Friedrich Schiller, Intelletto v/s Immaginazione

Mi pare che la causa della tua lagnanza stia nella costrizione imposta dall’intelletto alla tua immaginazione. Cercherò di rendere con un paragone un pensiero appena accennato. Sembra che non sia bene, risulti anzi svantaggioso per l’opera creatrice dello spirito, che l’intelletto esamini con troppo rigore, per così dire già alle porte, le idee che affluiscono. Considerata da sola, un’idea può essere del tutto insignificante e molto avventata, ma diventerà forse importante grazie a un’idea successiva; forse, unita in un certo modo ad altre, che possono sembrare altrettanto insignificanti, potrà costituire una concatenazione funzionale. Tutto ciò non può essere giudicato dall’intelletto, se esso non trattiene l’idea fino a vederla unita alle altre. In una mente creatrice l’intelletto ritira le sue guardie dalle porte, le idee irrompono alla rinfusa e solo allora esso le vede nel loro insieme. Voi, signori critici, o quale altro sia il nome che vi date, vi vergognate o temete la frenesia momentanea passeggera, che si trova in tutti i veri creatori e la cui maggiore o minore durata distingue l’artista che pensa dal sognatore. Da ciò le vostre lagnanze di sterilità, perché rifiutate troppo presto e sceverate troppo rigorosamente.

Lettera di Schiller a Körner, 1 dicembre 1788, citata da Freud nell’Interpretazione dei sogni

Le figurine di Radiospazio, Gli occhi della madre

Picasso, Madre e figlio

In piedi, sentì che qualcosa gli si posava sulla testa, sulle spalle, sulle mani; lo attraversava da parte a parte; lo rifaceva diverso da quello che era diventato con pena e fatica; lo riduceva di nuovo al punto di partenza: era lo sguardo muto della madre. Si fermò, appoggiandosi allo stipite: mai aveva sentito un’impressione così intollerabile di prepotenza e di aggressione. Si volse come contro qualcuno: ma non trovò che gli occhi della madre, due occhi dolci e sconfinati, messi lì come da un tempo immemorabile…

Vitaliano Brancati, Anni perduti, in “Tutti i racconti”, Mondadori

Witold Gombrowicz, In occasione della pubblicazione di un libro

Forse passerà inosservato, ma sicuramente qualche amico si sentirà obbligato a dirmi una o due frasi di quelle che si dicono sempre quando un autore pubblica un libro. Vorrei chiedere loro di non dire nulla… Sì, tacete, ve lo chiedo per favore… se ci tenete proprio a dire che vi è piaciuto quando mi incontrate muovete semplicemente l’orecchio destro. Se vi toccate quello sinistro capirò che non vi è piaciuto, se vi toccate il naso vorrà dire che il vostro giudizio e così-così. Con un lieve e discreto cenno della mano vi ringrazierò per il riguardo dimostrato nei confronti della mia opera e così, evitando situazioni imbarazzanti e ridicole, ci intenderemo in silenzio. Tanti saluti a tutti.

Witold Gombrowicz, Prefazione a Ferdydurke, Einaudi, Traduzione Cataluccio

Lawrence Ferlinghetti, Sfide per giovani poeti

Inventate un nuovo linguaggio che tutti possano capire. Arrampicatevi sulla Statua della Libertà. Cercate di raggiungere l’irraggiungibile. Baciate lo specchio e scrivete quello che vedete e udite. Ballate con i lupi e contate le stelle, incluse le invisibili.

Siate ingenui, innocenti, non-cinici, come se foste appena atterrati sulla terra (come in realtà siete, come in realtà noi tutti siamo), sbalorditi da quello su cui siete stati scagliati. Scrivete quotidianamente. Siate reporter dallo spazio esterno, che inoltra dispacci a qualche supremo caporedattore che creda alla rivelazione totale dei fatti e abbia scarsa tolleranza per le stronzate. Scrivete un poema infinito sulla vostra vita sulla terra o altrove. Leggete fra le righe dei discorsi della gente. Evitate le provincia, mirate l’universo. Pensate soggettivamente, scrivete oggettivamente.

