Molto più interessante dei soliti backstage, il lavoro di Sara Preciado rilegge in trasparenza La La Land scovando analogie, citazioni e riferimenti ai classici del musical.
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Sul delitto di Vasto, UMBERTO GALIMBERTI. 4′ (audio)
L’odio di una madre. HERVÉ BAZIN, VIPÈRE AU POING

Nel romanzo presumibilmente autobiografico di Hervé Bazin, Vipère au poing, la storia del giovane Jean Rezeau ci proietta nell’universo di un rapporto madre-figlio atipico per chi si voglia convinto sostenitore che l’amore di una madre sia pur sempre qualcosa che non ci abbandonerà mai.
Ma se a parlare fosse invece l’odio di una madre? Se la convinzione fosse che invece è proprio l’odio di una madre a non darci scampo? Ecco che ci troviamo ad inseguire la disperata avventura intrapresa da Jean, detto Brasse-Bouillon, alla ricerca delle parole per dire di una donna alla quale nessun nomignolo sarebbe stato più adatto di quello datole dai figli: Folcoche, una contrazione tra folle (folle) e cochonne (maiala). Una madre che non ha nulla di materno, che si relaziona ai figli attraverso la ferocia del diktat nella speranza di far di loro dei perfetti borghesi di facciata. Nessuno spazio all’amore, il racconto si articola su un solido scambio tra attacco e contrattacco da parte di Jean nei confronti della madre alla quale sente, amaramente, di somigliare più di quanto potesse mai immaginare.
Luana Doni
E la pistolettata? Te la ricordi, Folcoche, la pistolettata?
[…] dicevi sempre: « non mi piacciono gli sguardi bassi. Guardatemi dritto negli occhi. Saprò cosa pensate.»
Così, ti sei prestata tu stessa al nostro gioco. […] A cena, in silenzio, ecco il momento perfetto. Niente da dire. Non mi coglierai in fallo. Tengo le mani sulla tavola, la schiena dritta e ben appoggiata alla sedia. Sono terribilmente corretto. Il mio atteggiamento è impeccabile. Posso guardarti fissamente, Folcoche, è un mio diritto, e quindi lo faccio, ti fisso, ti fisso disperatamente. Non faccio altro che quello, fissarti. E, dentro di me, ti parlo, ti dico: «Folcoche! Guardami! Ehi Folcoche! Dico a te!» Allora il tuo sguardo si alza […] si alza come una vipera e si sposta alla ricerca di un debole appiglio a cui attaccarsi. Ma non esiste. No, questa volta non morderai Folcoche! Le vipere, loro, mi conoscono.”
Hervé Bazin, Vipère au poing, Grasset, Traduzione di Luana Doni
Una timida pochade. CESARE ZAVATTINI, DONNA DI BREST

Mino Maccari, “Passeggiata”, olio su Tela
Quando scrisse questi racconti, fra il 1927 e il 1940, Zavattini aveva alle spalle una già consistente attività di sceneggiatore, ma i grandi film doveva ancora scriverli (I bambini ci guardano, Ladri di biciclette, Umberto D, Miracolo a Milano…); Al macero, dunque, si può considerare una raccolta giovanile, forse un laboratorio nel quale Zavattini si esercita a lavorare sul piccolo, o forse si potrebbe dire “sui palpiti”, come un orologiaio cui il tic tac della macchina interessi più degli ingranaggi del congegno stesso. La scrittura, non vicaria, non funzionale alle esigenze di un’opera così collettiva come è un film, può dedicarsi alle piccole storie, spesso fragili come bolle di sapone che, quando scoppiano, lasciano sempre un pulviscolo di umido sul naso.
Sono disceso dalla corazzata Beresina due giorni fa. La squadra si ferma a Brest dieci giorni. Sta bene, berremo qualche buon whisky al porto, da Lalatte, conosceremo qualcuna di quelle donnine bionde, dal passo elastico, che verso il tramonto gremiscono la passeggiata a mare. Eccola, è il mio ideale… carnagione bianca, falsa magra, gambe tornite. La seguo. Com’è difficile abbordarla: ci siamo fermati a tutte le vetrine del Corso Toulouse. Finalmente!
«Gradite un the?»
«No, un gelato.»
Siamo insieme da quattro ore, ma il paradiso non è stato raggiunto ancora. Abbiamo comperato una boccetta d’origano, molte calze, un anellino d’oro… A pranzo ha voluto lo Chablis, perché gli altri vini le dànno l’emicrania. Guarda l’orologio a un tratto: «Quasi le cinque!»
Mi pare che il suo viso s’imporpori lievemente, e le domando con un filo di voce: «Sì?»
