La sala prove è piuttosto buia; c’è qualche riflettore ma non è puntato, e una luce generica, approssimativa rischierebbe di sbiadire ulteriormente il film col quale si misurano gli attori, quindi lo si tiene spento e ci si aggira in una mezza penombra. Durante le prove di uno spettacolo si attraversa sempre una fase lattiginosa: una sostanza che non è né liquida né solida, come una maionese che deve ancora rassodarsi. Il gusto corrisponde ma non la si può servire in tavola così, quindi bisogna continuare a lavorare col mestolo. Ci si aggira dunque nella penombra e si finisce per abituarsi a questa atmosfera dimessa. Da qualche giorno sono arrivati alcuni panchetti grigi. Sono già quelli di scena. Sembra impossibile, ma la presenza di elementi scenici, pur così dimessi, ha prodotto un effetto benefico, è stato come mettere un piede nello spettacolo reale, quello che per ora è solo un’ipotesi.
La foto ritrae, da sinistra a destra, Roberto Accornero e Massimo Giovara, rispettivamente l’editore Taylor e Daniel De Foe. Sullo schermo, il nostro Robinson Crusoe, Paolo Brunati: seduto sulla spiaggia della sua isola, scrive: forse il diario della sua solitudine, forse prende appunti su ciò stanno dicendo di lui il suo autore e il suo possibile editore. Guardando la foto, mi viene da pensare che c’è molta carta in questa immagine; i copioni degli attori sono caduchi, scompariranno quando saranno sorretti dalla memoria ma Robinson, fissato nelle immagini del video, continuerà a scrivere le sue pagine che nessuno leggerà.
Autore: radiospazioteatro
Per gli amici del blog, appuntamento a teatro dal 26 al 31 maggio
Scarabocchi d’autore. I GATTINI DI MALRAUX

Accoppiata imprevista, e invece. Niente a che vedere con i felini zuccherosi che oggi spopolano sul web invadendo anche le pagine facebook dei politici meno carezzevoli.
Scopriamo un lato imprevisto di un autore molto serio: un libro recente e curioso ci racconta che l’André Malraux politicamente impegnato che combatte in Spagna a fianco dei repubblicani e poco dopo si unisce alla Resistenza francese, si schiera con de Gaulle, diventa Ministro della Cultura e lo rimane per tutto un decennio, quello stesso Malraux nei momenti di quiete impugna una matita e si mette a disegnare animali di ogni sorta. Pochi tratti accennati, spesso una didascalia, ed ecco che prendono forma felini dai connotati buffi e dai nomi ancora più balzani (il gatto melomane, l’Omero dei gatti, il diavolo dei gatti…) ma anche demoni dall’aria ben poco temibile, volpi che hanno preso la scossa, serpenti dalla faccia perplessa, scoiattoli-pipistrello, maschere, elmi, fantasmi…
Schizzi veloci su foglietti sparsi che l’autore lascia in giro per casa, regala ai famigliari, semplicemente dimentica. Ma anche scarabocchi in luoghi meno ortodossi: succede allora che sul frontespizio di una copia di La condition humaine, che nel 1933 vince il prestigiosissimo Premio Goncourt e ad oggi è un caposaldo della letteratura engagée, campeggino belli sorridenti un ragno e un polletto.
Roberta Sapino
Marie-Josèphe Guers, L’univers farfelu d’André Malraux, Éditions du Chène
Robinson Crusoe, il best seller. Birrificio Metzger, Torino. dal 26 al 31 maggio
Al mercato delle mitologie, il prequel ha conquistato uno spazio rilevante: si assume un’opera di finzione, per lo più con un protagonista famoso, come punto di partenza per un viaggio ipotetico che va a frugare (fantasticare) su ciò che sarebbe potuto accadere prima. Anche il nostro Robinson teatrale ha qualche tratto del prequel. Si prende spunto da un Defoe acciaccato che – bisognoso di denaro, come spesso gli accadde – cerca di vendere all’editore Taylor il suo nuovo romanzo del quale esiste, al momento, solo una sinossi. Si può (sensatamente) raccontare un racconto che non ancora non esiste? La pratica è molto diffusa, appartiene alla nostra quotidiana esperienza di lettori; è un gettone che spendiamo quando raccontiamo un libro che abbiamo letto e operiamo, in tal modo, una sorta di riscrittura orale della quale siamo più o meno consapevoli. Nella nostra rappresentazione, la sinossi che Defoe si affanna a sviluppare sulla scena si presenta in forma di film: un piccolo film girato alla buona, in bianco e nero, con un Robinson fuori ruolo, naufragato sulla riva di un mare domestico, nel quale solo una volonterosa fantasia può vedere un’isola dell’arcipelago Juan Fernandez. Il piccolo film, insomma, non è un’opera abbastanza affascinante per sedurre l’editore Taylor che, giustamente, tiene d’occhio anzitutto il mercato; Defoe, di conseguenza, deve spiegare, motivare, giustificare e soprattutto integrare il racconto filmico col suo racconto orale (che strazio, quando un autore deve promuovere il progetto di una sua opera!). Inoltre, il mito del più famoso dei naufraghi, approdando ai nostri giorni, non può sottrarsi al contagio del dubbio che permea genere del romanzo da più di un secolo; la storia si sfilaccia e nel racconto drammatico viene a insinuarsi la commedia.
