Scene da un matrimonio al tempi di Prostamol. video 20″

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www.youtube.com/watch?v=I4-tYfriPDo

La coppia non è più giovanissima. Lei appare un po’ spenta, vorrebbe rifugiarsi nel sonno, povera donna, ma non può perché il marito, punzecchiato da una prostata dispettosa, deve compiere numerosi raid notturni in bagno. La maggior parte dei mariti sbriga queste fastidiose incombenze barcollando fra sonno e veglia con qualche interiore mugolio; questo, invece, pretende di giustificarsi e sveglia tutte le volte la moglie per addurre una scusa che motivi il suo andirivieni: il televisore acceso, la porta del garage rimasta aperta… Bisogna dire che la malmaritata è tutto sommato di buon carattere perché dopo l’ennesimo risveglio non reagisce con una scenata ma si limita a guardare il suo scimunito con uno sguardo sgomento; nei racconti delle amiche coetanee, i mariti mentono per coprire frettolosi adulteri con le colleghe dell’ufficio; il suo bambinone, nonostante la barbetta pepe e sale, dice le bugie per andare a fare la pipì. Si può capire la riservatezza, e perfino un vago senso d’imbarazzo per una prostata indurita ma è insensato pensare di nasconderlo a una moglie, la quale peraltro ha già fatto sicuramente la sua diagnosi ripercorrendo il film dei recenti rapporti coniugali. Poi entra in scena Prostamol e il vecchio ragazzo, soddisfatto della sua prostata flessuosa, promette di non dire più bugie, ma si ha l’impressione che sia un finale aperto; è probabile (e augurabile) che nella prossima puntata intervenga lo psicologo.

Letteratura in rete. Il Recensore Orco

libreria e coccardaTanti anni fa, nelle scuole svizzere trapiantate in Italia, si premiava con una coccarda gli alunni più meritevoli. L’onorificenza era a tempo, durava una settimana, trascorsa la quale sarebbe stata di nuovo messa in palio. Questo metodo educativo favoriva, mi spiegò la direttrice meticcia, una sana competizione fra i ragazzi: uno stimolo necessario, sosteneva,  al buon funzionamento di una scuola autenticamente svizzera, sia pure trapiantata sul suolo italiano. C’era però un inconveniente: le famiglie dei non gratificati protestavano, e con maniere poco elvetiche, che la faccenda non funzionava: a uguale retta dovevano corrispondere uguali onorificenze, perdio! (con un giro più perifrastico, questa era la sostanza). Il metodo dovette subire un piccolo ritocco e l’onorificenza rimase settimanale ma divenne rotante: sette giorni  a uno, sette all’altro, e tutti furono contenti. Lo stesso meccanismo di gratificazione si verifica nella Comunità Letteraria della rete, parodia di una grottesca Comunità Alta collocata in un Altrove solo apparentemente comunicante in virtù di una illusoria democrazia del web. Le pratiche letterarie della rete sono come i giochi che fanno i bambini quando si travestono da grandi ciabattando con le scarpe tacco dodici della mamma o annegando nel cappello del papà. Questo Gioco della Società Letteraria in rete assomiglia un po’ al Monopoli: c’è tutto: gli autori, gli editori (virtuali, a pagamento o meno), i cataloghi, i giornali intimi, le confessioni di poetica, le gratificazioni dei fan, perfino le recensioni, che sono quasi sempre entusiastiche o addirittura iperboliche. Di tanto in tanto si affaccia il recensore cattivo, un signore afflitto da un Ego più tirannico e straripante degli altri (i quali pure non scherzano): irrompe e incomincia a menare scudisciate, che è come prendere a calci, appunto, un bambino solo per dimostrare che si è più grandi e più forti di lui. Come tutti i cattivi, anche il Recensore Orco – di cui esistono pochi esemplari – gioca un ruolo rilevante nella commedia della Comunità Letteraria: rappresenta l’Imprevisto, come la casella del Monopoli che ti manda in prigione senza passare dal via, anche se il suo ruggito si disperde nello sterminato sottobosco della finzione che tutti ci avvolge.

