JULIA KRISTEVA. Non lasciamo religione e spiritualità in mano ai terroristi

solo nerohttp://www.vita.it/it/article/2015/11/18/julia-kristeva-non-lasciamo-religione-e-spiritualita-in-mano-ai-terror/137434/

 

 

 

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. I giorni del chroma key

fiorenza in chromahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

Ormai è chiaro che stiamo prendendo tempo per non raccontare la trama di questo spettacolo (non avete che da cliccare sul link sotto la foto); altre cose ci premono, in questi giorni di prove, se non più interessanti, certo più complicate di una trama, che si può sbrigare in poche parole, se proprio si è costretti: “Un giovane inglese, Lord Ewald, innamorato di una donna tanto bella quanto inafferrabile, non potendo fare a meno di lei ma non sopportando l’idea di starle accanto, decide di bruciarsi le cervella. Prima di accomiatarsi dalla vita, si accomiata dal suo grande amico Thomas Edison, lo scienziato, il quale decide di creare un clone punto due, per così dire, più perfetto dell’originale”.
Ecco, è fatta. Torniamo alle prove di questi giorni, che prevedono alcuni inserti video (una decina), curati da Francesco Ghisi e realizzati con la tecnica del chroma key. Chiunque abbia visto un telegiornale ha avuto esperienza del chroma key:  l’inviato speciale a Mosca, che compare con la Piazza Rossa alle spalle, è ripreso sullo sfondo di un telo verde mentre una telecamera inquadra e intarsia una foto o un filmato suggestivo. (E’ ovvio che in quel momento l’inviato potrebbe anche essere nel soggiorno di casa sua, dove tiene sempre montato un telo verde per tornarsene subito a letto dopo il collegamento, ma questo non ci riguarda). Ci riguardano, invece, i chroma key che dobbiamo realizzare in questi giorni senza sapere esattamente quanto tempo richiederà la lavorazione. Alla vigilia delle riprese, che sottrarranno tempo alle prove, è inevitabile maledire il momento in cui è venuta l’idea di incrociare l’azione scenica con questi inserti video. Certo, lo spettacolo diventa più arioso e anche un po’ digressivo col contrappunto di queste scatolette colorate e i personaggi che vanno e vengono dallo schermo alla scena, ma è una discreta complicazione. Speriamo di potervi dare presto buone notizie.
(Nella foto, un esempio approssimativo di chroma key, con Fiorenza Pieri, che impersona Alicia Clary, l’innamorata di Lord Ewald, in una bozza d’intarsio).

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. LO SCIENZIATO E L’ENTITA’

eleni e andreahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

Eva futura è la molto libera riscrittura teatrale di un romanzo di Villiers de L’Isle Adam pubblicato nel 1886. (Per l’argomento basta cliccare il link sotto la foto). Qualcuno ha voluto vedere quest’opera come ispiratrice di Metropolis e di svariati altri romanzi e film. Personalmente non saprei dire. Il mito di un essere artificiale con sembianze umane, a volte indistinguibile dall’uomo, è molto antico, ne parla per primo Alberto Magno, filosofo, teologo e scienziato, nel 1270; secondo una leggenda, il Doctor Universalis avrebbe costruito un essere del genere servendosi di metallo, legno, cera, vetro, cuoio e, come nel nostro spettacolo, fornito del dono della parola. Niente di nuovo, dunque – d’altra parte, le paternità e le discendenze non sono poi tanto interessanti. E’ invece interessante il fatto che uno dei protagonisti del romanzo sia Thomas Alva Edison, che nel 1886 era ben attivo e piuttosto ricco, grazie alla lampadina, al fonografo e a innumerevoli altre invenzioni. Villiers de L’Isle Adam scrive dunque di un suo contemporaneo, ma rimodellando l’originale, che vive in America e che probabilmente non leggerà mai il romanzo di cui è protagonista. In Eva futura, Edison, da scienziato imprenditore, viene trasformato in mago. E Villiers de L’Isle Adam, nella prefazione al libro, precisa:
In America e in Europa è fiorita una LEGGENDA nell’immaginazione della gente intorno a questo grande cittadino degli Stati Uniti. Lo si chiama con fantastici soprannomi il “Mago del Secolo”, lo “Stregone di Menlo Park”, “Il papà del fonografo”, eccetera eccetera. Io interpreto una leggenda moderna a vantaggio dell’opera d’arte metafisica di cui ho concepito l’idea; l’eroe di questo libro è, prima di tutto, lo “Stregone di Menlo Park”, non il signor ingegnere Edison, nostro contemporaneo.
La componente metafisica del romanzo trova il suo fulcro nel personaggio di Sowana, (Eleni Molos) un’entità che aleggia nel laboratorio di Edison (Andrea Fazzari), che la foto ha colto in atteggiamento quasi domestico. Sono una curiosa coppia, i due, e il fatto che l’entità Sowana sia incorporea non impedisce contatti ravvicinati e anche animati, simili a volte a quelli di due coniugi stagionati dal tempo.

