ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Ingresso di favore per gli amici del blog

Dice: è un annuncio commerciale? No, è un incontro vero, così come può accadere soltanto durante uno spettacolo dal vivo. Da più di un anno ci incontriamo sul nastro virtuale di questo blog navigando fra racconti, video e materiali eterogenei, qualche volta teatrali, e forse qualcuno non ricorda più (è passato un anno dall’ultimo spettacolo) che Radiospazio è nato dal teatro; con questo Robinson ci ricolleghiamo al nostro lavoro sulla scena. Vorremmo condividerlo con quanti vorranno (e potranno, in rapporto alla logistica) incontrarci dal 26 al 31 maggio.

nuovo coupon

Diario dall’isola di Robinson, pagina 2. MICHEL TOURNIER, LA FINE DI ROBINSON CRUSOE

bevitore bn

Nonostante si cerchi di lavorare con la massima concentrazione, nelle prove si infiltrano pensieri e reminiscenze. Stiamo provando il nostro Robinson Crusoe e di tanto in tanto affiora il ritratto che del naufrago eroe ha fatto Michel Tournier: non nel romanzo “Venerdì o il limbo del Pacifico” ma nel breve racconto “La fine di Robinson Crusoe”. Affiora, ma non ha niente a che fare col nostro Robinson: semmai, è imparentato con il personaggio di De Foe così come lo raffiguriamo nel nostro spettacolo. Non ci addentriamo oltre, per il momento, e ci limitiamo a proporvi questo splendida riscrittura tournieriana, che sarà anche digressiva rispetto al nostro spettacolo ma che è assolutamente da leggere.

