Il video della domenica. JEAN COCTEAU, LA VOCE UMANA (Anna Magnani)

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http://youtu.be/78KPiLDxfFo

Uno dei più famosi monologhi della storia del teatro, il sogno proibito, e purtroppo a volte anche realizzato, di molte attrici di qualche generazione fa. Oggi è scarsamente rappresentato, forse per un cresciuto senso critico delle nostre interpreti – o più probabilmente perché viene considerato troppo minimale e tutto sommato polveroso: una donna telefona all’amante che l’ha appena lasciata e al quale non chiede niente se non di prolungare lo strazio del distacco. E’ tutto qui, ma la scrittura di Cocteau offre all’interprete occasioni straordinarie di mettere in gioco la sua gamma espressiva – e Anna Magnani  fornisce una delle sue più prove più intense e al tempo stesso misurate.
(Il video integrale è disponibile su youtube)

La Striscia, NICOLAJ GOGOL

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Il barbiere Ivan Jakivkevic si destò piuttosto per tempo e un odore di pane caldo gli sollecitò le narici. Sollevandosi un pochino sul letto egli vide che la sua consorte, signora e alla quale piaceva molto il caffè, stava tirando fuori dal forno del pane appena cotto.
«Oggi io non berrò il caffè, desidero invece mangiare del pane caldo con cipolla».
«Che quello sciocco mangi pure del pane», pensò tra sé la sua consorte, «tanto meglio: ci sarà una tazza di caffè in più per me».
Ivan Jakovlevich si accinse a tagliare il pane in due metà, ma gettandoci un’occhiata vi scorse qualcosa che biancheggiava. Ivan Jakovlevich stuzzicò con il coltello quell’affare bianco, quindi lo palpò con un dito.
«È consistente… che cosa potrà mai essere?»
Ficcò due dita nel pane e ne tirò fuori… un naso!

Nicolaj Gogol, Il naso, De Agostini, Traduzione G. Pacini

 

Il video della domenica. Il latte del diavolo. FELLINI, BOCCACCIO 70

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Fellini odiava la pubblicità, è noto. “Non s’interrompe un’emozione”, dichiarò a proposito degli spot che rendevano singhiozzante la trasmissione dei film in tv. Ma poiché non si può fare a meno di essere attratti irresistibilmente da ciò che si odia, poco dopo la nobile invettiva il Maestro girò a sua volta tre spot televisivi con Paolo Villaggio. La repulsione/attrazione veniva tuttavia da lontano, almeno dal 1962, quando Fellini firmò “Le tentazioni del dottor Antonio”, un episodio del film “Boccaccio 70”, nel quale compie l’apoteosi di Anita Ekberg, reduce dalla “Dolce vita”,  trasformandola in una gigantessa sdraiata e occupante un immenso cartellone che fa pubblicità al latte. S’innesca un vorticoso carosello di simboli trasparenti: il latte, il seno di non so quanti metri quadrati, la Ekberg che, nell’immaginario italiano da sacrestia, è una sacerdotessa del libero amore… Il tentacolare messaggio è devastante per il timorato dottor Antonio Mazzuolo, un Peppino De Filippo che si cala impavido nel ruolo di un macchiettistico moralista. Per Fellini, autore che gioca sull’autobiografia per interposta persona, si tratta di una carambola fortemente autoironica: nella “Dolce vita” il suo alter ego era il fascinoso Marcello, qui è il il dottor Antonio, un pupazzetto che si dibatte fra le spire ( i seni) della smisurata diavolessa. Infinite sono le facce dell’Io che Fellini si diverte a evocare nei suoi film, da quell’impunito mentitore che si vantava di essere.