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. I giorni degli stop

prova alberto e annahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

E’ la serva Molly (Anna Montalenti) che apre la commedia. Si tratta di una soluzione drammaturgica non nuova, ma anzi collaudata da almeno seicento anni, con innumerevoli varianti. L’entrata della serva dovrebbe essere preceduta da una brevissima intro musicale/ambientale che disegna un giardino abitato da pavoni meccanici – sono creature puntute e maleodoranti create da Edison fra un’invenzione e l’altra, prove d’autore che anticipano, in piccolo, ben più complessi e conturbanti automi. Ma adesso è la nostra piccola macchina scenica che si deve avviare, e il motore, come sempre, tossicchia: la musica non parte, oppure parte ma non è quella che dovrebbe partire, oppure è stata registrata a livello troppo basso, oppure le casse provvisorie che usiamo durante questi primi giorni di prove sono troppo provvisorie. La più pronta sembra essere Molly, che però rimane cristallizzata nell’atto di entrare e deve aspettare numerosi stop prima di fare il primo passo.

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. La vischiosità della carta


prima letturahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

Da destra a sinistra: Andrea Fazzari, Eleni Molos, Anna Montalenti, Fiorenza Pieri, Alberto Gozzi, Rocco Rizzo, Francesco Ghisi. Nella foto in B/N la carta, “sparando” il bianco, rivela la sua invadenza e (come effetto secondario invisibile) la sua vischiosità. Le prove al tavolino non si possono eliminare ma proveremo a limitarle, alzandoci e andando in palcoscenico al più presto, forse già da oggi stesso. Ieri abbiamo compiuto qualche timido raid. Anna Montalenti, che interpreta il personaggio della serva Molly, si è avventurata nello spazio scenico vuoto sul quale avevamo tracciato rudimentali e un po’ patetici punti di riferimento usando mozziconi insignificanti di scotch nero trovato nello sgabuzzino degli attrezzi (nero lucido sul nero opaco del tappeto, la minor chiarezza che si possa immaginare); Edison (Andrea Fazzari) ha assaggiato la cavità del suo laboratorio inesistente; quando è stato raggiunto da Lord Ewald (Rocco Rizzo) per quello che doveva essere un primo tentativo di rapporto nello spazio fra i personaggi, i due attori hanno incominciato a incrociarsi e a respingersi come due calamite di segno opposto. I raid sono finiti molto presto e siamo tornati al tavolino. Tutto sommato, la vischiosità  materna e opprimente della carta ci pareva il male minore.

Incominciamo? Incominciamo. EVA FUTURA, la nuova produzione di Radiospazio/TPE

eva con modellino

http://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

Da dove s’incomincia a raccontare uno spettacolo che sta per nascere? Oggi pomeriggio faremo la prima lettura con gli attori. Una prima lettura viene come viene, come un neonato. E’ un organismo approssimativo e, diciamolo, bruttino, ma nel quale si vogliono leggere, per rincuorarsi, molte possibilità – ed è un bene che non sia gran che perché a volte vengono fuori certe prime letture tutte vigorose, supervitaminiche e con la faccia da pupi già formati, con i capelli addirittura, e superbe, anche, con l’aria di chiedere: “Dov’è il teatro?”:  se fosse per loro, andrebbero in scena così come sono, senza nemmeno togliersi il pannolino. Sono le peggiori, naturalmente, perché nascendo già così “imparate” non potranno altro che avvizzire nella loro pellicola di plastica, durante il mese di prove, senza essere mai cresciute, e debutteranno come certe signore rifatte e ripittate che fingono di avere il batticuore per l’emozione.
Dunque, della prima lettura vi diremo, forse e se ne varrà la pena. In questo mese di prove vi racconteremo dello spettacolo cercando di sottrarci (noi e voi) alla noia della trama. Oggi incominciamo dal modellino di Alice Delorenzi, bello e per ora enigmatico: mi piace l’idea di iniziare questo racconto con un cartoncino piegato, incollato e fotografato alla meno peggio, lì sul tavolo dove si trova. Siamo ai materiali preliminari: il cartone (del modellino) e la carta (del copione); è un momento sospeso, in cui tutto può essere ancora piegato, tagliato, modellato e riscritto, mentre prende forma, inesorabile, la scrittura più avventurosa, quella scenica.