“Era là! Là, vedete, al largo della Trinità, a 9° 22′ di latitudine nord. Niente errore possibile!”
L’ubriacone batteva con il suo dito nero un brandello di carta geografica punteggiata di macchie di grasso, e ognuna di quelle sue affermazioni appassionate scatenava le risate dei pescatori e degli scaricatori che circondavano il nostro tavolo.
Lo conoscevano bene.
Quarant’anni prima era scomparso in mare com’era capitato a tanti altri ed era stato dimenticato. Un giorno era riapparso, irsuto e veemente, in compagnia di un negro. Stupefacente era la storia che tirava fuori in ogni occasione. Unico sopravvissuto del naufragio del suo legno, sarebbe rimasto solo su un’isola popolata da capre e pappagalli senza quel negro che lui aveva salvato, diceva, da un’orda di cannibali. Finalmente erano stati raccolti da una goletta inglese e se n’era tornato a casa, non senza aver avuto il tempo di mettere insieme un piccolo patrimonio grazie a certi traffici di varia natura che a quel tempo erano quanto mai facili nei Caraibi.
Tutti l’avevano festeggiato. Aveva sposato un fior di ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia, e sembrava che l’esistenza quotidiana avesse ricoperto quella parentesi beante, incomprensibile, piena di lussureggiante verzura e di gridi d’uccelli che un capriccio del destino aveva aperto suo passato.
Sembrava, sì. Perché, a ben guardare, di anno in anno un sordo fermento cominciava a rosicchiare dall’interno la vita di Robinson. Il primo a scomparire era stato Venerdì, il servo negro. Dopo mesi di condotta irreprensibile si era messo a bere — sulle prime con discrezione, poi in modo sempre più clamoroso. Dopo c’era stata la storia delle due ragazze madri, accolte nell’ospizio del Santo Spirito, che quasi simultaneamente avevano messo al mondo due piccoli meticci di troppo evidente somiglianza. Il doppio crimine non era forse firmato? Ma Robinson aveva difeso Venerdì con singolare accanimento. Perché non lo licenziava? Quale segreto — inconfessabile forse — lo legava al negro?
Ecco che certe somme importanti, poi, erano state rubate in casa del vicino, e ancor prima che si potessero avanzare sospetti, Venerdì era scomparso.
Da quel giorno Robinson era stato visto trascinarsi, sempre più cupo, fra gli attracchi del porto mentre andava ripetendo:
— C’è ritornato, ne sono sicuro, a quest’ora il furfante è laggiù! —
Sì, un ineffabile segreto lo univa a Venerdì, e quel segreto consisteva in una piccola macchia verde che fin dal suo ritorno aveva fatto aggiungere da un cartografo del porto sull’azzurro dell’oceano dei Caraibi. E quell’isola non era forse la sua giovinezza, la sua bella avventura, il suo splendido giardino solitario! Che cosa aspettava lì, sotto quel cielo piovoso, nel vischio di quella città, fra quei mercanti e quei pensionati.
La sua giovane moglie fu la prima a indovinare la sua strana angoscia mortale.
— Non ne puoi più, lo vedo bene. Andiamo, confessa che la rimpiangi! —
— Io? Sei matta? Rimpiangerei chi, che cosa?
— Ma la tua isola deserta! E so bene che cosa ti trattiene dal partire già domattina, via, lo so! Sono io!
Lui protestava ad alta voce, ma più gridava, più lei era sicura di aver ragione.
Lo amava teneramente, lei, e non aveva mai saputo rifiutargli qualcosa. Morì. Immediatamente lui vendette la casa e il campo, e noleggiò un veliero per i Caraibi.
Passarono ancora anni. E cominciarono a dimenticarlo. Ma quando rispuntò di nuovo, pareva ancora più mutato di quanto non fosse dopo il primo viaggio.
Aveva fatto la traversate di ritorno come aiuto-cuoco a bordo di un vecchio cargo. Un uomo invecchiato, distrutto; mezzo annegato dall’alcool.
Ciò che disse aveva scatenato l’ilarità generale. In-tro-va-bi-le! Nonostante mesi di ricerca accanita, l’isola era rimasta introvabile. Si era esaurito in quella vana esplorazione condotta con rabbia disperata, aveva dilapidato le sue forze e i suoi soldi per ritrovare quella terra di felicità e di libertà che sembrava per sempre inghiottita.
— Eppure era qui! — ripeteva ancora una volta una certa sera colpendo la carta con il dito.
Allora un vecchio timoniere si staccò dagli altri e gli venne a toccare la spalla.
— Posso dirti una cosa, Robinson? Ma certo che è sempre là la tua isola deserta. Ti posso anzi assicurare che tu l’hai ritrovata benissimo.
— Ritrovata? — disse Robinson con il fiato mozzo. — Ma se ti sto dicendo…
— L’hai ritrovata! Si sarei passato una diecina di volte davanti. Ma non l’hai riconosciuta.
— Non l’ho riconosciuta?
— No, perché ha fatto come te, la tua isola: è invecchiata! Eh, sì, pensaci: i fiori diventano frutti e i frutti diventano legno, e il legno verde diventa legno secco. Tutto va molto in fretta sotto i tropici. E tu? Guardati in uno specchio, idiota! E dimmi se ti ha riconosciuto, la tua isola, quando tu ci sei passato davanti?
Robinson non si è guardato in uno specchio, il consiglio era superfluo. Ha fatto passare su tutti quegli uomini un viso così triste e così torvo che l’ondata delle risate che stava di nuovo per scatenarsi si è fermata di colpo, e un gran silenzio si è fatto nell’osteria.

Michel Tournier, La fine di Robinson Crusoe, “Il gallo cedrone e altri racconti”, Garzanti
Traduzione di Maria Luisa Spaziani

diario completo di marchi

Diario dall’isola di Robinson. pagina 1 l’approdo

diario completo di marchiCari amici del blog, ritorniamo al teatro, ed era ora, direi, dopo un’assenza di troppi mesi.  Lo spettacolo che stiamo provando in questi giorni s’intitola Robinson Crusoe, il best seller: ancora una riscrittura, dopo quelle della scorsa stagione (Schnitzler e Pirandello). Bisogna dire che noi arriviamo buoni ultimi, con la nostra riscrittura; lo stesso De Foe, dopo il successo del suo romanzo, tentando di placare il suo inestinguibile bisogno di denaro, scrisse a caldo due sequel ma fu punito, il gioco mostrava la corda e il pubblico se ne accorse. Comunque la moda (il mito) di Robinson dilagò subito e alla fine del XVIII secolo il romanzo originale poteva vantare, come la Settimana enigmistica, alcune centinaia di imitazioni e rielaborazioni. Venendo ai tempi nostri, le riscritture robinsoniane sono illustri e portano le firme di Michel Tournier, John Maxwell Coetzee, Saint-John Perse, per citarne solo alcuni – un posto a parte merita La vita sessuale di Robinson Crusoe, di Michel Gall, che si chiede: ma in tutti quegli anni di solitudine come si regolò il nostro naufrago con certe faccende? Il suo libro fornisce una gamma sorprendente di risposte, e non tutte peregrine. Dunque, dicevamo, arriviamo buoni ultimi con la nostra riscrittura ma un mito, come una favola, lo si può ripercorrere innumerevoli volte. Prossimamente cercheremo di condividere con voi su questo blog il nostro lavoro di allestimento e il nostro racconto.