Costruite pensieri lunghi in frasi brevi. Non frequentate laboratori di poesia, ma se lo fate, andateci non per apprendere “come” ma per imparare “cosa” (Cosa è importante scrivere). Non prostratevi davanti a critici che non abbiano scritto essi stessi grandi capolavori. Resistete molto, obbedite meno. Liberate segretamente ogni essere in gabbia che vedete. Scrivete brevi poesie con voce d’uccelli. Rendete le vostre liriche davvero liriche. Il canto degli uccelli non è fatto da macchine. Date alla vostra poesia ali per volare sulle cime degli alberi. Il detto di William Carlos Williams “Non idee se non nelle cose” va bene per la prosa, ma stende un peso morto sul lirismo, dal momento che le “cose” sono morte. Non contemplatevi l’ombelico in poesia pensando che il resto del mondo penserà sia importante.

Ricordate tutto, non dimenticate nulla. Lavorate su una frontiera, se riuscite a trovarne una. Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare. Coltivate la dissidenza ed il pensiero critico. “Il primo pensiero è il pensiero migliore” è forse un detto che non fa al caso della più grande poesia. Il primo pensiero potrebbe essere il pensiero peggiore. Cosa vi preoccupa? Cosa avete in mente? Aprite la bocca e smettete di mangiarvi le parole. Non abbiate una mente talmente aperta che il cervello vi cada giù. Mettete in discussione tutto e tutti. Siate sovversivi, mettendo in dubbio costantemente la realtà e lo status quo. Siate poeti, non affaristi. Non soddisfate, non assecondate, specialmente, un possibile pubblico, lettori, redattori o editori. Uscite allo scoperto, fuori dall’armadio. È buio lì dentro. Aprite le tende, spalancate le imposte, alzate il tetto, svitate le serrature delle porte ma non buttate via le viti. Impegnatevi in qualcosa al di fuori di voi. Siate militanti. O Estatici. Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose. Svegliatevi e fate pipì, il mondo è in fiamme!

È la poesia che aneliamo svegliandoci nel buio fitto di problematiche che rischiano di annientarci.La poesia è data dall’immaginazione. Poesia è nel sole del mattino, nelle notti in bianco, in un clochard. Una poesia deve cantare e volare via con noi, altrimenti è prosa. Come un vaso di rose una poesia non dovrebbe essere spiegata. È fatta di frammenti di sogni e grida lontane, poesia è un faro sul mare, è la nudità in un giardino segreto.Dietro una poesia ci può essere un mondo intero.La poesia è un pensiero da guanciale dopo il rapporto. La poesia è fatta di pensieri notturni. La poesia risuona della risata della giovinezza. È luce nella notte. C’è poesia nel riecheggio del barrito degli elefanti, nella corsa misurata di una tartaruga. La poesia vede gli angeli danzare. La poesia è un lamento, una risata. La poesia è il culmine dell’immaginazione. Il poeta reinventa la realtà con l’immaginazione. C’è poesia quando si ha un’emozione dall’impasto di emozioni. Un poeta è grande quanto il suo recepire. La poesia non è silenzio che manca di intensità, e non c’è inganno se è autentica. La poesia è credo. Il credo è poesia. Poesia è nel tranquillo ormeggio di una barca. La poesia è uno sguardo attento al mondo. Poesia è anche l’impotenza verso l’ineluttabile. La poesia è uno stimolo intimo. È una musica armonica, senza stridii. È un raggio dorato che illumina solo nude menti e cuori, talvolta inconsapevoli. La poesia rispecchia follie o meraviglie. La poesia è uno scavo nell’inconscio. La poesia nelle sue sfaccettature..poesia d’amore, di rivalsa o di dolore è pur sempre un canto. Poesia è il fulgore dato dalla luce interiore. La poesia è incomparabile intelligenza lirica perché si innalza oltre linee facilmente tangibili. La poesia esula da una visione realistica e scorticando l’ignoto penetra in una soglia di verità… che è l’auspicio che ci facciamo tutti perché è il bisogno che abbiamo tutti.