 

Foto storiche. LA COCA COLA ARRIVA IN FRANCIA, 1950

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Non è un fotogramma di un film di Duvivier, come potrebbe sembrare: la foto ritrae quattro amici al bar, anzi nel bistrot di una cittadina della provincia francese, nel 1950. Stamattina, Bertrand se n’è uscito con un’altra delle sue trovate – è un tipo simpatico, Bertrand, ma come gestore è spietato: se sua madre fosse una bottiglia, la mescerebbe tranquillamente, bicchiere dopo bicchiere, agli ubriachi molesti che pretendono di bere ancora. Sì, ci sa fare, Bertrand: con la parlantina che si ritrova ti rifila quello che vuole lui; i quattro amici lo sanno ma stanno al gioco perché sono più di dieci anni che si ritrovano in quel locale; il vino è appena onesto ma costa poco, e le puttanate di Bertrand fanno proprio scompisciare, meglio che a teatro. Oggi ha detto: “E’ ora di cambiare, vecchi coglioni, bisogna mettersi al passo coi tempi!” E ha tirato fuori un bottiglione dal colore marrone. “Si chiama Coca cola”, ha declamato Bertrand, “e sta conquistando la Francia e il mondo”. Ai quattro amici, la parola conquista non è suonata tanto bene: l’ultima era stata quella di Hitler, qualche anno prima, ma si sono messi in fila al bancone, come dal dottore. Il più succube, quello che ha porto per primo il bicchiere, è  René (di cui si vede solo la mano); a Gaston, vedovo da due anni, non gliene frega niente di rinnovarsi: osserva le bollicine che saltellano nella broda marrone e pensa alle serate che ha passato con la sua Odette, loro due soli, coi figli grandi fuori dalle palle: loro due e una bottiglia, e non c’era mica da annoiarsi perché lei era rimasta una donnina vivace sino alla fine e dopo una bottiglia di vino frizzava ancora come una ventenne. Alain, il terzo, è uno di quegli uomini che credono ancora all’angelo custode o qualcosa di simile: attraversa la vita distrattamente, convinto che alla fine accadrà qualcosa che lo toglierà dai guai; gli amici lo prendono in giro per questa sua infantile, disarmante fiducia, anche perché la sua biografia sembra dimostrare il contrario, ma lui se la ridacchia: di conseguenza, non scamperà al suo bicchierone. L’ultimo del quartetto è Gérard, detto dagli altri Chéri, perché è il più giovane, porta un’assurda giacca bianca e guarda le donne elaborando complicate macchinazioni su come sedurle, tutte, dalla catechista alla moglie del medico; attonito, si sta chiedendo se sarebbe disposto a ingurgitare quel liquido minaccioso ma moderno per fare colpo su Jasmine, che lui tampina e dalla quale non viene minimamente filato. Leggermente in disparte, c’è l’uomo dal volto di pietra. Certo non fa parte del gruppo, lo dimostrano la sua espressione enigmatica e il cappello nero. Forse è straniero, certo è misterioso: nessuno lo ha mai visto prima, da queste parti. Sulla sua identità si possono solo formulare ipotesi. La più probabile è che sia il Mercato.

Altre foto storiche:

La figlia giovane
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/22/foto-storiche-la-figlia-giovane-1953/
La figlia tonda
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/22/foto-storiche-la-figlia-tonda-1951/
Due ragazze in pausa
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/12/foto-storiche-due-ragazze-in-pausa-1953/
“Quo vadis?” al cinema Eliseo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/06/30/foto-storiche-quo-vadis-al-cinema-eliseo-1951/
Radioménage
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/08/foto-storiche-radiomenage-1953/
La fiera di Milano del 1953
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/09/20/foto-storiche-la-fiera-di-milano-del-1953/
La ragazza e i marinai
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/07/08/foto-storiche-la-ragazza-e-i-marinai/

