Un grande classico dell’assurdo in un piccolo teatro. IONESCO, LA CANTATRICE CALVA e il THEATRE DE LA HUCHETTE

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di Roberta Sapino

Nel quinto arrondissement di Parigi c’è un teatro piccolo piccolo – ma proprio piccolo: una novantina di posti in tutto, ma così stretti stretti che sembrano anche di meno.
E questo teatrino minuscolo, che si chiama Théâtre de la Huchette, ha una particolarità: sul suo palco di legno due pièces vanno in scena ininterrottamente da cinquantasette anni – cinquantasette.
La sua storia inizia all’indomani della liberazione, quando Georges Vitaly, un giovane artista squattrinato, sbircia sotto una serranda sollevata a metà e si trova davanti Marcel Pinard, un collega del corso di arte drammatica che ora si arrabatta come può, ma la cui compagna è proprietaria di un edificio al 23 di rue de la Huchette: affittato al prezzo simbolico di un franco, il pianterreno diventa un teatro.
Secondo incontro fortunato è quello tra Pinard e Eugène Ionesco, che da tempo cerca di portare in scena due pièces, La cantatrice calva e La lezione, ma senza grande gloria: il pubblico non capisce, si arrabbia, alla meglio rimane tiepido, gli spettacoli escono presto dalla programmazione. 16 febbraio 1957, data passata alla storia, le due pièces sono rappresentate insieme, una dopo l’altra, sul palco della Huchette. Successo folgorante, sala sempre piena, personaggi di spicco accorrono ad assistere a uno spettacolo che ormai fa moda e sul quale anche la critica finalmente si sbilancia.
Le repliche, previste per un mesetto, vanno avanti senza sosta da allora. Cinquantasette anni, diciassettemilasettecentoequalche rappresentazioni.
Ma chi è la Cantatrice? Nessuno! Pare che durante le prove un attore sia incappato in un lapsus e invece di “institutrice blonde”se ne sia uscito con un buffo “cantatrice chauve”. “Voilà le titre!” avrebbe allora proclamato Ionesco saltando in piedi per l’entusiasmo, ed ecco la Cantatrice Calva, capolavoro dell’assurdo, di cui vi diamo un assaggio.

SIGNOR SMITH (legge il giornale)  Guarda un po’, c’è scritto che Bobby Watson è morto.
SIGNORA SMITH       Dio mio, poveretto, quando è morto?
SIGNOR SMITH          Perché ti stupisci? Lo sai benissimo. È morto due anni fa. Siamo andati ai suoi funerali, ricordi? Un anno e mezzo fa.
SIGNORA SMITH       Certo che me ne ricordo, me ne sono ricordata subito, ma non capisco perché tu ti sia stupito vedendolo sul giornale.
SIGNOR SMITH          Sul giornale non c’è. Son già tre anni che si è parlato del suo decesso. Me ne sono ricordato per associazione di idee.
SIGNORA SMITH       Peccato! Era così ben conservato.
SIGNOR SMITH          Era il più bel cadavere di Gran Bretagna! Non dimostrava la sua età. Povero Bobby, erano quattro anni che era morto ed era ancora caldo. Un vero cadavere vivente. E com’era allegro!
SIGNORA SMITH       Povera Bobby.
SIGNOR SMITH          Vuoi dire povero Bobby.
SIGNORA SMITH       No, penso a sua moglie. Lei si chiamava come lui Bobby, Bobby Watson. Siccome avevano lo stesso nome, non si riusciva a distinguerli l’uno dall’altra quando li si vedeva assieme. È stato solo dopo la morte di lui, che si è potuto sapere con precisione chi fosse l’uno e chi fosse l’altra. Tuttavia, ancora oggi, c’è gente che la scambia per il morto e le fa le condoglianze. Tu la conosci?
SIGNOR SMITH           Non l’ho vista che una volta, per caso, al funerale di Bobby.
SIGNORA SMITH       Io non l’ho mai vista. È bella?
SIGNOR SMITH          Ha tratti regolari, eppure non si può dire che sia bella. Troppo alta e troppo massiccia. I suoi tratti non sono regolari, eppure la si potrebbe dire bella. È un po’ troppo piccola e magra. È insegnante di canto.