«Sí.»
Sono felice, benedico le donne di Brest e i viaggi di circumnavigazione. Ci avviamo. Mentre camminiamo, io penso a quelle trine candide che lasciano trapelare dalla camicetta un orlo di pizzo, penso a tante cose meravigliose. A un tratto essa si ferma, mi afferra per un braccio, costernata: «Mio marito… Aspettatemi qui.»
E scompare dentro a un portone. Passano marinai, ufficiali, pescatori, emigranti. Cerco di indovinare tra quella folla il coniuge, ma invano. Forse quel giovane bruno e alto che entra nel portone? Trascorrono i minuti, io penso alla cara donnina, rannicchiata su una rampa di scale, forse, con il cuore in tumulto… Né io posso muovermi, potrei compromettere la situazione. Sarà in agguato, il marito? Passa circa una mezz’ora. Forse siamo spiati: io cammino su e giù davanti alla casa con aria indifferente. È una casa antica, il numero 5. La mia compagna ritorna, mi pare un po’ pallida, guarda intorno come spaventata.
«Arrivederci a domani mattina, al porto, da Lalatte. Devo correre a casa, capite… »
Ho passato una notte insonne, e i giorno dopo la rivedo. Dopo il pranzo, facciamo alcuni acquisti nei bazar della città vecchia. Le stringo il braccio, un braccio morbido, che pare ancora piú morbido sotto la veste di seta. «Andiamo?»
«Andiamo.»
Cammina cammina, ella improvvisamente si arresta.
«Mio marito. Per favore, aspettatemi, eccolo… »
E scompare dentro a un portone. Mi accorgo che è lo stesso portone del giorno precedente, casa numero 5. Suo marito bazzica da queste parti, maledizione. Ma non conosce altri siti, questa sciocca? Scende dopo mezz’ora e subito ci separiamo.
«A domani, Tommy…»
Ma il domani è oggi, la mia corazzata parte stasera da Brest. In un caffè, un’ora prima della partenza, ascolto le chiacchiere di un gruppo di clienti. C’è un giovanotto alto e bruno (ma dove l’ho visto? non mi pare un viso nuovo) che racconta qualche cosa di interessante.
«Credetemi, una gran bella donna. Ma strana, misteriosa Mi dà appuntamento alle cinque in una vecchia casa dove una certa signora affitta camere. È stata con me la sera precedente, mi ha fatto spendere un occhio della testa. Ma che importa? Vale un milione quella donna. Arriva all’appuntamento dunque, ne sono pazzo di gioia: essa si leva il cappello, si sfila le scarpette, sta per togliersi la camicetta, e intanto guarda giú in istrada, dalla piccola finestra. A un tratto grida: “Mio marito è giù in istrada; egli crede che io sia qui da una mia amica…” Mi bacia, esce più svelta del lampo. Guardo in istrada. Ecco, la vedo allontanarsi con un ufficiale… Ebbene, amici miei, il giorno dopo la stessa scena… Siamo lì per…»
Il cliente interrompe il racconto, pare mi guardi, anzi sul suo volto si dipinge la sorpresa. Io pago, mi alzo, esco dal caffè, e faccio appena in tempo a cogliere un frase sommessa del narratore: «Ma è lui, parola d’onore, è lui, suo marito…»
Cesare Zavattini, Al macero, Einaudi
Il video della domenica. FABRIZIO DE ANDRÉ, RACCONTI ITALIANI IN VERSI E IN MUSICA
Il giorno della memoria.MARIANGELA MELATO: Il dolore, di MARGUERITE DURAS (estratto). 5′
ALESSANDRA SARCHI, CAROL RAMA: UNA REGINA DEL NOVECENTO (da Le parole e le cose)

http://www.leparoleelecose.it/?p=25920#more-25920
In occasione della morte di Carol Rama ne avevamo pubblicato un ricordo.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/09/25/addio-a-carol-rama-nubile-protagonista-del-novecento-pittorico/
Il video della domenica. Marcelo Poledri, CAVEMEN. 7′
Arte, comunicazione, progresso, tecnologia, evoluzione e alre cosette in una provocante contaminazione passato/presente.
GIANFRANCO MARRONE, POST-VERITA’. LA FINE DELLA VERITA’ O LA VERITA’ NEI POST? (da Doppiozero)
http://www.doppiozero.com/materiali/post-verita-la-fine-della-verita-o-la-verita-nei-post

Botticelli, Calunnia
http://www.doppiozero.com/materiali/post-verita-la-fine-della-verita-o-la-verita-nei-post
“E se alla verità sostituissimo la verosimiglianza? In fondo, è a quest’ultima che ci siamo appigliati per decenni, cercando di mostrarne, a valle, gli esiti euforici sul popolo bue e, a monte, i meccanismi della sua costruzione in mano ai tycoon dell’ultimora.”
