Le figurine di Radiospazio. Bordello facebook

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.

Le figurine di Radiospazio. Falsi

Jeans falso consumati. Falso strappati. Pantaloni falso mimetici. Borse mimetiche. Capelli falso giovani, rossastri. In giro falsi rasta. Falsi gangsta, falsi rap. Falsi punk. Falsi giovani. Borchie falsamente utili. Magliette falso scolorite. Falsa vita vissuta. Falsa esperienza, falso inconscio, falso immaginario, falsa coscienza. Falsa la megalopoli, falso il lavoro. Falso legno, ffalso antico, false le cacche di mosca su falsi mobili. Il falso grezzo nei ristoranti falso-fichetti, o vero-fichetti per falsi fichetti. Falsi gli hipster con false barbe folte lunghe tagliate quadre, false camicie da falsi boscaioli, birre falso-artigianali. False calvizie, falsi muscoli con tatuaggi falso tribali. Veloci sfrecciano falsi falsi pappagalli verdi, frutto del riscaldamento globale, anch’esso artificiale, posticcio,. Falsi i pesci nelle pescherie: orate di allevamento, salmoni artificiali mangia merda, vongole non-veraci, spigole di acque chiuse, rombi di fondali plastificati. Falci i cespugli intorno alla stazione Metro A, che esibisce una falsa modernità ammantata di falsa tecnologia nel falso durevole, falso come il falso bugnato dei muri modulari di contenimento dopo il sottopasso, falso il cordoglio dei manifesti fascisti che celebrano semistrappati un militante greco morto da quarant’anni, stupidamente, inutilmente, in una stagione di falsa contrapposizione politica, molto violenta, sanguinosa, che produceva morti veri, ma per falsi scopi, come i manipoli di falsi rivoluzionari che compivano vere azioni militari. Falsi i film nei cinemi più a valle frequentati da teste canute – Ma davero t’è piasciuto? – tardo-riflessive con in mente falsi convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza, come tutti i loro simili, qui e altrove. Falsa l’urgenza con sirene del purma daa Squadra che preme per avere strada. Tutto il falso e il falso-vero sono più veri dell’autenticamente vivente, del davvero risalente L’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone, abituata all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica cosa condivisa, il linguaggio.

Le figurine di Radiospazio. Un’altra felicità

Lèvin era sposato da più di due mesi. Era felice, ma in un modo completamente diverso da come lui si aspettava. Ad ogni passo s’imbatteva in delusioni sui suoi vecchi sogni e nuovi insospettati incanti. Lèvin era felice ma, entrato nella sua nuova vita di famiglia, ad ogni passo si accorgeva che era qualcosa di completamente diverso da quel che lui s’immaginava. Ad ogni istante egli provava quel che avrebbe provato un uomo che, dopo aver ammirato il placido, tranquillo scorrere di una barchetta su un lago, si fosse egli stesso seduto su quella barchetta. Aveva visto che, oltre a tenersi diritto senza vacillare, bisognava tener presente, senza dimenticarsene per un solo istante, dove ci si doveva dirigere, che sotto i piedi c’era l’acqua e che bisognava remare, che le mani non avvezze facevano male, insomma che guardare era facile, ma guidare davvero la barca, anche se dava gioia, era molto difficile