Lawrence Ferlinghetti, First read at the Seventeenth Annual San Francisco High School Poetry Festival, February 3, 2001

Le figurine di Radiospazio. Le piramidi

Un commerciante di Coblenza era riuscito a realizzare il sogno della sua vita, quello di visitare le piramidi di Gizeh; tuttavia la visita fu una grande delusione. Per vendicarsi, il commerciante di Coblenza fece pubblicare su tutti i giornali più importanti, intere pagine di annunci, nei quali esortava i futuri visitatori dell’Egitto a diffidare delle piramidi, ma soprattutto della famosa piramide di Cheope che lo aveva deluso ancor più profondamente delle altre. Con tutti questi annunci, il commerciante di Coblenza ha dato fondo in brevissimo tempo al proprio patrimonio ed è finito nella misera più totale. Quanto ai turisti diretti in Egitto, logicamente, gli annunci del commerciante di Coblenza non avevano avuto su di essi l’effetto sperato: al contrario, il numero di coloro che hanno visitato l’Egitto quest’anno è addirittura raddoppiato rispetto a quello dei visitatori dell’anno scorso.

Chiaroscuri ‘900 (V). I fuochi d’artifizio di Govoni (1905)

illustrazione govoni

Questo è un davvero imprevedibile caleidoscopio, a incominciare dalla prima tessera: un missionario viene assalito da una turba di selvaggi scatenati mentre sta mangiando (brucando?) l’erba. La figurina potrebbe comparire su un giornaletto laicheggiante, oppure in una canzonetta demenziale, ma anche in un contesto più letterariamente nobile, come i nonsense di Edward Lear. Un trio di ciechi che, con un forte senso della finzione, indossano la maschera della malinconia sulle note della Cavalleria rusticana. Una squadra di suore (Orsoline) che Govoni sparge con gusto pre-felliniano su imprecisate rovine. Un pazzo che solfeggia sotto un albero. Queste accensioni trasformano lo spazio poetico in una scena sulla quale compare e si dissolve un rosario di personaggi scanditi sul tempo di altrettanti flash: eterogenei e combinati in dissonanze preziose; le figurine bislacche vengono contrappuntate da scorci gotici (due amanti che si baciano sopra una salma), oppure crepuscolari (il collegiale che tossisce nell’infermeria), o tratte da un repertorio decadentistico che non teme le vertigini dell’iperbole (il tubercoloso esangue che beve un calice di sangue). Ma le scapestrate terzine sono governate dalla metrica ilare e inflessibile delle rime che si baciano come in una canzone troppo sempliciotta per non rimandare a un metafisico terso e tragico.

Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.

Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.

Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.

Con una paglia, nell’ora della ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.

Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.

In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nelle gran fiaccola d’una cappellatura
una forbice stride con paura.

In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Altri Chiaroscuri ‘900:
Palazzeschihttps://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfahttps://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Jane Martin, La majorette. Racconto

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Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

