La gran virtù soffocata di molti siciliani. LEONARDO SCIASCIA, AUTORITRATTO

sciascia autoritratto

Come i pittori, anche gli scrittori, talvolta, si concedono un autoritratto.
“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, / crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”, scrive Foscolo; Alfieri si vede: “or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;/ irato sempre, e non maligno mai”; Montale, invece diffida: forse sarebbe tentato ma resiste perché “Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri”.
Leonardo Sciascia, invece, dipinge il suo autoritratto ricorrendo a un raffinato espediente narrativo, diciamo a un’interposta persona, il nonno paterno, scomparso quando il piccolo Leonardo aveva sette anni, ma vivo come modello di virtuosa sicilianità.

Come ogni cosa di noi, anche la memoria spesso è inganno. Come la mia vista, che in questi ultimi anni mi fa vedere nitide le cose lontane e confuse le vicine, anche la memoria ha acquistato una specie di presbiopia: ricordo ora cose che dieci anni fa non ricordavo, ricordo sempre più cose lontane, nitidamente. Ma è possibile, mi domando, che tutti questi anni non abbiano agito sulle cose sepolte nella memoria, che non le abbiano in qualche modo alterate, intaccate? … Ed ecco un’altra cosa lontana, lontanissima, che prima non ricordavo e ora ricordo: la scoperta della scrittura, il piacere sensuale, fisico, dello scrivere; l’amore agli strumenti dello scrivere: i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro. Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto…
Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini, dagli occhi azzurri. Come io non sono; un settentrionale. Ho trovato i suoi biglietti da visita: Leonardo-Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo”. Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese, si parla di “due teste in una stessa Sciascia”. Qualche anno fa c’era un governatore mi pare di Orano che si chiamava Sciascia. Durante un viaggio in Algeria, mia figlia è stata presentata all’ambasciatore d’Italia in quella capitale. E l’ambasciatore, che aveva già sentito il mio nome, ma che non sapeva dove collocarlo — nell’Africa del nord? in Libia? — ha esclamato: «Lei è la figlia dello scrittore Sciascia! Ma i suoi libri sono stati tradotti in italiano?». Giuro che l’aneddoto è vero.
Dunque, il mio è un cognome diffusissimo nel mondo arabo, in Sicilia e persino in Puglia, dove Federico II deportò tanti arabo-siculi.
Mio nonno morì nel 1928, l’anno della spedizione Nobile al Polo Nord. Io sono orgoglioso di mio nonno. Fino a qualche anno fa molti lo ricordavano, rammentavano le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. All’epoca delle elezioni, aveva avuto persino il coraggio di dichiararsi contro il partito della mafia. Non si è mai arricchito, cosa che gli veniva rimproverata dalle figlie, che lo ammiravano al tempo stesso che lo consideravano uno stupido. Stupido a essere onesto, cocciuto e incorruttibile. Non è certo la minore delle mostruosità del vecchio matriarcato in Sicilia che le donne valutassero un uomo secondo la sua capacità di far soldi; erano capaci di spingerlo a tutte le bassezze, a tutti i compromessi. Sì, sono orgoglioso di mio nonno; un tempo mi capitava spesso di sentirmi dire: «Tu sei Leonardo, il nipote di Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta». L’onesta, gran virtù soffocata di molti siciliani.

 Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori

Il video della domenica. Nella rete dell’illusione. ANDREW WANG, DOLL FACE. 4′

drew wang. doll face

https://www.youtube.com/watch?v=zl6hNj1uOkY

La macchina, la mantide medium che ammalia e distrugge, il sogno illusorio della farfalla…  Virtuosismo e tensione nella breve opera di un giovane artista di grande talento.

