Breve viaggio del grande Cortot nei territori della musica e del sogno. Robert Schumann. Video raro. 2’35”

Molti, moltissimi anni fa il Caso mi fece assistere a un’esibizione dal vivo del grande Alfred Cortot. Riporto questo fatto personale perché ha ormai il valore di una testimonianza storica: era il 1952 e credo che tutti coloro che hanno assistito a un concerto del maestro oggi siano abbondantemente morti; io sono sopravvissuto solo perché a quell’epoca ero un bambino.
Scena: l’austera sala del conservatorio di Bologna, pubblico delle grandi occasioni. Nonostante la mia tenera età, avevo già ascoltato grandi esecutori ma Cortot era diverso da tutti. Immaginate un vecchio (quello che vedete nella fotografia) semicieco che sale i gradini del palco sorretto da un commesso e quindi abbandonato, varato come un vascello in un mare incerto. Ben presto ci si accorse che era stata predisposta una striscia di gesso che il maestro, evidentemente, riusciva a scorgere dalla sua semitenebra: quel mucchietto di polvere bianca lo avrebbe condotto al pianoforte. Fu una grande entrata teatrale. E la teatralità straripò sul palco severo quando Cortot, che fino a quel momento aveva puntato la prora del suo profilo sullo Stenway gran coda, si girò di faccia  al pubblico per ringraziare sobriamente con un cenno del capo; quel volto incartapecorito e incorniciato da due bandeau grigi era truccato. Una riga sottile color minio disegnava le labbra disidratate dal tempo; le palpebre erano ombrettate di un azzurro ingenuo che trasformava la pieghe senili in un plissé civettuolo, da fanciulla al suo primo ballo. In programma, per una straordinaria regia del Caso (ancora lui), c’era il Carnaval , l’opera pianistica nella quale Schumann mette in scena un turbine di maschere musicali, da quelle della commedia dell’arte a quelle, ineffabili, dell’anima.
Un video è una ben labile traccia, ma credo che in questi due minuti di lezione il maestro riesca a socchiudere per qualche istante la porta che mette in comunicazione l’interpretazione col sogno.
Di seguito,  la traduzione delle poche parole del maestro. 

L’ultimo brano, “Il poeta parla”, questo è il titolo che Schumann stesso ha aggiunto a questa pagina immortale, dovrebbe essere trasposto in una dimensione di sogno, più intima, no?… Non solo la bella sonorità, la decantazione espressiva della frase, ma un sentimento più sognatore. La verità è che bisogna sognare questo brano, non eseguirlo. Mi permette di prendere il suo posto? … Qui non bisogna legare le due frasi, sono due elementi diversi della stessa condizione musicale… E qui, come una specie d’interrogazione… e qui di nuovo un’altra… teneramente… interrogare l’avvenire… E da questo momento bisogna che s’inscriva semplicemente non nella musica ma, come proveniente dal genio, nell’immortalità… E lasciar svanire le sonorità che devono sparire, spegnersi… Lasciarle semplicemente… in presenza di un sogno che prosegue.

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

Le cantonate editoriali sono spesso cosa curiosa, alcune sono passate alla storia, le si guarda con quel misto di stupore (ma come! Come ha fatto a non vedere?) e sottile compiacimento (ma allora anche L’Artista è un comune mortale!). E poi a pensarci c’è una bella dose di quella che Kundera ha chiamato l’ “illusione retrospettiva”, lo sguardo di chi legge il passato con la lente del dopo e si stupisce che altri, all’epoca, non abbiano saputo vedere.
Ma quando invece si è lì, sul momento, e la cantonata la si è già presa, che si fa? Ci si arrovella mica poco e poi, fuori da ogni strategia, si ammette la bellezza che era sfuggita e che invece ora sembra così palese –ora, appunto, cioè poi, guardando indietro, anche di poco.
Qui, in breve, la storia va così: fine 1912, Marcel Proust propone alla Nouvelle Revue Française un malloppo di settecento pagine dattilografate intitolato Du côté de chez Swann dicendosi disposto a contribuire alle spese di pubblicazione. Gli editori, tra cui Gide (che la rivista l’ha fondata e che nel 1947 vincerà il Nobel per la letteratura) danno un’occhiata sommaria e decidono che no, il libro non s’ha da pubblicare: una gran noia, un romanzo-tazza di camomilla, e poi l’autore è anche un po’ snob, un tipo da salotti…
Un annetto dopo, a fine 1913, Du côté de chez Swann è pubblicato da Grasset e in N.R.F. ci si mangia le mani interrogandosi su come riportare in Gallimard quella tazza di camomilla che invece è una rivoluzione.
E allora Gide scrive:

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Come va a finire la storia?
L’anno stesso, dopo poco tempo ma tante lettere e lunghe trattative, Proust accetta di affidare alla N.R.F. alcuni frammenti di quello che sarà poi Le côté de Guermantes, il terzo libro della Recherche. Tre anni più tardi Gallimard ottiene di comprare le copie di Swann rimaste invendute, vestirle una nuova copertina e rimetterle sul mercato a proprio nome. Intanto, d’accordo con l’autore, si prende anche le bozze del secondo volume, sul quale addirittura l’editore Grasset già stava lavorando, e il manoscritto, e nel 1919 pubblica À l’ombre des jeunes filles en fleurs: sarà il primo Prix Goncourt della casa editrice.

 Marcel Proust, Lettere a André Gide, Milano, SE, 1987, Traduzione Lucia Corradini
articolo di Roberta Sapino

Imbecilli e contenti? VOLTAIRE, STORIA DI UN BUON BRAMINO

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Da qualche tempo, gli amici vecchi e nuovi che navigano fra i circa 750 articoli pubblicati nel bog mostrano di apprezzare un breve pamphlet di Voltaire sui pericoli insiti nella lettura che abbiamo pubblicato e ripubblicato. Queste soste non mi sembrano casuali: forse c’è un desiderio di  di provocazioni e gesti diversi da quello dell’ombrello; forse spira una sottile nostalgia nei confronti del pensiero; forse, addirittura, potrebbe delinearsi un nuovo trend sotterraneo e clandestino, quello dell’intelligenza. Aspettando imprevedibili  sviluppi, pubblichiamo un nuovo estratto voltairiano. In un silenzio scaramantico.

Incontrai nei miei viaggi un vecchio bramino, uomo saggio molto, di grande spirito e sapientissimo. Un giorno il bramino mi disse:
“Vorrei non essere mai nato. da quarant’anni studio e son quarant’anni perduti perché insegno agli altri e ignoro tutto; questa condizione mette nell’animo mio  tanta umiliazione e tanto disgusto, che mi è insopportabile la vita. Son nato, vivo nel tempo, e non so cosa sia il tempo; non solo mi è ignoto il principio del mio pensiero, ma ugualmente mi è ignoto il principio dei miei gesti; non so perché esisto. Eppure ogni giorno mi vengon fatte domande su tutti questi punti; bisogna rispondere, nulla di buono ho da dire, e parlo molto, e resto confuso e vergognoso di me, dopo che ho parlato.”
Lo stesso giorno vidi una vecchia che abitava nel suo vicinato e le chiesi se mai fosse stata afflitta di non conoscere come era fatta la sua anima. Neppure capì la questione: mai un solo giorno della sua vita aveva riflettuto su un solo punto di quelli che tormentavano il buon bramino, e purché avesse ogni tanto un po’ d’acqua del Gange si riteneva la donna più beata.
Colpito dalla felicità di quella povera creatura, tornai dal mio filosofo dicendogli: Non vi fa vergogna essere infelice quando accanto alla vostra porta vive un vecchio automa che non pensa a nulla e vive contento?”
“Avete ragione,” mi rispose, “Cento volte mi son detto che sarei felice se fossi sciocco come la mia vicina, eppure non vorrei una tale contentezza.”
Questa risposta del mio filosofo mi fece più impressione di tutto il resto; esaminai me stesso e vidi che veramente non avrei voluto esser contento a patto di essere un imbecille.