prenotazioni blog

Ritratto dell’Orco da vicino. SERGIO TOFANO, IL ROMANZO DELLE MIE DELUSIONI

bonaventuraBambina ciarliera e gran contafrottole, quando le mie verbose divagazioni diventavano un tormento mia nonna mi placava declamando: “E qui finisce l’avventura del Signor Bonaventura”. All’epoca mica lo sapevo, ma quel Signor Bonaventura che veniva a interrompere il mio sproloquiare altri non era che il personaggio creato da Sergio Tofano, l’ometto spilungo dalla bombetta rossa per il quale ogni sventura finiva sempre con il guadagno di un biglietto da “un milione” e che dalle pagine del Corriere dei Piccoli aveva incantato generazioni di bambini per tutta la prima metà del Novecento.
In quegli stessi anni, il suo creatore Tofano incantava anche i grandi con i suoi talenti di attore e capocomico, scriveva teatro e di teatro, osservava con acume la vita culturale, disegnava, inventava.
E siccome con quel Signor Bonaventura ho un po’ di conti in sospeso, il passo che propongo non parla di lui ma del protagonista de “Il romanzo delle mie delusioni” – titolo serissimo che nasconde le avventure buffissime di Benvenuto, zuccone eccezionale scampato alla “scuola municipale degli allievi spazzaturai” alle prese con un mondo di favole al contrario in cui gli orchi sono vegetariani, la Bella Addormentata è insonne, Barbablù gestisce un’agenzia matrioniale e Cappuccetto Rosso si fa servire e riverire da un lupo con tanto di grembiulino.
(Dettaglio delizioso, la dedica di Tofano: “A Simonetta e Oliviero, in acconto sull’eredità. Lo zio.”)
Roberta Sapino

– Adesso è completamente innocuo! Dal giorno che prese una terribile indigestione di scaloppine di neonati al madera, perché era rimasto senza denti e non poteva masticare, da quel giorno fece voto di non mangiare più carne, neanche di maiale. […]
Un orco vegetariano, che ha paura delle indigestioni e soffre di inappetenza (perché, sissignore, soffriva anche di inappetenza)…un orco sdentato… un orco che ride sempre e non fa mai gli occhiacci e, non dice mai: – Ucci, Ucci…che puzzi di cristianucci… – un orco che non è più orco insomma… un orco ammansato, un orco spodestato, un orco fallito… un orco liquidato… Dio! Che delusione, che amara delusione!… […] Quell’orco addomesticato mi sembrava un imbroglione. Sentivo che, se fossi rimasto ancora in casa sua, avrei finito col mancargli di rispetto a quel povero orco ridicolo e decaduto. Meglio scappare subito.

 Sergio Tofano, Il romanzo delle mie delusioni, Einaudi

La pratica del male. WILLIAM BURROUGHS, LA MACCHINA MORBIDA

burroughsColpevolmente, non riesco a ricostruire chi scrisse, a proposito del Viaggio al termine della notte, di Céline, che solo chi era stato dalla parte sbagliata poteva raccontare l’orrore abissale di una guerra. Questa citazione mi è tornata in mente (diciamo così) qualche giorno fa, quando è scoppiato il caso di Fabio Tortosa, l’agente che in un primo tempo aveva rivendicato con fierezza la sua partecipazione alla “macelleria messicana” della Diaz per poi correggerla e attenuarla, se non proprio ritrattarla, quando il vento dei media si era fatto impetuoso – trattandosi di un’esternazione pubblicata su facebook la meraviglia dell’estensore risulta, a sua volta, sorprendente: è un po’ come pubblicare sulla propria bacheca l’intenzione di fare una piccola strage per poi meravigliarsi quando, in capo a qualche ora, si riceve la visita di tre signori dalla faccia di pietra che fanno domande indiscrete.
Precipitare in uno dei tanti abissi di cui è pieno il catalogo degli orrori quotidiani non è un’esperienza rara – lo testimoniano quotidianamente, sui giornali e sui media, le vittime e i carnefici che accompagnano le nostre giornate; scrivere la propria caduta nell’abisso è un tragico privilegio di pochi autori. Fra questi, William Burroughs, secondo Norman Mailer “L’unico scrittore americano che può meritare l’appellativo di genio”. Nell’immaginario di molti suoi lettori (e anche non lettori) l’icona di Burroughs è circonfusa da una luce tutta letteraria che rende accattivante il suo viaggio attraverso la droga e il crimine ma è la sua stessa scrittura a rivendicare la crudezza di una vita immersa nell’oscenità del male.