Notturno gotico pensoso, GIORGIO MANGANELLI, IL FANTASMA È AFFACCIATO

steinberg, masquerade

Saul Steinberg

Scena: un vecchio castello abitato da un fantasma. Questa volta Manganelli inizia il gioco con un’apertura di genere (post gotico? post horror? post kitsch?) e subito la scrittura lo fa lievitare con piccoli tocchi, così il fantasma diventa, parola dopo parola, sempre più trasparente fino a lasciar intravvedere, in una dissolvenza che non si conclude mai, le sembianze di un signore un po’ malmostoso e geloso del suo solitario pensare. Più lo guardo e più mi sembra simile (il fantasma) a un Manganelli in un ozio fertile che nessuno, neppure due colleghi fantasmi, dovrebbe disturbare.

Il fantasma è affacciato, svagatamente, alla grande, logora finestra del castello; è notte, ed egli guarda i ripidi pendii, le valli anguste, dominate dalle rovine del suo castello. Nella lunga solitudine, il fantasma si è abituato a se stesso, e non cerca né di abbandonare le rovine che abita, né di parlare con altri fantasmi. Per molto tempo, il cruccio di non incontrare altri della sua stessa razza l’ha angustiato. Egli avrebbe voluto incontrare un certo fantasma, qualcuno che aveva conosciuto – ma oramai la memoria era confusa – assai prima che egli fosse fantasma – ma c’era veramente stato un tempo in cui non era stato fantasma? Improvvisamente, nella profondità della valle, egli scorge alcunché di fioco, di simile a lui, che procede lentamente, guardingo, forse pensoso; ed ecco un altro fioco lume si viene accostando lungo un sentiero irto, lontano.
Il fantasma si chiede se, dopo secoli, due fantasmi vengano da lui appunto; si chiede perché vengano da lui, da che mossi o consigliati; infine, se vengano insieme o separati, tra loro amici o nemici. Per la prima volta dopo molti anni, il fantasma conosce l’ansia e la sofferenza. Chi mai può volere così accanitamente parlare con lui? E come, per virtù di amore e di odio, lo hanno scoperto, rinchiuso nel suo castello? Infine, perché nella medesima notte sono venuti a cercarlo? Può essere, uno di quelli, il fantasma Nemico, e l’altro, il fantasma Amico? E chi veramente egli voleva vedere? voleva spiegare l’errore che aveva generato il fantasma Nemico, o riallacciare il discorso, infinitamente impossibile a finirsi, con l’Amico? Lentamente, i due fantasmi si avvicinano. Ma non vi era, si chiede il fantasma che attende, un terzo essere, non amico non nemico, un mediatore, non ricorda più nulla, ma chi era il terzo, morì forse lacerato tra coloro che ora sono fantasmi, e forse non divenne fantasma, o forse il terzo altri non è che lui? Dunque, questa notte potrebbe ricomporsi, se egli non ha frainteso quello che può ricordare, se non ha ingannato le sue speranze, quel triplice discorso che li logorò fino a morirne? Il fantasma si chiede se sia vero quel che gli hanno detto nella sua infanzia, che un incontro come questo, che egli vagheggia, blandamente consuma i fantasmi, li spegne.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Rizzoli

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, BEA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Mario Giorgi questa fotografia di Cristopher Wallish, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

by Christopher Wallish

È il 1909, l’anno in cui finalmente Guglielmo decolla.
A gennaio i passeggeri di Republic e Florida si salvano tutti.
Il suo sistema funziona e quasi ogni giorno qualcosa migliora.
A dicembre – ancora non lo sa – riceverà il Premio Nobel.
Ha trentacinque anni. Ha una giovane moglie, Beatrice, e una figlia nata da poco, Degna. Ha successo e ora anche prospettive di guadagno.
Ma non ha una casa.
Da quando ha sposato Bea, non ha fatto che trascinarla in ogni dove, quasi sempre per lavoro. Lei, cresciuta in un castello, in pochi anni ha dimorato in alberghi, in appartamenti presto abbandonati, in rifugi isolati e soprattutto in mare, sui piroscafi. Lui è sempre in mare, tra una sponda e l’altra dell’Atlantico.
Da quando è nata Degna, però, Bea lo segue meno. Si dedica alla bambina e solo ogni tanto viaggia con lui. Ora appunto Guglielmo sta rientrando dagli Stati Uniti e lei ha un grande desiderio di incontrarlo, anche perché ha scoperto di essere di nuovo incinta. Forse questa volta sarà maschio. Non resiste e gli va incontro. Arriva fino a Cork e s’imbarca su un rimorchiatore che deve raggiungere in mare il transatlantico su cui viaggia il marito.
Sale infine a bordo trepidante, e cosa trova? Un’allegra comitiva capitanata da Guglielmo e dal tenore Enrico Caruso, ben supportati da alcune attrici.
Delusione, mortificazione, e un’assurda sensazione di intempestività.
Bea si chiude in cabina. Di lì non esce finché la nave non approda a Liverpool.