Voltaire, Storia di un buon bramino, Mondadori, Traduzione Riccardo Bacchelli

 

Il caffè della domenica. L’altra faccia della tragedia.

banglaC’è del metodo, in quella follia, anzi c’è una macchina produttiva mondiale perfettamente oliata e organizzata, ci dice Catherine.

Il video della domenica. Che cosa dovettero vedere le tre donne? MARCELL IVANYI, WIND

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(a cura di Francesco Ghisi)

Sappiamo tutti che cos’è una panoramica cinematografica; a volte questo movimento di macchina è puramente funzionale per accompagnare un soggetto che vogliamo tenere in campo; altre volte è descrittiva, illustra, esplora dei soggetti che inizialmente non entrano nell’inquadratura; in generale, si tratta di un movimento morbido al quale alcuni preferiscono lo stacco, è una questione di stile, di gusto, di scelta narrativa. Questa panoramica dell’ ungherese Marcell Iványi inquadra inizialmente tre donne e si muove compiendo un cerchio di 360°. Al cinema, sei minuti (questa è la durata  della panoramica) possono essere tanti o pochi: in questo la lentezza della macchina sviluppa una forte tensione perché il nostro sguardo diventa quello delle tre donne e noi, come loro, alla fine del giro, siamo messi di fronte a una realtà che non avremmo mai voluto vedere.

P.S. dopo aver cliccato sul link, il video va cercato sulla pagina che appare. E’ il terzo, “Wind”

 

Un vento che impregna tutti i quartieri. ALBERT CAMUS, LA PESTE

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Esistono romanzi che hanno la capacità di agire, nella mente e nella coscienza di ogni lettore, come uno specchio in cui si riflettono i fantasmi della storia e quelli personali.
Ne La peste di Albert Camus (1947) si volle vedere la rappresentazione del Male, e di quello nazista in particolare. Il lettore di oggi può cogliere, anche in un frammento, le straordinarie risonanze che emanano da questa scrittura.

Fu a metà di quell’anno che il vento si levò, soffiando per parecchi giorni sulla città appestata. Il vento particolarmente temuto dagli abitanti di Orano: non incontrando nessun ostacolo naturale sul pianoro dove la città è costruita, raffiche s’ingolfano nelle strade con intatta violenza. Dopo i lunghi mesi in cui non una goccia d’acqua aveva rinfrescato la città, questa era coperta d’una patina grigia che s’incrinò al soffio del vento. E il vento sollevò nubi di polvere e di carta che battevano sulle gambe dei passanti divenuti più rari. Li si vedeva frettolosi per le strade, curvi in avanti, con un fazzoletto o la mano sulla bocca. La sera, invece degli svaghi con cui si tentavano di prolungare il più possibile quei giorni di cui ciascuno poteva essere l’ultimo, s’incontravano gruppetti di persone ansiose di rientrare a casa o di ripararsi nei caffè; sì che per alcuni giorni, al crepuscolo, che a quell’epoca giungeva più rapido, le strade erano deserte e soltanto il vento vi inoltrava i suoi continui lamenti. Dal mare agitato e sempre più invisibile saliva un odore d’alghe e di sale; e la città deserta, sbiancata dalla polvere, satura di odori marini, tutta sonora dei gridi del vento, gemeva allora come un’isola maledetta.
Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti, e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto, agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti difficili trovarono una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno liberi di loro. “Vi è sempre qualcuno più prigioniero di me”, era la frase che riassumeva allora la sola speranza possibile.

