto-grandi-scrittori/

Ci vediamo a teatro per un Natale insieme?

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Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Anna Montalenti
assistente alla regia Lavinia Giammarruco
drammaturgia e regia Alberto Gozzi

E’ la terza volta che riprendiamo questo divertimento sul Natale, visto che il pubblico mostra di gradire una commedia nella quale prima del lieto lieto fine si sviluppano incidenti a catena. Siamo a Phoenix, in Arizona, una città di mentalità piuttosto ristretta – diciamo che non è la Parigi degli anni Venti; qui, i coniugi Krank, di mezza età e per la prima volta soli, senza l’unica figlia ormai emancipata, decidono di sottrarsi ai noiosi e costosi riti natalizi concedendosi una vacanza in crociera. La reazione del loro quartiere è tanto imprevedibile quanto aggressiva: niente tacchino? Niente albero? Niente brindisi di mezzanotte? Saranno mica diventati buddisti, i Krank, o addirittura eversori dell’ordine e delle tradizioni? Il resto lo vedranno gli spettatori che avranno voglia di venire al Garage Vian il 9 sera. Per molti amici del blog che vivono a Torino e dintorni può essere una buona occasione di vederci in scena.

ENNIO FLAIANO, PICCOLO FRASARIO ESSENZIALE. Audio/Radiospazio. durata 12′

FLAIANO PICCOLO FRASARIO

http://www.spreaker.com/user/7367339/flaiano-piccolo-frasario-essenziale

dallo spettacolo Certo, certissimo, anzi probabile (giugno 2012), Galleria Allegretti, Torino

Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Intraia, Anna Montalenti, Eleni Molos, Alessandro Slvatore, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

PROMOZIONE SPETTACOLO RISERVATA AGLI AMICI DI RADIOSPAZIO TEATRO. LO STRIDERE LUTTUOSO DEGLI ACCIAI

stridere

“Questa cantata nasce dalla commozione, dal dolore, dalla persistenza della memoria attorno a una vicenda di lavoro e di morte.”

A sette anni dalla tragedia, il teatro ricorda quei giorni con un grande spettacolo.
Il TPE riserva agli amici di RadiospazioTeatro una promozione straordinaria fino a esaurimento dei posti
RITAGLIA QUESTO TAGLIANDO ED ESIBISCILO ALLA CASSA DEL TEATRO ASTRA
PER TE, UN RIDOTTO SPECIALE: 10 EURO ANZICHé 19

 info
http://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/200/

per chi non l’ha ascoltato: GOMBROWICZ, SULLA SCALA DI SERVIZIO in podcast

podcast

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-d53520d6-b8da-48f7-9fa2-6e4dd2258db3-podcast.html

I VOSTRI PREFERITI DI NOVEMBRE

 

dark

ALIDA ALTEMBURG. HAYDN IN DARK
https://www.youtube.com/watch?v=h70fCfIakQ4

 

gombrowicz porno

Morbido e feroce, Gombrowicz a rai radio 3
nella messa in scena di RadiospazioTeatro
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/26/morbido-e-feroce-gombrowicz-a-rai-radio-3-nella-messa-in-scena-di-radiospazioteatro/

alphaville

6 flash da un mondo leggermente parallelo
AMY HEMPEL, LITANIA
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/25/6-flash-da-un-mondo-leggermente-parallelo-amy-hempel-litania/

 

archivio buzzati fine del mondo

DINO BUZZATI, LA FINE DEL MONDO. Audio/Radiospazio
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/07/dino-buzzati-la-fine-del-mondo-audioradiospazio-durata-530

Il video della domenica. Quegli eccessi allegri fra la terra e il cielo. WALERIAN BOROWCZYK (1923-2006) SCHERZO INFERNAL (1984)

Borowczyk

http://www.ubu.com/film/borowczyk_scherzo.html

Il video di questa domenica, bisogna dirlo subito, è di gusto forte. Qualche amico di blog ci aveva fatto notare che i recuperi saranno anche preziosi, ma le tenebre liquide nelle quali si muoveva il corto di Piero Bargellini della scorsa settimana (Nelda, del 1969) erano un po’ troppo magmatiche e, per così dire, poco domenicali. Così oggi abbiamo deciso, per contrappeso, di passare al colore. E di colore, in questo Scherzo Infernal di Walerian Borowczyk, ce n’è molto: secchiate di rosso che si contrappongono a un cielo anemico, disegnato a matita, nel quale galleggiano il buon Dio e Puréa, una vergine piuttosto insipida, destinata secondo la tradizione libertina a diventar preda di un branco di diavolacci tonti, rissosi e assatanati (beh…!). E va già bene che qui Borowczyk, un autore scandaloso che negli anni ’70 firmò pellicole al confine con la pornografia (Racconti immorali, La Bestia, Interno di un convento), si cimenta col cinema di animazione, per di più disegnato con un tratto grosso e bambinesco*. La vacanza giova tutti, in questo caso anche al pornografo, che una volta tanto decide di non prendersi troppo sul serio e di non proporsi come l’erede di Sade e di Restif de la Bretonne ma si abbandona liberamente a una diavoleria cruda, parodistica, qua e là di un farsesco paesano.

* con questo non s’intende che il video è adatto ai bambini,  tutt’altro!