Mario Giorgi

False vocazioni: l’attore che divenne poeta. MARINO MORETTI, VIA LAURA

attore doppio allo specchio

Questa è la storia – un piccolo frammento – di un ragazzino che andava male a scuola e che finì per diventare poeta. Dico finì per diventare, perché prima provò a fare l’attore. Tutti i percorsi individuali sono insondabili, persino quelli delle persone vicine, figuriamoci quello di un ragazzino nato e cresciuto a Cesenatico agli inizi del ‘900. Eccolo, dunque, sedicenne e accompagnato dal suo babbo, che varca la soglia di un’importante scuola di recitazione di Firenze diretta da Luigi Rasi, un attore di fama e soprattutto d’intelletto, il quale si rende subito conto che il ragazzo non è tagliato per le scene ma lo prende ugualmente con sé per avviarlo alla letteratura: un merito non piccolo perché il giovane attore mancato Marino Moretti si ritaglierà un angolo appartato ma imprescindibile nella nostra letteratura del ‘900. Questo è il succo, ma nel racconto autobiografico dell’autore, scritto molti anni dopo questa mancata educazione teatrale, affiorano alcuni temi che ricorreranno in tutta la sua opera: la provincia, la quotidianità, e anche le tracce di un rapporto edipico non del tutto elaborato da cui scaturisce una certa aggressività nei confronti del babbo.  

Arrivati a Firenze, mi parve che mio padre si comportasse malissimo, specie all’albergo dove era volgare con tutti, sempre per via della pronunzia, e guardava torvo il facchino che gli rispondeva invece con accento paradisiaco. Le piroette verbali della mia futura padrona di casa finirono con l’indispettirlo: non era questo un modo di infinocchiare la gente di fuori? Peggio, quando nell’atrio della mia nuova scuola insisteva per vedere il signor direttore ch’era stato un attore di primo ordine e a lui non andava a genio che il direttore di una scuola governativa fosse stato un attore di primo ordine.
— Buon giorno, signor direttore. Ecco il mio ragazzo che vuole…—
— Sì, ho capito. Che vuole andar sulle scene. Tutti vogliono andar sulle scene. E i genitori li incoraggiano, no?

Ricordo che una volta, e precisamente in piazza del Duomo, di fronte al campanile di Giotto, voltando, purtroppo; le spalle alla loggetta del Bigallo, elegantissima, io provai un piccolo atto di ribellione a quel pover uomo: — Sai, papà, si dice stélle, non stèlle, si dice Firènze, non Firénze — e non m’accorgevo di incrudelire, di frugar nella piaga… Firènze, Firènze, e lui avrebbe continuato a dire Firénze. Non fosse che per dispetto all’idea della mia nuova carriera, e non sapeva ancora che mi sarei dato alle lettere, cioè alla poesia, avrebbe giustamente sostenuto il suo diritto alla cattiva pronunzia. Era impaziente di andarsene e non sapendo che cosa strologare contro la città in cui dovevo subito cominciare a formarmi, assicurava, per averlo letto nei libri, che si parla bene a Siéna e non a Firenze.
— Papà, si dice Sièna, non Siéna.
Insisteva, ingenuamente incaponendosi, per aver letto o sentito dire che la bella lingua è anche delle montagne sopra Pistòia.
— Si dice Pistóia, non Pistòia, papà.
Era una cosa molto triste.

