Il video della domenica. MICHAEL VARNUM, GIRL MISTAKES PROSTITUTE FOR CLOWN

Schermata 2016-02-11 alle 10.30.31https://www.youtube.com/watch?v=Qq2FY0sZxak

Questo corto è l’ennesima variazione di un  meccanismo elementare, caro alla pochade e alla farsa: lo scambio di persona o di indirizzo. In un irresistibile atto unico di Georges Feydeau, un giovane e sprovveduto provinciale, arriva a Parigi in cerca di una cocotte pronto uso, ma per sbaglio s’infila nel portone di una distinta famiglia la cui figliola sta aspettando il nuovo maestro di pianoforte. Da questo scambio d’indirizzo,  gli innumerevoli equivoci: la giovane che si dichiara desiderosa di imparare la tecnica delle mani; il compenso per ogni prestazione che dovrà essere stabilito dalla mamma (“Ah, perché sua madre è a conoscenza della sua intenzione?” “E’ assolutamente d’accordo, anzi è lei che decide le tariffe”), ecc.
Nel nostro caso, a sbagliare indirizzo è una call girl invitata a rallegrare un compleanno. Ma il festeggiato è a sorpresa.

RONALD D. LAING, MALINCONICHE NOTTI

la donna di plasticaProfeta dell’antipsichiatria e scrittore sottile, Ronald D. Laing conta un certo numero di appassionati fra i nostri lettori, ai quali proponiamo questo ritratto in versi di un soggetto (non si sa quanto) patologico, da leggere in controluce – in questi giorni dominati dalle pulsazioni di una sessualità che non trova le parole, i tormenti del bambolomane insonne sembrano ritagliarsi un significativo posticino.

Ero scontento
delle ragazze a pagamento
così ne inventai una meccanica

potevo accenderla
potevo spegnerla

con lei mi sentivo
molto volitivo
ma ora di notte son tanto malinconico

era soprattutto di plastica
con una bella pancia elastica
e il tono di voce monotono elettronico

aveva una graziosa fessura
che adopravo con disinvoltura

la trattavo con molta indifferenza
per evitare una  mia dipendenza
ma  ora di notte son tanto malinconico

io l’avevo costruita
e io l’avrei demolita
se non rispondeva all’apparecchio telefonico

un brutto giorno il cuore le ho spezzato
e il pezzo di ricambio l’ho perduto

e ora che lei m’ha detto addio
in pezzi ci sono andato io
e così di notte son tanto malinconico

Ronald D. Laing, Mi ami?, Einaudi, Traduzione Floriana Bossi

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Audio Radiospazio 6′

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https://www.spreaker.com/user/7897121/buzzati-lo-scarafaggio

Non sarà un’espressione criticamente irreprensibile, ma viene da dire che nei migliori racconti di Buzzati si realizza (si materializza?)  un qualche cosa di esterno al racconto stesso, un ingranaggio collocato all’ultimo piano di un grattacielo senza fine, che governa di lassù la narrazione. Buzzati ama i grattacieli e, di conseguenza, le vertigini (o viceversa, le due cose sono interdipendenti); basti pensare a Il fischio al naso e a Ragazza che precipita: nel primo racconto, il protagonista, ricoverato al primo piano per un banalissimo fastidio, viene fatto salire da un piano all’altro di una clinica, e nella salita tutto diventa nebuloso e indecifrabile; nel secondo, una ragazza si lancia con entusiasmo da un grattacielo e la durata della sua caduta coincide con quella della sua stessa vita (come dire: la vita è una caduta graziosamente imbellettata, che va perdendo il trucco via via). In questo racconto la vertigine, se si potesse dire, si espande orizzontalmente. Intorno al corpicino di uno scarafaggio schiacciato nel buio della notte si intesse una ragnatela di segni solo apparentemente incongrui; la soluzione giunge, come in un thriller (ma metafisico) con l’ultima frase.
L’audio è tratto dal nostro spettacolo su Buzzati
Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale, del 2013. Gli attori sono Roberto Accornero ed Eleni Molos, davvero bravi.

