Galleria. Al bancone

non era cattivo Bertrand

Stavano prendendo tempo tutti e due. Lei cercava una risposta interlocutoria, lui aspettava un cenno, anche piccolo. Apparentemente non era un nodo tanto difficile da sciogliere. Un invito a cena. Formulato in modo discreto, si sarebbe potuto dire quasi elegante, anche se lui era un tipo semplice e niente affatto mondano, lo si vedeva dalla goffaggine con cui continuava a ordinare calici di vino che rimanevano sul bancone. Un invito a cena può voler dire tutto o niente, ma lei sapeva come vanno queste cose e non si fidava: non di lui, di se stessa. Che era rimasta senza lavoro, mentre lui aveva un avviato negozio di cordami ed era in cerca, appunto, di una commessa, una ragazza onesta, capace e desiderosa di far carriera. Diventare cassiera e un domani, perché no?, occuparsi dell’amministrazione.
Una volta era entrata in quel grande negozio tutto di legno; conteneva una miriade di corde d’ogni metraggio e spessore. Anche accanto alla vecchia insegna penzolava una grossa corda con un nodo che la faceva rabbrividire quando ci passava davanti perché assomigliava a un cappio. Ripensandoci, le parve un segno, forse indicava la fine obbligata di una storia che la spaventava e l’attraeva. Una fine necessariamente tragica perché si sa come va a finire quando ci sono troppe corde in giro. Ma il presente aveva una faccia così grigia! E poi non era detto che la testa nel cappio l’avrebbe infilata lei.

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Domenico Starnone, Cosa c’è dietro (Internazionale)

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“È sicuro che certe parole correnti della politica dicono davvero quello che sta succedendo? O le usiamo per spaventarci meno di quanto dovremmo? Cosa c’è, per esempio, dietro sovranismo? Un popolo con la barba bianca e la corona in testa? E dietro populismo?”

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Galleria. La riunione

la riunione

Gli aveva detto:
– Perché non vieni anche tu, mercoledì prossimo? Ci si riunisce, si fanno quattro chiacchiere.
– Ci si riunisce chi?
– Gente che ha voglia di parlare delle cose che succedono. In tempi come questi bisogna stare con quelli che la pensano come te.
– Ma tu cosa ne sai di come la penso io?
– Non mi dirai che la pensi come loro!
– Dipende. Chi sono loro?
– Quei figli di puttana che conosciamo bene tutti e due.
Aveva deciso che era meglio non andare.

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Lynda Dematteo, Marine + Matteo, l’abbraccio populista (Le parole e le cose)

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[Lynda Dematteo è antropologa presso il CNRS francese. Ha scritto il saggio L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, pubblicato in Italia nel 2011 da Feltrinelli. Questo saggio è apparso sulla rivista francese «Vacarme»]

“Il leader della Lega è populista e fiero di esserlo. Senza complesso alcuno, si è imposto ridefinendo lo stile del partito. Sin dall’inizio ha preso posizione contro il nepotismo del clan Bossi, ciò gli ha permesso in seguito di imporsi alla testa della Lega, quando Maroni venne eletto presidente della Regione Lombardia. Onnipresente su Radio Padania, ha saputo riguadagnare la fiducia dei simpatizzanti, dopo le rivelazioni sul dirottamento dei fondi pubblici versati dallo Stato per le campagne elettorali e sui legami del proprio tesoriere con la mafia calabrese. Con il fine di occupare lo spazio lasciato vacante a destra, si è ispirato alla strategia francese della de-demonizzazione rappresentata da Marine Le Pen. La sua campagna del 2018 è stata segnata da un cambiamento estetico molto marcato: il verde è stato abbandonato a favore del blu della destra europea, al fine di legittimare il suo possibile ruolo governativo. Ha sostituito la felpa «Milano» per un completo blu scuro. Dal 2013, ha cercato di fare della Lega un partito nazionale contro il parere di Umberto Bossi e, come indicato dai manifesti della sua campagna elettorale, mira spudoratamente ad occupare il posto di Silvio Berlusconi: «Salvini Premier»[3]. Si fa chiamare «il Capitano» dai militanti, che nei meeting cantano «c’è solo un capitano»: è ridicolo, ma il mito dell’uomo forte funziona appieno in questi tempi di crisi.”