 Marino Moretti, Via Laura, “Tutti i ricordi”, Mondadori

CARL GUSTAV JUNG, E DOPO? Doppiaggio italiano. 5′

CARL GUTAV JUNGJUhttps://www.youtube.com/watch?v=MGkoB1OjaVU

“La psiche possiede facoltà tutte particolari, per cui non è del tutto confinata entro lo spazio e il tempo. Si possono fare sogni o avere visioni del futuro, si può vedere attraverso i muri e via dicendo. Solo gli ignoranti negano questi dati di fatto. È assolutamente evidente che questi fatti esistono e sono sempre esistiti; ebbene, essi mostrano che la psiche, almeno in parte, non è soggetta a queste categorie.”

8 marzo con un’attrice superba. ANNA MAGNANI, MAMMA ROMA (Violino zigano) 4′

anna magnani mamma roma

https://www.youtube.com/watch?v=vx52cBite_E

Il film di Pasolini è un capolavoro e l’assoluta bravura di Anna Magnani nel personaggio dell’ex prostituta che lotta per costruire un futuro al figlio riscatta qualunque retorica sulla maternità e disegna un personaggio femminile straordinariamente sfaccettato e incisivo.

ALAIN BOTTON, PERCHÉ LA FILOSOFIA AIUTA A VIVERE MEGLIO. Video

perché è utile la filosofiahttp://www.internazionale.it/video/2015/02/20/filosofia-alain-de-botton-video

Qualche  tempo fa abbiamo pubblicato un video di Alain Botton sull’utilità della Letteratura, a proposito del quale esprimevamo qualche rispettosa riserva. Gli amici del blog hanno mostrato di gradire l’impegnata perorazione dello scrittore svizzero, ci pare quindi di fare cosa gradita a molti la pubblicazione di questo secondo video riguardante la Filosofia. (Senza riserve né commenti, che lasciamo eventualmente ai filosofi).

Come creare un best seller micidiale. CLÉMENT VAUTEL, IL LANCIO DI UN GIOVANE SCRITTORE

ghigliottina

Da tempo, le sorti di un libro, e in particolare di un romanzo, sono legate all’efficacia della sua campagna promozionale ma gli uffici stampa delle case editrici hanno sempre meno idee e sempre meno mezzi per costruire un evento trainante (il rapimento dell’autore da un elicottero in volo, la sua fuga in un un monastero buddista, ecc.). Non resta che l’imbuto televisivo nel quale i più fortunati (?) vanno tristemente a finire col  libro sotto il braccio. Ben altra fantasia circola nel racconto di Clément Vautel, un autore franco-belga morto nella prima metà degli anni Cinquanta: qui un giovane autore smanioso di successo e un editore disposto a tutto e dall’immaginazione sfavillante mettono in scena una straordinaria campagna promozionale. Anzi, più che straordinaria, irripetibile. 