Intervista di A.G. con Primo Levi

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https://soundcloud.com/radiospazio-570062609/intervista-a-primo-levi_19-4-1

Era il 1968, credo, quando Corrado Guerzoni, allora direttore generale della radiofonia, decise di varare una trasmissione particolarmente impegnativa intitolata Lo specchio del cielo: sul sentimento della trascendenza, disse, così come lo vivevano alcuni personaggi della nostra cultura. Gli risposi che le mie frequentazioni con la trascendenza erano scarse, anche se non escludevo che col tempo sarebbero migliorate – quella risposta fra il laico e il  guascone si sarebbe rivelata una mezza profezia, comunque Guerzoni non la raccolse, anzi gli parve che un profano fosse il miglior antidoto a una certa compunzione che, invece, avrebbe condizionato un praticante la trascendenza. La strategia del direttore era scaltra ma non so se abbia funzionato: io penso che una certa compunzione mi abbia colto a mia insaputa: senz’altro si affaccia nella sigla della trasmissione (Il concerto per violoncello e orchestra di Dvorak) e forse serpeggia qua e là nelle domande. Comunque Primo Levi è da ascoltare perché lui, compunto non lo è mai. Il nostro dialogo durò più di due ore, tutte registrate in uno studio della rai di Torino. Il montato è di cinquantacinque minuti. Il mio rimpianto: non aver tenuto gli scarti che contenevano racconti, divagazioni e divertenti osservazioni su cosa significhi scrivere al computer (Levi e Umberto Eco furono i primi letterati italiani a usarlo in modo massiccio). La fretta di montare la trasmissione e la mia scarsa lungimiranza m’impedirono di capire che quel Primo Levi privato era uno splendido autoritratto, destinato a rimanere solo nella mia memoria.

Il video della domenica. STANLEY KUBRICK, MACCHINA AL CENTRO

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Dalla collocazione della macchina da presa dipendono il tono e il senso di una sequenza; molti registi cercano la soluzione escogitando le prospettive più insolite, dal basso, dall’alto, di sguincio, dall’elicottero…
In questo brevissimo video, la soluzione limpida, aurea di Kubrick.

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Quarto capitolo

UOMO DONNAhttps://www.youtube.com/watch?v=sWxMJNIDM5U

Questo è un capitolo che potrebbe sembrare un po’ scorretto, conviene dirlo subito. Qualcuno potrebbe legittimamente chiedere: perché lo avete messo in scena e poi riproposto sul blog? Risposta: al Polo del ‘900 verrà allestita una grande mostra che proporrà, fra le varie tematiche, quelle del rapporto uomo/donna. L’argomento sarà ampiamente e molto seriamente trattato, in quella sede; il nostro piccolo spettacolo procedeva per rapide pennellate e non senza una certa ironia; così è nato questo video che registra umori e pregiudizi diciamo di vecchio stampo: dell’altro secolo? forse no, e la violenza dei recenti fatti di Colonia ce lo dimostra. Un’attenuante, almeno parziale: i personaggi intervistati nel video si innestano su una cultura multisecolare, che abbiamo registrato con affetto distinguendo, come disse una voce autorevolissima, l’errante dall’errore.

Il contrappunto scenico era un minuscolo atto unico futurista del primissimo ‘900. I lettori del nostro blog lo conoscono ma lo riproponiamo per completezza:

Arnaldo Corradini e Bruno Corra, Alterazioni di carattere

Marito       No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perchè io ti pianto immediatamente!
Moglie        (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami! —
Marito       (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie        (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito       (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie.       Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito       Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie        (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito       (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie        Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito       Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie        Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito       Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie        (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito       Eccole, tesoro!

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Terzo capitolo

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https://www.youtube.com/watch?v=VP_mxmW_ni4

Terzo capitolo dello spettacolo (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Ai personaggi intervistati è stato chiesto di ricordare il passaggio del millennio, le prospettive e le incertezze del futuro. Sulla scena, un passo del romanzo di Foer, splendida costruzione sull’11 settembre. Un bambino, il cui padre è morto durante l’assalto alle Torri Gemelle, cerca di ricomporre i frammenti di una realtà indecifrabile e inaccettabile