Eugène Ionesco, La cantatrice calva, Einaudi, Traduzione Gian Renzo Morteo

GASP! I fumettI nel tempio della musica. CATHY BERBERIAN, STRIPSODY

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Ci fu un tempo in cui le famiglie benpensanti guardavano i fumetti con l’occhio critico con cui le madri valutano le fidanzate che fumano, dormono fino alle due del pomeriggio e saltano al collo con troppo entusiasmo a ogni maschio che si presenti in scena. Poi venne un enfant prodige chiamato Umberto Eco che, dopo aver prodotto una tesi sapiente sull’estetica di San Tommaso, scrisse (fra i tanti altri) un saggio su Superman facendolo assurgere alla dignità di oggetto semiotico che si poteva (si doveva) analizzare con lo stesso rigore riservato a un Padre della Chiesa. I periferici campi del fumetto furono in seguito dissodati e coltivati da un intellettuale versatile come Oreste Del Buono che, con la rivista “Linus”, li trasformò in orti urbani frequentati settimanalmente da lettori che scoprivano il piacere di perdersi in discussioni sul pop raffinato: il grottesco paradossale di Andy Capp che aveva inventato Slobbovia, un paese rusticissimo e tagliato fuori dal mondo o la leggerezza di George Herriman con la sua svagata, surreale Krazy Kat, appassionata di tè di tigre? (Nel frattempo i bambini continuavano a leggere Topolino).
Nel riscatto del fumetto che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta, spicca il pezzo di bravura  di una grande cantante, Cathy Berberian, un mezzosoprano capace di passare con sorprendente leggerezza da Monteverdi, a Berio, ai Beatles. E’ rimasta memorabile (e sorprendente, per quegli anni) questa Stripsody (1966) che vi proponiamo, un piccolo gioiello di teatro musicale che assembla in un collage verbale le onomatopee del fumetto: è un tessuto etero, impalpabile, che la grande Cathy drappeggia perfettamente sulle sue qualità interpretative.

Non solo Pinocchio. COLLODI, LE COMMEDIE IMMORALI

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Collodi  toccò la sorte degli autori di un unico romanzo: quel romanzo oscurò il resto della sua opera. Il successo di Pinocchio, poi, fu talmente clamoroso e planetario che, col tempo, gli editori ne furono saziati e non ritennero utile mettersi a frugare nell’opera di Collodi per riproporne qualcuna al pubblico. D’altra parte, quella produzione, in gran parte giornalistica, era effimera per definizione: articoli, bozzetti, romanzi per bambini pubblicati a puntate su giornali per l’infanzia. E ancora: la lingua toscana con l’avanzare del Novecento, perse progressivamente la sua centralità e da modello letterario diventò periferico dialetto; nel racconto che pubblichiamo, ad esempio, si trovano termini come “giuccherello” (sciocchino) che possono sembrare polverosi. Invece un’incursione nella dimenticata produzione di Collodi può riservare piacevoli sorprese. In questo “Le commedie immorali” siamo in un palco di teatro, dove due amanti clandestini sono impicciati dal bambino di lei, ingenua (e per la verità anche un po’ grulla) presenza che smaschera il perbenismo ipocrita della madre.

In un palco di seconda fila c’è una signora, un signore e un bambino seduto sullo sgabello di mezzo. Il bambino, col mento appoggiato al parapetto, si diverte a contare a voce alta tutte le teste calve che vede in platea.
La signora al signore:
SIGNORA      In verità, Gustavo, stasera non mi aspettavo di vederti.
SIGNORE       Perché?
SIGNORA      Sono riuscita a farsi il segnale così tardi…
SIGNORE       Non è mai tardi per passare dalla tua strada.
SIGNORA      Sempre galante! D’altra parte capirai bene che venire al teatro è stata una risoluzione che lui ha preso lì per lì, proprio sul punto di andar a tavola. Uno dei suoi soliti estri. L’hai veduto?
SIGNORE       È giù nel Caffè che dorme.
SIGNORA      Un marito che dorme sempre e che in casa non ha mai sonno. Credilo, amico mio, è la e più gran disgrazia che possa toccare a una donna.
SIGNORE       E ieri sera?
SIGNORA      Stai zitto. ieri sera abbiamo avuto un santo dalla nostra. Appena andato via tu, è tornato lui. Se ti trattenevi cinque minuti di più, ti avrebbe trovato!…
SIGNORE       Ossia ci avrebbe trovati…
SIGNORA      Per carità, non ne parliamo neanche. Mi vien freddo soltanto a pensarvi. Ti ricordi di quella famosa sera?
SIGNORE       Purtroppo, ma un’altra volta, in un caso simile…
SIGNORA      Che cosa faresti?
SIGNORE       Rimarrei seduto al mio posto. Alla fin dei conti, che cosa mi potrebbe dire?
SIGNORA      A te nulla: ma con me! con me sarebbe il finimondo. È ombroso, sospettoso, geloso come una bestia! Fossi io almeno una donna da dargliene motivo!
“E novantacinque”, grida il bambino, che ha finito di contare le teste calve della platea. Quindi, voltando la bionda testina verso la mamma, e guardandola con due occhioni spalancati e pieni di vita, comincia a dire: ”Com’è bellina questa commedia, non è vero mamma? “Sì, caro.” “Ma quello che dicono, lo dicono tutto per finta, non è vero?” “Sì, amore.” “A vederli di quassù, paiono tutta gente vera…” “Sì, tesoro.” “Hai visto, mamma, quella signora laggiù sul palcoscenico che ha fatto tutti quegli urli, e che poi gli è venuto il singhiozzo, e che la chiamavano la signora Gabriella? Quando era seduta sul canapè con quel signore tutto vestito di nero, perché l’ha sentito che arrivava quell’altro uomo uggioso con la voce grossa, ha fatto come te quella volta che tornò il babbo a un tratto, e che tu nascondesti il sor Gustavo in camera mia, te ne ricordi?”
“Chetati, giuccherello! Già quando ti mando a letto, faresti meglio a dormire! Poi, rivolgendosi al signore: “Che disperazione, amico mio! Da un pezzo in qua, con queste commediacce immorali, non si può più condurre i nostri ragazzi al teatro!”