Umor nero. JEAN BRULLER (VERCORS), DEL SUICIDIO PER IMPALAMENTO.

empalement-2Primi anni venti, un giovanotto con buona mano per il disegno cerca di vincere la ritrosia di un’amica graziosa. Per dimostrarle gli effetti del suo cuore di pietra, un giorno abbozza su un foglio la figura di un uomo che si fa saltare le cervella. Per tutta risposta, lei disegna un uomo dritto come un baccalà che si asfissia col fumo della stufa. Lui un tizio che si annega. Lei uno appeso per il collo. Il giovane prende la cosa sul serio, torna a casa, aggiunge altri diciassette disegni, li correda di buffe istruzioni per l’uso, impacchetta il tutto e lo regala all’amica. Che non si lascia corrompere, ma mostra in giro i disegni e suscita un entusiasmo tale da portare, nel ventisei, alla pubblicazione dell’album.
Ma chi è costui? Si chiama Jean Bruller ma passerà alla storia come Vercors per almeno due motivi: avere scritto quel piccolo capolavoro della letteratura di resistenza che è Le silence de la mer (per dare un’idea dell’impatto: de Gaulle ne farà paracadutare una quantità di copie sull’Inghilterra per motivare le truppe) e aver fondato una editrice clandestina, le Éditions de Minuit, proprio sotto il naso della Gestapo.
Roberta Sapino

Del suicidio per impalamento.

Suicidio di notevole semplicità. Basterà sedersi sull’estremità di un palo appuntito e attendere il corso degli eventi.
È il genere di morte perfetto per le persone di grande pigrizia, poiché non richiede di agire in altro modo che con il proprio peso (“saprà il mio collo quanto il culo pesa” scriveva già François Villon), e ai filosofi, le cui riflessioni, in virtù della natura stessa di questo suicidio, non saranno turbate da alcun elemento esterno.
È sorprendente che il palo, pur essendo regolarmente impiegato come mezzo giudiziario, abbia avuto finora così poco successo come strumento di morte volontaria. La ragione è indubbiamente che non esistono al mondo né veri pigri né veri filosofi. Il che è un pensiero consolante.

Jean Bruller (Vercors), 21 recettes pratiques de mort violente à l’usage des personnes découragées ou dégoûtées de la vie pour des raisons qui, en somme,
ne nous regardent pas, Roma, Portaparole Traduzione Roberta Sapino

Foto storiche. 1961, LA CONTEMPLAZIONE DEL PROSCIUTTO

foto storiche supermercato“La spesa si fa col carrello” è lo slogan col quale i supermercati incominciano l’occupazione del territorio nazionale, nel 1961. Il tono del messaggio è perentorio: se vuoi agganciare la modernità, impara a guidare il carrello – visto che non hai la patente e comunque tuo marito non ti lascerebbe toccare la sua macchina, Irene, con la quale intrattiene un rapporto morboso che si manifesta, oltre che nei toccamenti, anche nei frequenti regalini: cani lupo che dondolano la testa, cuscini di peluche, targhette similoro di San Cristoforo, ecc. La tua macchina è dunque il carrello, scendi in pista; le barzellette del fruttarolo e la spocchia del macellaio che ti guarda dall’alto del suo bancone come se fosse un giudice appartengono al passato.
Le signore ritratte nella foto prendono seriamente il loro ruolo di consumatrici responsabili: la più adulta (forse zia) compara i prezzi fingendo una competenza che non ha, ma alla quale la più giovane adepta – donna tendenzialmente insicura e sottomessa – crede senza riserve. La signora più discosta, dal profilo altoatesino, esprime un atteggiamento cauto: la memoria del maso e dell’0rticello sono ancora vive in lei; forse questa sua è solo una prima ricognizione, la prossima volta comprerà. L’unico che sembra indifferente a questa svolta epocale è il bimbo col berrettino oxfordiano; sta pensando che fino a qualche giorno fa era meno noioso fare la spesa con la mamma: il salumiere lo chiamava “giovanotto” e la panettiera gli allungava un grissino o un biscotto. Tentando di decifrare il Nuovo, appoggia la guancia pensosa sul metallo; il suo sguardo inquadra una vaschetta di prosciutto che manda plastici barbagli; sente che le palpebre si fanno pesanti e che la mente si riempie di una bambagia leggera; veleggia in una dimensione di mezzo, fra la meditazione e l’ipnosi: con gli anni, questo piacevole fluttuare verrà meno e il supermercato si rivelerà per quello che è, il tempio della noia.