Il video della domenica. Io, il vuoto e una canzone. ANTONIO PIETRANGELI, IO LA CONOSCEVO BENE

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Stefania Sandrelli in una scena del film mentre ascolta Mina che canta “E se domani”

https://www.youtube.com/watch?v=5TiX_NUrKA8

 Io la conoscevo bene è stato inserito nella lista dei cento film italiani da salvare, mi pare al 75° posto. E’ meglio sorvolare sul malumore che provocano liste del genere: le cose non vanno tanto bene, nel cinema italiano, ma non siamo al naufragio, direi, e non è quindi necessario eliminare nessuno, sulle scialuppe devono trovare posto tutti in ordine sparso..
Liste a parte, dunque,ad il film è splendido, e va visto nella sua versione integrale. Cosa racconta? Il vuoto: della ragazza Adriana, ma anche della vita. Forse racconta dell’impossibilità di raccontare, oppure del limite che ogni narratore (anche quello cinematografico) deve accettare. Ma questo vuoto, per essere rappresentato, deve trovare una forma; Pietrangeli inventa una straordinaria Sandrelli, allora diciannovenne (il film è del 1965) che offre il suo fascino maiolicato e indecifrabile al quotidiano squallore del mondo circostante dal quale sbocciano, come fiori, le canzoni; sono nicchie salvifiche nelle quali Adriana cerca rifugio e nutrimento, senza rendersi conto che quelle enclave sentimentali non la nutriranno ma anzi accentueranno il distacco da un mondo che le appare, non a torto, privo di senso.

La sinfonia concertante di Cagliari. SERGIO ATZENI, BELLAS MARIPOSAS

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fotogramma dal film Bellas Mariposas, di Salvatore Mereu

A vederla dal mare, con il sole che batte a picco e il calore che confonde lo sguardo, Cagliari appare ocra e dorata, rosa di riflessi di luce e dei fenicotteri del Poetto, arroccata lì immobile, imponente. Silenziosa. Poi ci si addentra ed è tutto sguardo movimento e voce: dai balconi si sbirciano i passanti, i spassanti sbirciano i balconi, tra un saluto e una contrattazione volano parole che l’istrangiu, lo straniero, decifra a volte osservando la mimica, a volte per niente. I vicoli più stretti fanno da cassa di risonanza. Qua e là, musica. È questo gran vociare che risuona in Bellas Mariposas di Sergio Atzeni, un vociare fatto di televisori accesi, vecchie che rimbrottano i ragazzi in tram, ragazzine che corrono col gelato in mano, fattucchiere con gatti a seguito, strade losche e spiagge affollate, vicine strillone e risibili mariti babbasoni. E racconti che si sovrappongono e si mescolano senza pause né punteggiatura, un unico fiato lungo la giornata di una dodicenne, scandito dal ritmo di frasi che paiono pensierini affilatissimi.

Roberta Sapino

Signora Sias si è svegliata con gan’e kagai

E ha cominciato: Federico! Federico!

Lo dice dieci volte o anche dodici perché il marito signor Federico dorme nella vasca da bagno e si mette la cera nelle orecchie per non sentire la moglie che lo chiama alle tre del mattino

Questo spiega quanto è babbasone signor Federico tanto lei prima o poi con quel cazzo di voce che sembra la distorsione di un amplificatore guasto da duecento watt lo sveglia non c’è speranza o la speranza è minima

Però intanto che lui resiste tutta la palazzina 47 C di via Gorbaglius quartiere Santa Lamenera periferia di Kasteddu tutti ci svegliamo

Federico! Federico! […]

Signor Federico non ha mai lavorato un giorno in tutta la vita ha sempre sfruttato la moglie prima facendola bagassa poi donna di pulizie al mercato all’ingrosso (arrotonda facendo servizietti ai macellai)

Però se signor Federico non porta il vaso alle tre del mattino e lei si alza e va al cesso le viene mal di schiena e non può andare a lavorare e se signor Federico la arroppa lei non va a lavorare per tre o sette giorni perciò lui non la arroppa si mette la cera nelle orecchie dorme nella vasca da bagno chiude tutte le porte fra la stanza da letto e il cesso e si addormenta

Alle tre lei comincia a strillare Federico!

