E’ un’intervista un po’ sceneggiata, con tanto di cameriera iniziale che aggiunge un tocco di colore. Recitazione discreta dell’intervistato e dell’intervistatore (calcolando che non sono attori))
Autore: radiospazioteatro
Il video della domenica. Mario Schifano nel suo atelier
– Hai vissuto a Leptis Magna, poi sei venuto in Italia. E’ qui che è incominciata la tua vocazione pittorica?
– Non si tratta di vocazione, è una cosa molto più intelligente della vocazione.
Galleria. Salendo le scale

Ce ne aveva messo di tempo a convincerla, nonostante fosse una di quelle donne che sua moglie definiva facili – e aggiungeva subito: “Per usare un eufemismo”. Invece con quella non era stato facile per niente: una trafila molto noiosa di fiori, bigliettini, telefonate, persino di cioccolatini. Alla fine lei, con molta degnazione, aveva detto che si poteva fare: a casa sua, per il momento, perché se la cosa funzionava lui avrebbe dovuto pensare a un appartamentino neutro e misterioso tutto per loro due. L’espressione “loro due” era spaventosa, non meno di quella scala che lo stava conducendo a un patibolo insensato. Indubbiamente era stato un idiota, ma di minuto in minuto la pena gli sembrava sempre più sproporzionata. Salire tutti quei gradini. Cercare di accendere in qualche modo il desiderio – lui che era incapace di gestire persino il boiler di casa; spogliarsi ed esporre il suo corpo massiccio al giudizio (certamente beffardo) di lei; infilare la lingua nella bocca di una sconosciuta. Sarebbe stato indispensabile anche ansimare – questo gli sarebbe riuscito più facile perché quelle scale non finivano mai.
Qualche gradino avanti, lei ancheggiava di malavoglia. Lui alzò gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuti bassi, e per la prima volta in vita sua, si fece una domanda che gli apparve inedita e forse premonitrice di tempi nuovi: “Perché mai dovrei essere interessato a un sedere?”
La Striscia. Nabokov

Ci appollaiammo su un muretto diroccato alle spalle della loro villa, in un trepidante boschetto di mimose dalle foglie sottili. Attraverso l’oscurità e i teneri alberelli scorgevamo gli arabeschi delle finestre illuminate, che ora, grazie agli inchiostri variopinti di una memoria sensibile, mi appaiono come tante carte da gioco – presumibilmente perché il nemico era assorto in una partita a bridge. Mentre le baciavo l’angolo delle labbra dischiuse e il lobo ardente dell’orecchio, Annabel era percorsa da un fremito. Sopra di noi, tra le sagome delle lunghe foglie sottili, baluginava pallido un ammasso di stelle; quel cielo vibrante pareva nudo com’era lei sotto il vestitino leggero. Vedevo il suo volto nel cielo, stranamente nitido, quasi emettesse un proprio fievole bagliore. Le sue gambe, quelle gambe adorabili e vivaci, erano leggermente discoste, e quando con la mano trovai quel che cercavo un’espressione sognante e arcana, metà piacere, metà sofferenza, pervase i suoi tratti infantili. Era seduta appena più in alto di me, e non appena quell’estasi solitaria la induceva a baciarmi, la sua testa ricadeva con un moto morbido e languido che era quasi doloroso, e le ginocchia nude mi catturavano il polso per poi scostarsi di nuovo; e la sua bocca tremula, tremula, distorta dall’asprezza di chissà quale occulta pozione, mi si accostava al viso prendendo fiato con un sibilo. Dapprima cercava di dar sollievo al tormento d’amore strofinando bruscamente le labbra aride contro le mie; poi il mio tesoro si ritraeva con una scossa nervosa dei capelli, e di nuovo si faceva oscuramente vicina e lasciava che mi cibassi della sua bocca dischiusa, mentre con una generosità pronta a offrirle tutto, il mio cuore, la mia gola, le mie viscere, le facevo tenere nel pugno maldestro lo scettro della mia passione. Ricordo un profumo di talco – credo l’avesse rubato alla cameriera spagnola di sua madre –, una fragranza di muschio, dolciastra e plebea. Si mescolava al suo odore di biscotto, e i miei sensi furono d’un tratto colmi fino all’orlo; un improvviso trambusto nel cespuglio vicino impedì loro di traboccare… e mentre ci staccavamo l’uno dall’altra, prestando ascolto con le vene dolenti al rumore causato probabilmente da un gatto in cerca di preda, dalla casa giunse la voce di sua madre che la chiamava con voce sempre più ansiosa, e il dottor Cooper uscì in giardino zoppicando ponderosamente. Ma quel boschetto di mimose – la caligine delle stelle, il fremito, la vampa, l’ambrosia e il dolore – è rimasto con me, e quella bambina dalle membra di mare e la lingua ardente non ha mai cessato di perseguitarmi; sinché finalmente, ventiquattro anni più tardi, non ho spezzato il suo incantesimo incarnandola in un’altra.
Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, Traduzione di G.Antonio Mella
Galleria. Le marionette