A.G.
Diario dall’isola di Robinson, pagina 3. IL MITO IN FIGURINA
Le figurine, quelle che si comprano ancora oggi dal giornalaio, sono piccoli strumenti comunicativi che producono un circuito comunicativo mitico. Erano mitici i calciatori delle famose figurine Panini, per i quali quel cartoncino colorato rappresentava una sorta di biglietto d’ingresso in un’eternità a tempo determinato. Robinson Crusoe, nella conoscenza dei più, è un mito letterario che vive separato dal libro che lo ha generato. In pratica, dell’infelice naufrago si ricorda soltanto la vecchia iconografia: il suo cappello e il suo ombrello da sole fatti di pelo (ma doveva avere un caldo terribile!), il suo sodalizio con Venerdì e poco altro. Anzi, niente altro, direi, anche senza aver fatto un’indagine sociologica a riguardo. Un mito senza corpo è un’ottima occasione per una riscrittura, e non ce la siamo fatta scappare. Lo spettacolo parte da un prequel, si direbbe oggi: il malandato De Foe, bisognoso di denaro più del solito, affronta di petto il libraio editore Taylor con la proposta di un romanzo del quale fornisce solo il soggetto: se il plot piace, lo scrittore procederà alla stesura velocemente – dopo un adeguato anticipo, s’intende. E qui sorgono le difficoltà: all’editore Taylor il soggetto non dispiace, pur con qualche riserva, ma non sarà un po’ noioso questo naufrago tutto solo in un’isola senza molte attrattive? Insomma, bisogna andare a vederci dentro, a questo romanzo non ancora scritto. Bisogna, purtroppo, improvvisare. De Foe si è premunito, ha girato un filmino alla buona, in bianco e nero, che dovrebbe rendere l’idea. Ma un film può rendere conto di quella che sarà la scrittura di un romanzo che non esiste ancora? Incomincia l’avventura fra le spire di una narrazione che s’imbatte in molti incidenti. Il resto ve lo racconteremo nelle prossime puntate (non integralmente, s’intende).
(segue)
La Striscia illustrata. FEDERIGO TOZZI
Il video della domenica. KEIICHI TANAAMI, OH, YOKO!
http://www.ubu.com/film/tanaami_yoko.html
I due si conoscono il 7 novembre 1966, a una mostra d’arte. L’amore fra la giovane artista che espone le sue opere, Yoko Ono e il già famoso visitatore, John Lennon, scoppia, secondo i biografi, a prima vista. La notizia è di quelle che fanno il giro del mondo, anche senza la risonanza della rete. La storia d’amore si decanterà in numerosi e a volte clamorosi capitoli: le rotture coi rispettivi coniugi; l’incrinarsi del rapporto fra i Beatles (per colpa, appunto di Yoko, sostiene Paul); il sequestro di John da parte di Yoko che, si dice, gli impedisce di comparire in pubblico per anni…
Riletta a distanza di tempo, quella storia d’amore ha perso i caratteri di eccezionalità che i fan dei Beatles vollero attribuirle e appare fatalmente come un mito un po’ stanco. Lo celebra questo video di Keiichi Tanaami – Oh, Yoko!, (1973) – con un rituale pop irreprensibile e rigoroso come una messa cantata di Natale, con i chierichetti freschi di barbiere, in veste rossa e cotta bianca ornata di pizzo.
