EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Il difficile viaggio da Ovidio ai Baci Perugina.

eva blog azzurro carico

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In questo frammento di copione, i personaggi sono due: di Thomas Edison, si sa, è il famoso scienziato, inventore e imprenditore, padre della lampadina e di mille altre meraviglie che traghetteranno il XIX secolo nella modernità. Ewald (meglio: Lord Ewald) è un personaggio di forti radici letterarie con i piedi e il cuore ancora ben saldati nell’Ottocento; ama una giovane cantante bella quanto anafettiva, Miss Alicia Clary, dalla quale si attende palpiti che non verranno mai, ed è così romantico da pensare addirittura di tirarsi una pallottola in fronte per uscire dall’antico spasimo amoroso/esistenziale: “ego nec tecum nec sine te vivere possum”, un long seller immarcescibile che ha attraversato i secoli, da Ovidio ai Baci Perugina. Nel suo viaggio dal romanzo di Villiers de L’Isle Adam alla scena, questo Eva futura sceglie la strada del pastiche, in cui convivono linguaggi e registri diversi, spesso contrastanti, se non addirittura stridenti, che oscillano fra la commedia e il melodramma. Una parodia del romanzo, dunque? Forse, ma la parodia, a parte il suo intento giocoso, ha il pregio di mettere a nudo gli elementi di tenuta del romanzo originario. Il continuo mutare di angoli di prospettiva sta mettendo alla prova gli attori, che devono fare i conti con un continuo spaesamento: cadono le buone vecchie certezze della “psicologia del personaggio”, senza le quali l’unica navigazione possibile è quella a vista. Siamo a metà del guado. La riva d’approdo si intravede appena, e tornare indietro non si può.

 

Incominciamo? Incominciamo. EVA FUTURA, la nuova produzione di Radiospazio/TPE

eva con modellino

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Da dove s’incomincia a raccontare uno spettacolo che sta per nascere? Oggi pomeriggio faremo la prima lettura con gli attori. Una prima lettura viene come viene, come un neonato. E’ un organismo approssimativo e, diciamolo, bruttino, ma nel quale si vogliono leggere, per rincuorarsi, molte possibilità – ed è un bene che non sia gran che perché a volte vengono fuori certe prime letture tutte vigorose, supervitaminiche e con la faccia da pupi già formati, con i capelli addirittura, e superbe, anche, con l’aria di chiedere: “Dov’è il teatro?”:  se fosse per loro, andrebbero in scena così come sono, senza nemmeno togliersi il pannolino. Sono le peggiori, naturalmente, perché nascendo già così “imparate” non potranno altro che avvizzire nella loro pellicola di plastica, durante il mese di prove, senza essere mai cresciute, e debutteranno come certe signore rifatte e ripittate che fingono di avere il batticuore per l’emozione.
Dunque, della prima lettura vi diremo, forse e se ne varrà la pena. In questo mese di prove vi racconteremo dello spettacolo cercando di sottrarci (noi e voi) alla noia della trama. Oggi incominciamo dal modellino di Alice Delorenzi, bello e per ora enigmatico: mi piace l’idea di iniziare questo racconto con un cartoncino piegato, incollato e fotografato alla meno peggio, lì sul tavolo dove si trova. Siamo ai materiali preliminari: il cartone (del modellino) e la carta (del copione); è un momento sospeso, in cui tutto può essere ancora piegato, tagliato, modellato e riscritto, mentre prende forma, inesorabile, la scrittura più avventurosa, quella scenica.

 

Il video della domenica. Quando il gossip veste classico. CHRISTIAN PALLADINO – MIA SIGNORA (GUEST: SEN. STEFANIA PEZZOPANE E SIMONE COCCIA COLAIUTA)‬

