E così ce ne andiamo a recitare una sera a Chambéry, su invito degli amici dell’Università de la Savoie i quali avevano scoperto Radiospazio in occasione della rappresentazione de Il Pipistrello, di Pirandello; lo spettacolo invitato a Chambéry era quello, ma non riuscimmo a combinare la trasferta per gli impegni degli attori. C’era molta più azione scenica, in quello spettacolo: le prove guittesche, un entr’acte, uno svenimento, un pipistrello che svolazzava per la scena… insomma, una successione di mulinelli che avrebbero permesso al pubblico francese di sorvolare sulla lingua. Perché recitiamo in italiano, naturalmente (“spectacle en langue italienne”, avverte la locandina). E questo, come sottolineava tempo fa l’attore velenoso/borioso/annoiato, è un “teatro di parola”. Beh, sì, a volte succede che a teatro i personaggi scambino quattro parole, ma qui vogliono esserci anche dei bei monologhi, e come se non bastasse anche dei versi. Vedo l’attore velenoso/malevolo che sorride. Ma gli spettatori francesi sono duttili e avranno anche il sussidio del testo tradotto, come i libretti d’Opera; ci sarà tutto un moto pendolare fra il testo francese e il palcoscenico ma avranno ragione i più pigri, quelli che riporranno il libretto abbandonandosi alle parole degli attori e alle musiche.
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Il video della domenica. IL VANGELO SECONDO PASOLINI. Il sepolcro vuoto.
https://www.youtube.com/watch?v=P7RjM67QFRU
Buona Pasqua a tutti gli amici del blog!
Un appuntamento
Come i nostri amici di blog sanno, non rincorriamo la notizia e non lo faremo nemmeno in questa occasione. Di Paolo Poli scriveremo più meditatamente tra qualche giorno – peraltro, si tratta di un personaggio che non ha mai cavalcato l’attualità né ha mai cercato vetrine nelle quali esporre la sua mercanzia, non ne aveva bisogno: il teatro era dove lui era, e ciò che era intorno a lui diventava – fisiologicamente, direi – platea. Lo incontreremo fra un po’, quando sarà passata la rituale piena del cordoglio mediatico.
Facebook e lo scricchiolio dei ricordi
Questi ricordi che saltano fuori dalla scatola a molla sono sempre stonati, fuori tempo, come certi coatti estroversi. Dice: “E’ un algoritmo, cosa credi? Non esiste un tizio che tutte le mattine si sveglia con il proposito di perseguitarti”. La cosa non cambia. Una volta aperta la scatola, sei inchiodato al ricordo di giornata: in questo caso, di quattro anni fa. Non è un ricordo brutto, ma certo faticoso. Radiospazio era appena stato cacciato (diciamo allontanato, dissuaso dal proseguire i suoi spettacoli) dalla biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Torino (per eccesso di pubblico: un caso stravagante, per non dire unico). Il nostro spettacolo su Flaiano era quasi pronto e non avevamo un teatro in cui debuttare. Ma dovevamo. Chissà poi perché “dovevamo”: non si poteva rimandare, non ricordo la ragione, ma non si poteva – le urgenze di quattro anni fa erano evidentemente improrogabili. Ci venne in soccorso il gallerista Allegretti (al quale sono e siamo ancora grati) che ci ospitò generosamente nei suoi locali. Lo spettacolo scorreva anche se in un alveo del tutto inedito come quello di una galleria d’arte: nella bella sala quadrata recitavamo davanti a un’opera fotografica che rappresentava frammenti di giardini. Affascinante, ma poco in sintonia con la Roma flaianea degli anni Sessanta; le luci erano spot sparati negli occhi degli attori. Il pavimento, a listoni, scricchiolava. Sempre. Era un vecchio e nobile pavimento piemontese che avrebbe figurato benissimo in un thriller. Piemontese e fantasmatico, perché si faceva sentire anche durante lo spettacolo, mentre gli spettatori erano fermi e ben ordinati sulle loro sedie (d’epoca? forse sì). L’impressione era quella di recitare nel salotto di una zia tanto affabile quanto lontana da tutto ciò che assomiglia al teatro. Fu l’ultima replica di Radiospazio in un ambiente così estraneo: gli spettacoli seguenti approdarono al palcoscenico. Con svariate disavventure ma senza scricchiolii (almeno del pavimento).