Domenica, 27 settembre. Torino, Circolo dei lettori. APPUNTAMENTO CON SHAKESPEARE

shakespeare contenutoINGRESSO LIBERO

Shakespeare mette al centro delle sue storie non persone ma sentimenti: paure, fobie, illusioni, aspirazioni. Ogni personaggio passa attraverso mille trasformazioni perchè è un impasto di terra che guarda le stelle, «capolavoro» e «quint’essenza di polvere». In vista della rassegna After Shakespeare della Fondazione Teatro Piemonte Europa per il IV centenario shakespeariano, un critico teatrale e un attore che ha scoperto la sua vocazione shakespeariana in carcere si interrogano su questa irriducibile contraddizione.

Addio a Carol Rama, nubile protagonista del Novecento pittorico

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Carol Rama, Dorina, 1940

Altri scriveranno dell’opera di Carol Rama in questi giorni; da non addetto ai lavori, mi limiterò a un piccolo flash del nostro primo incontro che credo di poter datare al 1968. Io ero poco più di un ragazzo, lei una pittrice che aveva già vissuto due intense stagioni: negli anni Quaranta si era presentata con opere sfrontate, inaccettabili da quell’epoca buia: protesi, corpi amputati, letti di contenzione dai quali emanavano crudeltà, dolore e, ad aggravare le cose, un erotismo implicito, inevitabile come una premessa. La sua prima personale, nel 1945, fu vietata e le opere vennero sequestrate. Negli anni Sessanta, aveva scoperto il bricolage, così i suoi sfondi informali si popolarono di unghie, denti, occhi di vetro… Ma avevo detto di limitarmi al nostro primo incontro, che doveva essere di lavoro: intendevo chiederle di realizzare una scenografia per una trasmissione televisiva di una mia sceneggiatura, ed ero perplesso: non la conoscevo personalmente ma sapevo del suo rapporto conflittuale (e un po’ morboso) con ogni genere di establishment, e l’idea di proporle una collaborazione con la rai mi sembrava, se non temeraria, almeno azzardata; gliene avevo parlato per telefono e non c’erano state reazioni apprezzabili  ma la tempesta avrebbe potuto scatenarsi dal vivo. Quando Carol aprì con studiata lentezza la porta del suo appartamento nel cuore della vecchia Torino, mi apparve una signora infilata in una mise che anticipava di  quattro anni quella di Liza Minnelli in “Cabaret”: pagliaccetto nero e calze a rete (a rombi larghi, anch’esse nere, ovviamente). La rappresentazione era incominciata, il personaggio Carol era entrato in scena subito, ad apertura di sipario. La prima scena si decantò qualche attimo dopo quando, sulla porta del soggiorno, Carol mi indicò una dormeuse un po’ stropicciata: “Scusa il disordine, caro, ma se n’è appena andato il mio amante, un ungherese, sai come sono gli ungheresi”. Non ne avevo la minima idea ma non persi tempo in congetture; ero rapito dalla capacità che aveva Carol di creare teatro, trame e personaggi di teatro con una battuta. Quell’evocato amante ungherese, che sembrava uscito da un romanzo sentimentale del primo Novecento, tesseva la trama di una commedia, tanto possibile quanto immaginaria, nella quale eravamo, io e Carol, coinvolti; non mi sarei meravigliato se fosse entrato un arciduca, o un ammiraglio, o un principe indiano in esilio. Scoprii in seguito che l’amante ungherese era una delle molte punte di lancia con le quali Carol punzecchiava la buona società torinese divertendosi a vedere come sobbalzavano educatamente le signore sussiegose e come negli occhi dei loro mariti infilati nei completi grisaglia si accendessero inconsueti lampi di desiderio.
Parlammo, poi, della scenografia e Carol accettò l’incarico, ma il vero spettacolo lo aveva già interpretato lei.