pezzopanehttps://www.youtube.com/watch?v=9chSAahIkVk

“Torniamo all’antico, sarà un progresso”, così scrive Giuseppe Verdi il 5 gennaio del 1871 a Francesco Florimo, musicista amico di Bellini e wagneriano militante. La sfiducia di Verdi per gli spunti che la cronaca può offrire alla composizione di un melodramma è nota: “L’epoca attuale parla, si dimena, si affaccenda molto, produce poco e tende a fabbricarsi della musica nuova con della cipria e delle ossa da morto”, scrive a Tito Ricordi il 22 ottobre del 1862; tuttavia, ricorda il Maestro, la navigazione nel grande fiume della classicità non deve essere acritica: “Ma anche fra gli antichi bisogna scegliere, non tutto è bello”(lettera al senatore Giuseppe Piroli del 20 febbraio 1871).
Questo video di Christian Palladino sembra muoversi su una metodologia che ha del postverdiano: la scelta dell’argomento guarda al classico, La senatrice e l’ex spogliarellista è un soggetto ormai svincolato dal gossip: come accade alle falene di mezza età, le sue ali hanno perso la porporina frivola che lo faceva svolazzare nelle cronache rosa; reso maturo dal tempo, oggi rivela la sua robusta struttura mitologica che vive nel chiaroscuro delle contrapposizioni: notorietà/anonimato, donna matura/uomo giovane, ecc. – senza contare il riverbero che questa love story un po’ appannata continua a proiettare sull’attualità per via della sua componente politica, in sintonia col tam tam che risuona minaccioso sui media, giorno dopo giorno. La scelta di Palladino è sagace, ricorda quella del Rigoletto, che metteva in scena il malvagio duca di Mantova – del quale non importava niente a nessuno – per rimbalzare su una classe dirigente arrogante e proterva. E un altro e non meno prezioso riferimento si affaccia in questa breve opera: quello ai film “musicarelli” degli anni Sessanta, che sceneggiavano le canzoni di Gianni Morandi, Albano, Caterina Caselli, ecc. Ma questa rilettura ci sembra felicemente aggiornata, evita le lungaggini di quelle trame posticce e mette subito in tavola il boccon del prete: il nostro amore meraviglioso e pomellato è vittima di un male oscuro, (sicuramente un sortilegio degli invidiosi) ma infine le nostre mani si ricongiungono. Questo video può essere la primavera di una nuova, fortunata stagione come fu quella degli spaghetti western? Difficile dirlo. Palladino è pronto: a questo prototipo potrebbero far seguito delle coppie di sogno, ma per le quali bisognerebbe impegnarsi in un serratissimo casting: Renzi e un’anonima estetista fiorentina (sognando un impossibile Renzi/Boschi), Giorgia Meloni e Pietro Porretto (membro dei The Wise, bocciati a X Factor), e chissà quanti altri. C’è un ostacolo: riuscirebbe l’autore a trovare interpreti così disponibili e dotati come i due protagonisti di questo video? Recitare il proprio vivere,  e vivendo abbandonarsi voluttuosamente al bacio della telecamera non è una tecnica che si possa apprendere, forse è un dono inspiegabile e mostruoso come quello che la sorte elargisce ai contorsionisti, agli uomini pesce, ai corridori sul palo spalmato di grasso nautico e a tutte le creature misteriosamente generate dal brodo neoprimordiale dei talent.