Diario dall’isola di Robinson, pagina 2. MICHEL TOURNIER, LA FINE DI ROBINSON CRUSOE
Nonostante si cerchi di lavorare con la massima concentrazione, nelle prove si infiltrano pensieri e reminiscenze. Stiamo provando il nostro Robinson Crusoe e di tanto in tanto affiora il ritratto che del naufrago eroe ha fatto Michel Tournier: non nel romanzo “Venerdì o il limbo del Pacifico” ma nel breve racconto “La fine di Robinson Crusoe”. Affiora, ma non ha niente a che fare col nostro Robinson: semmai, è imparentato con il personaggio di De Foe così come lo raffiguriamo nel nostro spettacolo. Non ci addentriamo oltre, per il momento, e ci limitiamo a proporvi questo splendida riscrittura tournieriana, che sarà anche digressiva rispetto al nostro spettacolo ma che è assolutamente da leggere.
“Era là! Là, vedete, al largo della Trinità, a 9° 22′ di latitudine nord. Niente errore possibile!”
L’ubriacone batteva con il suo dito nero un brandello di carta geografica punteggiata di macchie di grasso, e ognuna di quelle sue affermazioni appassionate scatenava le risate dei pescatori e degli scaricatori che circondavano il nostro tavolo.
Lo conoscevano bene.
Quarant’anni prima era scomparso in mare com’era capitato a tanti altri ed era stato dimenticato. Un giorno era riapparso, irsuto e veemente, in compagnia di un negro. Stupefacente era la storia che tirava fuori in ogni occasione. Unico sopravvissuto del naufragio del suo legno, sarebbe rimasto solo su un’isola popolata da capre e pappagalli senza quel negro che lui aveva salvato, diceva, da un’orda di cannibali. Finalmente erano stati raccolti da una goletta inglese e se n’era tornato a casa, non senza aver avuto il tempo di mettere insieme un piccolo patrimonio grazie a certi traffici di varia natura che a quel tempo erano quanto mai facili nei Caraibi.
Tutti l’avevano festeggiato. Aveva sposato un fior di ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia, e sembrava che l’esistenza quotidiana avesse ricoperto quella parentesi beante, incomprensibile, piena di lussureggiante verzura e di gridi d’uccelli che un capriccio del destino aveva aperto suo passato.
Sembrava, sì. Perché, a ben guardare, di anno in anno un sordo fermento cominciava a rosicchiare dall’interno la vita di Robinson. Il primo a scomparire era stato Venerdì, il servo negro. Dopo mesi di condotta irreprensibile si era messo a bere — sulle prime con discrezione, poi in modo sempre più clamoroso. Dopo c’era stata la storia delle due ragazze madri, accolte nell’ospizio del Santo Spirito, che quasi simultaneamente avevano messo al mondo due piccoli meticci di troppo evidente somiglianza. Il doppio crimine non era forse firmato? Ma Robinson aveva difeso Venerdì con singolare accanimento. Perché non lo licenziava? Quale segreto — inconfessabile forse — lo legava al negro?
Ecco che certe somme importanti, poi, erano state rubate in casa del vicino, e ancor prima che si potessero avanzare sospetti, Venerdì era scomparso.
Da quel giorno Robinson era stato visto trascinarsi, sempre più cupo, fra gli attracchi del porto mentre andava ripetendo:
— C’è ritornato, ne sono sicuro, a quest’ora il furfante è laggiù! —
Sì, un ineffabile segreto lo univa a Venerdì, e quel segreto consisteva in una piccola macchia verde che fin dal suo ritorno aveva fatto aggiungere da un cartografo del porto sull’azzurro dell’oceano dei Caraibi. E quell’isola non era forse la sua giovinezza, la sua bella avventura, il suo splendido giardino solitario! Che cosa aspettava lì, sotto quel cielo piovoso, nel vischio di quella città, fra quei mercanti e quei pensionati.
La sua giovane moglie fu la prima a indovinare la sua strana angoscia mortale.
— Non ne puoi più, lo vedo bene. Andiamo, confessa che la rimpiangi! —
— Io? Sei matta? Rimpiangerei chi, che cosa?
— Ma la tua isola deserta! E so bene che cosa ti trattiene dal partire già domattina, via, lo so! Sono io!