 Collodi, Le commedie immorali, “Occhi e nasi”, Giunti reprint

Un angelo politicamente scorretto. SLAVOMIR MROZEK, COLPI E COLPE

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Gli angeli incrociano spesso il nostro vivere quotidiano: assumono le sembianze di anonimi passanti che ci dissuadono dall’entrare in un ristorante dove di lì a qualche minuto si scatenerà una feroce sparatoria; manipolano sensi unici per farci approdare, con un giro vizioso e inverosimile, sotto la casa della vecchia e fedele fidanzata anziché all’appuntamento con quella mangiatrice d’uomini che ci aveva perdere la ragione; tirano per la giacca l’aspirante suicida un attimo prima che si getti sotto il métro… Così almeno si racconta. Chi non ha mai ascoltato da qualche amico ancora emozionato un episodio di vita vissuta con un angelo come protagonista? (E forse a nostra volta abbiamo talvolta arricchito la letteratura angelistica con qualche racconto).
Slavomir Mrozek, drammaturgo e scrittore polacco, si diverte a tirare un sasso nella piccionaia angelica e a umanizzare per qualche istante una di queste celestiali creature alle prese con un bambino insopportabile.

Una silenziosa cameretta color lillà, un bambino che si sta addormentando tranquillamente nel suo letto senza aver detto prima le preghierine, e accanto a lui — offeso, rosso dalla vergogna, col visto nascosto tra le mani — il suo angelo cu­stode avvilito…
Per intere giornate il bambino non aveva fatto che sguazzare tra un male e l’altro. Rubacchiava la marmellata, stava gobbo, era sempre distratto e correva senza fermarsi mai.
L’angelo inutilmente aveva provato ad avvolgerlo nella brezza supplichevole delle sue candide ali, a sussurrargli dei consi­gli per un’esistenza pura e onesta… ma il piccolo sventurato, tra una corsa e un galoppo, tra un ginocchio sbucciato e un vestitino rovinato, precipitava inevitabilmente negli abissi del male. E niente riusciva a fermarlo.
Ora, eccolo lì, l’angelo custode, distrutto e impotente. Aveva esaurito tutti i mezzi accessibili agli angeli custodi: bontà, de­licatezza, dolce persuasione, placidità, pazienza… Senza al­cun risultato.
Ed eccolo qua, il bambino, imperturbabile nelle sue man­canze, nella sua superbia, sordo alla voce del bene, stava per addormentarsi beatamente senza aver detto le preghierine.
Improvvisamente l’angelo si sentì invaso da un’ondata di adorazione per la Legge. Il piccolo cuore del servitore leale della Causa, per amore di Essa, cominciò a battere più forte. Trasgredire la Legge per amor suo! Ecco l’immensità del sa­crificio!
Così l’angelo tolse le mani dal viso ormai sereno, si avvicinò silenziosamente al bimbo e gli schioccò un bello scappellotto. Il bambino saltò su spaventato. Recitò velocemente le preghie­rine e borbottando qualcosa d’incomprensibile si rimise a dormire.
L’angelo, eccitato e deliziato, guardò a lungo il buio della notte.

 Slavomir Mrozek, Colpi e colpe, Millelire, Traduzione D. Manera

All’ora del tè Rossella consiglia: Una giovane artista del fotoritocco, Sarolta Bán

saroltaRossella, una nostra attenta e assidua amica di blog, ci scrive: “Consentimi: una grande artista Sarlota Bán , idea stessa del teatro fatto di lettura e attesa .”
Consentiamo molto volentieri, anzi ringraziamo e segnaliamo questa raffinata manipolatrice di immagini, di scuola surrealista.

http://fotogartistica.blogspot.it/2011/04/sarolta-ban-la-magia-del-fotoritocco.html

Trecento film in 5 minuti

SCIMMIE

http://www.internazionale.it/video/2015/01/28/trecento-film-montati-insieme

Trecento film che un sapiente lavoro di montaggio ha concentrato in cinque minuti. Quanti ne saprete riconoscere? Anche i cinefili dovranno impegnarsi perché ogni inquadratura si riferisce a un film diverso. Il fotogramma che pubblichiamo è tratto dal Pianeta delle scimmie (o da un sequel, chi lo sa?)ma gli altri 299?

I VOSTRI PREFERITI DI GENNAIO

gide

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

 

proust

Gastronomia kitsch, la madeleine inzuppata nel luogo comune

 

tango

Il video della domenica. Cento storie in una stanza. ZBIGNIEW RYBCZYŃSKI, TANGO

 

giorgi

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI. NEED TO WHACK SOMEBODY ??

 

L’uomo che non aveva il diritto di sognare. R.K. NARAYAN, LO SPOSO DASI

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Brutto, sgraziato, dileggiato, derelitto, zimbello del quartiere, un Quasimodo senza alcun afflato romantico commette il più imperdonabile dei reati: anela, sia pure confusamente alla felicità ignorando, come tutti i candidi integrali, che non ne ha il diritto. Un breve racconto dello scrittore indiano  R.K. Narayan costruito con un rigore essenziale e qualche traccia di mélo.

Si chiamava Dasi. In tutto il quartiere non c’era nessuno come lui: un tipo goffo, sgraziato e con gli occhi sporgenti. Gorgogliava e balbettava come un neonato. La sua età era un mistero, poteva avere dai 20 ai 50 anni. Quando usciva, era seguito da gruppi di sfaccendati che gli gridavano: “Ehi, amico, ti sei scelta la sposa? La stagione dei matrimoni sta per finire, devi affrettarti!
“Sì, sì,” rispondeva Dasi, “Vado appunto dal prete. Mi ha promesso appunto di fissarlo per oggi.”
“E dov’è la tua sposa?”
Dasi faceva un gesto vago: “È là… a Madras…”
Quando la sera tornava a casa e gli chiedevano dove fosse stato, lui rispondeva solo: “Le mie nozze”, e non gli si cavava altri di bocca. Un giorno in città giunse Bamini Baj, una stella del cinema, e qualcuno disse a Dasi: “È arrivata tua moglie. Abita lì, in quella villa, non sei ancora andato a trovarla? Esce ogni giorno alle cinque. La vedrai, se vai in Trunk Road e aspetti.”
Il pomeriggio seguente Dasi era in Trunk Road. Aspettò pazientemente, fino a quando non la vide rientrare in casa. Lui esitò un attimo e la seguì; quando se la vide di fronte così bella, quel poco di loquacità di cui era capace lo abbandonò. I suoi occhi ardevano d’amore, le sue labbra si sforzavano di sorridere. Riuscì a mormorare solo qualche parola:
“Sposa… sposa, sei la mia sposa…”
“ Che cosa dici?”
“Sei la mia sposa…”
Lei arretrò inorridita e lo colpì in faccia. Poi incominciò a strillare così forte che tutti i vicini e i passanti si precipitarono dentro. Dasi fu portato alla più vicina stazione di polizia.
Tornato a casa, Dasi si sdraiò sulla stuoia. Il suo corpo aveva ricevuto molti colpi da ogni sorta di gente ma li ricordava appena: la sua anima si rivoltava al ricordo dello schiaffo che aveva ricevuto sul viso. Quella sera rifiutò di mangiare.

 R.K. Narayan Lo sposo Dasi, “Racconti dall’india”, Mondadori, Traduzione. L. Zazo

Due buoni ragioni per tacere o parlare d’amore. Carlo Dossi

cézanneAscoltata di passaggio alla radio, un’intervista promozionale su un film italiano di prossima uscita – la solita intervista al solito attore italiano quasi giovane ed entusiasta  non si sa perché: “Di che cosa parla il film?” “Da qualche tempo Paolo *** (regista italiano) sta affrontando nei suoi film una tematica importante e molto impegnativa, l’amore”. Seguiva un racconto-riassunto del film, con un lui e una lei che si amavano, oppure che si erano amati e così via. Un leggero malessere mi avvolse; credevo fosse l’inizio di un’influenza suina e invece era l’ala della tristezza: per l’attore e per tutto il cast che immaginavo grullo ed entusiasta come lui, ma soprattutto per quel Paolo regista, sicuramente strapazzato dalla vita e consumato dai suoi sogni di regia, che finalmente trova i finanziamenti (ministeriali o privati o tutti e due) per affrontare una “tematica importante”: l’amore. M’immaginavo la moglie di Paolo, una donna piuttosto appassita (come il marito, del resto) che mette a letto i bambini dicendo che il papà torna tardi perché deve fare il film, lo sanno, vero? quanto è importante il lavoro di papà; ciò che i bambini non sanno è che Paolo, dopo le riprese, consuma una triste storia di sesso con un’attrice mediocre che lo fa sentire un regista molto intelligente… eccetera. Cercando rimedio alle tristi fantasie che vanno accumulandosi come lugubri e inutili lenzuoli sulla vita privata del regista, ritrovo nella memoria una brevissima storia d’amore di Carlo Dossi, uno dei nostri grandi scrittori della seconda metà del XIX secolo: è una storia malinconica, agrodolce, crudele, in equilibrio tra felicità e rassegnazione; c’è solo da augurarsi  che non capiti mai a tiro del regista Paolo*** perché non oso pensare come potrebbe strapazzare un gioiello così compiutamente perfetto, come i 5.794 scritti che compongono le Note azzurre, il grande “zibaldone pubblico” di Carlo Dossi.

Racconti d’amore. Un giovane ed una giovane si amavano ardentemente, tacitamente. Il giovane, non osando altre vie per dichiarare la sua passione, scrisse un biglietto a lei in cui diceva che se ella, la prima sera in cui si sarebbero incontrati, si fosse messa al collo un nastrino azzurro, quel segno lo avrebbe incoraggiato a chiederla in isposa a’ suoi parenti; altrimenti sarebbe senz’altro partito per lontani paesi. Nascose quindi il biglietto in un mazzolino di fiori e l’offerse alla giovane. Venne la sera desiderata e s’incontrarono. Ella non aveva al collo il nastro invocato. Il giovane non si fece più vedere e partì – come aveva giurato – per remote plaghe. – Quarant’anni passarono per tutti due di silenzioso dolore. Un giorno, ella che aveva conservato gelosamente tutti i mazzolini donatile dall’amato suo e piangeva spesso su di essi, trovò in uno l’amoroso biglietto. Quanta gioja era in quel mazzolino rinchiusa! Quanto dolore ne usciva! L’antico amante rimpatriò. Si sposarono. Ma la gioventù era per sempre passata e per lui e per lei.

Carlo Dossi, Note azzurre, Adelphi

La mamma di Picasso. GERTRUDE STEIN, AUTOBIOGRAFIA DI ALICE TOKLAS

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“Gli ebrei hanno prodotto solo tre geni creativi: Cristo, Spinoza e me” ripeteva Gertrude Stein con l’orgoglio che l’ha sempre contraddistinta. E uno ha pure il diritto di sapersi genio quando nel suo salotto parigino circolano personaggi come Hemingway e Matisse, e quando può vantarsi di aver scoperto nientemeno che Picasso: “creato”, diceva lei che l’aveva seguito passo passo quando ancora il cubismo era tutto da inventare e qualcuno le rimproverava di comprare delle croste. Questa “nonna della letteratura americana”, come la definì Picasso con ironia cattivella, che viveva a Parigi ma leggeva, scriveva e mangiava orgogliosamente americano, non ebbe subito il successo che sentiva di meritare: nei momenti di dubbio proprio Picasso le serviva allora da garanzia di valore perché l’equazione è semplice, solo un genio può scoprire un altro genio.Tra i due fu intensità continua, un pezzo di pane rubacchiato a tavola bastava a scatenare una piccola guerra, un po’ troppa attenzione per qualche giovane artista ed ecco che il pittore scatenava le sue gelosie dandole del maiale grasso.
Fu però anche stima e affetto sincero, come dimostra questo aneddoto raccontato dalla stessa Gertrude Stein attraverso lo sguardo di Alice Toklas, la sua compagna, e tradotto poi da Cesare Pavese.
Roberta Sapino

Era di nuovo l’estate e stavolta ci recammo sulla Costa Azzurra ad Antibes per raggiungere i Picasso. Fu qui che vidi per la prima volta la madre di Picasso. Picasso le assomiglia straordinariamente. Gertrude Stein e Madame Picasso trovarono qualche difficoltà a discorrere, non avendo una lingua comune, ma parlarono abbastanza per divertirsi tutte e due. Parlarono di Picasso al tempo che Gertrude Stein aveva fatta la sua conoscenza. – Era d’una bellezza notevole allora, – diceva Gertrude Stein, – luminoso come se portasse l’aureola. – Oh, – disse Madame Picasso, – se vi pareva bello allora, vi assicuro che non era nulla rispetto alla bellezza di quand’era un ragazzo. Allora era bello come un angelo e come un demonio, nessuno poteva saziarsi di guardarlo. – E adesso? – chiese Picasso un po’ seccato. – Oh adesso, – risposero tutte e due, – adesso non ne resta più molta di bellezza. – Però, – aggiunse la madre, – sei un tesoro e un ottimo figlio – . Cosicché dovette contentarsi.
Fu in quell’epoca che Jean Cocteau, che si picca di avere in eterno trent’anni, stava scrivendo una piccola biografia di Picasso, e gli spedì un telegramma chiedendogli la data della sua nascita. – E la tua? – telegrafò Picasso di rimando.

 Gertrude Stein, Autobiografia di Alice Toklas, Einaudi, Traduzione Cesare Pavese

Gastronomia kitsch, la madeleine inzuppata nel luogo comune

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Nella mappa del linguaggio quotidiano esistono delle espressioni che si combinano col kitsch così da formare un’arma capace di infliggere punture sottili che fanno sobbalzare, soprattutto se vengono somministrate all’improvviso. E’ sicuramente capitato a tutti di trovarsi con un conoscente al bar e di dire innocentemente, forse scioccamente: “Prendiamo qualcosa d’insolito… per esempio un  Vov?”, e di sentirsi rispondere: “Il Vov? E’ la mia madeleine”. Ho volutamente citato una bevanda dimenticata, ma ci sono persone che hanno nel loro magazzino linguistico (non direi però in quello sentimentale, in quanto si tratta prevalentemente di soggetti anaffettivi) un numero impressionante di madeleine, e per di più distribuite su un ventaglio alimentare molto ampio, dallo spriz al budino Elah, dai fiocchi d’avena al banale panettone, dal maritozzo al Campari soda. E’ principalmente a questi consumatori abusivi (ma non solo a loro, s’intende) di madeleine che dedichiamo oggi la lettura della famosissima pagina proustiana.

Già da molti anni, di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, ve­dendomi infreddolito, mi propose di prendere, contraria­mente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco, mac­chinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previ­sione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, iso­lato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso in­differenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffen­sive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio que­st’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era po­tuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensu­rabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso, in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale non ricevo meno che dal secondo. È tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla.

 Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, Einaudi, Traduzione Natalia Ginzburg

Un altro volto per Dorian Gray

doriangray_1Il “Ritratto di Dorian Gray” pubblicato nel 1890 è il celebre romanzo scritto da Oscar Wilde: un attacco alla mentalità vittoriana dell’epoca, al puritanesimo, la vocazione allo scandalo, gli atteggiamenti trasgressivi ed eccentrici dell’autore si riflettono sul protagonista.
Dorian Gray è un giovane bellissimo a cui l’amico pittore Basilio Hallward fa un ritratto, egli stesso affascinato dalla propria avvenenza, formula una richiesta: che i segni del tempo e le esperienze della vita non lascino impronte sul suo volto, ma solchino quello del ritratto. Ed è ciò che avverrà, Dorian vive all’insegna dei piaceri senza farsi nessuno scrupolo, arrivando perfino ad uccidere chi osa criticare la sua condotta. Ciò nonostante il suo volto non invecchia e rimane bellissimo mentre sul ritratto si depositano tutti i segni della dissolutezza e del male. Ciò che rappresenta il quadro è la vera immagine che Dorian scopre di se stesso e, non sopportandone il significato, la distrugge ponendo, però, così fine anche alla propria vita. Morendo egli riprenderà la sua vera fisionomia: quella di un uomo vecchio e abbruttito dalla dissipazione.
Questo è il Dorian Gray che tutti, o quasi, conosciamo, ma esiste un altro volto per Dorian che mi ha fatto immaginare un senso “altro”, differente della sua ambiguità: si chiama Maria Luisa Mangini nata nel 1928 e morta suicida a 83 anni nel 2011. È stata un’interprete di teatro e di cinema famosa negli anni ’50, il suo debutto nel mondo dello spettacolo avvenne al fianco di Macario e Bramieri nella rivista “Votate per Venere”, lavorò successivamente con Sordi, Tognazzi, Vianello. Una bellezza da “femme fatale” che le valse ruoli in commedie brillanti recitando, tra i grandi, con Totò, ma anche in ruoli drammatici nel cinema d’autore diretta da Antonioni, Fellini, Comencini. A 30 anni, al culmine della carriera, abbandonerà le scene travolta da uno scandalo: una relazione inconfessata e un figlio. Donna bellissima e attrice enigmatica, è conosciuta al grande pubblico con lo pseudonimo di Dorian Gray, ambiguo e maledetto, corrotto ed eterno lui, magnifica e misteriosa, provocante e pura lei. Un destino romantico la accomuna al personaggio creato da Wilde: il culto della bellezza, la bellissima Mangini rifiutò l’avanzare dell’età (si scoprì che aveva sempre mentito sulla sua data di nascita) e con essa i segni inesorabili del tempo sul viso e sul corpo, un’idea maturata dopo la sua tragica morte. Io voglio osare andando oltre: il Dorian di Wilde è solo la superficie di uno specchio profondo, quello di una coscienza che vive in moduli rarefatti e inimitabili di preziosa ricercatezza, una evanescente fragilità che guarda lo specchio e non il volto, che intende uccidere l’immagine per salvare se stesso. La bellissima Dorian invece ha il coraggio della profondità che scava la superficie dello specchio rifiutando l’apparenza, il mondo patinato che l’aveva celebrata come il sogno erotico degli italiani per quella bellezza eccessiva di donna da mostrare nei night, ma non da sposare e assume su di sé i segni dolorosi della vita, ne ha consapevolezza fino alla scelta estrema. Il volto al femminile di Dorian si toglie la vita per ridare dignità alla sua immagine, quella dignità che la donna non aveva mai perso.