Fino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi in una stupida alce avanzata dal Natale: l’aveva fatta parlare con due voci, una da imbonitore e una melliflua, ma l’espediente drammaturgico non aveva funzionato e il pubblico era corso via inorridito.
Contemplando la platea vuota si chiese perché si ostinava a fare teatro e non si dedicava invece ai video che non creano problemi: basta schiacciare un pulsante e via.
Il corvo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/16/galleria-il-corvo/
Certe sere
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/23/galleria-certe-sere/
Domeniche al mare
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/02/galleria-domeniche-al-mare/
Il bacio rubato
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Un ménage
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Andrea Cortellessa, Federer fisico e metafisico (Le parole e le cose)

“Come in ogni Culto, c’è in quello per Roger Federer un quanto di Mistero. Nel 2006 solo un veggente come Foster Wallace poteva intuire in quell’allora 25enne l’alloghenes gnostico, «una creatura dal corpo che è insieme di carne e, in qualche modo, di luce». A proiettarlo in questa dimensione non sono i suoi record, come quello – in termini sportivi davvero formidabile – raggiunto lo scorso febbraio a Rotterdam riconquistando a 36 anni, quando tutti i suoi coetanei si sono ritirati da un pezzo, il numero Uno della classifica ATP; e neppure, forse, la qualità estetica del suo gioco (quella che lo fa considerare, come ha fatto J.M. Coetzee, un’«opera d’arte»). Bensì il suo incarnare un Archetipo.”
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Galleria. Sotto la pioggia

Non sarebbe mai accaduto. Non sarebbero rimasti così stretti e infradiciati dalla pioggia battente; trafelati dopo la corsa che avevano fatto per corrersi incontro; un po’ balbettanti, anche, per quella gioia tumultuosa che rendeva così goffo e scomposto il loro bacio. No, non sarebbe accaduto. Nemmeno col sole. Nemmeno in una giornata grigia di febbraio che sarebbe stata trasformata per sempre dopo quell’incontro. Non sarebbe accaduto perché i due abitavano in racconti diversi, e solo per una sbadataggine narrativa i treni sui quali viaggiavano, uno diretto al nord, l’altro al sud, erano rimasti fermi e affiancati per qualche minuto in una stazioncina fuori programma. Per ingannare il tempo, o per curiosità, l’uno aveva gettato uno sguardo nello scompartimento dell’altro; forse quella ricognizione si era protratta fino a diventare quasi indiscreta, ma nulla giustificava un finale così impetuoso. Il narratore se ne rese conto e vi rinunciò.
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Monica Lanfranco, L’Italia nella nuova era arcaica (Micromega)

“Il filosofo Chun Byun Lan parla di ‘sciame’ quando immagina chi diffonde l’odio in rete: lo sciame non è più massa, classe, popolo, e neppure branco, gregge, stormo. Non ci sono più regole né appartenenza, solo il fluire istantaneo delle reazioni prive dello spessore che solo la riflessione garantisce, come ha ben dimostrato il successo della fake news lanciata da un noto troll sulla presunta vita da croceristi dei migranti in mezzo al mare. “
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Annamaria Testa, Leggere e non capire (7 Corriere della sera)

“Confrontate queste due frasi: 1. Il gatto miagola. 2. Il gatto miagola perché vorrebbe il latte. Tra i due gatti, e le due frasi, c’è un confine. Separa le persone capaci di leggere e di capire una frase come la numero 2 e le persone che oltre la numero 1 non vanno. “
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Il video della domenica. Alain Resnais, Il gioco di Marienbad. 3’40”
https://www.youtube.com/watch?v=Qd3UReES_QI
In quel labirinto di memorie non condivise, di racconti improbabili e di depistaggi che è L’anno scorso a Marienbad, il gioco delle carte sembra una possibile chiave lettura del film. Ma il segreto di questo racconto è protetto dalle sue stesse digressioni e inversioni di marcia. Per questo fu parimenti amato e detestato. Da rivedere, dopo cinquantasette anni (o da vedere con molta attenzione per la prima volta)
Galleria. Jack e Jackson

Jack e Jackson avevano incominciato a farlo per caso, da bambini, così come si fanno certe sciocchezze in famiglia. Forse la prima volta era stato per il compleanno di nonna Sarah, ma non se ne ricordavano più perché troppo tempo era passato. Dopo quel debutto erano stati costretti ad esibirsi in ogni riunione familiare, anche se i loro numeretti non superavano la soglia di un volenteroso dilettantismo, ma non aveva importanza, erano i loro vestitini color confetto a conquistare la platea, con in più la stessa freschezza di quando erano bambini. Tali e quali. Ma gli spettatori occasionali erano turbati, e dopo lo spettacolo non mancavano mai di chiedere: “Siete omosessuali?”. “Siamo gemelli”, cantavano in coro Jack e Jackson, e correvano via ridendo.
Quella risposta elusiva innescava una serie di domande e di congetture negli spettatori:
– Che lo siano è certo. Mi chiedevo se anche fra loro due…
– Ma no! Sarebbe mostruoso!
– Chi lo può dire? Quando si prende una certa china…
– Non voglio neanche pensarlo. Per fortuna non lo sapremo mai.
La conclusione, comunque, era sempre la stessa: meno male che si esibivano nella cerchia ristretta dei parenti. Seguiva un elogio dell’istituto familiare, prezioso contenitore delle perversioni che altrimenti si riverserebbero nella società.
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Chiara Portesine, Il comizio di Salvini a Pisa (Le parole e le cose)