Foto storiche. LA COCA COLA ARRIVA IN FRANCIA, 1950

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Non è un fotogramma di un film di Duvivier, come potrebbe sembrare: la foto ritrae quattro amici al bar, anzi nel bistrot di una cittadina della provincia francese, nel 1950. Stamattina, Bertrand se n’è uscito con un’altra delle sue trovate – è un tipo simpatico, Bertrand, ma come gestore è spietato: se sua madre fosse una bottiglia, la mescerebbe tranquillamente, bicchiere dopo bicchiere, agli ubriachi molesti che pretendono di bere ancora. Sì, ci sa fare, Bertrand: con la parlantina che si ritrova ti rifila quello che vuole lui; i quattro amici lo sanno ma stanno al gioco perché sono più di dieci anni che si ritrovano in quel locale; il vino è appena onesto ma costa poco, e le puttanate di Bertrand fanno proprio scompisciare, meglio che a teatro. Oggi ha detto: “E’ ora di cambiare, vecchi coglioni, bisogna mettersi al passo coi tempi!” E ha tirato fuori un bottiglione dal colore marrone. “Si chiama Coca cola”, ha declamato Bertrand, “e sta conquistando la Francia e il mondo”. Ai quattro amici, la parola conquista non è suonata tanto bene: l’ultima era stata quella di Hitler, qualche anno prima, ma si sono messi in fila al bancone, come dal dottore. Il più succube, quello che ha porto per primo il bicchiere, è  René (di cui si vede solo la mano); a Gaston, vedovo da due anni, non gliene frega niente di rinnovarsi: osserva le bollicine che saltellano nella broda marrone e pensa alle serate che ha passato con la sua Odette, loro due soli, coi figli grandi fuori dalle palle: loro due e una bottiglia, e non c’era mica da annoiarsi perché lei era rimasta una donnina vivace sino alla fine e dopo una bottiglia di vino frizzava ancora come una ventenne. Alain, il terzo, è uno di quegli uomini che credono ancora all’angelo custode o qualcosa di simile: attraversa la vita distrattamente, convinto che alla fine accadrà qualcosa che lo toglierà dai guai; gli amici lo prendono in giro per questa sua infantile, disarmante fiducia, anche perché la sua biografia sembra dimostrare il contrario, ma lui se la ridacchia: di conseguenza, non scamperà al suo bicchierone. L’ultimo del quartetto è Gérard, detto dagli altri Chéri, perché è il più giovane, porta un’assurda giacca bianca e guarda le donne elaborando complicate macchinazioni su come sedurle, tutte, dalla catechista alla moglie del medico; attonito, si sta chiedendo se sarebbe disposto a ingurgitare quel liquido minaccioso ma moderno per fare colpo su Jasmine, che lui tampina e dalla quale non viene minimamente filato. Leggermente in disparte, c’è l’uomo dal volto di pietra. Certo non fa parte del gruppo, lo dimostrano la sua espressione enigmatica e il cappello nero. Forse è straniero, certo è misterioso: nessuno lo ha mai visto prima, da queste parti. Sulla sua identità si possono solo formulare ipotesi. La più probabile è che sia il Mercato.

Altre foto storiche:

La figlia giovane
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/22/foto-storiche-la-figlia-giovane-1953/
La figlia tonda
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/22/foto-storiche-la-figlia-tonda-1951/
Due ragazze in pausa
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/12/foto-storiche-due-ragazze-in-pausa-1953/
“Quo vadis?” al cinema Eliseo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/06/30/foto-storiche-quo-vadis-al-cinema-eliseo-1951/
Radioménage
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/08/foto-storiche-radiomenage-1953/
La fiera di Milano del 1953
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/09/20/foto-storiche-la-fiera-di-milano-del-1953/
La ragazza e i marinai
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/07/08/foto-storiche-la-ragazza-e-i-marinai/

Il video della domenica. JEAN COCTEAU, LA VOCE UMANA (Anna Magnani)

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http://youtu.be/78KPiLDxfFo

Uno dei più famosi monologhi della storia del teatro, il sogno proibito, e purtroppo a volte anche realizzato, di molte attrici di qualche generazione fa. Oggi è scarsamente rappresentato, forse per un cresciuto senso critico delle nostre interpreti – o più probabilmente perché viene considerato troppo minimale e tutto sommato polveroso: una donna telefona all’amante che l’ha appena lasciata e al quale non chiede niente se non di prolungare lo strazio del distacco. E’ tutto qui, ma la scrittura di Cocteau offre all’interprete occasioni straordinarie di mettere in gioco la sua gamma espressiva – e Anna Magnani  fornisce una delle sue più prove più intense e al tempo stesso misurate.
(Il video integrale è disponibile su youtube)

La Striscia, NICOLAJ GOGOL

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Il barbiere Ivan Jakivkevic si destò piuttosto per tempo e un odore di pane caldo gli sollecitò le narici. Sollevandosi un pochino sul letto egli vide che la sua consorte, signora e alla quale piaceva molto il caffè, stava tirando fuori dal forno del pane appena cotto.
«Oggi io non berrò il caffè, desidero invece mangiare del pane caldo con cipolla».
«Che quello sciocco mangi pure del pane», pensò tra sé la sua consorte, «tanto meglio: ci sarà una tazza di caffè in più per me».
Ivan Jakovlevich si accinse a tagliare il pane in due metà, ma gettandoci un’occhiata vi scorse qualcosa che biancheggiava. Ivan Jakovlevich stuzzicò con il coltello quell’affare bianco, quindi lo palpò con un dito.
«È consistente… che cosa potrà mai essere?»
Ficcò due dita nel pane e ne tirò fuori… un naso!