Lui protestava ad alta voce, ma più gridava, più lei era sicura di aver ragione.
Lo amava teneramente, lei, e non aveva mai saputo rifiutargli qualcosa. Morì. Immediatamente lui vendette la casa e il campo, e noleggiò un veliero per i Caraibi.
Passarono ancora anni. E cominciarono a dimenticarlo. Ma quando rispuntò di nuovo, pareva ancora più mutato di quanto non fosse dopo il primo viaggio.
Aveva fatto la traversate di ritorno come aiuto-cuoco a bordo di un vecchio cargo. Un uomo invecchiato, distrutto; mezzo annegato dall’alcool.
Ciò che disse aveva scatenato l’ilarità generale. In-tro-va-bi-le! Nonostante mesi di ricerca accanita, l’isola era rimasta introvabile. Si era esaurito in quella vana esplorazione condotta con rabbia disperata, aveva dilapidato le sue forze e i suoi soldi per ritrovare quella terra di felicità e di libertà che sembrava per sempre inghiottita.
— Eppure era qui! — ripeteva ancora una volta una certa sera colpendo la carta con il dito.
Allora un vecchio timoniere si staccò dagli altri e gli venne a toccare la spalla.
— Posso dirti una cosa, Robinson? Ma certo che è sempre là la tua isola deserta. Ti posso anzi assicurare che tu l’hai ritrovata benissimo.
— Ritrovata? — disse Robinson con il fiato mozzo. — Ma se ti sto dicendo…
— L’hai ritrovata! Si sarei passato una diecina di volte davanti. Ma non l’hai riconosciuta.
— Non l’ho riconosciuta?
— No, perché ha fatto come te, la tua isola: è invecchiata! Eh, sì, pensaci: i fiori diventano frutti e i frutti diventano legno, e il legno verde diventa legno secco. Tutto va molto in fretta sotto i tropici. E tu? Guardati in uno specchio, idiota! E dimmi se ti ha riconosciuto, la tua isola, quando tu ci sei passato davanti?
Robinson non si è guardato in uno specchio, il consiglio era superfluo. Ha fatto passare su tutti quegli uomini un viso così triste e così torvo che l’ondata delle risate che stava di nuovo per scatenarsi si è fermata di colpo, e un gran silenzio si è fatto nell’osteria.
Michel Tournier, La fine di Robinson Crusoe, “Il gallo cedrone e altri racconti”, Garzanti
Traduzione di Maria Luisa Spaziani
QUANDO L’ESSERE DIVENTA INSOSTENIBILE. MILAN KUNDERA
L’insostenibile leggerezza dell’essere è il romanzo in cui Milan Kundera struttura su più livelli un’analisi profonda e disincantata dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la necessità e la scelta, la libertà, la leggerezza e la pesantezza, la menzogna e la verità dell’essere. L’autore scava nell’animo umano, decostruisce la coscienza collettiva, così nella sezione sesta del suo romanzo, intitolata La Grande Marcia, ci svela la dinamica di un potere che non si manifesta più nel fanatismo di un’ideologia o nel delirio di onnipotenza, ma si insinua e si radica sul conformismo delle persone:
“Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere. Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, […] il disaccordo con la merda è metafisico [..] l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 268)
Dunque l’imperativo diventa seguire la norma esterna e l’arte che glorifica il potere non può ritrarre ciò che non si conforma, deve cantare la bellezza di ciò che il potere rappresenta, è l’accordo categorico con l’essere. Ma il Kitsch non è solo gusto artistico, diventa pervasivo, assume una prospettiva politica ed etica poiché è la volontà del bello e dell’armonia a tutti costi e offusca il bene; è un potere che indossa una maschera di bellezza e si esercita attraverso il male conforme alla legge:
“Il Kitsch comunista. Il suo modello è la cerimonia detta del primo maggio. […] Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente contenti o meglio di essere doverosamente d’accordo.” (Ivi, p.269)
Il Kitsch impone il proprio senso di armonia nei confronti del mondo come universalmente condiviso, il potere, specie se totalitario, vuole un soggetto che non ha dubbi, che non pone domande: ogni espressione di individualismo, di ironia, è bandita dalla vita e il Kitsch assume così il carattere di una scelta ontologica perché è un modo di pensare all’essere come negazione della realtà, un paravento che nasconde la morte. Kundera “smonta” le figure negative e smaschera la vera funzione del Kitsch:
“La parola d’ordine non scritta e tacita non era -Viva il comunismo!- bensì -Viva la vita!-. La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti”. (Ibidem, p.269).
