Il video della domenica. UNO SCHELETRO NELL’ARMADIO, ANZI UN CONIGLIO. (Spot 30″)

conigliohttps://www.youtube.com/watch?v=crBNH3j01mk

Lucia è una ragazza che, come si suol dire ha fatto strada, lo testimonia il suo vestito da un migliaio di euro e soprattutto il fatto che ha il privilegio di far parte di un’équipe di yesman imbalsamati seduti nella sala riunioni di una prestigiosa azienda – che però, forse, chiuderà i battenti, visto che “I risultati del primo trimestre sono deludenti”,  come dice il capo in apertura. Come molti personaggi di successo, anche Lucia ha il suo scheletro nell’armadio, il suo vizietto inconfessabile: un uomo/coniglio, per di più rosa. Ora, può capitare a tutte di essere perseguitate da uno spasimante idiota e naturalmente noi solidarizziamo con Lucia, ma ci stupisce la reazione molto, troppo blanda della ragazza che mormora in labiale:”Scendi giù”. Che cos’è quel tu? La giovane manager intrattiene un qualche rapporto con l’aspirante roditore? Sembra proprio di sì, e ne abbiamo la conferma qualche attimo dopo, quando la vediamo seduta su una panchina mentre sgranocchia, tutta sorridente, biscotti Galbusera appoggiandosi in modo ambiguo al coniglione. Non sa che il capo, nel frattempo, si è affacciato alla finestra e, inorridito, l’ha licenziata. 

Il video della domenica. Il latte del diavolo. FELLINI, BOCCACCIO 70

anitahttps://www.youtube.com/watch?v=Vy3NeeA4p8c

Fellini odiava la pubblicità, è noto. “Non s’interrompe un’emozione”, dichiarò a proposito degli spot che rendevano singhiozzante la trasmissione dei film in tv. Ma poiché non si può fare a meno di essere attratti irresistibilmente da ciò che si odia, poco dopo la nobile invettiva il Maestro girò a sua volta tre spot televisivi con Paolo Villaggio. La repulsione/attrazione veniva tuttavia da lontano, almeno dal 1962, quando Fellini firmò “Le tentazioni del dottor Antonio”, un episodio del film “Boccaccio 70”, nel quale compie l’apoteosi di Anita Ekberg, reduce dalla “Dolce vita”,  trasformandola in una gigantessa sdraiata e occupante un immenso cartellone che fa pubblicità al latte. S’innesca un vorticoso carosello di simboli trasparenti: il latte, il seno di non so quanti metri quadrati, la Ekberg che, nell’immaginario italiano da sacrestia, è una sacerdotessa del libero amore… Il tentacolare messaggio è devastante per il timorato dottor Antonio Mazzuolo, un Peppino De Filippo che si cala impavido nel ruolo di un macchiettistico moralista. Per Fellini, autore che gioca sull’autobiografia per interposta persona, si tratta di una carambola fortemente autoironica: nella “Dolce vita” il suo alter ego era il fascinoso Marcello, qui è il il dottor Antonio, un pupazzetto che si dibatte fra le spire ( i seni) della smisurata diavolessa. Infinite sono le facce dell’Io che Fellini si diverte a evocare nei suoi film, da quell’impunito mentitore che si vantava di essere.

IL VIDEO DELLA DOMENICA. I Simpson in salsa francese serviti da un grande disegnatore, SYLVAIN CHAUMET

simpson senza cornice

https://www.youtube.com/watch?v=PAXpfo8KyEA

 Sylvain Chomet, oltre ad essere un maestro del cinema d’animazione (La vieille dame et les pigeons, Appuntamento a Belleville, L’illusioniste) è profondamente francese, nonostante abbia incominciato a lavorare a Londra per poi trasferirsi in Canada; anzi, più che francese: lo testimoniano la sua propensione per la polvere, i tappeti di cattivo gusto, e una certa attrazione per tutto ciò che è démodé (non subire il ricatto di essere à la page è la forma più sotterranea del dandismo). Questo piccolo frammento sui Simpson “francesizzati” è un sottile e forse autoironico esercizio di bella calligrafia. 