                        Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino

Figlio     La mamma mi ha detto:
Madre    Quel giorno, papà mi ha telefonato dalla torre.
Figlio     Mi sono staccato da lei: Come?
Madre    Ha chiamato dalla torre.
Figlio     Ti ha chiamata sul telefonino?
Lei ha fatto di sì con la testa, e per la prima volta dalla morte di papà l’ho vista piangere senza cercare di trattenere le lacrime. Era sollievo? Era depressione? Gratitudine? Sfinimento? Cosa ti ha detto?
Madre    Mi ha detto che era in strada, che era uscito dalla torre. Ha detto che sarebbe tornato a casa a piedi.
Figlio     Ma non era vero
Madre    No.
Figlio     Te lo ha raccontato per non farti stare in pensiero.
Madre    Proprio così.
Figlio     Però sapeva che tu lo sapevi.
Madre    Sì.
Figlio     Si era fatto tardi, non so che ora. Probabilmente mi sono addormentato, ma non ricordo. Ho pianto tanto che tutto si è confuso, è diventato altro. A un certo punto, lei mi stava riportando in camera mia. Poi ero a letto. Lei mi osservava. Io non credo in Dio, ma credo che le cose siano complicate al massimo, e lei che mi osservava era la cosa più complicata del mondo. Ma era anche incredibilmente semplice. Nella mia sola vita, lei era la mia mamma e io suo figlio.
Le ho detto: Fa niente se ti innamori un’altra volta.
Madre    Ma io non voglio innamorarmi mai più.
Figlio     Ma io voglio che ti innamori, ho detto ancora.
Lei mi ha baciato e ha detto:
Madre    Non mi innamorerò più.
Figlio     Le ho detto: Non devi dir bugie per non farmi preoccupare.
Madre    Ti voglio bene
Figlio     Ha risposto lei. Mi sono girato su un fianco e ho ascoltato i suoi passi mentre tornava al divano.
Ho sentito che piangeva. Ho immaginato le sue maniche bagnate. I suoi occhi stanchi. Ho allungato la mano e ho trovato “Cose che mi sono capitate”. Era pieno, completo, Presto avrei dovuto comprare un altro album. Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nei portafogli, e i documenti degli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo un una società senza carta, come un sacco di scienziati dicono che un giorno succederà, papà sarebbe ancora vivo.
Ho preso la torcia dal mio zaino e l’ho puntata contro il libro. Ho visto le cartine, i disegni, le foto prese da giornali e riviste e da Internet. C’era tutto il mondo lì dento. Finalmente ho trovato il corpo che cadeva.
Era papà?
Forse.
Chiunque fosse, era qualcuno.
Ho strappato le pagine dal libro.
Le ho rimesse in ordine al contrario, in modo che l’ultima fosse la prima e la prima fosse l’ultima.
Le ho sfogliate velocemente e sembrava che l’uomo stesse alzandosi in cielo.
E se avessi avuto altre fotografie, sarebbe volato dentro una finestra e dentro la torre, e il fumo sarebbe stato aspirato nel buco da cui l’aereo stava per uscire.
Papà avrebbe lasciato i suoi messaggi a rovescio finché la segreteria sarebbe stata vuota, e l’areo sarebbe volato all’indietro, fino a Boston.
Papà avrebbe preso l’ascensore per scendere in strada e schiacciato il bottone per l’ultimo piano.
Avrebbe camminato all’indietro fino al metrò e il metrò sarebbe andato indietro nel tunnel fino alla nostra fermata. Papà sarebbe tornato a casa camminando all’indietro mentre leggeva il «New York Times» da destra a sinistra. Avrebbe sputato il caffè nella tazza e si sarebbe messo i peli in faccia con il rasoio.
Sarebbe tornato a letto, la sveglia avrebbe suonato al contrario, e lui avrebbe fatto i sogni al contrario.
Poi si sarebbe alzato alla fine della sera prima del giorno più brutto.
Sarebbe indietreggiato in camera mia. Sarebbe stato nel letto con me.
Io avrei detto: Niente alla rovescia. Lui avrebbe detto:
Padre     Sì, pulce?
Figlio     Alla rovescia. Io avrei detto: Papà? Alla rovescia, che non è così diverso da papà detto normalmente.
E saremmo stati salvi.