Così sono un agente pubblico e non so per chi lavoro, ricevo le istruzioni della segnaletica, dai quotidiani e da brandelli di conversazione che afferro nell’aria come fa un avvoltoio quando strappa le interiora dalla bocca di un altro animale. Comunque non riesco mai a stare alla pari con i casi arretrati e attualmente mi hanno assegnato all’intercettazione dei film porno girati da James Dean prima di arrivare a quei finocchi assuefatti a lui. Ma fin tanto che questo agente riesce a farsi strada tra barbieri, gabinetti della metropolitana, cinema a luci rosse e Bagni Turchi, non sarà mai legale né tollerato.
Inchiodai il primo della giornata in un pissoir del metrò: «Checca di merda!» urlai. «Ti insegno io ad attaccare la mia carne, ti insegno!». Lo pestai con il guanto di ferro e la sua faccia si spaccò come un finocchio marcio. Poi lo colpii ai polmoni e il sangue gli sgorgò da bocca, naso e occhi, schizzando su tre pendolari rannicchiati dall’altra parte della stanza dentro i soprabiti di gabardine e nei sottostanti completi di flanella grigia. Il finocchio spaccato giaceva vicino alla sua testa e bloccava il rivolo di piscio che gli colava sulla faccia e tutto il trogolo era rosa chiaro per via del sangue. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Riesco a fiutarli a metri di distanza questi froci di merda» dissi tirando su col naso in segno di ammonimento. «E ancora più squallido di un finocchio è uno che spinella erba del casso. Dunque boi tre non mi sembrate i tipi che voltano la schiena a un amico e gli staccano le palle giusto?». I tre presero posto sul pavimento come le tre scimmiette: Non Vedo. Non Sento, Non Parlo.
Vedo che siete dei nostri» dissi con calore e imboccai il corridoio dove gli scolari si rincorrevano con i machete, tra gioiose grida fanciulleschi e colpi sparati da pistole rudimentali che riecheggiavano nelle spelonche con i mosaici. Entrai di corsa in un Bagno Turco dove sorpresi un ricchione che brandiva un’erezione deforme nella sala piena di vapore e lo strangolai su due piedi con un asciugamani insaponato. Dovevo rientrare alla base. Ero smagrito, esausto ormai, e nella carne prosciugata avevo a malapena la forza di finire quel ricchione rammollito. Fra tremori e sbadigli rientrai nei miei vestiti e m’infilai nel drugstore del terminal. Mancavano cinque minuti alle dodici. Cinque minuti al rifornimento Mi avvicinai all’impiegato del turno di notte e gli gettai il distintivo.

William Burroughs, Agente pubblico, “La macchina morbida”, Adelphi, Traduzione Katia Bagnoli

ISAAC ASIMOV, IL PIANETA GANIMEDE. Radiospazio/Audio. durata 13′

shmoo
http://www.spreaker.com/user/7367339/isaac-asimov-il-pianeta-ganimede_1

Rappresentato al Piccolo Regio di Torino nel dicembre del 2012
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

Asimov, uno dei padri della fantascienza moderna, è conosciuto per i grandi romanzi, La fine dell’eternità, Viaggio allucinante, Il figlio del tempo… Questo breve racconto rivela una vocazione insospettabile al comico-parodistico, felicemente coniugato con la fantascienza d’avventura. 