Il video della domenica. Io, il vuoto e una canzone. ANTONIO PIETRANGELI, IO LA CONOSCEVO BENE

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Stefania Sandrelli in una scena del film mentre ascolta Mina che canta “E se domani”

https://www.youtube.com/watch?v=5TiX_NUrKA8

 Io la conoscevo bene è stato inserito nella lista dei cento film italiani da salvare, mi pare al 75° posto. E’ meglio sorvolare sul malumore che provocano liste del genere: le cose non vanno tanto bene, nel cinema italiano, ma non siamo al naufragio, direi, e non è quindi necessario eliminare nessuno, sulle scialuppe devono trovare posto tutti in ordine sparso..
Liste a parte, dunque,ad il film è splendido, e va visto nella sua versione integrale. Cosa racconta? Il vuoto: della ragazza Adriana, ma anche della vita. Forse racconta dell’impossibilità di raccontare, oppure del limite che ogni narratore (anche quello cinematografico) deve accettare. Ma questo vuoto, per essere rappresentato, deve trovare una forma; Pietrangeli inventa una straordinaria Sandrelli, allora diciannovenne (il film è del 1965) che offre il suo fascino maiolicato e indecifrabile al quotidiano squallore del mondo circostante dal quale sbocciano, come fiori, le canzoni; sono nicchie salvifiche nelle quali Adriana cerca rifugio e nutrimento, senza rendersi conto che quelle enclave sentimentali non la nutriranno ma anzi accentueranno il distacco da un mondo che le appare, non a torto, privo di senso.

Il comic della domenica. STRANGE LIKE ME. FRIDA KALHO

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http://zenpencils.com/comic/frida/

A molti personaggi di culto è toccato in sorte di diventare un fumetto: da Chaplin ad Einstein, dalla coppia Laurel/Hardy ad Adriano Celentano (che in un comic degli anni Settanta assunse il nome di Lando, mutuato da Buzzanca – garanzia di un machismo inossidabile). Ora tocca a un personaggio affatto diverso, la pittrice Frida Cahlo, trasformata nel deus ex machina di una storiellina che si sviluppa in poche inquadrature tenendo un piede nell’edificante e l’altro nel politicamente corretto – ma procede con un passo leggero, che non rimbomba.

Il video della domenica. FRANCESCO ROSI, SALVATORE GIULIANO

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Alla luce delle mattanze camorristiche quotidiane, da rivedere o vedere assolutamente il Salvatore Giuliano di Rosi (1962). Il bandito fu ucciso nel 1950. Già prima della sua morte, e per alcuni anni, Giuliano si era conquistato un posto dominante nell’immaginario collettivo – non ci giurerei, ma sicuramente ci sono stati bambini che hanno giocato a Salvatore Giuliano (evocato sempre con nome e cognome) così come si giocava agli indiani e ai cow boy. Era un mito arcaico, alimentato da una cultura di massa pre-televisiva, quindi scarsamente incisiva, nell’Italia analfabeta del dopoguerra, e tuttavia diffuso dai racconti e dalle libere interpretazioni dei più acculturati che leggevano i giornali. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che il mito si aprisse e diventasse uno dei casi in cui si mafia, politica e connivenze dello Stato s’intrecciavano. Il film di Rosi arrivò come un colpo di spada, netto, lucente, e soprattutto molto diverso dalla pur accurata, civile e anche meritoria ricostruzione giornalistica: aveva la forza del grande racconto di cui oggi sentiamo la mancanza.

Il video della domenica. L’ultimo treno di Franco Interlenghi. FELLINI, I VITELLONI

interlenghi i vitellonihttps://www.youtube.com/watch?v=I_vbmK75STg

Nel 1939, Federico Fellini si staccava dal ventre materno di Rimini diretto a Roma, ufficialmente per frequentare l’Università, ma in realtà deciso a tentare la carriera di giornalista. Nella scena finale de “I vitelloni”, Moraldo (Franco Interlenghi) sale su un treno e lascia una Rimini ancora  addormentata in un immobile, grigiastro mattino. L’ultimo personaggio che incontra è Guido, il piccolo aiutante del capostazione, che si si meraviglia di vederlo andare (nelle città di provincia sembra, in fondo, che nessuno debba mai arrivare né andarsene)
– Parti?
– Sì, parto.
– E dove vai?
– Non lo so… parto, non lo so…
Nei “Vitelloni”, Moraldo è il personaggio più introverso e appartato fra i membri della sciagurata combriccola di giovinastri, il più disadattato, e dunque l’unico che può salvarsi partendo.
Fellini doppiò personalmente le ultime battute del film, come per una pudica identificazione autobiografica, che pure nel film è trasparente. Franco Interlenghi fu dunque il primo alter ego di Fellini, che sette anni più tardi, nel 1960, avrebbe trovato in Marcello Mastroianni quello più dichiarato e definitivo.
Il 1o settembre Franco Interlenghi ha preso il suo ultimo treno.