La più banale delle tautologie toglie dal campo del giudizio ciò che ha di inaccettabile la vita.
Come lottare contro il Kitsch? Per Kundera la dissidenza non basta, perché spesso chiude una ferita che invece deve rimanere aperta tra le uniche due istanze autentiche: nascere e morire, allora è la costante e difficile, poiché pesante, disidentificazione da quelle variabili che caratterizzano l’identità che ci permette di giungere alla verità.
Monica Daccò
I tormenti di un grande fotografo, NADAR E I FACCIONI ELETTORALI
Quelle faccione giganti che spuntano in città in periodo di campagna elettorale, e poi per ringraziare gli elettori se si è vinto e rassicurarli se si è perso, e a Natale per fare gli auguri e ricordare che a breve la campagna ricomincia, e poi ancora in periodi non sospetti, ecco tutte quelle facce ugualmente tondette, lucide di trucco e filtri in ugual abbondanza, tutte quelle facce su mezzibusti-bellimbusti incravattati che ti guardano sorridenti e mansuete mentre sei in coda al semaforo, ecco quelle facce lì, con il loro bel logo del partito in basso a destra, a me hanno sempre, indiscriminatamente, fatto pensare a Gerry Scotti che mostra orgoglioso il suo chilo di risochenonscuoce.
Che poi questa storia del “metterci la faccia” è cosa vecchia come la fotografia stessa visto che già Nadar, più di un secolo fa, si scandalizzava nel trovarsi sulla scrivania, tra una lettera di Monet e un qualche esperimento sul quale lavorare, il volto di un politico che lo fissava. E dire che lui ha ritratto figure di tutto spessore come Bakunin ma anche re, principi e ministri, personaggi che dietro ai baffoni avevano un contegno tutto loro, un rigore un po’ impettito, al massimo affettatamente altero: chissà se davvero lui e Niepce, a immaginare le facce tonde e inceronate che sarebbero seguite, si sarebbero rifiutati di progettare un’arma pericolosa come la fotografia.
Roberta Sapino
Volete uno straordinario esempio d’infatuazione maschile spinta alla follia? Quale dimostrazione più esplicita, dell’inspiegabile incoscienza di certi candidati, politici di professione che hanno escogitato, come supremo, decisivo mezzo per il successo, di inviare agli elettori la loro fotografia, la loro immagine di mercanti di parole? Quale potere attrattivo possono sperare di avere questi individui nei loro volti vergognosi, che esibiscono tutte le bassezze, tutte le porcherie umane, da cui trasudano la turpitudine, l’ignominiosa menzogna, e tutti i tratti fisiognostici della doppiezza, della cupidigia, del peculato, della depredazione?
[…]
E se avesse previsto l’ultimo colpo di coda di questa applicazione, Niepce non avrebbe fatto marcia indietro?
Maurice Nadar, Quand j’étais photographe, Actes Sud
Diario dall’isola di Robinson. pagina 1 l’approdo
Cari amici del blog, ritorniamo al teatro, ed era ora, direi, dopo un’assenza di troppi mesi. Lo spettacolo che stiamo provando in questi giorni s’intitola Robinson Crusoe, il best seller: ancora una riscrittura, dopo quelle della scorsa stagione (Schnitzler e Pirandello). Bisogna dire che noi arriviamo buoni ultimi, con la nostra riscrittura; lo stesso De Foe, dopo il successo del suo romanzo, tentando di placare il suo inestinguibile bisogno di denaro, scrisse a caldo due sequel ma fu punito, il gioco mostrava la corda e il pubblico se ne accorse. Comunque la moda (il mito) di Robinson dilagò subito e alla fine del XVIII secolo il romanzo originale poteva vantare, come la Settimana enigmistica, alcune centinaia di imitazioni e rielaborazioni. Venendo ai tempi nostri, le riscritture robinsoniane sono illustri e portano le firme di Michel Tournier, John Maxwell Coetzee, Saint-John Perse, per citarne solo alcuni – un posto a parte merita La vita sessuale di Robinson Crusoe, di Michel Gall, che si chiede: ma in tutti quegli anni di solitudine come si regolò il nostro naufrago con certe faccende? Il suo libro fornisce una gamma sorprendente di risposte, e non tutte peregrine. Dunque, dicevamo, arriviamo buoni ultimi con la nostra riscrittura ma un mito, come una favola, lo si può ripercorrere innumerevoli volte. Prossimamente cercheremo di condividere con voi su questo blog il nostro lavoro di allestimento e il nostro racconto.
EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO? (2)

Assecondando la richiesta di alcuni amici del blog, pubblichiamo una seconda tranche del “Perché scrivo?”, di Eugène Ionesco, sperando di fare cosa gradita a molti altri.
Quando ero alla scuola comunale, i “grandi” del corso medio mi dicevano che si davano loro da fare compiti strani, e difficilissimi: alcuni temi da svolgere. Si chiedeva loro di scrivere racconti e qualche volta di trattare argomenti liberi. Rimasi turbato e mi dicevo che in effetti doveva essere molto duro, ma molto bello. Avevo fretta di poter provare. Per la maggior parte dei miei compagni, questa era la fatica peggiore. Per me aveva qualcosa di misterioso. Finalmente, l’anno dopo, essendo passato dalle elementari alle medie, fui messo alla prova del tema. C’era appena stata la festa del villaggio. Ci venne chiesto di raccontarla. Io raccontai la festa di un villaggio immaginavo, con alcuni dialoghi. Ebbi il miglior voto e il maestro lesse il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe. E lo impressionava sopra tutto il fatto che il racconto era dialogato, contrariamente a quello di tutti gli altri. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo, che, mi disse, del resto era già stato inventato da tempo. Feci molti temi in seguito, con la stessa gioia. Siccome a scuola non ce ne davano da fare abbastanza, scritti qualche storia per me stesso. Posso dire ci essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare una cosa differente dalla letteratura. La letteratura mi ha dato molto piacere, il mio e quello degli altri. Mi sono messo ad amare anche i quadri e amo ancora i quadri aneddotici, per esempio, quelli di Brueghel, in cui ci sono delle kermesse con molta gente, quelli di Canaletto, in cui anche si vede molta gente che passeggia, irreale, nella irreale città di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e diventato immaginavo, e poi gli interni olandesi, e poi i ritratti antichi, in cui la quantità della pittura si accompagna alla qualità documentaria, umana. Sì, sì, c’è tutto un mondo di cui non si sa se è vero o falso, un mondo che mi dava quasi una sorta di grandissima nostalgia per le cose che sarebbero potute essere o che sono state e che non sono più, come universi proposti o defunti. E io facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. Proprio nell’infanzia dunque ho avuto il piacere più puro di scrivere e la mia vocazione si è manifestata. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Fare creazione.
Eugène Ionesco, in “Antidoti”, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro
Il video della domenica. La coppia sottosopra. TIMOTHY RECKART, HEAD OVER HEELS
https://vimeo.com/54228768
a cura di Francesco Ghisi
Lui se ne sta coi piedi per terra, lei li tiene ben saldi sul soffitto, a testa in giù. E’ inutile aggiungere che non ci sono molti contatti fra i due coniugi. Ma un giorno… un giorno l’incomunicabilità esce da questa pur trasparente metafora e succede qualcosa.