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda
Traduzione M. Bocchiola

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Secondo capitolo

Schermata 2016-01-07 alle 18.57.45https://www.youtube.com/watch?v=JngnCRmiGG0

Secondo frammento di APPUNTI PER UN ‘900 (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Il ricordo frammentario della guerra, così come emerge dal brevissimo video, sulla scena trova un riscontro letterario nella ferocia parodistica di Gadda, che ritrae Mussolini arringante la folla

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo

Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente.
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Il video della domenica. Le ragazze e gli affari. DINO RISI, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO, 1971

gassman tognazzihttps://www.youtube.com/watch?v=F9Vg2gGFZQg

Dopo l’Italia del boom (Il sorpasso, 1962), Risi mette in scena quella, proiettata in una sconsolante modernità, degli anni Settanta. Doppia prova di bravura dei due protagonisti, Tognazzi (il giudice Mariano Bonifazi) e Gassman (l’imprenditore Renzo Santenocito), che si scontrano intorno all’oscura morte di una ragazza, navigando in un magma non meno oscuro di affaracci e di olgettine ante litteram.

La rappresentazione dell’allegria. HEINRICH BÖLL, L’UOMO CHE RIDE

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“Parlare di Checco Zalone sta diventando complicato”, scrive Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano. Verrebbe da dire: non sforziamoci troppo, ma poiché sembra che da “Quo vado?” dipendano le sorti del cinema italiano, della politica culturale del governo e la stessa sopravvivenza si una sia pur minima dialettica politica, parliamone. Indirettamente, per analogia, con questo breve racconto di Heinrich Böll.

Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parruc­chieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confes­sioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda “Vive di questo, lei?”, devo rispondere “sì”; il che è vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma la verità è che rido. Non sono né un clown né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria. Sono diventato indispensabile, rido su di­schi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con ri­guardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti de­boli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi: “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimi­sta. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere.
Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso vera­mente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo cono­sco.

Heinrich Böll, L’uomo che ride, in “Racconti umoristici e satirici”, Bompiani
Traduzione Lea Ritter Santini

Una verità su Magritte. ERICH FRIED, MALINTESO DI DUE SURREALISTI

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MALINTESO DI DUE SURREALISTI

“piove”
disse lei
“un uomo dal cappotto nero
passa per la via”
disse lei

Magritte però
non la sentiva
più tanto bene
infatti lei lo disse soltanto anni
dopo la morte di lui

Così non sentì più
le ultime tre parole
e capì soltanto
“piove un uomo dal cappotto nero”
E lo dipinse

Erich Fried, E’ quel che è, poesie d’amore di paura di collera,
Einaudi, Traduzione Andrea Casalegno

Imitazione di Anacreonte. EROS FERITO

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Eros un giorno fra le rose
non vide un’ape che dormiva
e al dito ne fu punto;
e ferito alla mano gemeva
e tendendola alla bella Citerea:
“Madre”, disse, “è finita per me,
è finita e me ne muoio;
un piccolo serpente alato
mi ferì, che i contadini
chiamano ape.”
E quella rispose: “Se dell’ape
il pungiglione duole,
quanto pensi, o Eros,
soffrano coloro che tu ferisci?”

Poeti greci, a cura di Dario Cantarella, Nuova Accademia Editrice

Buona Epifania. NELO RISI, PENSIERI ELEMENTARI

camion neve

In tanto spreco di respiro umano
in tanti mattoni per gli ultimi piani
in tanta neve spazzata ogni tanto e con tutta la merce
portata dai camion nelle notti di gelo
gli uomini dentro, resistono bene.
Lavorano dietro i tavoli su sedie di paglia
o affondati in poltrone, hanno anche un orario
qualcosa di caldo per colazione e magari
la macchina poi che li riporti a casa.
Tutti hanno un letto. Sono due modi però
di lavorare nella stessa città.

Nelo Risi, Pensieri elementari, Mondadori

GRACE PALEY, UN FILO D’ANSIA

bigodini 2MADRE     Santo cielo! Faithy, com’è che hai un foruncolo sul polso? Non ti lavi?
FIGLIA      Mamma, naturale che mi lavo. Non so, forse è per l’ansia; comunque non è un foruncolo.
MADRE     Ti prego non parlarmi dell’ansia. Sei andato all’università. Tieni le mani pulite. Hai studiato biologia. Me lo ricordo. E dunque lavati. Foruncoli sul polso sono il minimo con l’ansia. Sono le preoccupazioni che portano la malattia. I guai alla cistifellea ce li ho da quando Archie sposò quella stupida. Il sangue lento mi venne quando il signor Stein morì.
FIGLIO       Vuoi dire che è la vita che ti ha fatto ammalare?
MADRE      Così ho detto e così è.

Grace Paley, Sognatore in una lingua morta, La Tartaruga, Traduzione L. Noulian