Le figurine di Radiospazio. Amore in pasticceria

La vidi per la prima volta Nella Galleria Subalpina a Torino. Ero entrato per pigliare una water, che mi aiutasse a digerire la colazione e mi desse appetito pel pranzo.
Lei  era con un’altra signora, io la osservavo con discrezione e l’ammiravo. Aveva i capelli neri, il viso bianco e gli occhi vivaci, incisivi… Quanto alla bocca era un poema.
La vidi nel momento in cui l’apriva per introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa accartocciate, un marron glacé. Il marron glacé  era dei più grossi, e naturalmente lei  apriva la bocca a tutta forza come se gridasse;
«Aiutoooo!!»
Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel momento là! Sarebbe andato a nascondersi lui e il suo o, che doveva essere uno sgorbio, al confronto di quella rotondità di bocca.
E che denti! E che freschezza!
Quando il marron glacé fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate afferrarono una brioche , poi un petit four, poi un crocque en bouche , e l’uno dopo l’altro fecero scomparir tutto nel gelato di fragola.
Il croque en bouche  fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto quei dentini bianchi… cri, cric, cric…
Ah, quel cric, cric! La soda water  mi salì alla testa, mi andò in gola a traverso, nell’eccesso della commozione. Tossii, tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che era con lei  che diceva:
«Sbrighiamoci, è l’ora del pranzo!»

Che Santa Lucia le conservi la vista! L’ora del pranzo! Ah! Era un tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di pasticceria, con accompagnamento di vermouth.

Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose, avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per tutta la sera, per tutta la notte, l’ebbi sempre in mente.

Ludovico Leporeo (1582-1655), Il poeta raccomanda alla lavandaia la sua biancheria

Leporeambo alfabetico duodecasillabo trisono satirico
irrepetito àttile, èttile, òttile, ùttile

Mando fine cortine, acciò ben trattile,
Lavinia amata, ed in bucato mettile
e con man calchi pian, che non ischiattile;
che le apponti e le conti, e non barattile,
che son di fil sottil mia suppellettile,
e dentro al centro del tinozzo absettile,
né le strapazzi, né con mazzi sbattile.
Fa’ che non sia forte lessia che scottile,
né dello straccio il ceneraccio imbruttile,
ma monde e terse, dopo asperse, sbattile;
poi su le stanghe, corde e spranghe, buttile,
e a l’aure e al giel del chiaro ciel pernottile,
e al sol di maggio su l’erbaggio asciuttile.

 

Due gioielli di Palazzeschi (2 febbraio 1885 – 17 agosto 1974) a cinquant’anni dalla sua scomparsa

Piccolo gioiello sentimentale

Come a quella povera piccina piacevano i fiori! una cosa straordinaria!  
Ma non poteva averne che pochi e di rado: che infelicità! Quando ne sentiv parlare, la grossa madre sbuffava:
I fiori sono delle spese inutili. Una famiglia non può permettersi il lusso di gettar denaro in simili buggerate!
Per due belle rose sarebbe andata a letto senza cena.
Morì, la piccola sentimentale. Ora la madre le porta in cimitero, ogni settimana, i più bei fiori che si possano trovare, che si conoscano. E sospira. I suoi fiori! Come a quella povera piccina piacevano i fiori! Una cosa straordinaria

Piccolo gioiello gastronomico

La signora Baronessa, dopo aver spilluzzicato sopra un filetto di aringa affumicata, una fetta di jambon, un po’ di burro e caviale, qualche funghetto sott’olio e un carciofino, si dette a sorseggiare con inimitabile sapienza e invidiabile gusto, una tazza di squisito consommé. Gustò poi dello storione a lesso in salsa maionese ch’era una galanteria; e un rifreddo in bella vista composto di lepre e cacciagione diversa: quaglia, fagiano, pernice e fegato d’oca grasso tartufato che faceva venire l’acquolina in bocca a guardarlo. A tal punto non le spiacque una buona fetta di bue sanguinolento che si struggeva in bocca, inghirlandato di certi pisellini teneri crogiuolati nel prosciutto. Quindi dunque, con avvedutezza da maestra scelse il bel cosciotto di un tacchino arrosto che si sarebbe potuto mangiare con le labbra, e contornato di tartine con butirro triffola e fegato di maiale.
Infine, per aver trovato una mosca nella zuppa inglese… licenziò il cuoco.