Guardando dietro alla “Grande bellezza”. CLAUDIO CALIGARI, NON ESSERE CATTIVO

non essere cattivoNon vogliono essere una recensione cinematografica od un omaggio comunque meritato per un regista da sempre messo ai margini, bensì queste poche righe hanno l’ambizione di una rinnovata scoperta, accesa nel buio di una sala purtroppo semivuota, per l’ultima opera postuma di Claudio Caligari, anzi per tutte le sue (poche per demerito del mondo produttivo) prove cinematografiche.
E la scoperta non è quella del mondo delle borgate romane, troppo spesso vittima di stereotipi culturali e di luoghi comuni produttivi in nome di un cinema di effetto ma molto poco “ribelle” e incisivo, è invece la scoperta che questo è un mondo in cui l’umanità dell’uomo è ancora sorprendentemente profonda, profonda e quasi paradossalmente difesa contro le offese continue e la stanchezza sempre dietro l’angolo.
Un mondo, ed è inevitabile qui ricordare il Pasolini del dopo neo-realismo, che di quella umanità, solo all’apparenza semplice, sopravvive, che di quella umanità, fatta di sentimenti e relazioni dai contorni antichi e poco praticati, si nutre e che, con quella stessa umanità, si difende dalla disgregazione e dall’atomizzazione che le società opulente o meglio la parte opulenta della società continua a diffondere come un virus, un virus di cui la droga e l’eroina in particolare appaiono solo l’immagine più concreta.
Con “Non essere cattivo”, titolo di una forza inaspettata, Claudio Caligari continua, come sempre ha fatto, a guardare dietro le cose per farci capire che quasi mai la povertà economica e sociale è una scelta e che spesso, lo fa con pochi e accurati movimenti di macchina, la povertà “morale” alberga altrove.

Maria Dolores Pesce

Foto storiche. UN PIU’ CHE COMPRENSIBILE MALUMORE

naziLa foto è stata scattata nel 1985, in una non  meglio precisata città tedesca. L’occasione è drammatica (perché una sfilata di neonazisti non è folclore), così come lo è il vissuto della signora sulla destra dell’inquadratura: un’ex deportata, sfuggita a un campo di sterminio. Ma nel clic del fotografo c’è il comico, che del drammatico è l’occasionale complemento. La donna che colpisce l’uomo con un colpo di borsa è un topos della comicità che il cinema ha ampiamente sfruttato: scagliato in qualunque altra parte del corpo può esprimere rabbia, dispetto o perfino civetteria: sulla testa, implica un non so che di zucca vuota che fa sorridere; la violenza del colpire si stempera, contraddice la natura tutto sommato innocua dell’oggetto contundente – non è proprio come quando i bambini fanno a cuscinate ma poco di più. E’ difficile immaginare, per chi non l’ha vissuto,  cosa può passare per la mente di un ex detenuta in un lager quando vede una sfilata di giovanotti targati con la svastica ma la sproporzione, per così dire storica,  fra l’orrore che dovette vivere la signora e la sua reazione è evidente. Una borsettata, sia pure tirata con una certa energia, come in questo caso, sul cranio lucido del giovanotto impettito è come il buffetto di una paciosa zia che per un attimo ha perso la pazienza ma che solitamente è abitata  una saggezza profonda, appresa dalla sofferenza.

JANIS, UN CAPRO ESPIATORIO “RIBELLE”

janis joplinJanis canta Summertime (1968)