 

L’arancia come non l’avete mai pensata. BRUNO MUNARI, ARTE COME MESTIERE

arancia con ombra

Colpisce, in alcune scritture, l’ingegno (e anche l’ardimento si sarebbe detto un tempo) con cui l’autore riesce ad accostare oggetti del tutto eterogeei. Un poeta del XVII secolo, ad esempio, Giuseppe Artale, costruì un ingegnosissimo (e naturalmente barocchissimo) sonetto intitolato “Pulce sulle poppe di bella donna”)(“Piccola instabil macchia, ecco, vivente/in sen d’argento alimentare e grato…”). Certo la pulce era (ed è ancora) un soggetto fortemente impoetico, contrariamente al seno femminile. Ma il bello (l’ingegno) della costruzione sta proprio nel combinare il repellente insetto con il candore di un busto femminile. Venendo a un’età molto più vicina alla nostra e uscendo dai salotti della poesia, Bruno Munari, uno dei padri del design italiano, nonché artista e teorico aggraziato, si diverte a combinare  un oggetto naturale come l’arancia con l’arido tecnicismo del linguaggio specialistico del packaging e creando, con questa commistione, una stralunata innaturalezza.

L’oggetto è costituito da una serie di contenitori modulari a forma di spicchio, disposti circolarmente attorno a un asse centrale verticale. Tutti i lati curvi, volti verso l’esterno, danno nell’insieme, come forma globale, una specie di sfera.
L’insieme di questi spicchi è raccolto in un imballaggio abbastanza duro sulla superficie esterna e rivestito da una morbida imbottitura interna.
Ogni contenitore è a sua volta formato da una pellicola plastica, sufficiente per contenere il succo e abbastanza manovrabile. Ogni spicchio ha esattamente la forma della disposizione dei denti nella bocca umana per cui, una volta estratto dall’imballaggio, si può appoggiare tra i denti e, con una leggerissima pressione, romperlo ed estrarne il succo.
L’imballaggio, come si usa oggi, non è da ritornare al fabbricante ma si può gettare.

Bruno Munari, Arte come mestiere, Laterza

Il gioco del “se”. ANDREW TARUSOV, IL DECLINO DEGLI EROI

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http://www.ziqqurat.eu/2015/09/10/se-i-personaggi-dei-cartoni-animati-fossero-invecchiati-come-vere-star-del-cinema/

Esisteva, un tempo, il gioco del “se fosse” – per bambini, ma praticato anche dagli adulti puri di cuore: il capo-gioco sceglieva un personaggio famoso e i partecipanti dovevano indovinarne l’identità facendo domande: se fosse un mobile? se fosse un fiore? se fosse un fiume?… Nella sua disarmante semplicità il giochino abituava i bambini a stabilire delle analogie e a muovere un primo passo nel territorio delle riflessioni ipotetiche e delle congetture. Il disegnatore Andrew Tarusov ha riportato i più famosi eroi dei fumetti nel flusso del tempo e li ha ritratti impietosamente così come sarebbero oggi, se una mano crudele (la sua, appunto) li sottraesse all’immortalità.

L’invenzione della bellezza. G.K. CHESTERTON, COSA C’E’ DI SBAGLIATO NEL MONDO

uomo nel nido

G.K. Chesterton è noto, se lo è ancora, per I racconti di padre Brown; lo è un po’ meno per L’uomo che fu Giovedì, e questo è un vero peccato perché si tratta di un romanzo che gioca su tastiere che vanno dal metafisico alla spy story, al surreale (da leggere assolutamente); ancor meno noto lo è per Cosa c’è di sbagliato nel mondo. Il titolo è tanto palesemente pretenzioso da far supporre che nell’autore ci sia un intento ironico, se non paradossale, invece qui sta il bello: Chesterton dice sul serio ma la leggerezza del suo discorso evita le secche del Pedante e del Sentenzioso che il titolo potrebbe suggerire.