Nicolaj Gogol, Il naso, De Agostini, Traduzione G. Pacini

 

Il video della domenica. Il latte del diavolo. FELLINI, BOCCACCIO 70

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Fellini odiava la pubblicità, è noto. “Non s’interrompe un’emozione”, dichiarò a proposito degli spot che rendevano singhiozzante la trasmissione dei film in tv. Ma poiché non si può fare a meno di essere attratti irresistibilmente da ciò che si odia, poco dopo la nobile invettiva il Maestro girò a sua volta tre spot televisivi con Paolo Villaggio. La repulsione/attrazione veniva tuttavia da lontano, almeno dal 1962, quando Fellini firmò “Le tentazioni del dottor Antonio”, un episodio del film “Boccaccio 70”, nel quale compie l’apoteosi di Anita Ekberg, reduce dalla “Dolce vita”,  trasformandola in una gigantessa sdraiata e occupante un immenso cartellone che fa pubblicità al latte. S’innesca un vorticoso carosello di simboli trasparenti: il latte, il seno di non so quanti metri quadrati, la Ekberg che, nell’immaginario italiano da sacrestia, è una sacerdotessa del libero amore… Il tentacolare messaggio è devastante per il timorato dottor Antonio Mazzuolo, un Peppino De Filippo che si cala impavido nel ruolo di un macchiettistico moralista. Per Fellini, autore che gioca sull’autobiografia per interposta persona, si tratta di una carambola fortemente autoironica: nella “Dolce vita” il suo alter ego era il fascinoso Marcello, qui è il il dottor Antonio, un pupazzetto che si dibatte fra le spire ( i seni) della smisurata diavolessa. Infinite sono le facce dell’Io che Fellini si diverte a evocare nei suoi film, da quell’impunito mentitore che si vantava di essere.

Il video della domenica. Io, il vuoto e una canzone. ANTONIO PIETRANGELI, IO LA CONOSCEVO BENE

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Stefania Sandrelli in una scena del film mentre ascolta Mina che canta “E se domani”

https://www.youtube.com/watch?v=5TiX_NUrKA8

 Io la conoscevo bene è stato inserito nella lista dei cento film italiani da salvare, mi pare al 75° posto. E’ meglio sorvolare sul malumore che provocano liste del genere: le cose non vanno tanto bene, nel cinema italiano, ma non siamo al naufragio, direi, e non è quindi necessario eliminare nessuno, sulle scialuppe devono trovare posto tutti in ordine sparso..
Liste a parte, dunque,ad il film è splendido, e va visto nella sua versione integrale. Cosa racconta? Il vuoto: della ragazza Adriana, ma anche della vita. Forse racconta dell’impossibilità di raccontare, oppure del limite che ogni narratore (anche quello cinematografico) deve accettare. Ma questo vuoto, per essere rappresentato, deve trovare una forma; Pietrangeli inventa una straordinaria Sandrelli, allora diciannovenne (il film è del 1965) che offre il suo fascino maiolicato e indecifrabile al quotidiano squallore del mondo circostante dal quale sbocciano, come fiori, le canzoni; sono nicchie salvifiche nelle quali Adriana cerca rifugio e nutrimento, senza rendersi conto che quelle enclave sentimentali non la nutriranno ma anzi accentueranno il distacco da un mondo che le appare, non a torto, privo di senso.

La sinfonia concertante di Cagliari. SERGIO ATZENI, BELLAS MARIPOSAS

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fotogramma dal film Bellas Mariposas, di Salvatore Mereu

A vederla dal mare, con il sole che batte a picco e il calore che confonde lo sguardo, Cagliari appare ocra e dorata, rosa di riflessi di luce e dei fenicotteri del Poetto, arroccata lì immobile, imponente. Silenziosa. Poi ci si addentra ed è tutto sguardo movimento e voce: dai balconi si sbirciano i passanti, i spassanti sbirciano i balconi, tra un saluto e una contrattazione volano parole che l’istrangiu, lo straniero, decifra a volte osservando la mimica, a volte per niente. I vicoli più stretti fanno da cassa di risonanza. Qua e là, musica. È questo gran vociare che risuona in Bellas Mariposas di Sergio Atzeni, un vociare fatto di televisori accesi, vecchie che rimbrottano i ragazzi in tram, ragazzine che corrono col gelato in mano, fattucchiere con gatti a seguito, strade losche e spiagge affollate, vicine strillone e risibili mariti babbasoni. E racconti che si sovrappongono e si mescolano senza pause né punteggiatura, un unico fiato lungo la giornata di una dodicenne, scandito dal ritmo di frasi che paiono pensierini affilatissimi.