Il gioco delle parole che non ritornano più. PRIMO LEVI, IL PRIMO ATLANTE

4

Ci sono svariati Primo Levi che apparentemente sembrano scissi da quello che, secondo le sue parole, “era entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento”. C’è un Levi ironico e pudico che, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila, scrive Storie naturali, quindici divertimenti su un futuro prossimo nel quale c’è qualcosa che non va, un vizio che lo rende leggermente mostruoso; e c’è ancora un altro Levi, ancora più sorprendente, che lavora nell’orto della poesia. Va ricordato, e non soltanto per gusto dell’aneddoto, che Primo Levi fu tra i primi scrittori italiani a usare il computer. Erano gli anni ’80, e a un pubblico analfabeta informatico e ancora in preda a vaghe reminiscenze medioevali quella pratica appariva se non proprio come stregonesca, almeno poco chiara, forse truffaldina: (“E’ comodo farsi scrivere romanzi e poesie da un computer!”). In questo Atlante c’è il Levi che si abbandona al gioco delle assonanze e delle libere associazioni nelle quali rivive quella libertà del bambino che la vita gli avrebbe irrimediabilmente tolto.
(Tanti anni fa, una piccola bambina mi disse con aria saputa: “Per imparare il latino bisogna bere molto latte”)

Abissinia abissale, Irlanda iridata adirata,
Svezia d’acciaio azzurro,
Finlandia ultima fine d’ogni landa,
Polonia presso al polo, dal pallido color di neve.
Angolosa Mongolia mongoloide,
Corsica corsa di corsa, dito indice puntato
Contro il retratto addome corsaro della Liguria.
Argentina sonante di sonagli
Appesi al collo di mille vacche argentate,
Brasile cotto dalla brace dei tropici,
Angariata Ungheria, bolo bruniccio di gulasch.
Italia buffo stivale dal tacco spropositato,
Ancona ascesso nero a metà polpaccio.u
Bolivia rossoscura, terra di francobolli,
Germania terra turchina di germi e di germogli,
Grecia sfrangiata, pendula tetta di mucca
Cinta da innumerevoli schizzi di latte rosa.
Inghilterra imperterrita, austera lepida lady
Sciancata e fulva, fiera del suo cappellino a pennacchio.
Mar Nero gatta che cova, mar d’Azov il suo gattino,
Mar Baltico in preghiera, inginocchiato sul ghiaccio,
Mar Caspio orso che balla sul fango delle paludi.
Toscana attossicata, pentola capovolta,
Il manico infilato nel bruno d’un mezzotoscano.
Cinica Cina obliqua stampata su seta gialla
Rinchiusa nella muraglia di nitido inchiostro di china,
Panama di pagliette bene incollate e ritorte.
Uruguai Paraguai pappagallini gemelli,
Africa e Sudamerica brutti ferri di lancia
Librati a minacciare l’Antartide di nessuno.

Nessuna delle terre scritte nel tuo destino
Ti parlerà il linguaggio di quel tuo primo Atlante.

 Primo Levi, Il primo Atlante, “Ad ora incerta”, Garzanti

 

Il travestimento dell’autore. EDOARDO SANGUINETI, FAUST

sanguineti e faust pennelloEra il 1985, si erano avvicendate le stagioni del teatro del corpo, dell’immagine, del racconto, e Sanguineti, sempre attento alla drammaturgia – drammaturgo a sua volta, sia pure non a tempo pieno – inventa una delle sue più radicali riscritture, affrontando uno dei massimi monumenti teatrali, il Faust. Dico riscrittura ma Sanguineti usa un termine meno quotidiano e concettualmente più ricco: travestimentoVolendo, lo si può intendere come un ritorno al teatro di parola, ma la sua è una parola che è  passata in sartoria per rigenerarsi, o forse per spogliarsi degli ingombranti paludamenti della letteratura: abbandonato il tavolo di lavoro, l’autore sale in palcoscenico, protetto dal più efficace dei travestimenti, quello del linguaggio. Ecco cosa ne scrive nell’introduzione al suo testo:


“Per questo tipo di operazione (ndr Goethe ripassato a contrappelo), in un momento in cui mi pare accettabile, e forse desiderabile, che gli uomini di lettere aspirino a rifarsi autori, e a tentare di inventarsi una missione teatrale, credo che la categoria giusta sia quella del travestimento, eccellente parola barocca, purché depurata da ogni esclusiva inclinazione verso l’orizzonte del burlesco e del parodico, e restituita immediatamente a quella dimensione scenica dalla quale appare affatto inseparabile”.