SCIE CINICHE. La carica dei genitori
Sarà vero? Non può essere vero. Forse è vero. E se fosse vero?
SCIE CINICHE. 21 marzo, GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
Non era cinico, Leopardi, ma questo frammento dello Zibaldone figura benissimo, oggi, nelle nostre scie. Prepariamoci perché stiamo per essere assaliti da ostentazioni che confinano con la sfrontatezza. La programmazione di radio tre sarà contrappuntata, gr dopo gr, da letture di versi; qualche giornalista, in vena rapsodica, si abbandonerà a divagazioni sulla poesia come redenzione del mondo; attori in libera uscita verranno posti davanti a un microfono e con voci nasalizzanti leggeranno tutti i versi leggibili e illeggibili, da Saffo al recente vincitore del Premio PoetiKanten. Si evocherà Alda Merini. Si riaccenderà il match “Con la cultura si mangia/non si mangia”. Per un giorno, a dispetto del monito leopardiano, la Bellezza (del Verso) s’imprimerà, come la decalcomania di un chewing gum, su innumerevoli fronti analfabete. A mezzanotte, con lo spirare degli ultimi rantoli poetici, tutti a letto, bisogna recuperare le forze per la prossima Giornata Mondiale.
A proposito, il prossimo appuntamento è con la Giornata Mondiale della Lotta coi Cuscini.
Ecco quanto scrivono gli organizzatori: Come ad Amsterdam inizia a Napoli l’appuntamento con la giornata mondiale della lotta dei cuscini in programma il giorno sabato 2 aprile a piazza Bellini. Sarà Vincenzo Bellini (proprio lui! N.d.R.) a fare da teatro alla battaglia a suon di cuscinate. Per partecipare alla lotta basterà osservare poche semplici regole: chiamare il maggior numero di amici e conoscenti, non indossare occhiali e oggetti di valore, portare il proprio cuscino da casa, combattere lealmente. Siete pronti a partecipare alla lotta più divertente dell’anno?
Il video della domenica. TONY RICHARDSON, TOM JONES (in taverna con la lussuria)
https://www.youtube.com/watch?v=oWEx40H3Qu8
Dal 1958 al 1962, Tony Richardson realizza quattro film di culto che diventano altrettante pietre miliari del nuovo cinema inglese e che al tempo stesso rappresentano una cerniera fra il linguaggio teatrale e quello cinematografico. Qualche titolo: I giovani arrabbiati, ispirato al famoso Look Back in Anger, di Osborne; Il grande peccato, riscrittura cinematografica di Santuario, di Faulkner; Sapore di miele, rielaborazione del dramma omonimo di Shelagh Delaney; Gioventù, amore e rabbia, scritto da Alan Sillitoe. Forse oggi alcuni di questi nomi dicono poco ai più giovani, ma Osborne, Delaney, Sillitoe, erano i drammaturghi bandiera di quella generazione che venne definita “degli arrabbiati” e il loro passaggio dal palcoscenico al set cinematografico fu un ingresso davvero fastoso negli anni Sessanta.