https://www.youtube.com/watch?v=ZXkW9t5dH8I

Janis Joplin era una ragazza che ha ricevuto il dono, misterioso e affascinante, del canto. Era una ragazza come tante, forse interiormente più contraddittoria, ma la cui “bellezza” non riusciva ad essere riconosciuta da quella provincia americana degli anni Cinquanta ricca solo di stereotipi e pregiudizi. E quei pregiudizi, mescolati a luoghi comuni e immagini/pensieri indotti e passivamente accettati, li ha sofferti profondamente e pesantemente fino alla emarginazione e alla beffa più atroce (nel giornale del college fu eletta dai suoi coetanei “l’uomo più brutto” dell’università).
Ma Janis Joplin è riuscita a trovare nel canto e nella sua voce straordinaria la via della sua liberazione, una liberazione che però va oltre gli stessi schemi e stereotipi della “rivoluzione”, purtroppo solo musicale, della San Francisco degli anni Sessanta. Perché la sua liberazione personale è anche, se non soprattutto, un tentativo, una offerta di riscatto di tutto quel mondo di relazioni anche affettive, a partire dalla famiglia e dagli stessi compagni e luoghi di un tempo, che pure non l’avevano capita, continuando a non capirla, e da cui voleva, sempre e testardamente, essere riconosciuta e dunque “amata” solo per quello che effettivamente era, come tanti di noi.
Una ribellione ed una liberazione dunque che sono diventati una sorta di “sacrificio”, ma un sacrificarsi non indotto o costretto, bensì agito e quasi rivendicato a riscattare tutto quel mondo la cui sofferenza e limitatezza ha sempre vissuto empaticamente, fin in maniera osmotica, dai perduti riti della Port Arthur della sua infanzia e adolescenza.
La stessa “pratica” sempre più accentuata della droga e dell’alcool non appaiono così il “facile” crisma generazionale della sua ribellione, ma quasi il tentativo di attenuare quel dolore che l’ha sempre attraversata e che ha provato sempre, senza riuscirvi in altro modo, a superare.
Che la sua morte sia il risultato di un “errore” o di un tentativo non più rimosso di suicidio poco importa oggi, quello che importa è che quel gesto appare l’ultima frattura tra Janis e noi, l’ultima frattura che forse avrebbe potuto ma non è stata più ricomposta, una frattura che riguarda e riguarderà molto più ciascuno di noi che Janis Joplin, il cui offrirsi sofferto e consapevole sopravvive ora nelle sue musiche.
“Janis” è il titolo del bel documentario (biopic come si dice oggi) di Amy Berg che con sapienza e rispetto narra tutto questo.

Maria Dolores Pesce

Foto storiche. 1973, NEL NOME DI JESUS. Con un intervento di Pierpaolo Pasolini

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In questo 1973 si parla molto delle Br e dei loro sequestri, di Mario Capanna e delle manifestazioni studentesche a Milano, ma ciò che divide davvero l’Italia è un esercito di manifesti pubblicitari che invade le città provocando turbamenti simili a quelli che la smisurata Anita Ekberg di “Boccaccio 70” causava nella psiche del timoratissimo Antonio Mazzuolo (Peppino De Filippo). Blasfemia o modernità? Chi invoca la scomunica, chi inneggia al vento del nuovo, così malizioso e potente da scoperchiare una certa porzione (circa il 20%, direi) dei sederi femminili. Per non dire dello slogan che innesca le fantasie di quelli che venivano chiamati, con patetico eufemismo, pappagalli stradali.
Nonostante oggi possa apparire una povera cosa, il dibattito intorno a questa immagine divampò. Se ne occupò anche Pierpaolo Pasolini, addirittura. Potete leggere il suo articolo sul Corriere della sera.
http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/analisi-linguistica-di-uno-slogan-pier-paolo-pasolini/

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BERTOLT BRECHT, PRIMA DI TUTTO

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Qualche tempo fa, mi venne da citare questa breve poesia di Brecht parlando con un amico il quale, pur conoscendola, si stupì non poco quando gli dissi che questa “storiella” (mi pare proprio di ricordare che l’avesse definita così) aveva un autore; non ho capito bene cosa pensava che fosse: una battuta che circola su internet, lo slogan di un deputato progressista… chi lo sa, molti utenti della rete e del suo sapere in pillole hanno un magazzino mentale del tutto privo di scaffali, dove tutto si ammucchia. Diamo il nostro minuscolo contributo incominciando a ricollocare nello scaffale giusto  questa “storiella”, che ha un autore, si chiama Bertolt Brecht.

Bertolt Brecht, Prima di tutto

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Traduzione Franco Fortini

Foto storiche. L’UOMO CON LE BRACCIA CONSERTE

uomo che non saluta nazi. rosso contrasto

 Norimberga, 1937. Ci vogliono nervi molto saldi per non alzare il braccio a un’adunata nazista di queste proporzioni. Per quello che si può vedere, il viso dell’uomo a braccia conserte non esprime una fiera determinazione al martirio ma un sentimento più leggero e più laico. Guarda il palco stringendo gli occhi come quando si ha il sole in faccia. Può anche darsi che sia miope ma sicuramente è quello che ci vede meglio di tutti, nel suo chissà quanto consapevole eroismo.