Finzas a candu lui le porta il vaso da notte e lei caga cantando perché se non canta non riesce

Canta canzoni di moda

Penso positivo di Iovanotti l’ha cantata almeno trenta notti di seguito babbo ha detto Se non cambia canzone mi compro una mitraglia e una di queste notti faccio Rambo sfondo la porta e bocciu a issa e a cuddu calloni tuntu

Sergio Atzeni, Bellas mariposas, Sellerio Editore

 

La sorpresa nella cartapesta. FLANNERY O’ CONNOR, ENOCH E IL GORILLA

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I bambini rompono: per conoscere, si capisce. Alcuni rompono il giocattolo meccanico appena regalato per vedere come funziona; altri, per vedere se ha un’anima. Altri ancora, invece, non rompono, preferiscono navigare nell’emozione del giocattolo che si muove per un inspiegabile prodigio, forse di natura celeste. Il primo distruttore di giocattoli è portato al pragmatismo della scienza, il secondo allariflessione filosofica, il terzo alla mistica o forse alla poesia. A questa terza categoria appartiene il piccolo Enoch, il protagonista di questo racconto di Flannery O’ Connor: è un piccolo tassello che si inserisce nella lunga teoria dei racconti di formazione nei quali compare, inevitabilmente, l’esperienza della delusione.

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia : «Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!»
Il furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per il primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico: «Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.»

Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui se ne andò e lo lasciò a fronteggiare la scimmia, che gli prese la mano con gesto automatico.
Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: «Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…»
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: « Ma va’ all’inferno.»
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, Traduzione. M. Caramella

Il video della domenica. Emigranti ‘900. GIULIANO MONTALDO, SACCO E VANZETTI

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Un memorabile Gianmaria Volonté interpreta Bartolomeo Vanzetti nella sua ultima dichiarazione prima di essere condannato a morte insieme al compagno Nicola Sacco (Riccardo Cucciola). Il film di Giuliano Montaldo (1971) ricostruisce la vicenda di due emigrati italiani a New York che nel 1927 furono condannati a morte in seguito a una falsa accusa di omicidio per rapina. Il caso “Sacco e Vanzetti” scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale. Tre furono le aggravanti decisive: gli imputati erano immigrati, italiani e anarchici.

Quei lontani (?) anni ’20. CORRADINI-CORRA, ALTERNAZIONI DI CARATTERE

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Abbiamo già fatto un’incursione nel teatro sintetico futurista che, a parte ogni  riflessione storico-critica, mi sembra contenere, oggi, almeno un provocatorio principio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”; confesso che lo condivido, forse perché col tempo la mia resistenza agli spettacoli troppo lunghi è notevolmente calata. Ma a parte le questioni personali, questa brevissima pièce di Corradini e Corra non ha solo il pregio della sintesi ma anche quello, più dirompente, dell’accelerazione. Con una felice intuizione gli autori hanno concentrato in qualche minuto di rappresentazioni quelle bufere coniugali che normalmente sono molto più diluite. Il risultato è la messa in scena di una schizofrenia matrimoniale della quale solitamente non ci accorgiamo perché è, per così dire, rateizzata nel tempo.

Marito       No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perché io ti pianto immediatamente!
Moglie        (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami!
Marito       (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie        (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito       (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie.       Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito       Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie        (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito       (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie        Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito       Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie        Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito       Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie        (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito       Eccole, tesoro!

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Il video della domenica: Ma Shakespeare era davvero Shakespeare? NATALYA ST. CLAIR E AARON WILLIAMS

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I nostri amici di blog conoscono Natalya St.Clair come ottima divulgatrice di argomenti anche complessi; dopo “La notte stellata di Van Gogh“, ecco un suo nuovo video (sottotitolato) sull’identità di Shakespeare.

Una trasformazione a vista. SHAKESPEARE/MONTALE, SONETTO XXI

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Agli anglisti, accademici o meno, il dotto esercizio di una lettura comparata, a noialtri lettori, il piacere di assistere, verso per verso, a una trasformazione di Shakespeare in poeta del ‘900; non è solo un virtuosismo, da parte di Montale, ma un ripercorrere (sentimentale? inevitabile?) i sentieri della sua poetica – un’operazione che potrà compiere anche il lettore incominciando da quel molto montaliano “il tuo riprendere” del penultimo verso.