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Marco Settimini, Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini (Pangea)

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“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c’è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all’inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”
Parole di fuoco di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento, le cui pagine si possono forse riassumere in un distico – “Vorrei tu mi armassi la mano / per incendiare il piano padano” …

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Galleria. Betty

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Il locale era come tanti altri, ciò che lo rendeva unico era Betty. O meglio: il sorriso di Betty. L’aveva scoperto per caso, una mattina che il Next Door era chiuso per lutto di famiglia. Non gli piacevano i morti, così anche quando il locale riaprì decise di cambiare, per scaramanzia. Fu allora che incontrò Betty. “La sorte”, si disse, e aggiunse: “Qualche volta anche un morto può rendersi utile”. Il sorriso di Betty illuminò la sua vita. Anzi l’abbagliò, tanto che il primo giorno riuscì a balbettare solo “Grazie” quando lei gli porse  un bicchiere luminoso come il suo viso. Il secondo giorno, si preparò a dovere e le chiese:
– Come ti chiami?
– Betty.
– Io mi chiamo Ben.
– Ciao Ben!
Nessuno lo aveva mai guardato così intensamente mentre gli diceva “Ciao Ben”.
La mattina seguente si era fatto trovare davanti al locale mezz’ora prima dell’apertura. Quando Betty era arrivata le aveva sorriso e da dietro i vetri era riuscito anche a vederla mentre s’infilava il grembiule. Era stato il primo cliente. Si disse: “Mi piacerebbe molto essere anche il suo primo uomo”.
– Ciao Ben!
Gli disse Betty mentre gli porgeva il bicchiere.
Ben si disse: “E’ come pensavo. Sono il suo primo uomo”, e rimase a guardare quel sorriso che non calava mai d’intensità. “Come il sole”, si disse, e pensò che Betty l’aveva trasformato in un poeta.
Entrarono nuovi clienti che Betty servì con lo stesso sorriso, Identico.
– Ciao Freddy!
– Ciao Malcolm!
– Ciao Tom!
Dopo Edwin, Gregory, Richard e Alan, decise che si sarebbe fatto forza e che l’avrebbe uccisa. Anche se i morti non gli piacevano.

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Andrea Cortellessa, Primo Levi, descrizione di una battaglia (Le parole e le cose)

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“In un incontro pubblico a Pesaro, nell’86, gli viene chiesto se non sia stanco di condurre quella battaglia senza respiro. Se non avverta il bisogno di una tregua. Ma Levi testardo risponde: «preferisco, entro i miei limiti, combattere: naturalmente non con il mitra, finché è possibile, non con il coltello, combattere con i mezzi democratici di cui siamo fortunatamente provvisti, combattere scrivendo, combattere discutendo.”

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Galleria. Il tè

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Lizzie era abituata a fare le cose bene, perciò aveva lavorato non poco per organizzare quel tè. Sapeva da sua madre che per la buona riuscita di un ricevimento era importante la scelta degli invitati che devono essere eterogenei ma compatibili. Il cane Spike e l’orso Teddy li aveva già in casa, quindi sarebbe stato scortese non invitarli; eterogenei lo erano senz’altro, e tutto sommato anche compatibili, a parte certe intemperanze di Spike che ogni tanto addentava Teddy scuotendolo dissennatamente col rischio di fargli uscire la segatura e  lanciandolo nell’aria come per risvegliarlo da quel suo torpore, senza capire che ciascuno ha il suo temperamento e che la flemma di Teddy faceva di lui un ottimo compagno di sonno. Per gli altri invitati, Lizzie aveva pensato a tre gatti che frequentavano il giardino e che erano senz’altro affiatati. Forse la mamma, che era un po’ moralista, avrebbe detto: fin troppo, visto che Andy e Asterix erano tutti e due mariti di Blondie, ma per fortuna la stagione degli amori era lontana.
Lizzie aspettava gli ospiti con una certa apprensione: era il suo primo tè (a parte quelli con le bambole); Spike e i gatti si conoscevano solo di vista e non si sapeva se avrebbero legato – basta niente per mandare all’aria un ricevimento: il padre e lo zio di Lizzie, per esempio, gridavano come pazzi quando la domenica parlavano di politica, tanto che la mamma doveva cacciarli tutti e due in giardino. Invece sotto questo aspetto gli invitati si erano comportati bene, nessuno screzio, nessuna parola di troppo. Anzi, nessuna parola in assoluto. Erano entrati e subito si erano disposti intorno al tavolo fissandola con una fastidiosa aria interrogativa – una cosa per niente educata. Lei aveva provato a fare conversazione, ma loro erano rimasti immobili, con quegli sguardi insistenti che ripetevano la stessa domanda: “Quando si mangia?”. Di Spike non si era stupita perché lo conosceva; quanto ai gatti, sperava che fossero gente più di mondo, ma nemmeno loro avevano capito che si trattava di una finzione. Solo Teddy era superiore, non gliene importava niente della pappatoria.
Lizzie era rimasta molto delusa da tanta grossolanità, poi si era consolata pensando che quella sera, sotto le coperte, lei e Teddy avrebbero avuto molto da dirsi su quei quattro zoticoni.

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Annamaria Testa. Modelli di ruolo: ci servono. Ma ci piacciono? E ci bastano? (Nuovo e Utile)

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“Avete mai sentito parlare di modelli di ruolo? E se vi chiedo di individuare un vostro modello di ruolo, presente o passato, qual è il primo che vi viene in mente? Un genitore o un adulto rilevante nella vostra infanzia? Un indimenticabile professore? O un personaggio pubblico che avete ammirato da adolescenti? Oppure un personaggio letterario o cinematografico, che fantasticavate di emulare? E quali sono, se ne avete, i modelli di ruolo a cui vi ispirate oggi?
Beh, se non ci avete mai pensato, prendetevi trenta secondi di tempo e fatelo adesso.”