La gioia particolare dell’uomo è una creazione limitata, la combinazione di creazione e di limiti. All’uomo  piace, però, dettare condizioni, ma anche avere delle condizioni a cui sottostare: essere in parte controllato dal flauto che suona o dal campo che dissoda. Il godimento è riuscire a ricavare il massimo a partire da condizioni date; l’elastico delle condizioni può essere tirato, ma non all’infinito. Un uomo può scrivere un sonetto immortale sopra una vecchia busta o forgiare la statua di un eroe con un cumulo di rocce. Ma incidere un sonetto sopra una roccia sarebbe un impegno laborioso e ricavare la statua di un eroe da una busta è fuori dalla sfera delle possibilità pratiche. Questo fruttuoso scontro coi limiti, quando riguarda qualche etero intrattenimento della classe colta, si chiama Arte. Ma la grande massa degli uomini non ha né il tempo né l’attitudine per dedicarsi all’invenzione della bellezza invisibile e astratta. Per la grande massa degli uomini l’idea della creazione artistica può essere espressa solo attraverso l’idea di proprietà. L’uomo medio non sa plasmare l’argilla per formare la figura di un uomo, ma può plasmare la terra in forma di giardino: e se è anche solo in grado di sistemare dei gerani rossi e delle patate blu in linee dritte e alternate, lui è un artista perché ha scelto cosa fare. L’uomo medio non sa dipingere il tramonto, di cui ammira i colori, ma sa dipingere la sua casa di verde pisello a puntini rosa, lui è un artista perché quella è la sua scelta. La proprietà è semplicemente l’arte della democrazia. Significa che ogni uomo dovrebbe avere qualcosa a cui dar forma a sua immagine, come egli è fatto a immagine del cielo. Ma poiché egli non è Dio, bensì solo un’immagine scolpita di Dio, la sua capacità espressiva deve confrontarsi con i limiti e, per meglio dire, con limiti che sono precisi e anche piccoli.
Sono pienamente cosciente che nel nostro tempo la parola “proprietà” è stata vessata dalla corruzione dei grandi capitalisti. Verrebbe da pensare, basandosi su ciò che dice la gente, che i Rothschild e i Rockefeller siano dalla parte della proprietà.  Invece, son i nemici naturali della proprietà, perché sono nemici dei loro limiti. Non vogliono la loro terra, ma quella degli altri.

Gilbert Keith Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubettino
Traduzione di Annalisa Teggi

Il video della domenica. JULIO POT, THE GIFT. 6′

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http://www.rivelazioni.com/youtube/the-gift/

Lui dona a lei qualcosa di molto importante, che però si rivela leggermente ingombrante.  Non perdete di vista quell’innocente pallina.

Il video della domenica. BOB WILSON, L’OPERA DA TRE SOLDI, DI BRECHT

Schermata 2015-07-03 alle 19.12.54https://www.youtube.com/watch?v=nv2SiBcE9dM&list=PL1lzpGG96tWsOKFZLmmljSsArQlzreytI

Ancora a proposito di Brecht,  già che lo abbiamo momentaneamente rispolverato, vale la pena di vedere come lo Bob Wilson ha riletto, tre anni fa, L’Opera da tre soldi allestendola per il Berliner Ensemble; quella che vi proponiamo è una breve sintesi di soli sette minuti che rendono bene l’idea di come abbia riletto il lontano (nel tempo: 1928) capolavoro di Brecht immergendolo in una soluzione di raffinatissimo neo-espressionismo.

Grecia. Riletture attuali (?) KONSTANTINOS KAVAFIS, ASPETTANDO I BARBARI (Vittorio Gassman)

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D’accordo, questi versi di Kavafis sono stranoti, ma le riletture servono proprio a calare nella nostra esperienza presente le parole che l’autore aveva riferito a tutt’altro contesto. Chissà se i nostri amici del blog troveranno qualche analogia fra i barbari imminenti raffigurati da Kavafis e la tormenta che si è abbattuta (e che ancora imperversa) sulla Grecia di oggi.