Nel 1963 (qui arriviamo al nostro video), Richardson volta pagina e si dedica a uno dei grandi romanzi della letteratura inglese del XVIII secolo, Tom Jones, di Fielding; la sceneggiatura di Osborne garantisce la continuità con la drammaturgia del nuovo teatro inglese. Da un capolavoro letterario nasce – caso molto raro – un capolavoro cinematografico. (A qualche cosa la scrittura serve – sembra un’osservazione lapalissiana ma non guasta ricordarlo a qualche attore presuntuoso). La chiave di lettura di cui si serve la coppia Richardson/Osborne è l’ironia – ma non quella a cui potrebbe pensare l’attore presuntuoso di cui sopra, fatta di ammiccamenti al pubblico – l’ironia, qui, nasce da un preliminare, metodologico distacco critico da cui il regista prende le mosse per imprimere alla narrazione minuscoli slittamenti, impercettibili sovratoni, piccole parentesi stranianti, lievi esagerazioni del trucco… La scrittura cinematografica poggia su un sistema di segni calibrati e leggermente devianti che l’attore in questione non coglierebbe mai (infatti la visione di questo film gli è sconsigliata).
Veniamo alla nostra sequenza, perché ci siamo troppo dilungati. Ma prima, una brevissima silloge sul romanzo di Fielding nel quale si racconta, con ritmo picaresco, l’educazione sentimentale del giovane Tom, trovatello accolto da una ricca famiglia inglese e poi cacciato di casa quando il suo ambiguo benefattore si accorge dell’amore del ragazzo per l’aristocratica Sophie destinata a un adeguato matrimonio.
La virtuosistica sequenza che vi proponiamo è interpretata dal grande Albert Finney e da una non meno brava Joyce Redman nei panni di una ninfa boschereccia raccolta da Tom durante le sue peregrinazioni e condotta a banchettare in taverna.
Chi l’avrebbe detto?

C’è chi ha fatto meglio, molto meglio, ma noi non gestiamo un movimento politico, non seguiamo l’evolversi dei media, non suggeriamo ricette di cucina. Tutto sommato, va bene così. Anzi, per non essere troppo compassati, diciamolo: proprio non ce lo aspettavamo che un giorno i nostri amici iscritti al blog sarebbero stati novemila (non c’erano aspettative di nessun genere, per la verità). Ma le cifre, come si sa, danno alla testa, soprattutto agli astemi, e adesso di fronte a noi si erge un cattivo pensiero: e se un giorno arrivassimo alla cifra tonda di diecimila? Sempre senza accorgercene.
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalla prima. “Com’è andata ieri sera?”
La domanda non è sempre di pura cortesia, spesso è sentita, talvolta nasce addirittura da una sollecitudine affettuosa: “Com’è andata ieri sera?”.
E’ andata bene. Immancabilmente bene. Da molti anni non si verificano quei teneri disastri scenici come nel film di Marcel Carné Les enfants du Paradis (crolli rovinosi delle quinte, improvvise amnesie degli attori, ecc.), dunque va sempre bene. Il clima che avvolge l’evento teatrale è sempre un ottimo clima: temperato, riscaldato da un sole mite, con qualche pioggia tiepida ma tanto impalpabile che sembra spruzzata da una bomboletta. In questo ambiente immutabile da vacanza garantita alle Seychelles viene da rimpiangere gli acquazzoni guastavacanze che squassavano l’Adriatico del dopoguerra sradicando i picchetti delle tende e costringendo mamme e bambini a correre via inciampando fra le pozzanghere con gli zoccoloni di legno.
Ci potrebbe essere solo un elemento perturbante, in questo clima eternamente uguale a se stesso: il critico, il buon vecchio critico tremolante e magari incazzoso, biascicante e rammemorante le grandi stagioni defunte che giammai ritorneranno. Sì, perché il teatro senza una goccia di morte è come certi cocktail senza angostura, come un battesimo senza una fata cattiva. Purtroppo, quei critici vagamente sinistri se ne sono andati con le loro grisaglie lise, e i loro successori sono impegnati altrove – ma bisogna dire che non è sempre un male.