William Shakespeare, Sonetto XXII

Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io veda
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio – e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo sia distante.
Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
vorresti: chi l’ha avuto non lo rende.

Eugenio Montale. “Tutte le poesie”, Arnoldo Mondadori Editore.

Un antidoto contro il gossip estivo. SULLY PROUDHOMME, IL VASO INFRANTO

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Ogni tanto in questo blog pubblichiamo qualche antidoto (alle paludate e vuote serate di poesia, al finto buon gusto di certe trasmissioni gastronomiche, ecc.) Non si sa bene quanta utilità abbiano questi rimedi, diciamo che sono messaggi nella bottiglia che nel migliore dei casi evidenziano per un attimo in chi li legge un confronto improprio, un contrasto fra il post e l’icona che lo accompagna. 
Per un’estate nella quale il gossip si trascina sempre più stanco e malato ma purtroppo ancora in vita, proponiamo un antidoto leggero leggero, quasi impalpabile: i versi di Sully Proudhomme, un poeta parnassiano della seconda metà del XIX secolo. Il gioco delle impercettibili sfumature che accompagnano la fine apparentemente inspiegabile delle cose (non solo degli amori) si pone come contrasto paradossale nei confronti della kermesse degli amori di cartapesta dai quali siamo circondati nei mesi estivi

Sully Proudhomme, Il vaso infranto

Il vaso dove muore questa verbena
da un semplice tocco di ventaglio è stato incrinato;
il tocco deve averlo sfiorato appena,
non v’è stato alcun rumore.

Ma la leggera incrinatura
mordendo il cristallo ogni giorno
con un segno invisibile e deciso
ne ha fatto lentamente il giro.

La sua acqua fresca se n’è uscita goccia a goccia,
il succo dei fiori si è consumato.
Nessuno ora ha dubbi,
non toccatelo, è rotto.

Spesso, così, anche la mano che si ama,
sfiorando il cuore, lo incrina;
poi, il cuore si spezza da solo
il fiore del suo amore muore.

Sempre intatto agli occhi del mondo
sente piangere e aumentare sommessamente
la sua ferita sottile e profonda:
non toccatelo, è spezzato.

Sully Proudhomme, Il vaso infranto, Traduzione anonima

AUGUSTO MONTERROSO, LA SCIMMIA CHE VOLEVA DIVENTARE SCRITTRICE SATIRICA

scimmia scrittrice

Dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso abbiamo pubblicato altri due post: Il gufo che voleva salvare l’Umanità e Non voglio ingannarvi.

La scimmia che voleva diventare una scrittrice satirica

Nella Foresta viveva una volta una Scimmia che voleva diventare scrit­trice satirica. Studiò molto, ma ben presto si rese conto che per essere scrittrice satirica le mancava la conoscenza della gente e allora cominciò a frequentarla, andando ai ricevimenti e osservandola con la coda dell’occhio mentre se ne stava distratta con la coppa in mano.
Siccome era veramente simpatica e le sue agili piroette divertivano gli altri animali, era ben ricevuta dappertutto. Tutti erano incantati dalla sua conversazione e quando essa arrivava era festeg­giata con giubilo tanto dalle Scimmie quanto dagli altri abitanti della Fo­resta, davanti ai quali, per quanto contrari le fossero in politica interna­zionale, nazionale o domestica, si mostrava invariabilmente compren­siva; sempre, è chiaro, con l’intenzione di investigare a fondo la natura umana per poterla raffigurare nelle sue satire.
Finalmente, un giorno, si disse: comincerò a scrivere contro i ladri; e prese di mira la Gazza, e cominciò a farlo con entusiasmo e godeva e rideva per le cose che le venivano in mente sulla Gazza; ma improvvisamente pensò che fra gli animali di società che la onoravano c’erano molte Gazze, e una in particolare, che si sarebbero viste raffigurate nella sua satira, per quanto soave la scrivesse, sicché rinunciò a farlo.
Dopo volle scrivere sugli opportunisti, e mise l’occhio sul Serpente, il quale con mezzi diversi riusciva sempre a conservare o sostituire, mi­gliorandole le sue cariche; ma vari Serpenti amici suoi, e uno in partico­lare, avrebbero avvertito l’allusione, sicché rinunziò a farlo.
Dopo le venne in mente di scrivere contro la promiscuità sessuale e di­resse la sua satira contro le Galline adultere, che andavano tutto il giorno inquiete in cerca di galletti, ma tante di queste l’avevano accolta, che ebbe timore di arrecar loro male, e rinunziò a farlo.
Alla fine elaborò una lista completa delle debolezze e dei difetti umani e non trovò contro chi puntare le sue batterie, poiché quelle debolezze e quei difetti li ritrovava negli amici che dividevano con lei la tavola, e in se stessa.
In quel momento rinunciò a diventare scrittrice satirica e e cominciò ad avere il pallino della Mistica e dell’Amore e cose del genere; ma a causa di ciò, si sa com’è la gente, tutti dissero che era diventata pazza e non la ricevettero più tanto bene né con tanto piacere.