Un giorno si presentò al cospetto di un grande editore il giovane Félicien Paturon con un manoscritto sotto il braccio.
«Io le porto», gli disse, «un romanzo… con un’idea»
«Non mi interessano i libri con idee.»
«No, l’idea non è nel romanzo… ma potrà servire per la pubblicità»
«Ah! Così va meglio. Mi dica.»
«Dunque, che ne penserebbe di un delitto commesso da me una quindicina di giorni prima della pubblicazione del mio romanzo intitolato “L’uomo che io ho assassinato” ?»
«In effetti non sarebbe niente male»
«In realtà io non ucciderò nessuno… Ma ho un amico che è stanco della vita e vuole levarsi di mezzo. Per farmi un piacere, egli lascerà questa vita in circostanze e condizioni tali da far credere alla giustizia che si tratti di un delitto. Io fuggirò e sarò subito sospettato e inseguito… Peripezie e vicende volta a volta comiche e drammatiche. Grandi articoli in prima pagina, il mio ritratto dappertutto. Alla fine io mi lascio arrestare… In quel momento uscirà il mio libro. Comparirò davanti alle Assise, accetterà ogni indizio e ogni prova, sarò condannato a morte. A quel punto avremo già superato le trecentomila copie vendute… E solo quando si sarà sparsa la voce della mia prossima esecuzione, lei interverrà con il documento della salvezza predisposto dal mio amico, e che io le avrò affidato. Allora, cosa ne dice? Non è una buona idea per il lancio di un libro?
L’editore, un po’ umiliato esclamò:
«E dire che non ci avevo ancora pensato! Mio caro autore, passo immediatamente il suo manoscritto alle stampe… Usciremo in un mese. Dica al suo amico di… fare la sua uscita di scena entro quindici giorni, al più tardi. Sì, credo che abbiamo tra le mani un grande successo!»
Le cose andarono più o meno secondo le previsioni dell’ingegnoso autore, anche nei minimi particolari.
Il disperato amico commise l’insano gesto dando le sue dimissioni da contemporaneo dopo aver firmato un documento che provava il suicidio cosciente e organizzato. La testimonianza scritta fu affidata da Félicien Paturon al suo editore con l’incarico di renderla pubblica al momento opportuno.
Il giovane autore, accusato da mille indizi, fuggì… La polizia si mise sulle sue tracce. Eco enorme nella stampa. Vari incidenti. Arresto. Apparzione nelle vetrine dei librai de “L’uomo che io ho assassinato”. Enorme successo…
Quando il giovane Paturon fu condannato a morte, il suo libro raggiungeva le quattrocentomila copie…
La vigilia della sua esecuzione, erano superate le cinquecentomila.
Ma l’editore si guardò bene dal tirar fuori il «documento salvatore», e quando lesse nei giornali il resoconto dell’esecuzione dello sventurato Paturon, disse semplicemente, fregandosi le mani: «Conviene trarne un magnifico caso di errore giudiziario. Niente di meglio, come pubblicità, della morte dell’autore».
E telefonò al suo tipografo di mettere in macchina altri centomila esemplari di quel grande successo editoriale.

 Clément Vautel, Il lancio di un giovane scrittore, Garzanti, Traduzione Piero Del Giudice

 

Decadenza dei salotti: da Casa di bambola al bambolotto razzista

buonanno

l’esibizione di Buonanno a Piazza Pulita

Spesso, nei primi anni del Novecento si poteva leggere sui biglietti d’invito alle feste: “Si prega di non discutere di Nora Helmer”. Come si sa, Nora Helmer è la protagonista di Casa di bambola, di Herik Ibsen, un capolavoro scritto nel 1879 che annuncia (o forse inaugura), il teatro moderno e che mette sul tappeto la questione femminista calandola in un dramma borghese. L’ombra di Nora aleggiava sui salotti provocando divisioni, scontri feroci di natura non tanto drammaturgica quanto morale e politica – in pratica, era un fantasma la cui sola evocazione minacciava di mandare all’aria una serata amorosamente preparata dalla brava padrona di casa.
In un secolo, la metamorfosi dei salotti è stata radicale, visto che sono diventati quasi esclusivamente televisivi e non è più possibile filtrare gli ospiti (altro che biglietti d’invito con raccomandazione in calce): ti allontani un attimo dal televisore e quando torni ti ritrovi in casa un ceffo qualsiasi, che si muove a scatti come un vecchio giocattolo caricato a molla, palesemente in preda a delle sostanze non si sa da quale natura, forse endogene, e che spara frasi sconnesse fra le quali si riesce a coglierne una più decifrabile: “I rom sono la feccia della società!”. Applauso dell’uditorio in studio. Il padrone di casa si dissocia dall’applauso, profondamente amareggiato – che è un po’ come dispiacersi quando l’amico ubriaco perso che hai portato con te a una festa vomita sul tappeto. Sì, perché l’onorevole Buonanno era già ubriaco prima di andare in trasmissione; così com’è ubriaco quando interviene al Parlamento Europeo in tuta mimetica e come lo è al mattino quando si sveglia; purtroppo, a quanto si può sapere, è un ubriaco anomalo che non conosce il momento down che hanno tutti gli ubriachi perbene: nessun mal di testa, nessun attimo di scoramento (che potrebbe essere l’anticamera del dubbio) lo colgono; c’è sempre quella maledetta molla che non si esaurisce mai, contrariamente a quanto capitava alle scimmiette e ai mostriciattoli meccanici di poco prezzo che si vendevano cinquant’anni fa sulle bancarelle.
Allora, un secolo dopo Nora Helmer, qualcuno è tentato di scrivere “Non invitate più Buonanno in televisione”. Facebook sembra che lo abbia già inibito ma il dibattito (sempre il solito) è aperto: è meglio oscurare l’onorevole a molla o mostrarlo in tutto il suo modesto e inesauribile orrore? Mi sembra un quesito ozioso in quanto non risolvibile: i salotti televisivi hanno bisogno di mostri, e se in nome dell’audience bisogna sacrificare qualche tappeto, pazienza.