 Albert Camus, La peste, Bompiani, Traduzione Beniamino Dal Fabbro

Folate di tenebra. “Le canard enchainé” nel mirino?

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Appena il tempo di pubblicare un frammento di Cuore di tenebra, di Conrad, e le agenzie fanno sapere che sarebbe entrata nel mirino del terrore la più antica rivista satirica francese, “Le Canard enchainé”. Il progetto sarebbe quello di fare a pezzi i suoi redattori con la mannaia. La notizia, fondata o meno che sia, rappresenta un crudo contraccolpo che ci riporta dal libro al banco della macelleria e rende quanto mai urgente condividere il titolo d’apertura della rivista: “Coraggio, ragazzi, non lasciatevi abbattere!”

Oltre il nemico, oltre il terrestre. JOSEPH CONRAD, CUORE DI TENEBRA

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E’ meglio non tentar di scrivere qualcosa di nuovo su Cuore di tenebra dopo il molto che è stato scritto, è un’opera che continua a produrre forti risonanze, quelle di cui, magari senza che ce ne rendiamo conto, abbiamo bisogno ; basterà dunque ricordare che questo libro è un viaggio unico all’interno di un male che si rivela progressivamente a mano a mano che l’imbarcazione del narratore protagonista Marlow procede sul corso del fiume Congo per una missione commerciale. Scorre il fiume e scorre la narrazione addentrandosi fra le spire di un colonialismo torbido che non è solo sfruttamento dell’uomo ma macchina diabolica e deprivata di senso, mentre si avvicendano sipari di corpi indistinguibili l’uno dall’altro. Dal grumo dell’indistinguibile, una figura si ritaglia, la leggiamo da due occhi stampati su un volto muto e da una mano che meccanicamente afferra un biscotto.
Il romanzo fu pubblicato nel 1902. Va letto, o riletto in questi giorni, oggi, con priorità su molti altri che possono benissimo aspettare.

Certe forme nere stavano accovacciate, sdraiate, sedute tra gli alberi, appoggiate ai tronchi mezzo confuse entro quella luce crepuscolare, nei più vari atteggiamenti della sofferenza, dall’accasciamento, della disperazione. Un’altra mina esplose sul ciglione, seguita da un leggero fremito del terreno sotto ai miei piedi. Il lavoro proseguiva. Il lavoro! E quello era il luogo dove alcuni di quei lavoratori si erano appartati per morire.
Che stessero lentamente morendo, era cosa assai chiara. Costoro non erano nemici, non erano delinquenti, non erano più nulla di terrestre, ormai: niente altro che quei simulacri della malattia e della fame, stramazzati confusamente in quel barlume verdastro. Portati in quel luogo dai più lontani recessi della costa con certi legalissimi contratti temporanei, sperduti in un ambiente ostile, nutriti con cibi non confacenti, si ammalavano, perdevano ogni efficienza, e venivano allora autorizzati a trascinarsi in dispare per risposare. Quelle figure moribonde eran libere come l’aria: e quasi altrettanti tenui. Cominciai a distinguere un luccicar d’occhi sotto le fronte. Allora, abbassando lo sguardo, scorsi, accanto alla mia mano, un volto. Il carcame nero giaceva disteso con una spalla contro l’albero: e vidi le palpebre sollevarsi lentamente e gli occhi incavati guardarmi, enormi, e vacui, come un bianco, cieco balenio. movente infondo all’orbita, che lentamente si spense. L’uomo pareva giovane, quasi un ragazzo: ma sapete bene che con quella gente è difficile giudicare. Non seppi far altro che offrirgli un biscotto rimastomi in tasca. Quelle dita ci si richiusero sopra lentamente e lo tennero stretto: a parte questo, non il più piccolo movimento, non uno sguardo. Aveva un filo di lana bianca legato attorno al collo. Perché? Dove mai lo aveva preso? Era forse un distintivo, un  ornamento, un amuleto, il simbolo di un rito propiziatorio? Era comunque in relazione con un’idea qualsiasi? Aveva un’aria stupefacente, attorno al suo collo ero, quel pezzo di filo bianco venuto di là dai mari.

 Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi, Traduzione Alberto Rossi

Metti, una sera, cinque ragazzi a L’Aquila. L’INCENDIO DEL PALAZZO. Video

 

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http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2015/01/07/news/rogo-contro-una-parete-di-palazzo-paone-tatozzi-1.10622721

La notizia, di qualche giorno fa, è di quelle piccolissime che non riescono a perforare le pagine della cronaca locale: dei vandali incendiano il muro di un palazzo settecentesco a L’Aquila. I danni non sono ingenti né irrimediabili, anche se il colore di Palazzo Paoni-Tatozzi era quello originario – ma vogliamo badare alle sfumature di colore, sprofondati, come siamo, nel buio? Il video che ha registrato l’episodio provoca un brivido di malessere: la notte vuota, il silenzio, il quintetto che entra in scena dinoccolato, appicca il fuoco e se ne va. Con naturalezza. Si pensa (almeno a me verrebbe da pensare) che un incendiario, sia pure in un video muto, debba palesare se non uno stato di raptus almeno un appagamento, o anche solo una  una minima soddisfazione: che quelle fiamme, insomma, rappresentino  per lui qualche cosa: rabbia, rivolta, estasi, non ha importanza. Qualche cosa. Invece niente: è stata una pausa vuota nel girovagare per i vicoli dei condannati al nulla. Il tempo di accendere una sigaretta. O un palazzo. 

Una mamma, un cavallo e una pistola. CALAMITY JANE, Lettera alla figlia

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Forse qualche lettore maturo di questo blog si ricorderà di Calamity Jane per averla incontrata negli albi di Pecos Bill, pubblicati per qualche anno in Italia dal 1949. La versione fumettistica proponeva una pistolera bionda, coi  boccoli e sempre pronta a tirar fuori la pistola sparando prima e meglio degli uomini; una sorta di protofemminista del West che coniugava avventura e fascino, impeto e charme cavalcando impavida per le praterie con i biondi capelli svolazzanti sotto il cappellone. Ma Calamity Jane esistette davvero. Si chiamava Marta Jane Canary-Burke (1852 – 1903) e la sua forma umana era molto diversa da quella di Doris Day, che la interpretò, nel 1953, in “Non sparare, baciami”. Meno avvenente ma certo più interessante: galoppava, sparava  e in più beveva come uno scaricatore (del quale aveva anche il fisico), probabilmente ruttava come i suoi compagni di saloon, giocava d’azzardo e al caso faceva a botte cavandosela piuttosto bene. Visse l’epopea del selvaggio West facendo la conduttrice di carovane, la cercatrice d’oro e forse anche la prostituta. Finì la sua carriera esibendosi nel circo di Buffalo Bill.
Fra un’avventura e l’altra, mise al mondo una figlia d’incerta paternità; lei pretendeva che fosse di Wild Bill, l’eroe della sfida all’Ok Corral; lui, il presunto padre, pare non la potesse vedere ma su queste faccende non si può mai mettere la mano sul fuoco, le notti accanto ai falò sono lunghe e tormentose.
Essendo la mamma troppo impegnata, la figlia non ebbe mai modo di conoscerla; il rapporto madre/figlia visse dunque in un epistolario a sola andata dal quale si ricava anche la vita di una madre che non può mettere d’accordo il suo desiderio e il suo destino.