“L’ironia di Salvini mi spaventa. Riconosco il tono canzonatorio del bullo che al liceo sfoderava un repertorio di battute pronte (“signora, non mi parli di pensioni; prima sognavo l’uomo nero, oggi sogno la Fornero”), che non dialoga con l’antagonista politico ma lo squalifica a priori (“tu sei l’unico con la maglietta rossa in tutta la piazza”). L’unico fondamento logico del suo sarcasmo è, in fondo, la diversità, è un’ironia separativa, che per confermare la maggioranza ha bisogno di capri espiatori ben visibili, di cui si ammette l’esistenza solo per beffa, senza cercare mai un reale confronto argomentativo. All’avversario Salvini spesso non imputa colpe precise, ma la persona stessa del nemico giustifica l’irrisione (“ormai se passa un giorno senza che la Boldrini mi contesti, allora significa che quel giorno ho sbagliato qualcosa”); Balotelli, Saviano, Gad Lerner vengono citati come puri nomi che in sé fanno ridere il pubblico, non importa il discorso specifico di cui si siano fatti, di volta in volta, portatori.”
Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=32888#more-32888
Il video della domenica. Quando l’Italia mostrava i muscoli. Augusto Tretti, Il potere. La sfilata.1972
Un unicum cinematografico di un regista geniale.
Di Augusto Tretti, nel nostro blog: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/08/23/il-video-della-domenica-un-talento-sconosciuto-del-cinema-italiano-augusto-tretti-il-poteree/
Galleria. La padrona

Non la si poteva dire una cattiva padrona: disordinata, piuttosto, e non solo perché riempiva la ciotola quando si ricordava, ma anche perché gestiva la casa con un temperamento ventoso e imprevedibile; era capace di giacere in uno stato di torpore per una settimana lasciando che la polvere si depositasse ovunque, che i vestiti si ammucchiassero in camera da letto, in soggiorno, dappertutto, poi una mattina si svegliava, strillava: “Che orrore!” e incominciava a spostare, lavare e rassettare furiosamente come una pazza. In quei giorni era insopportabile, gridava continuamente: “Pascal, levati dai piedi!” (gli aveva messo quel nome esagerato che lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri cani del quartiere). Lui si spostava, ma sempre nel posto sbagliato, evidentemente, perché dopo un po’ lei lo sbatteva fuori di casa. Poi, a lavori terminati, erano baci, carezze e bocconcini. Però era stressante. La vita sentimentale della padrona non era meno turbinosa. Gérard le piaceva, ma non abbastanza da sopportarlo per più di una settimana, infatti spesso, già di mercoledì lo cacciava nel pieno della notte, tranne poi pentirsi e telefonargli alle due del mattino del venerdì intimandogli di venire subito perché non poteva stare senza di lui (mai che le tempeste si scatenassero di pomeriggio); ma nel frattempo, il giovedì sera, Armand, dopo un lunghissimo happy hour solitario, aveva un ritorno di fiamma e si attaccava al campanello mentre menava grandi colpi sulla porta. Lei non gli apriva subito, prima gli strillava da dentro che lui le aveva rovinato la vita e che piuttosto preferiva morire. Infine cedeva, perché, come ormai tutti sapevano, Armand a letto aveva un qualcosa in più. A volte, quando si annunciava l’alba, suonava anche Raymond, il marito separato, col pretesto di certe camicie che aveva lasciato nel cassettone due anni prima e delle quali aveva urgente bisogno. Naturalmente lei si guardava bene dal rispondere e lui incominciava a gridare: “Sei sempre la solita puttana!” fino a quando non apriva il bar vicino casa, allora se ne andava a far colazione.
Un pomeriggio, la padrona guardò Pascal negli occhi e gli disse: “Lo sai che non ne posso più?”, e poi, con uno dei suoi impeti improvvisi:” Vieni, andiamo al mare.” Detta da qualunque altra padrona, sarebbe stata una frase innocente, ma con lei c’era da preoccuparsi, anche perché, giunta sulla spiaggia deserta, aveva subito incominciato a spogliarsi. Era solo la fine di maggio, troppo presto per una nuotata. Sono cose brutte da pensare, ma bisogna essere realistici: Pascal si disse che se quella squinternata avesse compiuto un gesto insano lui non sarebbe stato in grado di trascinarla a riva. Decise comunque di non guardare e incrociò le dita. Ma era stressante.
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I quadri introspettivo-analitici di Toni Hamel

Per Toni Hamel l’arte è un sorta di terapia per rappresentare il subconscio e la sua natura più assurda ed irrazionale. Giraffe, nuvole e matite popolano le sue visioni paradossali.
leggi il resto dell’articolo: https://www.collater.al/toni-hamel-paintings/