Il video della domenica. MONTY PYTHON, GENTE CHE PRECIPITA DA ALTI EDIFICI. 1’40”
Negli anni Settanta e Ottanta ho avuto occasione di ascoltare, oltre ai Monty Python, anche dei loro volonterosi epigoni radiofonici che, davvero, ce la mettevano tutta . Purtroppo partivano (gli epigoni) da un presupposto sbagliato, che l’assurdo fosse fatto di una materia informe e tutto sommato di facile impiego, da potersi modellare e stiracchiare a piacimento – per dirla più esplicitamente: che fosse qualcosa di molto simile alle minchiate dei DJ. Ovviamente non era così, e questo piccolo sketch dimostra come l’assurdo si coniughi perfettamente con la più rigorosa geometria.
Il video della domenica. TOTO’ E L’ONOREVOLE. (Scena del vagone letto) 3’12”
Il dileggio – ma forse si dovrebbe parlare di metodica e progressiva demolizione – cui Totò sottopone l’onorevole Trombetta Trombetta ci riporta a un’epoca mai abbastanza rimpianta, quella in cui i comici facevano il loro mestiere sul campo (il set, il palcoscenico e perfino nei villaggi turistici).
Il video horror della Befana. I FETI CANTERINI DI SANREMO

Motivando la nomina di Carlo Conti a direttore artistico della radiofonia, il direttore generale della rai precisava: “Tale nomina nasce dalla necessità di riposizionare il mezzo perché le nostre radio hanno un tratto maschile-adulto”. Che il Carlo Conti, maschio adulto, abbia pensato uno spot come quello dei feti canterini che seguono a ritmo “Non ho l’età” cantata da Gigliola Cinquetti è un corto circuito abbagliante che ci sprofonda in un’oscurità fino ad ora insospettabile. Lo spot inizia in una sala d’aspetto (non ancora sala parto) nella quale sono radunate svariate signore incinte. Trilla un telefono. La caposala, inquadrata di spalle, alza la cornetta. (Chi è all’altro capo del filo? L’Altissimo? Carlo Conti in persona? Sanremo?). Comunque è un segnale. Si parte. Qualche battito del cuore avverte che stiamo addentrandoci nella Profondità. Una signora percuote delicatamente il suo pancione come un bongo. Parte la canzone, e siamo in un onirico studio di registrazione annegato nel liquido amniotico. I feti, fra i quali un africano dentro una madre dai lunghi ricci, cantano e si muovono sinuosamente. L’irrealtà si diffonde sottobraccio alla Patologia, finché non ci riscuote il vocione del Responsabile: “TUTTI cantano Sanremo”. Non si sa come, la Maiesiophilia (l’attrazione verso tutte le donne incinte) si è arrampicata fino al settimo piano di Viale Mazzini, forse è il fallout delle campagne ministeriali sulla procreazione di qualche mese fa. O, ancora, è un problema personale di Carlo Conti. In questo caso andrebbe curato subito: il 7 febbraio inizia Sanremo e nessuno può immaginare le nuove iniziative di un maschio adulto afflitto da due patologie che possono dar vita a combinazioni devastanti: la Maiesiophilia e la Goliardia.
Er core de Roma punto 2
Populista? Questa volta, direi, più popolare, popolaresco. Viene in mente Campo de’ fiori (1943) di Mario Bonnard, che annoverava fra gli attori anche Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Il film, girato nella famosissima piazza romana, era un turbinio di bancarellari coloriti, sì, ma che non avrebbero mai usato il linguaggio della Taverna sorella, nel quale si potrebbe rintracciare un embrione di post neorealismo trucido. Qualcosa si muove, dunque, nelle articolate poetiche della galassia 5 stelle. Forse, come accadde dopo il film di Bonnard, che molti vedono come anticipazione della commedia all’italiana, si annuncia una nuova stagione più colorita e vivacetta. Forse voleranno pesci e broccoli, non si può ancora dire, siamo solo ai primi dell’anno. Personalmente, “perdere un sogno… pe’ ‘na testa de cazzo” mi sembra più vitale del vecchio funebre “vaffanculo”, espettorato da un rubizzo e triste mascherone di Viareggio.