I gesti vivi nella memoria. ALBERT COHEN, Le livre de ma mère

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James Abbott McNeill Whistler, La madre

Perdere la madre vuol dire perdere la propria infanzia, scrive Albert Cohen. Una frattura irrimediabile separa l’io che parlava con la madre da quello che ora parla di lei: una parte di sé è stata persa nella scossa dell’avvenimento, ciò che rimane si fa trama sulla quale intessere i fili della memoria spesso troppo corti, stropicciati, sbiaditi. Le livre de ma mère non è un romanzo sull’amore materno, ma l’intima archeologia di un figlio che si addentra nel se stesso che fu per preservare dall’oblio l’unicità di una madre, sua madre, in una narrazione che è quasi un canto e dove l’irreparabilità della morte della persona amata non è celata dalle parole, bensì affermata, ripetuta, come un ritornello che sospende, e insieme scandisce e rinnova, l’avanzare lento del ricordo. Roberta Sapino

Un giorno, a Ginevra, le avevo dato appuntamento alle cinque nel piazzale dell’Università ma poi mi lasciai trattenere da un’idea bionda e arrivai solo alle otto. Non mi vide giungere. La osservai, pieno di vergogna, mentre se ne stava ad aspettarmi paziente, seduta su una panchina, tutta sola, ormai che il giorno era finito e l’aria si era fatta fredda, col suo povero cappotto troppo stretto e il cappello che le era calato da una parte. Aspettava lì, da ore, docile, tranquilla, un po’ insonnolita, resa più vecchia dallo star sola, rassegnata, abituata alla solitudine, abituata ai miei ritardi, incapace di ribellione nella sua umile attesa, servile, povera santa donnetta. Aspettare un figlio per tre ore, cosa può esserci di più naturale e poi lui non aveva tutti i diritti? Io lo odio, quel figlio. Alla fine mi scorse e riprese a vivere, dipendente da me in tutto e per tutto. Rivedo il suo sussulto di vitalità ritrovata, la rivedo passare di colpo dall’ebetudine alla vita, ringiovanire, di colpo passare dalla sonnolenza di serva o di cane fedele alla più grande voglia di vivere. Si rassettò il cappello e il viso, perché ci teneva a farmi sentire rispettato. E poi, Mamma vecchieggiante, fece quei suoi due gesti tipici, chissà dove era andata a prenderli e in quale infanzia li aveva pescati. Li rivedo così bene i suoi due gesti impacciati e poetici quando, da lontano, mi vedeva arrivare. Il terribile dei morti sono i gesti che facevano da vivi rimasti nella nostra memoria. Perché allora continuano atrocemente a vivere e noi non ci capiamo più nulla.

Albert Cohen, Le livre de ma mère, Gallimard

Umberto Eco e i network: il mercato delle illusioni planetarie

eco huffington

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http://www.huffingtonpost.it/2015/06/11/umberto-eco-internet-parola-agli-imbecilli_n_7559082.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

In quel tempo, dice Umberto Eco, c’era l’imbecille un po’ bevuto che dopo aver straparlato nel bar se ne tornava a letto senza aver prodotto gravi danni, a parte un certo fastidio nei clienti circostanti; oggi, lo stesso imbecille ha a disposizione un uditorio virtualmente globale, grazie a facebook.
A me pare che il vaniloquio dell’imbecille sui network sia paragonabile all’effervescenza di un alka seltzer (ammesso che esista ancora); c’è un’altra imbecillità, più sotterranea e più pericolosa: quella letteraria, che viene promossa e alimentata dagli editori on line. Questi imprenditori/spacciatori sono gli eredi dei più modesti tipografi editori che pubblicavano a pagamento le opere tremebonde di poeti e narratori appassionati/disperati. La tiratura era modesta, cento, duecento copie al massimo, che per lo più venivano distribuite fra parenti, amici e colleghi, per poi finire nell’armadietto di un libraio amico, e di lì al macero. Con l’avvento della rete, la pubblicazione a pagamento è diventata una triste pratica sempre più diffusa, con l’aggravante dell’illusione: le povere opere vengono inserite in un catalogo globale che, collegato ai grandi distributori planetari come Amazon, producono nell’autore l’illusione di un volo vertiginoso e, chissà, di un successo mondiale.
Ecco qualche estratto scelto a caso dall’ossario narrativo proposto da uno dei troppi editori a pagamento:

“Nessuna rosa muore davvero. Entra e resta nel viaggio di un’altra delle rose di cui ogni primavera rifiorisce la terra.”