FAUST

Ahimè, ahimè! Ho studiato la psicologia dell’età evolutiva.
La sociologia delle comunicazioni di massa,
la bibliografia e la biblioteconomia,
la semiotica, la semantica,
la cibernetica, la prossemica,
l’informatica, la telematica,
la biologia – e, accidenti, l’ecologia – e poi
la micro e la macrofisica, la meta e la patafisica,
da cima a fondo, con tanto zelo!
E adesso, eccomi qui, povero idiota,
e furbo come prima.
Mi chiamato l’egregio, l’illustre, il chiarissimo,
e il prof, e il dott,
e il maestro, magari, madonna!
E sarà dal ’77 – ma che dico mai? – sarà dal ’68, ecco,
che me la meno, con i miei studenti.
Questa è una cosa che mi strazia il cuore.
E va be’, sarò più erudito dei miei colleghi,
ordinari, straordinari, associati, aggregati, incaricati,
lettori, ricercatori, dottori di ricerca, assistenti, precari,
e tutto il personale non docente.
Né scrupolo né dubbio mi tormenta,
né diavolo né inferno mi spaventa.
Ma non ci ho niente la felicità:
niente di vero penso di sapere,
niente di niente riesco più a insegnare,
né gli uomini io mi spero migliorare,
né di riuscirci, il mondo, a trasformare:
e non ho beni, mobili né immobili,
né uno straccio di Nobel, né il Potere,
manco un cane, un cane può vivere così.

Ahi, che sono in questa trappola fetente,
che è un maledetto buco repellente:
del puro cielo, pure i raggi amati,
li intorbidano i vetri colorati:
tra mucchi di volumi, io sto qui chiuso:
ci gode il tarlo polveroso e ottuso:
i fogli, su, fino al soffitto, a strati,
sono arrivati, neri affumicati:
ah, mi soffoca il mio laboratorio,
mi strozza, qui, la mia torre d’avorio:
strumenti orrendi di un sapere immondo,
siete il mio mondo? e tu, lo chiami mondo?

Edoardo Sanguineti, Faust, un travestimento, Costa&Nolan

 

Il video della domenica. Creature. CHRISTOPHER KEZELOS, THE MAKER, 4’50”

the maker

https://www.youtube.com/watch?v=YDXOioU_OKM&index=5&list=PLKfL6C98-BgEpe4h0JoM_89dhXgnQhlBm

Questo essere che vi sta fissando con i suoi occhi di vetro (e sul quale, a vostra volta, vi state interrogando) non sa com’è nato ma gli importa relativamente; da qualche parte deve esistere un creatore che l’ha assemblato, ma sarebbe una ricostruzione lunga, forse inutile: il tempo è poco, e l’essere ha una fretta terribile di generare un altro essere, un altro manufatto casalingo e casuale come lui. Ci si potrebbe chiedere perché il tempo sia poco e donde nasca quest’ansia impellente di riprodursi ma troppe domande spengono il racconto; The Maker, invece, chiede di essere visto con fiducia e persino con abbandono: è un breve viaggio che attraversa le regioni della paternità e della creazione artistica dominate dalla forza vitale della musica.