PUCK E L’ALLODOLA. TRAILER, Un frammento della partita a due che si gioca questa sera
PUCK E L’ALLODOLA. Questa sera la prima. Ore 19
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 5. Storia di un retropalco
http://fondazionetpe.it/evento/puck-e-lallodola/2016-03-11/
Così, ma solo durante alcuni passaggi sporadici, appare il retropalco abitato da Puck, che solitamente non è così tenebroso. Questo retropalco ha una piccola storia. Fino a qualche giorno fa, se ne stava in piedi rigido, impettito e disadorno; quella nera armatura da cavaliere nero e spocchioso venata di catinelle chiare mi aveva tratto in inganno: ingenuamente, avevo scambiato quella nudità per rigore. Il rigore delle linee. La purezza delle nervature. L’asciuttezza della struttura. Stupidaggini (anzi mi verrebbe da dire: stupidaggini ideologiche) che fortunatamente sono state spazzate via dalla ramazza pragmatica del nostro omnitecnico Mauro Panizza il quale, dopo aver costruito quel piccolo monumento, mi disse, di passaggio: “Secondo me, un paio di luci da retropalco ci starebbero bene”. Da quel momento le cose precipitarono: una volta piazzate due luci che diffondevano la tristezza avvincente dei retropalchi, entrò in azione la nostra scenografa Barbara Tomada e arrivarono i costumi e le corde, poi gli ordini del giorni meticolosi e i costumi dimenticati da chissà chi, e tutto il resto.
Il retropalco, ora, appare un contenitore di storie, e quella di Puck sembra solo una scelta fra le tante che si potrebbero rappresentare.
PUCK E L’ALLODOLA. Trailer. L’inizio dello spettacolo. Francesco e il senso.11 e 12 marzo Teatro Astra ore 19.
Massimo Giovara, Puck
https://www.youtube.com/watch?v=y_m5W4THYxw&feature=youtu.be
Spedendomi il trailer, Francesco Ghisi, che ha registrato e montato questo frammento di spettacolo, mi ha scritto in accompagnamento: “Per essere un trailer, è un po’ lungo: cinque minuti, ma non potevo tagliare prima, si perdeva il senso del testo”. Il senso del testo. Santo cielo. Le forbici a sette lame dei montatori sbudellano e triturano il girato tentando di guadagnare qualche decimo per stare dentro ai quindici secondi tassativi dello spot e stiamo qui a parlare di “senso del testo”. Ma Francesco è un cuore sensibile. Forse a quell’età si è ancora pervasi del sentimento del senso. Forse fra qualche anno sulla sua moviola si ammucchieranno, oltre alle tazzine di caffè e alle buste di tabacco da rollare, parti sanguinolente di trailer che avevano l’unica colpa di essere troppo lunghi rispetto alle aspettative del committente, e Francesco guarderà con distacco quei poveri mucchietti di senso mentre parla in contemporanea con i boss di due agenzie pubblicitarie rivali (un cellulare per orecchio); alla lunga, quei resti lo infastidiranno, e senza smettere di telefonare Francesco premerà un pulsante segreto celato in un portacenere; comparirà una ragazza flessuosa/vistosa dagli occhi meravigliosamente inespressivi, come quelli delle donnine di campagna che tiravano il collo ai polli mentre chiacchieravano con le altre comari; senza interrompere le telefonate, Francesco le farà un cenno, come a dire: “Porta via questa schifezza”; “Me ne occupo io”, mormorerà devotamente la ragazza, e con la pattumierina e la scopetta antisenso sgombrerà la scrivania.
Per adesso, il senso se lo tiene, Francesco. Di conseguenza il trailer è un po’ lungo, ma in fondo si tratta di cinque minuti.
PUCK E L’ALLODOLA. Un pensiero per gli amici del blog Radiospazio
Il video della domenica. FABRICE. O. JOUBERT, FRENCH ROAST
https://www.youtube.com/watch?v=OnwxsMRtquw
Comica con alcuni momenti che ricordano spunti del primo Chaplin (la scena delle frittelle). Striature gialle e una goccia, ma piccola, di morale (che non altera il gusto).