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Mauro Piras, Un’identità di destra (Le parole e le cose)

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“È utile partire da una nozione di che cosa è “di sinistra”. Una nozione vaga, riferita al senso comune di questo momento, e non una teoria completa, che comprenda anche esperienze storiche molto diverse. Di solito si considera di sinistra una politica che tende a realizzare una eguaglianza inclusiva: che tenda cioè a trattare come eguali i cittadini e tutti quelli che sono coinvolti dalla politica di uno stato democratico. Una politica di questo genere cerca di riconoscere eguali diritti a tutti questi soggetti, eliminando discriminazioni di diritto e di fatto, rimuovendo ostacoli economici e sociali alla realizzazione dei diritti, creando pari opportunità economiche, sociali e culturali. Genera così una dinamica inclusiva, perché cerca di includere tra quanti godono realmente dei diritti (civili, politici e sociali) gruppi che, per vicende storiche, ne sono stati esclusi: i lavoratori, le donne, le minoranze religiose, etniche o di genere, i migranti ecc.”

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Galleria. La baracca degli attrezzi

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In un pomeriggio d’estate, Alice stava seduta sotto un’acacia. Guardava la baracca degli attrezzi e pensava che il giardino avrebbe meritato qualcosa di meglio – quelli delle amiche erano certamente più affascinanti; Amy si vantava molto della sua fontana a forma di sirena che zampillava dalla coda; quante storie avevano inventato su quella prosperosa ragazza-pesce che tendeva le mani verso chissà quale amorosa avventura!; e nel giardino di Jessica c’erano due grandi tartarughe di pietra sulle quali le bambine salivano cavalcioni per farsi trasportare nei regni più straordinari, sopra e sotto il mare, perché erano tartarughe magiche che sapevano nuotare e volare. Quel pomeriggio, la fatiscente baracca le sembrava una zavorra inerte e più indecifrabile del solito. «Credo di non avere abbastanza immaginazione», pensava Alice, «per inventare qualcosa di fantasioso su un rudere come questo.»
Poco più tardi, un coniglio bianco di un metro e settantacinque circa le dimostrò che si sbagliava.

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Carlo Bordini. Gli scrittori di destra (Le parole e le cose)

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“Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera),”

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A spasso con Mister Hyde. Le donne allo stadio

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Un vecchio racconto

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C’era un vecchio racconto che tutte le mamme narravano ai loro bambini quando li portavano al parco. Era per l’appunto un racconto sul parco e su un vecchio signore che viveva solo. Nel vecchio racconto, il signore, oltre a essere solo, era anche povero (le mamme sottolineavano sempre questo particolare: per preparare i loro bambini al peggio? per instradarli al risparmio? per instillare in loro il senso del patetico ormai del tutto espunto dalla vita moderna?). Dunque, nonostante le ristrettezze il vecchio signore teneva sempre in tasca una manciata di nocciole quando faceva la sua passeggiata al parco, sì, proprio quel parco in cui si trovavano loro in quel momento (le mamme lo sottolineavano sempre: per creare un effetto realtà?). Dunque, un giorno in quel parco il vecchio signore aveva incrociato uno scoiattolo che attraversava il viale di corsa passandogli quasi sui piedi; solo com’era, subito pensò che quella creaturina doveva assolutamente diventare sua amica. L’indomani lo rivide. Questa volta era su un ramo. Il vecchio signore posò una nocciola per terra e si allontanò di qualche passo. Con molta cautela, l’animaletto scese, afferrò la nocciola e corse via. Da quel momento, il vecchio signore, che non aveva nient’altro da fare, pensò solamente al momento felice in cui il suo futuro amico avrebbe preso la nocciola direttamente dalla sua mano e incominciò ad allontanarsi sempre meno dal boccone, dopo averlo posato per terra. Giunte a questo punto del racconto, le mamme, diminuivano la distanza fra il vecchio signore e lo scoiattolo con una lentezza esasperante: “Un giorno si fermò a due metri… il giorno dopo, a un metro e novantanove centimetri… poi  a un metro e ottantotto centimetri…” (ignoravano che ogni suspense ha un limite), così che ai bambini non gliene importava più niente di quell’addestramento così noioso e correvano via per i viali del parco con le bocche spalancate gridando: “Aria, aria!”. Il vecchio racconto cominciò a perdere la sua energia narrativa (che era già flebile in partenza) finché, anche per ragioni di età (era un racconto anonimo ormai sfibrato dal tempo), non tirò le cuoia lasciando i suoi protagonisti a una ventina di centimetri l’uno dall’altro in attesa di un contatto che non sarebbe mai avvenuto.