Monica Daccò

Breve viaggio del grande Cortot nei territori della musica e del sogno. Robert Schumann. Video raro. 2’35”

Molti, moltissimi anni fa il Caso mi fece assistere a un’esibizione dal vivo del grande Alfred Cortot. Riporto questo fatto personale perché ha ormai il valore di una testimonianza storica: era il 1952 e credo che tutti coloro che hanno assistito a un concerto del maestro oggi siano abbondantemente morti; io sono sopravvissuto solo perché a quell’epoca ero un bambino.
Scena: l’austera sala del conservatorio di Bologna, pubblico delle grandi occasioni. Nonostante la mia tenera età, avevo già ascoltato grandi esecutori ma Cortot era diverso da tutti. Immaginate un vecchio (quello che vedete nella fotografia) semicieco che sale i gradini del palco sorretto da un commesso e quindi abbandonato, varato come un vascello in un mare incerto. Ben presto ci si accorse che era stata predisposta una striscia di gesso che il maestro, evidentemente, riusciva a scorgere dalla sua semitenebra: quel mucchietto di polvere bianca lo avrebbe condotto al pianoforte. Fu una grande entrata teatrale. E la teatralità straripò sul palco severo quando Cortot, che fino a quel momento aveva puntato la prora del suo profilo sullo Stenway gran coda, si girò di faccia  al pubblico per ringraziare sobriamente con un cenno del capo; quel volto incartapecorito e incorniciato da due bandeau grigi era truccato. Una riga sottile color minio disegnava le labbra disidratate dal tempo; le palpebre erano ombrettate di un azzurro ingenuo che trasformava la pieghe senili in un plissé civettuolo, da fanciulla al suo primo ballo. In programma, per una straordinaria regia del Caso (ancora lui), c’era il Carnaval , l’opera pianistica nella quale Schumann mette in scena un turbine di maschere musicali, da quelle della commedia dell’arte a quelle, ineffabili, dell’anima.
Un video è una ben labile traccia, ma credo che in questi due minuti di lezione il maestro riesca a socchiudere per qualche istante la porta che mette in comunicazione l’interpretazione col sogno.
Di seguito,  la traduzione delle poche parole del maestro. 

L’ultimo brano, “Il poeta parla”, questo è il titolo che Schumann stesso ha aggiunto a questa pagina immortale, dovrebbe essere trasposto in una dimensione di sogno, più intima, no?… Non solo la bella sonorità, la decantazione espressiva della frase, ma un sentimento più sognatore. La verità è che bisogna sognare questo brano, non eseguirlo. Mi permette di prendere il suo posto? … Qui non bisogna legare le due frasi, sono due elementi diversi della stessa condizione musicale… E qui, come una specie d’interrogazione… e qui di nuovo un’altra… teneramente… interrogare l’avvenire… E da questo momento bisogna che s’inscriva semplicemente non nella musica ma, come proveniente dal genio, nell’immortalità… E lasciar svanire le sonorità che devono sparire, spegnersi… Lasciarle semplicemente… in presenza di un sogno che prosegue.

