Massimo Gezzi, Qui non può trovarmi nessuno (Le parole e le cose)

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Milena Jesenká (1896-1944) fu la destinataria delle celebri lettere di Kafka, oltre che sua traduttrice e suo amore irrealizzato. La casa editrice Giometti & Antonello ha appena pubblicato “Qui non può trovarmi nessuno” una scelta dei suoi scritti – a cura di Dorothea Rein – e delle sue lettere a Max Brod, per la traduzione di Donatella Frediani. Pubblichiamo due scritti di Jesenská apparsi sul quotidiano «Národný Listy» nel 1921 e nel 1923].

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A spasso con Mister Hyde. Mors tua vita mea

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. La dottoressa Clancy

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La desiderava pazzamente, o almeno così credeva, perché in materia ne sapeva poco. Una volta aveva sentito il dottor Stillman (uno degli ingegneri che l’avevano costruito) confidarsi in laboratorio con il dottor Fuchs. Parlavano di una collega, la dottoressa Clancy. Stillman non parlava con la sua solita voce, emetteva dei brontolii che stavano fra il gemito e il rantolo: «Sono pazzo di lei! Quelle gambe mi mandano fuori di testa!» Il mite e laborioso dottor Stillman. Che passava l’intera giornata curvo tavolo da disegno. Un esempio per tutti. Almeno una volta doveva averla alzata, quella testa mentre passava la dottoressa Clancy. E gli era bastato per perderla.
PJ 18 era un robot programmato per azioni belliche leggere, più che altro come deterrente: lo avevano dotato di una piccola pistola con la quale poteva sparare scariche elettriche che teoricamente avrebbero dovuto spaventare il nemico. Una sera il dottor Stillman lo aveva convocato in laboratorio: «Sdraiati. Facciamo lo straordinario.» Lo aveva aperto, poi aveva incominciato ad armeggiare. Toglieva e metteva, senza dare spiegazioni, come sempre. Intanto parlava con quella voce che faceva paura: «Ho riflettuto a lungo e ho deciso che non è giusto… Anche tu devi sapere cosa significa… Adesso non puoi capire, ma quello che ti faccio è un grande dono, sai?» Lo aveva rimontato e PJ 18 si era sentito un po’ diverso da quando si era sdraiato sul lettino. Il mattino dopo, da come gli altri lo guardavano si rese conto che non era solo una sua sensazione. Quando incrociò la dottoressa Clancy, le si fermò di fronte, quasi sbarrandole il passo. Sentiva una necessità inedita, intensa e dolorosa, quella di parlarle a lungo ma lui stesso non sapeva di che cosa e comunque il vocabolario a sua disposizione sarebbe stato insufficiente. Riuscì soltanto a dirle: «Il dono…» La dottoressa Clancy rise: «Che ti prende, PJ? Siamo su di giri stamattina?» Si rese conto che le stava fissando le gambe. La dottoressa rise ancora e si allontanò.

PJ 18 si rese conto che quello di Stillman non era stato un dono. Senza quella maledetta modifica non si sarebbe mai accorto che la dottoressa Clancy era fornita di un paio di gambe, né tanto meno si sarebbe sorpreso a puntarle contro la pistola emettendo qualcosa che stava fra un gemito e un grugnito.

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Riscritture. Bence Hajdu, E poi non rimase nessuno

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Svuotare non significa necessariamente distruggere. Portar via qualcosa può anche essere un gesto di salvazione (sottrarre qualcosa a qualcuno per preservarlo). Il gesto dell’artista ungherese Bence Hajdu, che sottrae ai capolavori classici l’elemento umano, si presta a svariate interpretazioni – a me ne viene in mente una distopica: lo svuotamento di senso che si manifesta in tante circostanze coinvolge anche l’arte figurativa. Oppure: inorriditi (per molte ragioni), gli abitatori del bello se ne sono andati.
Altri interventi di Bence Hajdu, oltre a questa Annunciazione del Beato Angelico al link: 

https://www.collater.al/bence-hajdu-abandoned-paintings/

 

A spasso con Mister Hyde. L’impiccagione

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Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Le marionette

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Fino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi in una stupida alce avanzata dal Natale: l’aveva fatta parlare con due voci, una da imbonitore e una  melliflua, ma l’espediente drammaturgico non aveva funzionato e il pubblico era corso via inorridito.
Contemplando la platea vuota si chiese perché si ostinava a fare teatro e non si dedicava invece ai video che non creano problemi: basta schiacciare un pulsante e via.

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Galleria. Le marionette

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aaaf84b0a48b8d65fa5f585b33ad3adcFino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi…

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Massimo Zamboni, Estraneità (Doppiozero)


“Circola nel corpo del paese il presentimento sempre più profondo di uno slittamento: il passaggio dalla condizione del sentirsi cittadini – condizione mai regalata, ma conquistata – a quella del sentirsi progressivamente estraniati. Stranieri in patria. Non c’è bisogno di vocabolario per definire l’attuazione di questa sensazione nel nostro quotidiano, ora che il nostro essere esautorati dalla vita pubblica è pressoché completo.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/materiali/estraneita

Bertolt Brecht, Lode dell’imparare


Nel 1933 quando Bertolt Brecht scrisse “Lode dell’imparare” in Germania al potere c’era Adolf Hitler, nominato cancelliere il 29 gennaio di quello stesso anno. In febbraio veniva limitata la libertà di stampa . Il 24 marzo Hitler acquisì i pieni poteri e infine il 10 maggio a Berlino i nazisti bruciarono 20.000 libri di autori non graditi al regime. Gli studenti ebbero l’ordine di bruciare tutti i libri che non corrispondevano all’ideologia nazista. I testi di molti autori stranieri e di tutti gli autori ebrei furono bruciati in enormi falò in tutte le grandi città. 