Il video della domenica. Emigranti ‘900. GIULIANO MONTALDO, SACCO E VANZETTI

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Un memorabile Gianmaria Volonté interpreta Bartolomeo Vanzetti nella sua ultima dichiarazione prima di essere condannato a morte insieme al compagno Nicola Sacco (Riccardo Cucciola). Il film di Giuliano Montaldo (1971) ricostruisce la vicenda di due emigrati italiani a New York che nel 1927 furono condannati a morte in seguito a una falsa accusa di omicidio per rapina. Il caso “Sacco e Vanzetti” scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale. Tre furono le aggravanti decisive: gli imputati erano immigrati, italiani e anarchici.

Il video della domenica: Ma Shakespeare era davvero Shakespeare? NATALYA ST. CLAIR E AARON WILLIAMS

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I nostri amici di blog conoscono Natalya St.Clair come ottima divulgatrice di argomenti anche complessi; dopo “La notte stellata di Van Gogh“, ecco un suo nuovo video (sottotitolato) sull’identità di Shakespeare.

Il video della domenica. Un talento sconosciuto del cinema italiano. AUGUSTO TRETTI, IL POTERE

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https://www.youtube.com/watch?v=qL0qC4XCmDI

Si prenda una manciata di avventori delle bettole venete e si formi una piccolo cast. Ci si fornisca di una modica quantità di denaro e si metta in cantiere un film sulla storia del mondo, o meglio del potere. Questi gli ingredienti basici di cui disponeva Augusto Tretti, nel 1972, quando si accinse a un’impresa che dovette apparire velleitaria, e con qualche venatura goliardica, ai cineasti del tempo. A tutti, tranne che a Federico Fellini il quale, dopo aver visionato il film decretò che il lavoro di  Tretti era geniale. I distributori non la pensarono allo stesso modo e l’opera, dopo una lunga e tormentata gestazione (carenza di fondi e un anno di montaggio) comparve in qualche sala d’essai (erano pochissime, in quegli anni). Per i pochi spettatori il film fu una rivelazione: la povertà dei mezzi si era trasformata in incisività e forza rappresentativa: merito del grande, appassionato regista e del riso rabelaisiano che scaturisce dalla suo racconto, ben al di là della satira.

Il video della domenica. JULIO POT, THE GIFT. 6′

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http://www.rivelazioni.com/youtube/the-gift/

Lui dona a lei qualcosa di molto importante, che però si rivela leggermente ingombrante.  Non perdete di vista quell’innocente pallina.

Maglione e comunicazione. Il caso Reschke. Video. 1’30”

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Questa ragazza, Anja Reschke, mi piace: non soltanto perché trovo del tutto condivisibile ciò che dice, ma anche perché lo dice con quel nitore sobrio che caratterizza la comunicazione diretta, quindi elegante. La ragazza indossa un maglione giallo che al telespettatore italiano potrebbe anche sembrare troppo giallo ma che per quello tedesco va benissimo (ma anche per me, lo confesso); anzi, direi proprio che questo pullover è una piccola trovata, sembra scelto frettolosamente da un armadio, di primo mattino, in una stanza semibuia (la conduttrice era in ritardo) solo perché era il primo di una piccola pila di altri pullover di vari colori, anche se tutti in tinta unita. Può darsi, naturalmente, che dietro questa scelta ci sia una sagace costumista, ma ciò che conta è il risultato: una conduttrice che sa guardare in macchina limpidamente perché crede a quello che dice. Video raccomandabile ai membri del Consiglio di Amministrazione della rai.

il video della domenica. DOVE VAI IN VACANZA?, di ALBERTO SORDI

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dall’episodio “Vacanze intelligenti”, di Alberto Sordi, 1978

https://www.youtube.com/watch?v=_ZW2XhSddKs

Quante ironie, negli anni Settanta, intorno alle vacanze intelligenti promosse da L’Espresso! Parve, allora, il tentativo di estendere il concetto di chic (forse anche un po’ radical) alla cultura di massa. Se il tentativo riuscì, lo giudichi il lettore. Intanto, vale la pena di rivedere questo frammento irresistibile  del 1978.

Il video della domenica. TATI, LE VACANZE DEL SIGNOR HULOT

Schermata 2015-07-13 alle 13.17.09https://www.youtube.com/watch?v=B7YpAxeu7t8

Minuscolo frammento di un film di sessantadue anni fa, Le vacanze del signor Hulot, di Jacques Tati. Comicità che riprende l’essenzialità dello slapstick (torte in faccia, corpi che precipitano e rimbalzano come molle, o più semplicemente uomo distratto che va a sbattere contro un lampione). Il meccanismo comico che si mostra nudo, nella sua povertà, a ricordare l’inconsistenza effimera del ridere e, per contrasto (per fortuna), anche del piangere.