Cronache del blog. PICCOLI SHOWMAN IN CERCA D’AUTORE

400 colpiUn piccolo episodio di vita blogghistica quotidiana. L’altro giorno ricevo sul nostro account twitter (@radiospazio2) una domanda diretta, senza preamboli: “Come professione sei anche regista?”. Rispondo cautamente di sì. Nuovo tweet: “e saresti disposto assieme a me e a un mio amico a darci una mano per comparire in uno show oppure a esserne i protagonisti?” Cerco di saperne di più e giungo a una scoperta tenera e imprevedibile: i due aspiranti showman, che chiameremo Pietro e Giovanni, hanno rispettivamente tredici e quattordici anni. Ciò che mi sorprende non è che due adolescenti sognino di realizzare uno show ma la naturalezza con la quale Pietro e Giovanni ricorrono alla rete.  Me li sono immaginati nei loro conciliaboli: “Insomma, vogliamo farlo, questo show?”. “Si era detto di sì…” “E allora diamoci una mossa. Ci vorrà un regista, ma dove lo troviamo?” “E dove vuoi trovarlo? In rete!” Cliccando a caso (ipotizzo) i due s’imbattono nel sito “Teatro e critica” e si trovano di fronte all’articolo “Hotel Belvedere. I presagi di von Horvát secondo Magelli”. Rapida ritirata. I due ragazzi giungono a “Dyonisus ex machina”, “La sentinella di Egisto. Elementi omerici nell'”Agamennone” eschileo” poi a “Vicende storiche e ricostruzione virtuale dell’acustica del ‘Theatrum Tectum’ (o ‘Odeo’) di Pompei. Quando, dopo svariati naufragi, i due aspiranti showman approdano non si sa come a Radiospazio Teatro, il nostro blog deve apparir loro come una tranquilla, ubertosa isoletta caraibica.
La fiducia che i giovani navigatori ripongono nella rete mi fa  venire in mente, per contrasto, l’unico show che sfiorai, molti anni fa, durante il mio lavoro di sceneggiatore. Le riunioni preparatorie, presso la direzione della rai in Viale Mazzini, durarono un anno: ai massimi dirigenti dell’emittente nazionale pareva che dodici mesi fossero il tempo minimo da dedicare a quella che chiamavano la filosofia della trasmissione, per  me fu uno sfibrante pendolarismo Torino/Roma/Torino. Bisogna dire, tuttavia, che quel grande dispendio di energie, alla fine, un risultato lo produsse: dopo un anno, lo stato maggiore della rai decise che lo show non andava fatto per nessuna ragione: era troppo innovativo e conveniva aspettare tempi migliori. 
Pietro e Giovanni, invece, di tempo non ne perdono. In questo momento siamo in corrispondenza privata ma mi accorgo che la sto facendo anch’io troppo complicata; chissà che i due, un giorno o l’altro, non si stanchino delle mie lungaggini e decidano di realizzare il progetto per conto loro, senza troppa filosofia.

Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL DONO DEL GATTO

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

bimbo e gatto alla finestra

 

Il Gatto aveva portato in dono al Bambino la testa del Merlo che s’era mangiato. Poi gliel’aveva posata sul guanciale del lettino perché se la trovasse quando andava a nanna. Era un bel dono, una bella testa di Merlo, con ancora una minuscola vertebra che spuntava dal capo decollato.
Ma la mamma l’aveva trovata prima del Bambino, con un urlo di raccapriccio: “Ahhh!!! Cos’è quella porcheria?!” e coi guanti di gomma aveva tolto immediatamente il dono del Gatto.
Le madri vogliono sempre tenere lontani i figli dalle porcherie e dalle infezioni.
Il Bambino, ignaro del dono del Gatto, guarda i Merli in giardino. Pensa a quella tavola a colori del suo libro di fiabe: nella radura di una foresta c’è la casa del taglialegna. Ha le travi a vista, le finestre coi vetri a formelle. Il tetto è coperto di neve, gli alberi sono coperti di neve. L’interno della casa è candito dalla luce calda dei ceppi che bruciano nel camino. Un Bambino affacciato a una finestrella del sottotetto nutre uccellini neri, che accorrono in volo, con un poco della sua pappa raccolta intingendovi il dito. Un difetto di registro della quadricromia (è un vecchio libro) impresta alla pappa un poco del rosa del ditino. Lo glassa come una minuscola bignola. Trasforma la pappa in una rosata delizia.
Quella rosata delizia che si vede nella figura vorrebbe ora il Bambino offrire agli uccelli fuori dalla finestra. Il Gatto invece li vorrebbe mangiare, e portare altri doni. Ma né l’uno può più nutrire Merli con pappe rosate, né l’altro, dopo mangiato, donare le loro teste. Persone e animali, basta cadere dentro una fotografia per non poter più né nutrire né mangiare né donare, immuni da porcherie e da infezioni.

Paolo Brunati

Quattro passi con Gesù

huffington gesùhttp://www.huffingtonpost.it/2015/03/25/zambia-turista-gesu_n_6937570.html?