E a pranzo e a cena, una zaffata di fogna
https://www.youtube.com/watch?v=NZw6FqqgxEk
Une delle regole che governavano la vita quotidiana delle oneste famiglie di un tempo era: A pranzo e a cena non si guarda la tv. Sembrava che il precetto mirasse solamente a salvaguardare l’integrità del desco, la condivisione, il dialogo fra le generazioni: nel tempo, esso si rivela più che mai attuale e salvifico, soprattutto se, come capita da alcuni giorni, esattamente all’ora di pranzo e di cena (13.30 e 20.30) si viene aggrediti, mentre si sta per affrontare la pastasciutta o la zuppa, da uno spot mefitico. La scena rappresenta, un studio arredato con mobili lignei, solidi, illuminate da luci calde. Seduto in poltrona, una sorta di amico di famiglia, in giacca e panciotto tricottato all’anglosassone. Il personaggio, suo malgrado, non è del tutto limpido: i capelli grigiastri, lunghetti e accuratamente trasandati, i baffi troppo lunghi che coprono il labbro superiore e che non si può fare a meno di immaginare fluttuanti nel bicchiere mentre l’uomo beve un sorso di vino, parlano di un tipo che potrebbe tentar di esorcizzare la vecchiaia ricorrendo a pratiche anche inquietanti. Il signore in poltrona impersona uno psicologo, lo si dovrebbe desumere dal fatto che parlando si accarezza le labbra con una stanghetta degli occhiali. Le prime battute ci immettono nel cuore del problema, si tratta di una crisi matrimoniale per la quale il terapeuta ha già pronta la diagnosi: non si tratta di affiatamento ma di fiato, sì, di zaffate disgustose che emanano dalle bocche-cloaca dei due coniugi. Lo psicologo si trasforma in nutrizionista: è colpa della cattiva alimentazione, con la dieta giusta, l’armonia tornerà a regnare fra marito e moglie. Colpo di scena con uno stacco sulla coppia in crisi: sono un cane e un gatto. Il cane uggiola, in preda allo scoramento. Stacco. Il terapeuta, improvvisamente simile a Mefistofele (provate a soffermarvi sul fotogramma), impugna due sacchetti di alimenti che, ristabilendo un’alimentazione corretta, depureranno anche l’alito mefitico dei due coniugi animali.
Venendo a noi umani che sconsideratamente ignoriamo le regole dei genitori e consumiamo il nostro monopiatto solitario davanti al televisore, queste disgustose fiatate che il dottor Satanello evoca, rovinano anche quei pochi bocconi che avevamo messo in preventivo: giusta punizione per chi ha dimenticato le regole dell’epoca prototelevisiva, ma forse la pena è sproporzionata all’infrazione.
Ritratto dell’Orco da vicino. SERGIO TOFANO, IL ROMANZO DELLE MIE DELUSIONI
Bambina ciarliera e gran contafrottole, quando le mie verbose divagazioni diventavano un tormento mia nonna mi placava declamando: “E qui finisce l’avventura del Signor Bonaventura”. All’epoca mica lo sapevo, ma quel Signor Bonaventura che veniva a interrompere il mio sproloquiare altri non era che il personaggio creato da Sergio Tofano, l’ometto spilungo dalla bombetta rossa per il quale ogni sventura finiva sempre con il guadagno di un biglietto da “un milione” e che dalle pagine del Corriere dei Piccoli aveva incantato generazioni di bambini per tutta la prima metà del Novecento.
In quegli stessi anni, il suo creatore Tofano incantava anche i grandi con i suoi talenti di attore e capocomico, scriveva teatro e di teatro, osservava con acume la vita culturale, disegnava, inventava.
E siccome con quel Signor Bonaventura ho un po’ di conti in sospeso, il passo che propongo non parla di lui ma del protagonista de “Il romanzo delle mie delusioni” – titolo serissimo che nasconde le avventure buffissime di Benvenuto, zuccone eccezionale scampato alla “scuola municipale degli allievi spazzaturai” alle prese con un mondo di favole al contrario in cui gli orchi sono vegetariani, la Bella Addormentata è insonne, Barbablù gestisce un’agenzia matrioniale e Cappuccetto Rosso si fa servire e riverire da un lupo con tanto di grembiulino.
(Dettaglio delizioso, la dedica di Tofano: “A Simonetta e Oliviero, in acconto sull’eredità. Lo zio.”)
Roberta Sapino
– Adesso è completamente innocuo! Dal giorno che prese una terribile indigestione di scaloppine di neonati al madera, perché era rimasto senza denti e non poteva masticare, da quel giorno fece voto di non mangiare più carne, neanche di maiale. […]
Un orco vegetariano, che ha paura delle indigestioni e soffre di inappetenza (perché, sissignore, soffriva anche di inappetenza)…un orco sdentato… un orco che ride sempre e non fa mai gli occhiacci e, non dice mai: – Ucci, Ucci…che puzzi di cristianucci… – un orco che non è più orco insomma… un orco ammansato, un orco spodestato, un orco fallito… un orco liquidato… Dio! Che delusione, che amara delusione!… […] Quell’orco addomesticato mi sembrava un imbroglione. Sentivo che, se fossi rimasto ancora in casa sua, avrei finito col mancargli di rispetto a quel povero orco ridicolo e decaduto. Meglio scappare subito.
Sergio Tofano, Il romanzo delle mie delusioni, Einaudi