Buon anno nuovo con ALFRED JARRY, ACROBAZIE IN BICI

Alfred Jarry sulla sua inseparabile bicicletta
Verso la fine dell’Ottocento, l’invenzione della bicicletta rivoluzionò, ancor più del treno, i trasporti di massa e la società stessa. Primo vero mezzo meccanico di trasporto individuale, poté garantire una libertà di movimento e d’azione negata per secoli all’uomo comune, a quell’“uomo della strada” che fino ad allora di strada ne aveva fatta ben poca. La bicicletta rappresentò per protofuturisti come Jarry l’incarnazione dell’“uomo-macchina”, uno “steam-cyborg” a pedali in cui gambe, telaio e manubrio si fondevano perfettamente in un prodigioso miracolo tecnico-atletico. Come nelle sue opere maggiori (Ubu re in testa, ma anche Il Supermaschio), Alfred Jarry travasa negli scritti ciclistici la paradossale, beffarda crudeltà che percorre la filosofia patafisica.
In occasione della corsa automobilistica Parigi-Berlino l’opinione pubblica si è commossa per il seguente incidente: in una delle città neutralizzate * un bambino di dieci anni ha attraversato la strada davanti a uno dei veicoli, che procedeva alla velocità molto moderata di dodici chilometri orari, rimanendo ucciso sul colpo.
A nostro parere si tratta di un fatto eccellente per le ragioni che esporremo. Nell’anno 1888 o 1889 i turisti in bicicletta o in biciclo venivano insultati in lingua abbaiata, preso a morsi e fatti cadere, finché i cani, come oggi possiamo constatare, non ebbero appreso l’abitudine di scansarsi, così come da una vettura, anche dal nuovo apparecchio locomotore.
Benché più lentamente di quanto non abbia fatto il suo compagno quadrupede, l’essere umano adulto ha finito per imparare a lasciar libero il passo ai veicoli veloci. L’uomo a piedi non sciama più in branchi sulle piste ciclabili, in compenso è abbastanza comune trovarvi un orso, in prossimità delle roulotte dei nomadi, e un giorno, a dispetto di ogni regola, vi incontrammo perfino un cavallo sormontato da un ufficiale francese.
L’essere umano in tenera età, il bambino, giacché bisogna chiamarlo con il suo nome, si esercita al coraggio in previsione delle guerre future attraversando per sfida la strada davanti a cicli e automobili. Notiamo che come certi popoli selvaggi, che manifestano il proprio valore mostrando il deretano al nemico ma non tanto sono temerari da esibirglielo troppo vicino, il bambino si diverte a correre questo rischio soltanto quando il pericolo è ancora distante, cioè quanto il veicolo non arriva a velocità sostenuta. L’incidente della Parigi-Berlino è una logica conseguenza dell’assurda idea di «neutralizzare» le città. È anzi incredibile che sia stato un solo bambino, e non diecimila persone che hanno raggiunto già da un pezzo quella che usiamo chiamare l’età della ragione, a scorrazzare davanti ai corridori che gliene davano il tempo. In compenso si noterà che non si è verificata nessuna collisione sulla strada, percorsa a quasi cento chilometri orari.
A giustificazione del nostro titolo aggiungiamo che il pedone corre meno rischi rispetto al ciclista o all’automobilista; egli si espone a una semplice caduta dalla sua altezza, e a non essere proiettato da una macchina in corsa, né rischia la distruzione del suo prezioso veicolo; quindi fino al giorno in cui non avrò avuto fine questa follia di lasciar circolare gente a piedi sprovvista di previa autorizzazione, targa freni, campanello, tromba e fanali dovremo sconfiggere tale pericolo pubblico: il pedone pirata della strada.
Alfred Jarry, Acrobazie in bici, Bollati Boringhieri, Traduzione di Nicolas Martin
* Nelle corse automobilistiche che prevedevano l’attraversamento dei centri urbani si «neutralizzavano» le città, onde evitare il rischio di incidenti, imponendo una velocità controllata alle automobili; il tempo di attraversamento veniva poi scorporato dal conteggio della durata della gara (N.d.R)
Quelle scimmie che nessuno colse

“Entrate nel meraviglioso mondo delle SCIMMIE DI MARE. Una vasca di felicità – il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto! In un secondo le stupefacenti scimmie di mare nasceranno dalle minuscole uova sotto i vostri occhi! Fatele crescere e divertitevi! Questi adorabili animaletti riempiranno la vostra casa di allegria. POSSONO PERFINO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzato e giocano tra loro continuamente: sono così pieni di trovate che non vi stancherete mai di guardarli.