Cara Janey,
tempo fa andai con la diligenza dai Cheyenne e fu piuttosto eccitante. Conduceva la diligenza Luke, e abbiamo fatto una bella chiacchierata. Prima di andarcene abbiamo fatto una gara di tiro. Li ho sconfitti tutti e mi sono montata la testa. Tuo padre mi sfidò a guidare la diligenza in quel viaggio. Io lo feci e mi sono trovata proprio in un bel guaio, Janey. I fuorilegge erano dietro di me, si faceva buio e sapevo che bisognava fare qualcosa, così saltai giù dal posto di guida sul cavallo più vicino, poi sul mio cavallo da sella che era legato accanto, e nel buio mi avvicinai ai fuorilegge. Tuo padre era dietro e nell’oscurità non potevo rendermi conto, ma dopo che ebbero fermato la diligenza e non ebbero trovato passeggeri ma solo mucchi di povere d’oro, allentarono la guardia. Tuo padre e io abbiamo preso tutto il branco. Ce n’erano otto e naturalmente abbiamo dovuto sparargli altrimenti non si sarebbero arresi. Spero che tu un giorno venga quaggiù, così saprai quante ne ho passate. Ancora due anni e poi verrò a trovarti, cara. Poi tu forse penserai a me qualche volta, non come a tua madre ma come a una donna sola che una volta amò e perse una bambina come te. Ti prenderò in grembo e ti racconterò tutto di quella bambina. Naturalmente non saprai di essere tu. 
Da quando papà Jim mi ha dato i libri di scuola e il dizionario da portarmi a casa ho cercato di istruirmi così posso sillabare e leggere e scrivere. Aver rinunciato a te mi ha quasi ucciso, Janey. La tua gente ti ha chiamata Jane per me. Ecco perché io ti chiamo Janey. Prendo un libro per volta e cerco nel dizionario ogni parola di cui non conosco il significato. Ho fatto solo la terza a scuola, e anche se ho quei libri per studiare non è impresa da poco.
Voglio essere in grado di comportarmi come una bianca quando verrò a trovarti. Tutti pensano che io non possa leggere e scrivere nemmeno il mio nome, lascio che pensino così, trovo che è meglio. Tuo nonno e tua nonna furono istruiti anche se io no e non fu colpa loro se mancai la prima occasione che ebbi. Vedi, tuo nonno era un predicatore. Pensava di poter combattere l’intera Nazione indiana con una Bibbia. Io non ho paura di affrontarli finché ho due pistole alla cintura, ma com’è vero il diavolo, non lo vorrei proprio fare con una Bibbia sotto il braccio. Capirai tutto questo un giorno. Buona notte, Janey.

Calamity Jane, Lettere alla figlia, Feltrinelli
Traduzione Gabriella Agrati e Katia Bagnoli. 

 

 

IL VIDEO DELLA DOMENICA. Omaggio a tutte le vittime. Institut National de l’Audiovisuel

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CHARB – Non vedo come potrei vivere in un paese dove non potrei ridere di un certo argomento perché comporta un rischio. Un rischio giudiziario, un rischio mortale o un rischio… No, preferirei…

WOLINSKI – Ci sono sempre stati, in Francia, dei disegnatori satirici e quando non c’erano dei disegnatori c’era una tradizione di grandi scrittori. Risale a Rabelais, questa tradizione, di persone che avevano qualcosa da dire e che lo dicevano con una certa violenza e un certa asprezza. Noi siamo la prosecuzione logica dell’”Assiette au Beurre” (la più feroce rivista di satira sociale francese dell’inizio del Novecento, n.d.r)

CABU – L’humour è un pugno in faccia ma non lo si può fare con della carta velina o carta da caramelle, tutto qui.

TIGNOUS – Se invecchiando mi rammolirò e non avrò più voglia d’incazzarmi, perché sarò diventato indifferente dicendomi che non vale più la pena, arriveranno sempre dei nuovi giovani che…

BERNARD MARIS – Lo strumento di dominio degli esseri umani è l’insicurezza: dire tu non sai di cosa sarà fatto non il domani ma già la prossima ora.