Morbido e feroce, Gombrowicz a rai radio 3 nella messa in scena di RadiospazioTeatro.

gombrowicz porno

Oggi, una breve nota che riguarda Radiospazio Teatro (la compagnia, intendo) che domani, 27 novembre va in onda su rai radio 3, alle 23, nella rassegna “Tutto esaurito” con un radiodramma tratto da un racconto di Witold Gombrowicz, intitolato Sulla scala di servizio. Questa registrazione ha alle spalle una storia avventurosa e curiosa, ma non è questa l’occasione per raccontarla; è opportuno, piuttosto, ricordare un autore morbidamente provocatorio, costituzionalmente antiaccademico, crudamente paradossale (“Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato”). L’opera, narrativa e teatrale, di Gombrowicz, morto nel 1969, non è troppo conosciuta in Italia; negli anni Settanta si sono rappresentate alcune sue commedie e nella scorsa stagione Luca Ronconi ha portato sulla scena il suo romanzo Pornografia.
Il frammento che vi proponiamo, tratto da Ferdydurke, forse il suo capolavoro, testimonia la forza e il sarcasmo che Gombrowcz riserva alle istituzioni fasulle, anche a quelle non codificate come l’establishment letterario.

 Mio Dio, non mi vergogno di confessarlo, ho tanta voglia di sfuggire alla vostra Arte quanto a voi stessi, signori! Perché non voglio sopportarvi, voi e la vostra arte, le vostre concezioni e i vostri atteggiamenti estetici, e tutti i vostri cenacoli!
Sulla terra, infatti, signori, ci sono degli ambienti più o meno infamanti, vergognosi, umilianti; e la stupidità non è spartita con equità. Così, per esempio, il mondo dei barbieri mi sembra più esposto all’idiozia che il mondo dei ciabattini. Ma quanto accade negli ambienti artistici del globo batte tutti i record dell’idiozia e dell’infamia – a tal punto che un uomo di normale costituzione, equilibrato, non può non sudare di vergogna di fronte a quelle orge infantili e presuntuose. Oh! i canti sublimi che nessuno ascolta! Oh! i conciliaboli tra iniziati e il delirio frenetico nei concerti, e quelle iniziazioni intime, l’esaltazione, le discussioni e i volti stessi di quella gente quando declamano o ascoltano, celebrando nelle cappelle private il santo mistero del Bello!

 Witold Gombrowicz, Ferdidurke, Einaudi, traduzione di Sergio Miniussi

6 flash da un mondo leggermente parallelo. AMY HEMPEL, LITANIA

alphaville

Fin dal debutto, negli anni Ottanta, la Hempel è stata definita un’interprete magistrale del racconto breve. Questa Litania è una short story di poche righe scandita in sei brevissime sequenze. Potrebbe diventare uno straordinario corto se un cineasta riuscisse a riprodurre quella leggera distorsione del reale che l’occhio e la scrittura asciutta di Amy Hempel sanno costruire sulla pagina.

Qui succede tutto quello che si può immaginare. E anche quello che non si può immaginare.

Un ragazzino in triciclo a pedali supera una madre col suo figliolo. «Perché tu non sai andare in triciclo?» dice la madre al figlio. «Quel ragazzo ha meno anni di te! Perché non riesci neanche a entrare ad Harvard?»

Sotto un lampione un uomo e una donna stanno parlando. L’uomo dice di essere sicuro che la donna gli sparerà ma di non poterci fare nulla, se non chiedersi quale calibro ha scelto.

Donne che vivono sole col timore degli intrusi chiamano il commissariato per avere consigli. «Tenga i pomelli della porta ben lucidi» raccomanda un agente. «Così, se qualcuno entra in casa sua, troveremo delle impronte nitide».

Una bella donna, un volto noto, esce accompagnata da un night club. Una ragazza del sud, in visita turistica, dice, «Scusi signora, ma lei non è un’amica di mia madre, giù a Sumner?» «Io sono Elizabeth Taylor» dice la donna «e va a farti fottere.»

Un uomo stramazza sul marciapiede in preda a quello che sembra un attacco epilettico. Una signora ben vestita si getta con tutto il suo peso contro un segnale di divieto di sosta. Quando riesce a piegarlo fino a terra, ne spinge a forza l’angolo con la scritta “Rimozione forzata” nella bocca contratta dell’uomo. «Così» dice «non si morderà la lingua.»

Questo è il genere di cose che succedono da queste parti. Sono cose che, dopo un po’, sommandosi, raggiungono un peso che logora le persone. Io mi sto logorando.

Amy HempelLitania , da “Alle porte del regno animale”, Serra e Riva,
traduzione Ennio Valentino

Un altro buio, L’Aquila. HABITAT di Emiliano Dante al Torino Film Festival

l'aquila torino ffhttp://ilmanifesto.info/habitat-in-un-film-testimonianza-la-fine-della-speranza-allaquila/

Come video della domenica abbiamo pubblicato un corto del 1969 di Piero Bargellini: magmatico viaggio nelle tenebre, rischiarate appena dalla figura di una inconoscibile donna, Nelda.
La cronaca (non solo cinematografica) ci propone un altro buio, tragico e collettivo, quello de L’Aquila, raccontato da “Habitat”, il documentario di Emiliano Dante proiettato ieri al Torino Film Festival. Non abbiamo avuto occasione di vederlo ma vi proponiamo un articolo di Mauro Avarino sul “Manifesto”.