Allevare le SCIMMIE DI MARE è così facile che anche un bambino di sei anni può farlo senza alcun aiuto. Mangiano pochissimo e tengono la loro acqua così pulita che richiedono cure minime – benché richiamino l’attenzione. Vi mostreremo inoltre come insegnare loro ad obbedire ai vostri ordini ed eseguire esercizi come le foche ammaestrate. Sorprenderete tutti i vostri amici.”
Negli anni ’50/’60, questo annuncio circolava con suadente insistenza sulle riviste dei semplici come “La domenica del corriere”, “La Tribuna illustrata” è più tardi “Lancio story” e simili. Di solito era incorniciato insieme ad altri prodotti che dovevano favorire le pubbliche relazioni, come ad esempio degli occhiali ai raggi x che permettevano di vedere le ragazze sotto i vestiti. Il prodotto era illustrato da un miserello con un cappelluccio da comico scemo che roteava gli occhi mente guardava delle signorine disegnate con qualche trasparenza. Il claim del prodotto era il più stupido e sorprendente che immaginar si possa. Recitava pressapoco così:”il prodotto è infallibile, tutte le ragazze vi sfuggiranno spaventate.” E c’era anche, in quelle bacheche pubblicitarie, la polvere Mom che non mancava mai nemmeno nei vespasiani, posizionata all’altezza d’occhio dell’italiano medio così da coglierlo mente espletava una funzione che non richiede una concentrazione particolare; è uno di quei momenti sospesi durante i quali gli occhi si soffermerebbero volentieri su qualche scorcio naturale: un gruppo di cespugli che circondano una fontanella (per restare in tema) o un pesco dai frutti turgidi. Invece quegli occhi, dopo aver ispezionato la graniglia del vespasiano senza trovar spunti particolari a parte alche graffito di soldati in libera uscita (figure falloidi incise con la baionetta d’ordinanza, qualche “Lia ti amo”, poca roba perché non era facile scalfire la dura graniglia) tornavano al punto di partenza e davanti al naso trovavano raffigurata una scatola di latta com una scimmia disegnata sopra, e la scritta tondeggiante “Mom”. La scimmia era a suo modo ammiccante mentre protendeva la gambetta come per farsela massaggiare. Cred che avesse anche il rossetto. La correlazione donna/scimmia era rafforzata dal claim, ancora una volta spiritoso: “State attenti che le vostre donne non la scambino per cipria”. A me, ragazzino, l’avvertimento sembrava più misterioso che salace. Dov’era il guizzo? E cos’era quella polvere? Lo scoprii qualche anno più tardi, era un rimedio contro le piattole, cioè quegli animaletti che i fidanzati contraevano andando a casino per rispettare, volenti o nolenti, l’illibatezza delle loro fidanzate scimmie. Squarci antropologici e allegorie morbosamente intrecciate rimbalzavano dalla pubblicità della rivista a quella del vespasiano. Nelle scimmie di mare, invece, tutto si organizzava in una féerie leggiadra e domestica e celebrava senza sangue né dolori né traumi da parto il magico miracolo della vita. Bastava una polverina sciolta nell’acqua, e subito nascevano, nella gioia e nella spensieratezza, minuscoli esseri dotati di una predisposizione per il circo. Nascevano “già imparati” perché subito impugnavano minuscoli violini ed eseguivano danze per le quali sarebbero stati necessari mesi di prove. Doveva dunque esistere un mondo dell’arte, sia pure quella circense, nella quale lo studio avveniva prima della nascita, come una grande Accademia iperuranica nella quale gli esserini si formavano professionalmente per poi essere ridotti in polvere,commercializzati e, una volta acquistati, ritrovare in una boccia d’acqua la loro interezza. Forse, si pensava, esistevano altre specie di scimmie di mare che potevano passare dallo stato liofilizzato a quello del grande teatro e proporre ai padroni Molière, Shakespeare o, perché no? Il teatro dei burattini. Si facevano molte congetture sulle scimmie di mare ma nessuno fra i miei conoscenti osò arrischiare le poche lire necessarie per comprarle. Tutti preferivamo che il sogno vivesse nelle nostre fantasie. Preferivamo fidarci dell’illustrazione che verificare coi nostri occhi. Solo uno del gruppo, da adulto, mi disse di passaggio che le aveva ordinate per posta. Gli era arrivata una bustina giallastra che sciolta in acqua aveva generato un pugno di vermetti schifosi senza violini e senza tutù. Disgustato, li aveva subito gettati nel gabinetto. Subito? Sì, senza perder tempo. Insensato, se avesse aspettato almeno una notte, come prescritto dalle istruzioni, forse le scimmiette sarebbero sbocciate, come le tre meravigliose fanciulle dalle melarance, e lo spettacolo avrebbe avuto inizio.