“Giorno dopo giorno riscopre una femminilità che non aveva mai notato diventando una donna erotica capace di portare il suo amante nell’inferno della passione.”

“Un romanzo di fantasia dove l’autore, riesce a mettere insieme avvincenti intrighi”.

“Questa storia è la vita reale. È un pezzo di vita, un percorso con alti e bassi, senza eclatanti colpi di scena o eventi straordinari.”

L’invettiva del Licantropo. PETRUS BOREL, CONTRO LA RICCHEZZA

imagesMa i ricchi devono o non devono piangere? Assolutamente sì, per chi non disdegna di schiantarsi come un cosacco a sciabola sguainata contro un panzer; assolutamente no, per chi, con l’aria di saperla lunga in questioni di economia, avverte che i ricchi, prima che spunti la prima  lacrima, hanno già portato la ricchezza in qualche paradiso fiscale e buonanotte a chi rimane. Questo dibattito sul pianto dei ricchi, che ci deliziava nel 2009, viene da molto lontano ma ha decisamente perso vigore in questi ultimi anni, e mi sembra che nessuno lo rimpianga. Ma le questioni inattuali possiedono il fascino della polvere di cui sono ricoperte – non si spiegherebbe altrimenti il successo degli innumerevoli mercatini pulciosi che riciclano paralumi tarlati e tazzine indecenti: non diversamente avviene per le idee, come credo dimostri il frammento che vi proponiamo. Lo scrisse Pétrus Borel, un autore del quale la Miseria si era maniacalmente innamorata, tanto da seguirlo in ogni sua mossa (non lo mollò nemmeno quando i suoi libri ebbero un discreto successo). Vissuto nella prima metà del XIX secolo, Borel, fin dagli esordi, si sentì attratto dalla tenebra (che con la Miseria si accorda benissimo, così come col freddo e la fame). La sua prima e più importante prova narrativa, Champavert, racconti immorali, propone una poetica della crudeltà che venne etichettata come romanticismo frenetico, per indicare una spasmodica ricerca di assoluto nella quale convivevano l’ironia, l’eccesso, il cinismo, e che trovava il suo riferimento nel romanzo gotico inglese. Giravano sostanze (hashish e oppio), fra i giovani scrittori frenetici protesi al superamento del conformismo borghese e anche di un Romanticismo troppo elegante. Nella piccola compagine, Borel, che amava farsi chiamare Il Licantropo, fu il più combattivo e il più in vista, ma gli scrittori che gli facevano corona erano di primo piano (due nomi su tutti, Théophile Gautier e Gérard de Nerval); come tutti i combattenti puri, la forza di Borel fu anche la sua condanna; forse se ne accorse quando vide che, oltre alla fedele Miseria, un altro nume tutelare gli camminava a fianco, l’Oblio. Fu dimenticato, immediatamente e ingiustamente, come tutti gli esseri umani non scriventi e gli scrittori non famosi. Ottant’anni dopo la sua morte, lo riscoprirono i surrealisti ma probabilmente il Licantropo, sprofondato com’era nell’angolo più buio del suo cuore, non se ne accorse nemmeno.

Non credo che si possa raggiungere la ricchezza se non si è di indole feroce, un uomo sensibile non riuscirà mai ad accumulare.
Per arricchirsi, bisogna avere un’idea soltanto, un’idea fissa, dura, incrollabile, la voglia di radunare un grosso mucchio d’oro; e per riuscire a farlo diventare sempre più cospicuo, bisogna esser usurai, imbroglioni, inesorabili, ricattatori e assassini! e soprattutto maltrattare i deboli e gli indifesi!
Poi, quando questa montagna d’oro raggiunge il suo culmine, ci si può arrampicare sopra e dall’alto, col sorriso sulle labbra, contemplare la valle di miserabili che si è stati capaci di creare.