Roberta Sapino

Signora Sias si è svegliata con gan’e kagai

E ha cominciato: Federico! Federico!

Lo dice dieci volte o anche dodici perché il marito signor Federico dorme nella vasca da bagno e si mette la cera nelle orecchie per non sentire la moglie che lo chiama alle tre del mattino

Questo spiega quanto è babbasone signor Federico tanto lei prima o poi con quel cazzo di voce che sembra la distorsione di un amplificatore guasto da duecento watt lo sveglia non c’è speranza o la speranza è minima

Però intanto che lui resiste tutta la palazzina 47 C di via Gorbaglius quartiere Santa Lamenera periferia di Kasteddu tutti ci svegliamo

Federico! Federico! […]

Signor Federico non ha mai lavorato un giorno in tutta la vita ha sempre sfruttato la moglie prima facendola bagassa poi donna di pulizie al mercato all’ingrosso (arrotonda facendo servizietti ai macellai)

Però se signor Federico non porta il vaso alle tre del mattino e lei si alza e va al cesso le viene mal di schiena e non può andare a lavorare e se signor Federico la arroppa lei non va a lavorare per tre o sette giorni perciò lui non la arroppa si mette la cera nelle orecchie dorme nella vasca da bagno chiude tutte le porte fra la stanza da letto e il cesso e si addormenta

Alle tre lei comincia a strillare Federico!

Finzas a candu lui le porta il vaso da notte e lei caga cantando perché se non canta non riesce

Canta canzoni di moda

Penso positivo di Iovanotti l’ha cantata almeno trenta notti di seguito babbo ha detto Se non cambia canzone mi compro una mitraglia e una di queste notti faccio Rambo sfondo la porta e bocciu a issa e a cuddu calloni tuntu

Sergio Atzeni, Bellas mariposas, Sellerio Editore

 

La sorpresa nella cartapesta. FLANNERY O’ CONNOR, ENOCH E IL GORILLA

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I bambini rompono: per conoscere, si capisce. Alcuni rompono il giocattolo meccanico appena regalato per vedere come funziona; altri, per vedere se ha un’anima. Altri ancora, invece, non rompono, preferiscono navigare nell’emozione del giocattolo che si muove per un inspiegabile prodigio, forse di natura celeste. Il primo distruttore di giocattoli è portato al pragmatismo della scienza, il secondo allariflessione filosofica, il terzo alla mistica o forse alla poesia. A questa terza categoria appartiene il piccolo Enoch, il protagonista di questo racconto di Flannery O’ Connor: è un piccolo tassello che si inserisce nella lunga teoria dei racconti di formazione nei quali compare, inevitabilmente, l’esperienza della delusione.

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia : «Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!»
Il furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per il primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico: «Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.»

Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui se ne andò e lo lasciò a fronteggiare la scimmia, che gli prese la mano con gesto automatico.
Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: «Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…»
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: « Ma va’ all’inferno.»
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, Traduzione. M. Caramella

Il video della domenica. Emigranti ‘900. GIULIANO MONTALDO, SACCO E VANZETTI

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Un memorabile Gianmaria Volonté interpreta Bartolomeo Vanzetti nella sua ultima dichiarazione prima di essere condannato a morte insieme al compagno Nicola Sacco (Riccardo Cucciola). Il film di Giuliano Montaldo (1971) ricostruisce la vicenda di due emigrati italiani a New York che nel 1927 furono condannati a morte in seguito a una falsa accusa di omicidio per rapina. Il caso “Sacco e Vanzetti” scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale. Tre furono le aggravanti decisive: gli imputati erano immigrati, italiani e anarchici.