Il gioco delle identità: il caso Elena Ferrante/premio Strega.

uomo donna colori invertiti

E’ un  feuilleton davvero gracile, nato asfittico e alimentato col latte artificiale, quello che si sta costruendo con fatica intorno alla partecipazione di Elena Ferrante al Premio Strega. Rispetto ai suoi antenati del XIX secolo, la trama e il succo di questo romanzo d’appendice sono pallidi come vinello annacquato; il consumatore di libri e di premi letterari dovrebbe appassionarsi a domande sul genere di: “Ma Elena Ferrante voleva o  non voleva partecipare allo Strega?” e poi: “Di quale Ferrante stiamo parlando? Della Elena Ferrante 1, autrice sotto pseudonimo e autrice affermata da anni, o della Elena Ferrante 2, l’anonima usurpatrice che si serve dello stesso pseudonimo per firmare articoli su svariati giornali?” “E se la Ferrante”, come sostengono alcuni, “fosse addirittura un uomo?” Mi sembrano temi debolissimi se si paragonano a quelli, per esempio, che metteva in campo Eugène Sue nel capostipite dei romanzi d’appendice I misteri di Parigi, (1843) con le sue orfane angariate e con la schiera di innocenti mandati in rovina dal perfido e lussurioso notaio Jacques Ferrand; oppure I misteri di Londra, di Paul Féval, (1844, sulla scia), che era sorretto da uno scheletro narrativo molto più appassionante del mistero della Ferrante: riuscirà l’irlandese Fergus O’Breane ad annientare l’Inghilterra per vendicare i torti dei suoi concittadini? Sappiamo bene che i libri vanno venduti non importa come e che il gossip è funzionale alle promozioni ma non c’è lubrificante migliore del buon vecchio sangue che scorre. Allora, niente mezze misure, e che sangue sia. Si organizzi un duello all’alba, in collegamento con Uno mattina, tra la Ferrante 1 e la Ferrante 2, padrini: Franco di Mare e Francesca Fialdini. E se proprio si vuole far saltare il banco dell’audience, che sia all’ultimo sangue.

La ragazza dell’Eden. MARK TWAIN, IL DIARIO DI EVA

eva

Il 1906 è un anno importante per la storia del Femminismo europeo, anche se ignorato dai più, ma si sa, non tutti gli eventi hanno la risonanza che meriterebbero: la Finlandia, primo paese del vecchio continente, estende il voto alle donne (che in Italia avrebbero dovuto pazientare fino al 1945). E nel 1906 esce negli Stati Uniti un libretto del già famosissimo Mark Twain, Il diario di Eva. Non è un manifesto politico ma testimonia un’agilità di pensiero impensabile per la nostra cultura del primo Novecento.