“Stava percorrendo le strade polverose di Chipata (Zambia), quando è stato circondato da una folla di uomini e donne che evidentemente lo avevano scambiato per Gesù.Antonio Boretti, turista italiano per la prima volta nel Paese africano, effettivamente quel giorno presentava una certa somiglianza col Nazareno…”

La cronachetta lascia trasparire un trattenuto sorriso (benevolo, intendiamoci, del tutto polically correct) nei confronti dei passanti di Chipata. Come non può fare a meno di notare l’articolista dell’Huffington “effettivamente” il turista italiano non è uscito dall’albergo indossando i primi jeans e la prima maglietta che gli erano capitati sottomano: la stranezza, secondo l’agenzia, è che gli ingenui chipatesi abbiano scambiato Antonio Boretti per Gesù. Sembra che i media africani abbiano colto l’occasione per stigmatizzare l’influenza dei media occidentali; ma gli esperti in comunicazione dello Zambia, com’è del tutto logico, non possono avere idea degli effetti che i media occidentali esercitano, a loro volta, sugli utenti occidentali. Molti anni orsono, l’attore Alberto Lupo, grande divo della tv degli anni ’60, mi confidò che dopo la sua interpretazione del Dottor Kildare, protagonista di una serie di enorme successo, veniva regolarmente invitato ai convegni medici di tutta Italia: invitato e trattato come un collega a pieno titolo. Sì dirà che molti anni sono passati, da allora: è vero, ma gli equivoci, anziché diradarsi, avvolgono il nostro quotidiano: i tronisti di Maria De Filippi si travestono da attori, gli attori da romanzieri, i romanzieri da filosofi, e tutto nella massima e collettiva soddisfazione.
Se il turista Antonio Boretti, tornato in patria, avesse voglia di fare quattro passi nei panni, che so?, di Camillo Cavour, possiamo star certo che sarebbe subissato da petizioni e suppliche da inoltrare a Sua Maestà Vittorio Emanuele II.

 

Anni ’60. Nelle spire dell’industria culturale. LUCIANO BIANCIARDI, LA VITA AGRA

tognazzi.vita agra

un fotogramma del film La vita agra, diretto da Carlo Lizzani

Nel gioco delle date, che sovente è fine a se stesso oppure buono per gli astrologi che vogliono attaccar bottone in treno, il 1922 annovera, fra gli infiniti altri, due eventi in apparenza non commensurabili: la Marcia su Roma (il 28 ottobre) e la nascita di Luciano Bianciardi (14 dicembre). Una ventina d’anni più tardi, quel bambinetto, diventato studente universitario, scriverà una lettera a Mussolini intimandogli di dimettersi, così, di punto in bianco. Non se ne fece niente, il  Duce aveva altro da pensare, e fu peggio per lui: se avesse dato retta a quella guasconata del Bianciardi giovane sarebbe stato meglio per tutti. Le guasconate stanno alla Provincia come il Demone a Socrate: entità assidue e talvolta tiranne capaci di governare una vita intera. Il demone di Bianciardi, figlio della provincia toscana (GR), domina il suo romanzo più famoso, La vita agra, imponendo il suo imperativo apocalittico: il protagonista deve trasferirsi a Milano per far saltare la sede dell’industria chimica (dirigenti compresi) responsabile della morte di quarantatré operai. Ma prima di compiere il gesto vendicatore, il protagonista del romanzo deve ingegnarsi a sbarcare il lunario, così dopo varî lavori finisce tra le spire dell’industria culturale che in quegli anni ’60 si sta espandendo sulla scia del boom. Le pagine dedicate all’editoria e alla sua fauna sono irresistibili, come dimostra questo colloquio del protagonista con la responsabile dell’ufficio traduzioni di una nota casa editrice.  

La vedova fu ferma e gentile quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
«Benedetto figliolo,» mi disse. «Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque» Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
«Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all’assalto della trincea nemica. Le sue parole… Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice…» Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine. «Il testo dice: Come one boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come one boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese com’è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce?, come a salutare la bandiera sul pennone.» E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m’interruppe.
«Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po’… come dire?… un po’ faticoso.» Sorrise. «Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, stata sempre dietro al testo, che oltretutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede?, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui.» Continuava a sfogliare le mie cartelle. Io ero ammutolito.

Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli

I vostri articoli preferiti di marzo

bacio
Le virgolette adescatrici


perché è utile la filosofia

Alain Botton, Perché la filosofia aiuta a vivere meglio

by Christopher Wallish

Il racconto dell’immagine. Mario Giorgi, Bea

piero fornasetti

Maria Attanasio, Correva l’anno 1698

Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE

rosetta

https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M

Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964,  l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.