
La prima volta che vide il proprio sangue, la bambina pensò al tramonto. Capì la fatica del diradare certi cumuli di nubi sull’orizzonte, quando i raggi trovano appena la forza di distillare gocce di luce sul mondo. L’ingombro delle nebbie sul naturale cammino del sole le faceva allargare le mani verso la curva del cielo per reggerne i fianchi dolorosi. Come a lei tutto il corpo si faceva pesante e dolente lungo il bacino così le pareva dovesse avvenire del firmamento. Ma se, nell’estate, i tramonti erano pallidi e scivolavano via rapidi se ne arrovellava come di una defezione. Quella del dolore era una condanna universale, e quando l’aria vi si sottraeva, più fatica si poggiava sulle spalle del mondo in affanno per redimere la vita umana. Tanta sofferenza le sembrava uno spreco se ne ne nasceva subito qualche cosa. Come da un agnello sgozzato si ricava il cibo, così voleva che subito dal tramonto nascesse una cosa utile; non sapeva ancora riconoscerla nella notte.
Paola Masino, Nascita e morte della massaia, ISBN edizioni