
Autore: radiospazioteatro
Grandi rivelazioni. Il segreto di Milady

Milady fissò per qualche istante, con terrore crescente, quel pallido viso circondato da barba e capelli neri, la cui unica espressione era di glaciale impassibilità. Poi, a un tratto: «Oh, no, no» disse, indietreggiando fino alla parete alle sue spalle. «No, questa è un’apparizione infernale. Non può essere lui. Aiuto, aiuto» gridò con voce rauca, voltandosi verso il muro, come volesse aprirsi un varco scavando con le sue stesse mani. «Ma chi siete voi dunque?» gridarono tutti i testimoni di questa scena. «Domandatelo a questa donna» disse l’uomo dal mantello rosso, «poiché vedete bene che mi ha riconosciuto». «Il carnefice di Lilla! Il boia di Lilla» gridò Milady in preda a un folle terrore, aggrappandosi con le mani al muro per non cadere. Tutti si scostarono, e l’uomo dal mantello rosso restò solo in piedi in mezzo alla sala. «Oh, grazia, grazia! Perdono» gridò la miserabile cadendo in ginocchio. Lo sconosciuto aspettò che si ristabilisse il silenzio. «Ve lo dicevo che mi aveva riconosciuto» riprese. «Sì, sono il carnefice della città di Lilla, ed ecco la mia storia». Tutti gli occhi erano fissi su quell’uomo, di cui tutti i presenti attendevano le parole con avida ansia. «Questa donna era un tempo una fanciulla, bella allora come lo è oggi. Era monaca nel convento delle Benedettine di Templemad. Un giovane prete dal cuore candido e devoto celebrava la messa in quel convento; ella decise di sedurlo e ci riuscì, avrebbe sedotto anche un santo! «I voti di entrambi erano sacri, irrevocabili; il loro legame non poteva dunque durare a lungo senza condurli alla rovina. Lei lo convinse a fuggire insieme dal paese; ma per partire, per scappare, per andare in un’altra regione della Francia dove avrebbero potuto vivere tranquilli perché sconosciuti, occorreva del denaro, e nessuno dei due ne aveva. Il prete rubò gli arredi sacri e li vendette, ma mentre si accingevano a partire furono entrambi arrestati. «Otto giorni dopo, lei aveva sedotto il figlio del carceriere ed era fuggita. Il prete fu condannato a dieci anni di ferri e al marchio. Io ero il carnefice della città di Lilla, come dice questa donna. Fui costretto a marchiare il colpevole, e il colpevole, signori, era mio fratello! «Giurai allora che questa donna, che lo aveva rovinato, che non era soltanto sua complice, poiché era stata lei a spingerlo al delitto, non sarebbe sfuggita alla meritata punizione. Scoprii il luogo dov’era andata a nascondersi, la trovai, l’afferrai, la legai, e le impressi il medesimo marchio che avevo impresso a mio fratello. «Tornai a Lilla, ma il giorno dopo mio fratello riuscì anch’egli a fuggire; fui accusato di complicità e condannato a rimanere in prigione al suo posto finché lui non fosse ritornato e non si fosse costituito prigioniero. Il mio povero fratello ignorava tale condanna; egli aveva raggiunto questa donna e insieme erano fuggiti nel Berry, dove lui aveva ottenuto una piccola parrocchia, e dove questa donna si faceva passare per sua sorella. «Il signore della terra dove si trovava quella parrocchia vide la presunta sorella del curato e se ne innamorò, al punto da volerla sposare. Allora ella abbandonò l’uomo che aveva rovinato, solo per rovinarne un altro; e divenne la moglie del conte de La Fère». Tutti gli occhi si voltarono verso Athos, poiché questo era il suo vero nome; ed egli fece un segno con la testa, come a dire che tutto ciò che aveva detto il carnefice era vero. «Allora mio fratello» riprese il boia, «pazzo, disperato, deciso a sbarazzarsi di una vita alla quale costei aveva tolto tutto, onore e felicità, il mio povero fratello tornò a Lilla, e saputo della sentenza che mi aveva condannato in vece sua, si costituì e la sera stessa si impiccò all’inferriata della sua cella. «Quanto a me, devo rendere giustizia a coloro che mi avevano condannato, poiché mantennero la parola: non appena fu constatata l’identità del cadavere, fui rimesso subito in libertà. «Ecco il delitto di cui l’accuso, ecco la causa per cui l’ho marchiata». «Signor d’Artagnan» disse Athos, «quale pena chiedete per questa donna?» «La pena di morte» rispose d’Artagnan. «Lord Winter» continuò Athos, «quale pena chiedete per questa donna?» «La pena di morte» rispose lord Winter. «Signori Porthos e Aramis» disse ancora Athos, «voi che siete i suoi giudici, quale sentenza pronunciate contro questa donna?» «La pena di morte» risposero con voce sorda i due moschettieri. Milady lanciò un urlo spaventoso e fece alcuni passi verso i suoi giudici, trascinandosi sulle ginocchia. Athos tese la mano verso di lei. «Anne de Breuil, contessa de La Fère, lady Winter» disse, «i vostri delitti hanno stancato gli uomini sulla terra e Dio in cielo. Se conoscete qualche preghiera, recitatela, poiché siete stata condannata e state per morire». A queste parole, che non le lasciavano alcuna speranza, Milady si raddrizzò in tutta la sua altezza con l’intenzione di parlare, ma la voce le mancò. Sentì che una mano potente e implacabile l’afferrava per i capelli e la trascinava irrevocabilmente. Ella dunque non tentò neppure di opporre resistenza e uscì dalla capanna.
Alexandre Dumas, I tre moschettieri, Mondadori
Altan

Le figurine di Radiospazio. Lo psicanalista

Lo psicanalista è perennemente in contatto con l’idea di infinità dei mondi o canaletti.
È pervaso da queste frasi che gli vengono in studio e che gli vengono in mente. A turno. Sono le prove viventi. Ramena i loro grumi. Questi essi a cui apre la porta gli fanno compagnia, gli scandiscono mattine e lunghi pomeriggi fino a sera. Sta lì. Li ascolta. Li allaccia e li scompone. Fa da evidenziatore. Li ascolta e li interrompe, sbozza. Li continua, rinforza. Sta lì, freddoloso. Li ascolta. Lo commuovono quel po’. Starnutisce. Sta lì catatonico. Impallidisce. Non gli fanno né caldo né freddo. Si stufa. Sta lì. Si soffia il naso. Lo attraggono. Gli salterebbe addosso. Sta lì. Si trattiene. Lo pungolano. Sta lì lo stesso. Li sopporta. Si sente utile. Lo mantengono. Si sente lo specialista. Sta lì, anche sciatto. Gli viene caldo. Fa la ruota del pavone, fa il gigione. Fa il verso del pappagallo. Asciuga le lacrime di coccodrillo. Suda, Li vuole aiutare. Fa le fusa. Ci vuole guadagnare. Sta lì. Acqua in bocca. Li ascolta. Sta lì, sobbolle. Si impenetra, si svincola, e si accorge. E allora scandisce. E poi scosta. Annuisce, e poi intasca.
Alessandra Saugo, Metapsicologia rosa, Feltrinelli
Letture allo specchio. Franz Kafka, Piccola favola. 1′
Boris Vian, Il pasticcio di anguilla (frammento)

«Questo pasticcio d’anguilla è davvero notevole» disse Chick. «Chi ti ha dato l’idea di farlo?»
«L’idea è venuta a Nicolas» disse Colin. «C’è un’anguilla – o meglio c’era un’anguilla – che tutti i giorni saltava fuori dal suo lavandino passando per il tubo dell’acqua fredda».
«Ma che strano» disse Chick. «E perché?»
«Riusciva a fare passare la testa e svuotava il tubetto del dentifricio spremendolo con i denti. Sai, Nicolas usa solo dentifricio americano all’ananas, e credo che questo fosse per lei una tentazione».
«E Nicolas come ha fatto a prenderla?» domandò Chick.
«Ha messo un ananas intero al posto del tubetto. Quando l’anguilla inghiottiva il dentifricio, poteva deglutire e poi ritirare dentro la testa, ma con l’ananas il giochetto non le è riuscito, e più succhiava, più i suoi denti si piantavano nell’ananas. Nicolas…»
Colin si fermò.
«Nicolas che cosa?» disse Chick.
«Non sono sicuro di potertelo dire, può darsi che ti faccia passare l’appetito».
«Va’ pure avanti» disse Chick «ormai me l’hai già fatto passare».
«Be’, Nicolas è entrato proprio in quel momento e le ha fatto la vivisezione staccandole la testa con una lama di rasoio. Il resto poi è venuto da solo: è bastato aprire il rubinetto».
«Hai finito?» disse Chick. «Dai, dammi un altro po’ di pasticcio. Spero che abbia lasciato nelle tubature una famiglia numerosa».
Boris Vian, La schiuma dei giorni, Marcos Y Marcos
Traduzione di Gianni Turchetta
Elogio dell’analfabetismo. Contro i legionari dell’algoritmo (Pangea Panottico)

| È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino. L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui. L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna. L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo. Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce. L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo, non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe, impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla cosa cosmica. |
| Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo: “Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; ‘dando un gran grido’, dice l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare”. José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel 1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’ per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa Alternativa). Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole. L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri. Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello. *** Da Decadenza dell’analfabetismo Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura! Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale. La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo. Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta. * C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia: è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica, cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia. * La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali dell’uomo. * Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera. * La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro). * Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra. * Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare: perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali di questa persecuzione è la morte del pensiero. Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto. Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia. * La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi devono essere analfabeti. * Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –, il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico. Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli: senza Pentecoste spirituale redentrice. * L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti – specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita umana come una progressiva paralisi del pensiero. * La lettera uccide lo spirito. L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente. * Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro? Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini, popoli. * L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia. |
Le figurine di Radiospazio. Bambine e tramonti

La prima volta che vide il proprio sangue, la bambina pensò al tramonto. Capì la fatica del diradare certi cumuli di nubi sull’orizzonte, quando i raggi trovano appena la forza di distillare gocce di luce sul mondo. L’ingombro delle nebbie sul naturale cammino del sole le faceva allargare le mani verso la curva del cielo per reggerne i fianchi dolorosi. Come a lei tutto il corpo si faceva pesante e dolente lungo il bacino così le pareva dovesse avvenire del firmamento. Ma se, nell’estate, i tramonti erano pallidi e scivolavano via rapidi se ne arrovellava come di una defezione. Quella del dolore era una condanna universale, e quando l’aria vi si sottraeva, più fatica si poggiava sulle spalle del mondo in affanno per redimere la vita umana. Tanta sofferenza le sembrava uno spreco se ne ne nasceva subito qualche cosa. Come da un agnello sgozzato si ricava il cibo, così voleva che subito dal tramonto nascesse una cosa utile; non sapeva ancora riconoscerla nella notte.
Paola Masino, Nascita e morte della massaia, ISBN edizioni
Oggi, a Milano, alle 18. Tana degli Artisti

Una Comacchio tenebrosa avvolta da nubi di mosquitos e da esalazioni metanifere è teatro di delitti la cui eco rimbalza a Roma sulle scrivanie dei potenti e varca addirittura l’Oceano, destando l’allarme dell’Alleato Americano.
Letture allo specchio. Thomas Bernhard, Le donne a teatro (frammento) 2’30”
Charles Baudelaire, Sbarre

Su una strada, dietro il cancello di un ampio giardino, al termine del quale s’intravvede il biancore di un grazioso castello investito dal sole, stava un bambino, bello e lindo, vestito con quegli abiti di campagna pieni di civetteria.
Il lusso, la noncuranza e lo spettacolo abituale, rendono quei bambini lì così graziosi, che li si crederebbe fatti di una pasta diversa dai bambini di condizione mediocre o povera.
Al suo fianco, giaceva sull’erba un giocattolo splendido, lindo come il suo padrone, verniciato, dorato, vestito di una veste purpurea, coperto di piume e di luccichii. Ma il bambino non si curava del suo giocattolo preferito, ed ecco quel che guardava: dall’altro lato del cancello, sulla strada, tra i cardi e le ortiche, c’era un altro bambino, sporco, gracile, fuligginoso, uno di quei monelli-paria in cui un occhio imparziale potrebbe scoprire la bellezza se, come l’occhio dell’intenditore sa indovinare una pittura ideale sotto una vernice da carrozziere, sapesse ripulirlo della ripugnante patina della miseria.
Attraverso quelle sbarre simboliche che separavano i due mondi, lo stradone e il castello, il fanciullo povero mostrava al fanciullo ricco il suo giocattolo, che questi esaminava avidamente come un oggetto raro e sconosciuto. Ora, questo giocattolo che il piccolo straccione tormentava, agitava e scuoteva in una scatola bucherellata, era un topo vivo!
I genitori, certo per risparmiare, avevano tratto il giocattolo dalla vita stessa.
I due bambini ridevano insieme, fraternamente, mostrando i denti di uguale candore.
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli, Traduzione Franco Rella
Le figurine di Radiospazio. Le cose dell’anima

Lei mi tormentava con le cose dell’anima, se ne riempiva la bocca. L’anima, è la vanità e il piacere del corpo finché uno è in gamba, ma è anche la voglia di uscire dal corpo quand’è malato o le cose girano male. Delle due cose uno si prende quella che funziona meglio sul momento, ecco tutto! Fin che si può scegliere tra le due, va bene. Ma io, non potevo più scegliere, i giochi erano fatti!
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio.
Traduzione Ernesto Ferrero
Letture allo specchio. Corrado Govoni, Carneval-Funeral. 50″

https://studio.youtube.com/video/757Jv20za_w/edit
- L’elicriso è una pianta aromatica e medicinale con foglie argentate e fiori gialli, nota anche come “Immortelle” o “pianta di curry”.
Valutazioni economiche. Altan

Somerset Maugham, Le risorse del mestiere (frammento)

Secondo Peter Szondi, uno dei più lucidi studiosi di drammaturgia, con il Rinascimento il teatro entra nella dimensione del fra, cioè dei rapporti intersoggettivi: al di là della trama, che pure è la struttura portante, il vero motore dell’azione è il continuo riposizionarsi (o svelarsi) dei personaggi: tramite il dialogo, naturalmente, ma anche tramite i gesti, i silenzi, il non detto. In questa frammento narrativo, Somerset Maugham sembra realizzare pienamente l’ipotesi drammaturgica di Szondi costruendo una situazione da pochade: Lui ama Lei per vent’anni, ma invano. Una sera, Lei ha un ripensamento, ma (evidentemente) tardivo. Occorre uscire dal cul de sac in cui si sono infilati. Fortunatamente per loro, i due sono attori consumati: se la caveranno facendo ricorso al mestiere, alla finzione e a un’istintiva fiducia nella retorica.
Era evidente che Charles non capiva. E non c’era da stupirsene. Per venti anni lei era rimasta sorda alle sue insistenze appassionate, ed era naturale che lui avesse lasciato ogni speranza. Julia si rese conto che doveva aiutarlo, e disse con dolcezza: «È tardi. Mostratemi questo nuovo disegno che avete comprato, e poi bisognerà che vada a casa».
Andarono di sopra.
Su una seggiola si vedevano posati con cura il pigiama e la veste da camera.
«Che bella camera da letto intima e allegra!», disse Julia.
Egli staccò dal muro il disegno incorniciato e lo portò dinanzi a lei:
«Vi piace? È un bel disegno…»
«Bellissimo».
Egli riappese il quadro al suo chiodo.
Quando tornò a voltarsi verso di lei la vide che si era avvicinata al letto e stava là con le mani dietro la schiena, un po’ come una schiava circassa presentata da un Grande Eunuco a un Visir.
«Che meravigliosa serata!» disse con languore. «Mai mi ero sentita vicino a voi come stasera…»
I suoi begli occhi erano pieni di tenerezza e di abbandono, e un sorriso, pure d’abbandono, errava sulle sue labbra.
Ma vide il sorriso di Charles congelarsi. Egli aveva capito.
«Accidenti» pensò. «Non mi vuole. È stato tutto un bluff.»
Per un momento rimase impietrita.
«Accidenti», pensò lui «e ora come faccio a cavarmela? Che figura da idiota».
Non poteva insistere in quella posa… Doveva trovar subito un ripiego.
«Come sono contenta di poter pensare che non abbiamo nulla da rimproverarci. Se avessi tradito mio marito con voi… se fossimo stati amanti… voi vi sareste stancato di me da tanto tempo. Com’erano quei versi di Shelley che dicevate?»
«Mai, mai tu puoi baciarla/ Tu non hai la tua felicità, ma il suo amore durerà in eterno.»
Be’, meno male, se l’era cavata.
Somerset Maugham, Ritratto di un’attrice, Mondadori, traduzione di Elio Vittorini