Quei lontani (?) anni ’20. CORRADINI-CORRA, ALTERNAZIONI DI CARATTERE

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Abbiamo già fatto un’incursione nel teatro sintetico futurista che, a parte ogni  riflessione storico-critica, mi sembra contenere, oggi, almeno un provocatorio principio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”; confesso che lo condivido, forse perché col tempo la mia resistenza agli spettacoli troppo lunghi è notevolmente calata. Ma a parte le questioni personali, questa brevissima pièce di Corradini e Corra non ha solo il pregio della sintesi ma anche quello, più dirompente, dell’accelerazione. Con una felice intuizione gli autori hanno concentrato in qualche minuto di rappresentazioni quelle bufere coniugali che normalmente sono molto più diluite. Il risultato è la messa in scena di una schizofrenia matrimoniale della quale solitamente non ci accorgiamo perché è, per così dire, rateizzata nel tempo.

Marito       No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perché io ti pianto immediatamente!
Moglie        (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami!
Marito       (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie        (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito       (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie.       Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito       Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie        (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito       (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie        Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito       Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie        Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito       Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie        (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito       Eccole, tesoro!

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Il video della domenica: Ma Shakespeare era davvero Shakespeare? NATALYA ST. CLAIR E AARON WILLIAMS

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I nostri amici di blog conoscono Natalya St.Clair come ottima divulgatrice di argomenti anche complessi; dopo “La notte stellata di Van Gogh“, ecco un suo nuovo video (sottotitolato) sull’identità di Shakespeare.

Una trasformazione a vista. SHAKESPEARE/MONTALE, SONETTO XXI

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Agli anglisti, accademici o meno, il dotto esercizio di una lettura comparata, a noialtri lettori, il piacere di assistere, verso per verso, a una trasformazione di Shakespeare in poeta del ‘900; non è solo un virtuosismo, da parte di Montale, ma un ripercorrere (sentimentale? inevitabile?) i sentieri della sua poetica – un’operazione che potrà compiere anche il lettore incominciando da quel molto montaliano “il tuo riprendere” del penultimo verso.

William Shakespeare, Sonetto XXII

Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io veda
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio – e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo sia distante.
Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
vorresti: chi l’ha avuto non lo rende.

Eugenio Montale. “Tutte le poesie”, Arnoldo Mondadori Editore.

Un antidoto contro il gossip estivo. SULLY PROUDHOMME, IL VASO INFRANTO

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Ogni tanto in questo blog pubblichiamo qualche antidoto (alle paludate e vuote serate di poesia, al finto buon gusto di certe trasmissioni gastronomiche, ecc.) Non si sa bene quanta utilità abbiano questi rimedi, diciamo che sono messaggi nella bottiglia che nel migliore dei casi evidenziano per un attimo in chi li legge un confronto improprio, un contrasto fra il post e l’icona che lo accompagna. 
Per un’estate nella quale il gossip si trascina sempre più stanco e malato ma purtroppo ancora in vita, proponiamo un antidoto leggero leggero, quasi impalpabile: i versi di Sully Proudhomme, un poeta parnassiano della seconda metà del XIX secolo. Il gioco delle impercettibili sfumature che accompagnano la fine apparentemente inspiegabile delle cose (non solo degli amori) si pone come contrasto paradossale nei confronti della kermesse degli amori di cartapesta dai quali siamo circondati nei mesi estivi

Sully Proudhomme, Il vaso infranto

Il vaso dove muore questa verbena
da un semplice tocco di ventaglio è stato incrinato;
il tocco deve averlo sfiorato appena,
non v’è stato alcun rumore.

Ma la leggera incrinatura
mordendo il cristallo ogni giorno
con un segno invisibile e deciso
ne ha fatto lentamente il giro.

La sua acqua fresca se n’è uscita goccia a goccia,
il succo dei fiori si è consumato.
Nessuno ora ha dubbi,
non toccatelo, è rotto.

Spesso, così, anche la mano che si ama,
sfiorando il cuore, lo incrina;
poi, il cuore si spezza da solo
il fiore del suo amore muore.

Sempre intatto agli occhi del mondo
sente piangere e aumentare sommessamente
la sua ferita sottile e profonda:
non toccatelo, è spezzato.

Sully Proudhomme, Il vaso infranto, Traduzione anonima