La pentola, la routine, la fantasia

pentolaQuesto blog ha una sua piccola programmazione: di massima, intendiamoci, e duttile, pronta a lasciare spazio a nuovi articoli che i fatti o il caso possano suggerire. Era previsto, per oggi, il racconto La gallina, di Clarice Lispector, che è appena comparso; prima di pubblicarlo c’è stata una leggera perplessità che vorrei condividere con i lettori: si poteva tornare, dopo i fatti di questi giorni, a una scrittura così compiuta e conclusa come questa della Lispector? Una piccola storia familiare così circoscritta a quattro pareti domestiche che il tempo ingrigisce e sbiadisce insieme ai deboli segnali di vitalità che di tanto in tanto affiorano? Siamo appena usciti (forse) da una tragedia che ha calamitato l’attenzione mondiale, e riaprire il sipario sul piccolo orrore impalpabile di una storia domestica mi è sembrato uno stacco forte, crudele ma ricco di risonanze: lo slancio umanitario, infantile, della bimba che vuole salvare la gallina si consuma nel nulla e la pentola appare come l’unico finale possibile, visto che nessuno dei personaggi che abitano la piccola tragedia (non la salvatrice, né la stupida beneficata, né gli inerti genitori) ha la fantasia per sottrarsi alla micidiale inerzia della routine.

Il sentimento del pennuto. CLARICE LISPECTOR, LA GALLINA

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Mamma, bimba e papà. Una famigliola serena, forse un po’ grigia: l’ambiente adatto per un colpo di scena, piccolo, quasi insignificante come l’arrivo di una gallina. In poche righe, Clarice Lispector costruisce un racconto esemplare, tenendo un registro basso, tanto quotidiano che fa quasi male. E’ una cronaca familiare scritta con una penna tipo Parker 61 ( fu un mitico modello della casa americana, con la punta quasi interamente nascosta; lasciava un segno incisivo, piuttosto spesso, che non concedeva svolazzi) ma dentro questa scrittura lineare c’è l’ipocrisia di una commedia mal recitata che riguarda tutti: mamma, bimba, papà e gallina.

Pareva tranquilla. Ma a un tratto aprì le ali e con un goffo volo si posò sul tetto del vicino. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre più pressante.
Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, l’uomo la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata e riportata in casa.
Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta, si accovacciò sull’uovo e rimase lì a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi.
«Mamma, mamma, non ammazzare più la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!». Il padre con piglio brusco prese una decisione: «Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò più galline in vita mia!».
«Neanch’io!» giurò la bambina con ardore.
La madre, infastidita, scrollò le spalle.
Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia e divenne la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere così, tra la cucina e il terrazzo di servizio, valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento.
Di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. Ma neppure in quei momenti l’espressione della sua testa vuota si alterava.
Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

 Clarice Lispector, Legami familiari , Feltrinelli, Traduzione. Adelina Aletti

JE SUIS CHARLIE. Susanna Trippa. Niente steccati ma il vento è forte

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Lo scrittore Muin Masri se la cava troppo facilmente. Comoda la vita…
Non sono per gli schieramenti e gli steccati, parlo di una rivoluzione interiore per cambiare davvero le cose perché ci credo. Però, pur continuando a non erigere steccati, per come la penso io, ora un vento forte – come dice bene Alberto Gozzi – viene a svegliarci e a chiamarci ad esporci. Tutti.
E agli islamici chiedo una cosa sola: prendete posizione! Rivelateci da che parte state.
E chiedo anche agli Imam di dichiarare se, nelle loro scuole coraniche e nelle moschee, continueranno a dire che le offese contro la religione sono da punire con la morte. E qui comunque si apre un capitolo: per loro ci sono altre offese da punire con la morte quali adulterio, omosessualità etc.
Per ora dichiarazioni forti, reali, in tale direzione, non le ho sentite.
Solo per questo motivo, anch’io dichiaro “Sono Charlie”, non perché mi piaccia in realtà la satira che diventa offesa. Ugualmente però ora dichiaro: “Sono Charlie”.