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

Le cantonate editoriali sono spesso cosa curiosa, alcune sono passate alla storia, le si guarda con quel misto di stupore (ma come! Come ha fatto a non vedere?) e sottile compiacimento (ma allora anche L’Artista è un comune mortale!). E poi a pensarci c’è una bella dose di quella che Kundera ha chiamato l’ “illusione retrospettiva”, lo sguardo di chi legge il passato con la lente del dopo e si stupisce che altri, all’epoca, non abbiano saputo vedere.
Ma quando invece si è lì, sul momento, e la cantonata la si è già presa, che si fa? Ci si arrovella mica poco e poi, fuori da ogni strategia, si ammette la bellezza che era sfuggita e che invece ora sembra così palese –ora, appunto, cioè poi, guardando indietro, anche di poco.
Qui, in breve, la storia va così: fine 1912, Marcel Proust propone alla Nouvelle Revue Française un malloppo di settecento pagine dattilografate intitolato Du côté de chez Swann dicendosi disposto a contribuire alle spese di pubblicazione. Gli editori, tra cui Gide (che la rivista l’ha fondata e che nel 1947 vincerà il Nobel per la letteratura) danno un’occhiata sommaria e decidono che no, il libro non s’ha da pubblicare: una gran noia, un romanzo-tazza di camomilla, e poi l’autore è anche un po’ snob, un tipo da salotti…
Un annetto dopo, a fine 1913, Du côté de chez Swann è pubblicato da Grasset e in N.R.F. ci si mangia le mani interrogandosi su come riportare in Gallimard quella tazza di camomilla che invece è una rivoluzione.
E allora Gide scrive:

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Come va a finire la storia?
L’anno stesso, dopo poco tempo ma tante lettere e lunghe trattative, Proust accetta di affidare alla N.R.F. alcuni frammenti di quello che sarà poi Le côté de Guermantes, il terzo libro della Recherche. Tre anni più tardi Gallimard ottiene di comprare le copie di Swann rimaste invendute, vestirle una nuova copertina e rimetterle sul mercato a proprio nome. Intanto, d’accordo con l’autore, si prende anche le bozze del secondo volume, sul quale addirittura l’editore Grasset già stava lavorando, e il manoscritto, e nel 1919 pubblica À l’ombre des jeunes filles en fleurs: sarà il primo Prix Goncourt della casa editrice.

 Marcel Proust, Lettere a André Gide, Milano, SE, 1987, Traduzione Lucia Corradini
articolo di Roberta Sapino

Imbecilli e contenti? VOLTAIRE, STORIA DI UN BUON BRAMINO

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Da qualche tempo, gli amici vecchi e nuovi che navigano fra i circa 750 articoli pubblicati nel bog mostrano di apprezzare un breve pamphlet di Voltaire sui pericoli insiti nella lettura che abbiamo pubblicato e ripubblicato. Queste soste non mi sembrano casuali: forse c’è un desiderio di  di provocazioni e gesti diversi da quello dell’ombrello; forse spira una sottile nostalgia nei confronti del pensiero; forse, addirittura, potrebbe delinearsi un nuovo trend sotterraneo e clandestino, quello dell’intelligenza. Aspettando imprevedibili  sviluppi, pubblichiamo un nuovo estratto voltairiano. In un silenzio scaramantico.

Incontrai nei miei viaggi un vecchio bramino, uomo saggio molto, di grande spirito e sapientissimo. Un giorno il bramino mi disse:
“Vorrei non essere mai nato. da quarant’anni studio e son quarant’anni perduti perché insegno agli altri e ignoro tutto; questa condizione mette nell’animo mio  tanta umiliazione e tanto disgusto, che mi è insopportabile la vita. Son nato, vivo nel tempo, e non so cosa sia il tempo; non solo mi è ignoto il principio del mio pensiero, ma ugualmente mi è ignoto il principio dei miei gesti; non so perché esisto. Eppure ogni giorno mi vengon fatte domande su tutti questi punti; bisogna rispondere, nulla di buono ho da dire, e parlo molto, e resto confuso e vergognoso di me, dopo che ho parlato.”
Lo stesso giorno vidi una vecchia che abitava nel suo vicinato e le chiesi se mai fosse stata afflitta di non conoscere come era fatta la sua anima. Neppure capì la questione: mai un solo giorno della sua vita aveva riflettuto su un solo punto di quelli che tormentavano il buon bramino, e purché avesse ogni tanto un po’ d’acqua del Gange si riteneva la donna più beata.
Colpito dalla felicità di quella povera creatura, tornai dal mio filosofo dicendogli: Non vi fa vergogna essere infelice quando accanto alla vostra porta vive un vecchio automa che non pensa a nulla e vive contento?”
“Avete ragione,” mi rispose, “Cento volte mi son detto che sarei felice se fossi sciocco come la mia vicina, eppure non vorrei una tale contentezza.”
Questa risposta del mio filosofo mi fece più impressione di tutto il resto; esaminai me stesso e vidi che veramente non avrei voluto esser contento a patto di essere un imbecille.

Voltaire, Storia di un buon bramino, Mondadori, Traduzione Riccardo Bacchelli