Pétrus Borel, Mercante e ladro sono sinonimi, “Antologia dellp hunour nero”, a cura di André Breton, Einaudi, Traduzione di Ippolito Simonis e Mariella Rossetti

Fra le crepe del terrore, il comico


miliziani isishttp://www.repubblica.it/esteri/2015/06/05/news/militante_dell_is_si_fa_un_selfie_e_24_ore_arrivano_3_missili-116096314/?ref=fbpr

Ollio cade nella fontana dalla quale riemerge in foggia di puttone zampillante acqua dalla bocca e con una rana sulla testa; Harold Lloyd sgambetta appeso alle lancette dell’orologio del campanile; Ridolini scaglia un oggetto contundente contro un gallo troppo mattutino ma colpisce un vaso che va a romperglisi sulla testa… Dei miliziani dell’Isis fanno un selfie e vengono immediatamente individuati e  bombardati. Nel buio di un dramma del XXI secolo rispunta, con qualche aggiornamento, la comicità degli inizi del  XX, e in particolare lo slapstick, cioè il meccanismo più basico del comico, quello del sussiegoso uomo d’affari che scivola sulla buccia di banana o del bellimbusto che, voltandosi a guardare una bella ragazza, sbatte contro un lampione. Cose semplici, da bimbi, e oggi, grazie agli sciocchi miliziani, anche da adulti. La comicità della notizia sopravanza la riflessione che la segue dopo qualche secondo: questi bombardamenti che hanno raso al suolo l’edificio avranno causato dei morti? La domanda è  lecita ma la riflessione morale lavora più  lentamente della reazione, così leggendo la notizia non possiamo fare a meno che nella nostra mente si componga un folgorante filmino comico. Ciak, i miliziani si mettono in posa, con mitra, passamontagna neri e tutto l’armamentario. Stacco: scattano il selfie. Stacco: lo pubblicano su Facebook. Stacco: primo piano di un miliziano allarmato che avverte un rumore sospetto in avvicinamento. Stacco: il suo compagno di selfie e di battaglia alza la testa verso il cielo, quindi guarda il combattente fotografo negli occhi con aria di rimprovero. Stacco: il primo miliziano pronucia a mezza voce l’unica e conclusiva battuta del corto: “Occazzo!”.  (La dice proprio in italiano, con accento romanesco: chissà perché, mi sembra che i coatti del selfie debbano parlare tutti in romanesco)

Il fantasma della radio, ovvero il pregiudizio allucinatorio a teatro

fantasma radioQuesto blog, è noto a tutti voi, si chiama Radiospazio Teatro, così come la formazione teatrale alla quale fa riferimento. Orbene, (quando fremo, mi viene spontanea questa congiunzione polverosa; chissà, forse racchiude una muta implorazione alle virtù di autocontrollo dei nostri antenati, molto più contegnosi di noi)… orbene, vi pare sensato che al termine di uno spettacolo teatrale, accessoriato di scene, costumi, attori in carne ed ossa, nonché di un video e, per contro, senza (sottolineo senza) l’ombra di un microfono, alcuni spettatori, giunti al rituale delle congratulazioni, dicano: “Questi spettacoli radiofonici hanno un sapore unico”? D’accordo, la nostra ragione sociale contiene la parola “radio” ma questo non spiega ancora la stupefacente affermazione. Sarebbe come se gli spettatori del Teatro delle Moline, a Bologna, andassero a chiedere al regista un chilo di farina; per non parlare, poi, del Teatro della Tosse, a Genova, dove gli stessi spettatori (esiste una tipologia ben precisa) entrerebbero con le tasche piene di confezioni di pastiglie Bisolvon; o del Piccolo di Milano, dove si premunirebbero di sgabelletti pieghevoli da campeggio per timore di non trovar posto nonostante la prenotazione. Qualcuno obietterà che fra i pregiudizi in circolazione quello di vedere microfoni e allestimenti radiofonici anche là dove non ci sono non è dei più gravi: è vero, ma questa forma di allucinazione di stampo pavloviano (“Se la compagnia si chiama Radiospazio teatro, ciò che vedo sarà uno spettacolo radiofonico”) mi destabilizza. In questi casi, e per qualche giorno, compreso oggi, mi sorprendo a studiare dei rimedi. Il più semplice? Non potendo cambiare le teste, quello di cambiare testata. Ma sarebbe sufficiente?