Premesso che ogni poesia, come ogni altra opera, offre svariati percorsi interpretativi, invito gli esegeti da social network che non siano già all’ultimo stadio dell’odio e dell’irragionevolezza, a non dare subito in escandescenze. “Tu devi prendere il potere”: non allude a un’azione violenta ma, al potere che deriva dalla conoscenza o, per parafrasare l’autore, dall’abc e dal libro, che “è un’arma”. È un po’ avvilente sorprendersi mentre si scrive un’avvertenza che in altri tempi sarebbe stata pedante e pleonastica. Ma erano tempi in cui la Belva non aveva ancora preso ad impazzare. Non ci sembravano gran cosa, quei tempi; ignoravamo quelli che sarebbero venuti.

Impara quel che è più semplice!

Per quelli il cui tempo è venuto

non è mai troppo tardi!

Impara l’abc; non basta, ma

imparalo! E non ti venga a noia!

Comincia! devi sapere tutto, tu!

Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!

Impara, uomo in prigione!

Impara, donna in cucina!

Impara, sessantenne!

Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola, senzatetto!

Acquista il sapere, tu che hai freddo!

Affamato, afferra il libro: è un’arma.

Tu devi prendere il potere.

Non avere paura di chiedere, compagno!

Non lasciarti influenzare,

verifica tu stesso!

Quel che non sai tu stesso,

non lo saprai.
Controlla il conto,

sei tu che lo devi pagare.

Punta il dito su ogni voce,

chiedi: e questo, perché?

Tu devi prendere il potere.

[1933]

Galleria. In due sulla panchina

Omone con pugno

Non le sopportava quelle come lei: vecchie scimunite con un piede nella fossa, che ne approfittavano per provocare: tanto, vivere una settimana in più o in meno, per loro non cambiava nulla. Sì, provocare, a incominciare da quelle vocine flebili con le quali invitavano gli altri a essere tolleranti e stronzate simili, senza rendersi conto che quella era la più grave forma di violenza. Lui era un uomo tranquillissimo, un pezzo di pane, ma non coglione, e se qualcuno provava a mettergli i piedi sulla testa (peggio ancora se con modi melliflui), sapeva reagire.
E poi, su quella panchina era arrivato prima lui. E ciascuno è padrone in casa sua, fino a prova contraria.

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Francesco Pecoraro, Accetto l’Italia (Imperdibile articolo da “Le parole e le cose”)


“Dopo decenni passati a voler essere altro rispetto a ciò che sono (la versione romana di un italiano) e in cui mi sono applicato a una fervida denigrazione del mio paese, vista l’impossibilità di cambiarlo, visto il nostro pervicace restare sempre uguali a noi stessi, ho deciso di accettarlo. Dopo la sofferenza generata dalla consapevolezza di come le cose dovrebbero essere rispetto a come sono, mi arrendo e accetto l’Italia. L’accetto senza alcuna clausola di salvaguardia, senza riserve, interamente e incondizionatamente. Accettare non vuol dire approvare, vuol dire smettere di soffrire per la dis-approvazione di ogni aspetto del presente.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=31676

Galleria. Il treno della domenica

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Forse partire il lunedì mattina sarebbe stato più comodo, ma il treno della domenica sera esercitava su di lui l’attrazione di certi cibi che non amiamo ma che ci imponiamo periodicamente di riassaggiare perché vorremmo che ci piacessero. Era stato così anche per lo yogurt; da bambino non riusciva a sfiorarlo nemmeno con la punta della lingua, e se ne dispiaceva perché vedeva l’espressione beata degli adulti (soprattutto le donne: gli uomini di casa glissavano) mentre inghiottivano un cucchiaio dopo l’altro di quella sostanza purissima e subdolamente acida; gli pareva che proprio la natura respingente dello yogurt garantisse la superiorità di quell’alimento così lontano dalla facile seduzione del dolce di cui erano schiavi gli stupidi bambini come lui. Nel desiderio (infantile, ma che non l’avrebbe abbandonato nella vita adulta) di migliorarsi, aveva reiterato i suoi assaggi nel tempo, ma il rapporto con lo yogurt era rimasto in bilico, come una di quelle storie d’amore tormentate nelle quali la repulsione innesca il volano dell’attrazione, e così si trascinano avanti per anni, nonostante gli amici dicano: “Ma perché non lasciar perdere, piuttosto che tormentarsi in questo modo?”
Non dissimile era il suo sentimento per il treno della domenica. Seduto nel suo scompartimento, osservava lo spettacolo del distacco, e francamente gli sembrava che la drammaturgia calcasse un po’ troppo la mano. In fondo, quei mariti non andavano al fronte, rientravano semplicemente al loro lavoro in città per ricongiungersi con la famiglia il fine settimana successivo. Tutte quelle ostentazioni dei partenti e delle abbandonate erano davvero sopra le righe. Così si compiaceva di esserne esentato: nessuno lo salutava al binario e nessuno l’avrebbe atteso all’arrivo: era come aver finalmente conquistato lo yogurt, ma l’acidulo di fondo rimaneva. 

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Il video della domenica. Montale in trattoria

Un Montale confidenziale. La carriera di baritono precocemente interrotta. Gli incontri con Dylan Thomas (completamente ubriaco) e quello fugace con Samuel Beckett,… C’è anche un accenno canoro, “La calunnia è un venticello”.