Sabato.
Ora ho un giorno di vita. Sono arrivata ieri, e ho la sensazione di essere un Esperimento, sarebbe impossibile, per chiunque, sentirsi un esperimento più di quanto mi senta io.
Ieri pomeriggio, di lontano, ho seguito l’altro Esperimento, volevo capire a che cosa potesse servire. Credo sia un uomo. Verso di lui mi rendo conto di provare una curiosità più forte di quella che provo nei confronti di qualsiasi altro rettile. Ammesso che sia un rettile e io credo lo sia: infatti ha capelli arruffati e occhi azzurri e sembra un rettile. Non ha fianchi; ha una forma affusolata come quella di una carota, per questo penso che sia un rettile, anche se è possibile che sia una questione di struttura.
In un primo momento mi fece paura: tutte le volte che si voltava mi mettevo a correre perché pensavo che mi avrebbe inseguita, poi mi sono resa conto che stava semplicemente cercando di far perdere le proprie tracce. Dal quel momento non ne provai più timore e incominciai a pedinarlo, standogli a circa dieci metri di distanza, e questo fatto lo rendeva nervoso, infelice.
Domenica.
Ho scoperto che il rettile ha gusti volgari e non è neppure gentile. Ieri sera, quando andai a vederlo, stava cercando di acchiappare i pesciolini screziati che giocano nello stagno e fui costretta a tirargli addosso delle zolle di terra per far sì che li lasciasse in pace. È possibile che sia stato progettato per compiere gesti così poco carini? Ne ha proprio l’aria. Una delle zolle lo colpì dietro l’orecchio e il rettile usò la parola. La cosa mi diede un’eccitazione intensa perché era la prima volta che sentivo la parola venire da un essere che non fossi io. Non lo capii, ma le sue mi sembravano parole molto eloquenti.
La domenica della settimana seguente.
Per tutta la settimana non ho fatto che stargli dietro per cercare di fare amicizia. Visto che era timido, è toccato a me occuparmi delle chiacchiere, ma lui non si è risentito. Sembrava gli desse piacere che io fossi lì, ho usato moltissimo il “noi”, assai socializzante, dal momento che l’essere incluso pareva lusingarlo.
Dopo la caduta.
Se ci ripenso, il Paradiso Terrestre mi sembra un sogno. Era bello, più che bello, era un incanto; ed ora l’ho perso, e non lo rivedrò più.
Ho perso il Paradiso Terrestre, ma ho trovato lui e ne sono felice. Mi ama con tutte le sue forze, e io lo amo con tutta l’intensità della mia natura appassionata. Se mi chiedo perché lo amo, scopro di non saperlo. Certi uccelli li amo per il loro canto, ma Adamo non lo amo per come canta – no, proprio no; anzi, più canta e meno riesco ad accettare che lo faccia. Non è per la sua intelligenza che lo amo – no, proprio no. Non è colpa sua se ha l’intelligenza che si ritrova, è stato Dio a fargliela. Avrà avuto i suoi buoni motivi, ne sono certa. Con l’andar del tempo si svilupperà, anche se non tutto d’un colpo, credo; e d’altra parte non c’è fretta – va bene così com’è.

 Mark Twain, Il diario di Eva, Feltrinelli. Traduzione Barbara Lanati.

Il video della domenica. PASOLINI, LA RICOTTA. Orson Welles. 5′

orson welleshttps://www.youtube.com/watch?v=YL1E9tYnyx0

a cura di Francesco Ghisi

Nella campagna romana, una troupe sta girando una molto pasoliniana Passione di Cristo: durante le pause, comparse sottoproletarie  si abbandonano a uno sgangherato twist; serpeggiano la fame e la morte. Al centro, un sofisticato gioco di specchi: Pasolini  crea un  alter ego registico palesemente cinico, altezzoso e crudele (Orson Welles) che tuttavia cita il Pasolini di Poesie in forma di rosa,  “Io sono una forza del Passato./Solo nella tradizione è il mio amore”: esemplare (e un po’ compiaciuta) messa in scena di una contraddizione, ma il compiacimento non è sempre un peccato.