Le figurine di Radiospazio. La Duse

Pietroburgo, 16 marzo 1891,
Torno dall’aver assistito al debutto dell’attrice italiana Eleonora Duse nella Cleopatra di Shakespeare. Io non so l’italiano, ma ha recitato così bene che m’è parso di capire ogni parola. Un’artista meravigliosa. Non avevo mai visto nulla di simile. Guardavo la Duse e mi sentivo stringere il cuore all’idea che siamo costretti a formarci il temperamento su certe attrici legnose come la N. e simili, che noi chiamiamo grandi per non averne mai vedute di migliori. Guardando la Duse ho capito perché il teatro russo è così noioso.

Luna di miele in nero. István Örkény

sposi con catena luci

Le settimane della luna di miele erano belle e piene d’amore.
Un pomeriggio però, verso le sei e mezza, rimasero appiccicati alla carta moschicida che pendeva dal lampadario.
Che stupido caso!
LUI          Mi ami, angelo mio?
LEI          Tanto.
LUI          E allora vieni qui.
LEI          Subito, ma c’è qualcosa che mi si è appiccicato ai tacchi.
LUI          Cosa te ne importa, getta via la scarpe!
LEI          Vuol dire che anche oggi staremo di nuovo in casa. E all’Accademia di Musica c’è una serata dedicata a Cajkovskij.
LUI          Me ne frego di Cajkovskij.
LEI          Preferiresti andare a teatro?
LUI          Per carità! Ma, di’ un po’, non ti sembra che stiamo ondeggiando?
LEI          Non farci caso, guarda cosa danno all’Opera.
LUI          Dov’è il giornale?
LEI          Sul tavolo della cucina.
LUI          Non posso muovermi, perché anche a me mi si è appiccicato qualcosa alle scarpe.
LEI          Mi pare che diano il Ballo in maschera .
LUI          Adesso non riesco più a liberare neanche le mani.
LEI          Certo che ti piace proprio lamentarti. Andrà a finire che staremo di nuovo a casa.
LUI          Che cos’è tutta questa agitazione?
LEI          Sto provando a tirarmi fuori da tutta questa roba vischiosa.
LUI          Non far sciocchezze, rischiamo di cadere giù.
LEI          Ma tu ti rassegni proprio a tutto? E sì che mi sono innamorata di te perché eri un tipo tanto intraprendente e dicevi di amare la musica.
LUI          Ho un bell’adorare la musica, se non posso muovere né mani né piedi.
LEI          Come se fossi il primo che è rimasto invischiato in qualcosa!
LUI          Sto dentro questa colla fino al ventre!
LEI          Con tutte le tue ciance mancano venti minuti alle sette. All’Opera possiamo arrivarci solo in taxi.
LUI          Ma tu non capisci proprio niente della realtà della vita!
LEI          Avevamo detto che il nostro matrimonio non sarebbe stato come gli altri. Che noi avremmo sempre avuto qualcosa da dirci, non saremmo diventati antipatici, non avremmo litigato, non ci saremmo mai separati.
LUI          Ormai mi arriva alla bocca!
LEI          Sii gentile, prendi il telefono e chiama un taxi.

Istvàn OrkenyViaggio di nozze sulla carta moschicida
“Novelle da un minuto”, E/O. traduzione Gianpiero Cavaglià

Le figurine di Radiospazio. Insalate

Su una foglia appassita di insalata dove non restano che rimpianti da rimasticare, posso al massimo trovar ragioni di compiacimento. Il passato non nutre. Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascer statua, e sono solo una lumaca nel guscio. Virtù, coraggio, qualità positive, capacità di meditazione, cultura. Contro tutte queste parole sono andata a sbattere a braccia conserte – e mi ci sono spezzata. Ci sono donne che barano, donne che soffrono. Un tempo piacevano, e si cancellano gli anni. Io i miei li proclamo, perché non sono piaciuta mai, perché sempre conserverò i miei capelli da bambina.