Augusto Monterroso, “La pecora nera e altre favole”, Sellerio
Traduzione Maria Teresa Marzilla

 

 

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Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna

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Gustave Courbet, L’origine du monde,1866

A me, tutte le volte, vedere riapparire l’organo sessuale della donna, proprio lì nel punto giusto dove dev’essere, mi sembra di ritrovarlo – e con trasalimento – dove meno avrei pensato, così come un caro oggetto creduto smarrito che salta fuori per caso in fondo a un baule o in qualche altro posto che mai avresti detto.
Cos’è quest’emozione di trovare proprio nella donna quello che ormai credevi perduto e che ora ritrovi?
Ma davvero ci fu un tempo in cui lo cercavi? Io credo forse soltanto nell’infanzia, quando ancora non è che lo desiderassi, ma sentivi nell’aria che quella cosa misteriosa esisteva, da certi indizi, da certe frasi non pronunciate, da certi a parte dei parenti o da un loro improvviso mettersi a parlare in inglese.
Io direi che desiderare sia abbastanza il contrario di cercare.
I dongiovanni più incalliti, i professionisti della seduzione che credono di essere motivati soltanto dal sesso della donna, in realtà non lo hanno mai cercato, l’hanno semplicemente desiderato. Hanno continuato a desiderare una cosa ignota, senza neanche un nome. E infatti, ogni volta che ne sono davanti, quasi mai lo riconoscono. Di questa apparizione, che non esaudisce il loro desiderio, non si accorgono nemmeno. Il loro desiderio inibisce totalmente la cerca la conoscenza, sopraffatto dall’avventarsi.
Nella cerca, invece, il sesso della donna appare all’improvviso, di sorpresa, e ogni volta, fossero anche mille, è come si materializzasse per caso, spontaneamente. Il meraviglioso è che il posto dove lo trovi ti sembra ogni volta, fossero anche mille, un posto dove mai lo saresti andato a cercare. E invece è proprio il suo, il suo posto preciso dove sta da milioni di anni e nessuno potrà mai toglierlo di lì.
Il risultato di questa cerca è però ogni volta guastato da qualche cosa di indefinibile: ogni volta che appare l’organo sessuale della donna io ho la sensazione che non sia più veramente disponibile, che obblighi, al suo cospetto, a una sorta di pantomima, di recita. Un rituale, come l’eucaristia, che non è vero sangue, vera carne.
Ho la certezza che in realtà siamo ormai definitivamente separati, non più riunibili né conciliabili. L’organo sessuale della femmina non è più, né mai più sarà, insomma, di nuovo in mio possesso. Qual era nei cominciamenti e mi fu tolto.

Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna (inedito)

Un antidoto: FLAUBERT, L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

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L’assedio televisivo è pressante, più delle passate stagioni, direi: d’estate, riflettono tautologicamente gli strateghi, bisogna parlare dell’estate, che significa attingere ai magazzini in cui sono ammucchiati i film vacanzieri con i protagonisti buzzurri, le nostalgie delle estati che furono, i concerti sulla spiaggia, gli amoretti che vanno e vengono, il tempo che si sbriciola in un ping pong di battute idiote.
Un antidoto: il finale della
Educazione sentimentale, di Flaubert, nel quale si avvicendano il tempo, le età, i rimpianti, le piccole meschinità, il paradosso delle occasioni perdute in quanto impossibili. Una punta di amaro in un’estate stupida e drammatica.

Rientrarono. La signora Arnoux si tolse il cappello. La lampada della consolle illuminò i suoi capelli bianchi. Fu come un pugno nel petto. Per nasconderle quella delusione si sedette ai suoi piedi; prese le sue mani, le disse parole tenere.
– La sua persona, ogni suo minimo gesto mi sembravano importanti, sovrumani. Quando camminava, il mio cuore si sollevava come polvere dietro ai suoi passi. Vederla era come contemplare un chiar di luna in una notte d’estate, con tutti i suoi profumi, le ombre dolci, i biancori, l’infinito […]
E lei, rapita nell’ombra, lo lasciava prosternarsi ai piedi della donna che non era più. Inebriato dalle sue stesse parole, Frédéric finiva per crederci. La sentì chinarsi verso di lui, sentì sulla fronte la carezza del suo respiro, attraverso i vestiti il contatto indeciso del suo corpo. Le loro mani si strinsero. La punta del suo stivaletto usciva appena dalla gonna, sentendosi quasi mancare le disse:
– Il suo piede… il suo piede mi turba.
Per un moto di pudore si alzò. E, immobile, con l’inflessione di voce dei sonnambuli:
– Alla mia età! Frédéric!… Nessuna è mai stata amata come me! No! Nessuna! a che serve essere giovane? Non me ne importa niente! Io le disprezzo quelle che vengono qui !
– Oh! Non ne vengono” – rispose lui con compiacenza.
Il viso di lei s’illuminò; volle sapere se intendesse sposarsi.
Giurò di no.
– E’ proprio vero? Perché?– Per causa sua – e la strinse fra le braccia.
E lei ci stava, il busto all’indietro, gli occhi, la bocca socchiusi. A un tratto lo respinse con aria disperata; la supplicò di dirgli perché; e lei, chinando la testa:
Avrei voluto farla felice.
Frédéric ebbe il dubbio che fosse venuta per offrirsi; tornò la voglia di lei, più forte che mai, accesa, violenta. Ma insieme al desiderio fu preso da una sensazione inesprimibile, una repulsione, quasi il terrore di un incesto. Temette anche di provarne disgusto, dopo. Del resto, sarebbe stato molto imbarazzante. Così, un po’ per prudenza, un po’ per non degradare il suo ideale, le voltò le spalle e si mise ad arrotolarsi una sigaretta.
Lei lo guardava come una meraviglia.
– Solo lei sa essere tanto delicato, solo lei!
Suonarono le undici.
– Già le undici! Ancora un quarto d’ora e me andrò.
Tornò a sedersi; ma osservava la pendola. Lui fumava camminando per la stanza. Nessuno dei due trovava più nulla da dirsi. All’atto delle separazioni, arriva quel momento in cui la persona amata se n’è già andata.
Altri venticinque minuti, poi si decise a prendere il suo cappello, lentamente.
– Addio, caro amico, addio! Non la rivedrò più! Questa visita è stata la mia ultima azione di donna. Ma la mia anima l’accompagnerà per sempre. Il cielo la benedica!
E lo baciò sulla fronte come una madre.
Si sfilò il pettinino; i suoi capelli bianchi si sciolsero.
Con una forbiciata decisa ne tagliò una lunga ciocca alla radice.
– Li tenga! Addio!
Quando fu uscita, Frédéric aprì la finestra. La vide sul marciapiede fare segno a un fiacre, salire nella vettura, e con essa scomparire.
E fu tutto.

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Guaraldi, Traduzione Jean Paul Pierozzi

 

Settant’anni dopo: 6 agosto 1945 – 6 agosto 2015. Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

Schermata 2015-08-06 alle 10.23.21La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco