Diario dalle prove (in pausa) DONATELLA MUSSO, LADY M. L’immateriale quotidiano

Schermata 2016-04-07 alle 17.40.08In certo modo, le prove proseguono anche quando non ci sono gli attori. Il lavoro di preparazione (o la pausa fra una tranche e l’altra delle prove) è un momento importante nell’elaborazione dello spettacolo. Bisogna dirlo, e a forza di dirlo si finisce per crederci. Le cose da fare non mancano, a incominciare dalla scelta e dal montaggio delle musiche e proseguendo con l’elaborazione, tutta mentale e solitaria, dello spazio. Ma uno spazio solamente pensato è una terra di conquista  che non offre resistenza, è completamente deserta, senza confini, senza abitanti, senza nemmeno un paesaggio. Sul tavolo vuoto si affaccia pericolosamente un inquilino col quale è molto difficile convivere: il Quotidiano.
Meglio fare una vera pausa e dedicarsi per qualche minuto alla lettura di Maurice Blanchot.

Il quotidiano sfugge. Perché? Perché è privo di soggetto. Quando vivo il quotidiano, l’uomo qualsiasi lo vive, ed egli non coincide veramente né con me né con l’altro; non è né l’uno né l’altro, ed è sia l’uno che l’altro nella loro presenza intercambiabile, nella loro irreciprocità annullata, senza che però ci siano un “Io” e un “alter ego” suscettibili di un riconoscimento dialettico. Nello stesso tempo il quotidiano non appartiene all’obiettivo: il vivere quale potrebbe essere vissuto in una serie di atti tecnici indipendenti (rappresentati dall’aspirapolvere, dalla lavatrice, dal frigorifero, dalla radio, dalla macchina) equivale alla sostituzione di una somma di azioni suddivise a questa presenza indefinita, a questo processo continuo (che non è però un tutto) grazie al quale siamo continuamente, anche se nei modi della discontinuità, in rapporto con l’insieme indeterminato delle possibilità umane. Beninteso, il quotidiano tende costantemente ad appesantiti in cose, perché non può essere assunto da un vero soggetto (anzi, mette in questione la nozione stessa di soggetto). L’uomo qualsiasi si presenta come uomo medio per cui tutto si apprezza in termini di buon senso. Perciò, come osserva Lefebvre, il quotidiano pesa soprattutto a chi lavorando, non ha altra dita che il quotidiano della vita; ma quando se ne lamenta, quando si lamenta del peso del quotidiano nell’esistenza, si sente subito rispondere: “Il quotidiano è uguale per tutti”. E qualcuno, con le parole del Danton di Büchner, aggiunge: “Non c’è speranza che tutto ciò possa mai cambiare”.

Maurice Blanchot, La conversazione infinita, Einaudi, Traduzione Giovanni Bottiroli

Ma sabato ricominciamo a provare.

 

L’Aquila 6 aprile 2009

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Urban knitting. Lavoro a maglia urbano. Una bella contraddizione, il lavoro a maglia, per tradizione, attiene a una dimensione intima, da dopoguerra, più che alla comunità: il tintinnio dei ferri nella penombra che circonda una lampada da quaranta volt, da dopoguerra; la zia dimenticata che prova a farsi accettare dalla famiglia riottosa, del tutto disinteressata ai maglioni per i ragazzi con i disegni paleonorvegesi, e ai calzettoni meno ancora, figuriamoci, con quella lana ispida che punge i polpacci adolescenti. Invece l’associazione aquilana Animammersa ha sottratto lo sferruzzare alla nebbia del Domestico e lo ha proiettato su una città fatta a pezzi dal terremoto e dagli uomini. “Mettiamoci una pezza” è stato il loro programma – e non per nascondere le rovine, ma per metterle in evidenza. Qualche anno fa crearono la coperta più grande della storia con i tasselli che giunsero, firmati uno per uno, da ogni parte del mondo. Nodi che non si dovrebbero sciogliere.

 

 

 

 

Diario dalle prove. PIERATTINI, A LOSING SUIT. 1>2 aprile Teatro Astra. Il punto è il filo

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http://fondazionetpe.it/spettacoli/a-losing-suit/

A pochissime ore dal debutto, incomincia a dipanarsi il filo che ricongiunge il ritorno di Gessica, la figlia dell’ebreo Shylock, a Venezia e al padre. Dice: “Non è un po’ tardi?” Lo confesso: sono già contento che l’abbiamo individuato, questo filo; la scrittura di Pierattini è nitida e al tempo stesso ellittica, ancorata alla pagina (verrebbe da dire: stampata in puri caratteri bodoniani) ma volatile, dunque lascia molti spazi aperti all’interpretazione e alla riscrittura scenica. Il punto, dunque, è il filo; Tatiana Lepore lo sta ancora dipanando, chiusa da qualche parte, mentre scrivo questa breve nota, ma già nella bozza di prova generale che abbiamo fatto ieri sera aveva trovato il bandolo. Il resto verrà nel corso del pomeriggio e soprattutto questa sera, al debutto. È una suspense davvero tonificante (anche perché sono sicuro che Tatiana lo lavorerà per bene, questo filo, creando arabeschi insospettabili per poi spezzarlo all’improvviso con la forza che le è abituale).

After Shakespeare. SERGIO PIERATTINI, A LOSING SUIT. Teatro Astra 1 e 2 aprile

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Gessica, la figlia di Shylock, alla fine è tornata dal padre. Ma è tornata per rimproverarlo. Per farne ancora una volta il capro espiatorio di colpe (forse) commesse da altri. E così, in un lungo monologo, Gessica ripercorre i tratti di una generazione senza padri, che ha cercato di tradire fino alle radici le proprie origini senza neanche riuscire a salvarsi.

Di Puck, dell’allodola, di un avventuroso conte e di quattro elefanti

la-fontaine-des-elephantsQuesta nota potrebbe diffondersi piacevolmente sul conte Benoit de Boigne, se ne avessimo il tempo. Ma le ore sono contate: appena tornati dall’incursione con Puck e l’allodola a Chambéry, tra poco ci sono le prove del prossimo spettacolo After Shakespeare (A losing suit, di Pierattini). Peccato, perché la storia del conte avrebbe meritato. Nato a Chambéry nel 1751 da una famiglia di pellicciai, il futuro conte costruì la sua vita come i personaggi dei romanzi del XVIII secolo: esercito (operante nelle Isole Mauritius), peregrinazioni e avventure in Asia; prigioniero dei Turchi, liberatosi dai quali se ne va in Russia dalla quale riparte per esplorare il Turkestan su mandato della grande Caterina… E qui bisogna stringere perché le prove incalzano. Diciamo che il conte dopo innumerevoli vicissitudini, decide di tornare nella città natale, molto ricco e bendisposto verso i suoi concittadini, ai quali lascia in eredità una cospicua fortuna destinata alla costruzione di rifugi per gli anziani, all’assistenza dei poveri e degli emarginati alla costruzione di un teatro, ecc. La città lo ricorda con la Fontana degli Elefanti, in riferimento alla sua lunga permanenza asiatica. Che è un bel colpo di scena, per il turista: fra Chambéry e l’Oriente non c’è alcun nesso, se non quello di un racconto mirabolante, possibile solo in un secolo come il XVIII. Questa notte, dopo uno spettacolo molto felice e una non meno gratificante cena, il pensiero andava al conte, ai quattro elefanti, e agli amici di Chambéry che ci sono sembrati i degni eredi di Benoit de Boigne; grazie alla loro passione, per una sera l’impassibile città savoiarda è diventata un nostro piccolo, onirico e fugace Oriente.

Puck e la sua Allodola se ne vanno in trasferta

PUCK Chambéry blogE così ce ne andiamo a recitare una sera a Chambéry, su invito degli amici dell’Università de la Savoie i quali avevano scoperto Radiospazio in occasione della rappresentazione de Il Pipistrello, di Pirandello; lo spettacolo invitato a Chambéry era quello,  ma non riuscimmo a combinare la trasferta per gli impegni degli attori. C’era molta più azione scenica, in quello spettacolo: le prove guittesche, un entr’acte, uno svenimento, un pipistrello che svolazzava per la scena… insomma, una successione di mulinelli che avrebbero permesso al pubblico francese di sorvolare sulla lingua. Perché recitiamo in italiano, naturalmente (“spectacle en langue italienne”, avverte la locandina). E questo, come sottolineava tempo fa l’attore velenoso/borioso/annoiato, è un “teatro di parola”. Beh, sì, a volte succede che a teatro i personaggi scambino quattro parole, ma qui vogliono esserci anche dei bei monologhi, e come se non bastasse anche dei versi. Vedo l’attore velenoso/malevolo che sorride. Ma gli spettatori francesi sono duttili e avranno anche il sussidio del testo tradotto, come i libretti d’Opera; ci sarà tutto un moto pendolare fra il testo francese e il palcoscenico ma avranno ragione i più pigri, quelli che riporranno il libretto abbandonandosi alle parole degli attori e alle musiche.

Il video della domenica. IL VANGELO SECONDO PASOLINI. Il sepolcro vuoto.

vangelo pasolinihttps://www.youtube.com/watch?v=P7RjM67QFRU

Buona Pasqua a tutti gli amici del blog!

Un appuntamento

imageCome i nostri amici di blog sanno, non rincorriamo la notizia e non lo faremo nemmeno in questa occasione. Di Paolo Poli scriveremo più meditatamente tra qualche giorno – peraltro, si tratta di un personaggio che non ha mai cavalcato l’attualità né ha mai cercato vetrine nelle quali esporre la sua mercanzia, non ne aveva bisogno: il teatro era dove lui era, e ciò che era intorno a lui diventava – fisiologicamente, direi – platea. Lo incontreremo fra un po’, quando sarà passata la rituale piena del cordoglio mediatico.

Facebook e lo scricchiolio dei ricordi

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Questi ricordi che saltano fuori dalla scatola a molla sono sempre stonati, fuori tempo, come certi coatti estroversi. Dice: “E’ un algoritmo, cosa credi? Non esiste un tizio che tutte le mattine si sveglia con il proposito di perseguitarti”. La cosa non cambia. Una volta aperta la scatola, sei inchiodato al ricordo di giornata: in questo caso, di quattro anni fa. Non è un ricordo brutto, ma certo faticoso. Radiospazio era appena stato cacciato (diciamo allontanato, dissuaso dal proseguire i suoi spettacoli) dalla biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Torino (per eccesso di pubblico: un caso stravagante, per non dire unico). Il nostro spettacolo su Flaiano era quasi pronto e non avevamo un teatro in cui debuttare. Ma dovevamo. Chissà poi perché  “dovevamo”: non si poteva rimandare, non ricordo la ragione, ma non si poteva – le urgenze di quattro anni fa erano evidentemente improrogabili. Ci venne in soccorso il gallerista Allegretti (al quale sono e siamo ancora grati) che ci ospitò generosamente  nei suoi locali. Lo spettacolo scorreva anche se in un alveo del tutto inedito come quello di una galleria d’arte: nella bella sala quadrata recitavamo davanti a un’opera fotografica che rappresentava frammenti di giardini. Affascinante, ma poco in sintonia con la Roma flaianea degli anni Sessanta; le luci erano spot sparati negli occhi degli attori. Il pavimento, a listoni, scricchiolava. Sempre. Era un vecchio e nobile pavimento piemontese che avrebbe figurato benissimo in un thriller. Piemontese e fantasmatico, perché si faceva sentire anche durante lo spettacolo, mentre gli spettatori erano fermi e ben ordinati sulle loro sedie (d’epoca? forse sì). L’impressione era quella di recitare nel salotto di una zia tanto affabile quanto lontana da tutto ciò che assomiglia al teatro. Fu l’ultima replica di Radiospazio in un ambiente così estraneo: gli spettacoli seguenti approdarono al palcoscenico. Con svariate disavventure ma senza scricchiolii (almeno del pavimento).

SCIE CINICHE. La carica dei genitori

nuovi coniugi palermo

repubblic palermo

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/05/30/news/la_maestra_rimprovera_un_alunno_i_genitori_chiedono_34_mila_euro-16979411/

Sarà vero? Non può essere vero. Forse è vero. E se fosse vero?

 

 

 

 

SCIE CINICHE. 21 marzo, GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

scie con leopardi

Non era cinico, Leopardi, ma questo frammento dello Zibaldone figura benissimo, oggi, nelle nostre scie. Prepariamoci perché stiamo per essere assaliti da ostentazioni che confinano con la sfrontatezza. La programmazione di radio tre sarà contrappuntata, gr dopo gr, da letture di versi; qualche giornalista, in vena rapsodica, si abbandonerà a divagazioni sulla poesia come redenzione del mondo; attori in libera uscita verranno posti davanti a un microfono e con voci nasalizzanti leggeranno tutti i versi leggibili e illeggibili, da Saffo al recente vincitore del Premio PoetiKanten. Si evocherà Alda Merini. Si riaccenderà il match “Con la cultura si mangia/non si mangia”. Per un giorno, a dispetto del monito leopardiano, la Bellezza (del Verso) s’imprimerà, come la decalcomania di un chewing gum,  su innumerevoli fronti analfabete. A mezzanotte, con lo spirare degli ultimi rantoli poetici, tutti a letto, bisogna recuperare le forze per la prossima Giornata Mondiale.
A proposito, il prossimo appuntamento è con la Giornata Mondiale della Lotta coi Cuscini.
Ecco quanto scrivono gli organizzatori: Come ad Amsterdam inizia a Napoli l’appuntamento con la giornata mondiale della lotta dei cuscini in programma il giorno sabato 2 aprile a piazza Bellini. Sarà Vincenzo Bellini (proprio lui! N.d.R.) a fare da teatro alla battaglia a suon di cuscinate. Per partecipare alla lotta basterà osservare poche semplici regole: chiamare il maggior numero di amici e conoscenti, non indossare occhiali e oggetti di valore, portare il proprio cuscino da casa, combattere lealmente. Siete pronti a partecipare alla lotta più divertente dell’anno?

Il video della domenica. TONY RICHARDSON, TOM JONES (in taverna con la lussuria)

cena tom joneshttps://www.youtube.com/watch?v=oWEx40H3Qu8

Dal 1958 al 1962, Tony Richardson realizza quattro film di culto che diventano altrettante pietre miliari del nuovo cinema inglese e che al tempo stesso rappresentano una cerniera fra il linguaggio teatrale e quello cinematografico. Qualche titolo: I giovani arrabbiati, ispirato al famoso Look Back in Anger, di Osborne; Il grande peccato, riscrittura cinematografica di Santuario, di Faulkner; Sapore di miele, rielaborazione del dramma omonimo di Shelagh Delaney; Gioventù, amore e rabbia, scritto da Alan Sillitoe. Forse oggi alcuni di questi nomi dicono poco ai più giovani, ma Osborne, Delaney, Sillitoe, erano i drammaturghi bandiera di quella generazione che venne definita “degli arrabbiati” e il loro passaggio dal palcoscenico al set cinematografico fu un ingresso davvero fastoso negli anni Sessanta.
Nel 1963 (qui arriviamo al nostro video), Richardson volta pagina e si dedica a uno dei grandi romanzi della letteratura inglese del XVIII secolo, Tom Jones, di Fielding; la sceneggiatura di Osborne garantisce la continuità con la drammaturgia del nuovo teatro inglese. Da un capolavoro letterario nasce – caso molto raro – un capolavoro cinematografico. (A qualche cosa la scrittura serve – sembra un’osservazione lapalissiana ma non guasta ricordarlo a qualche attore presuntuoso). La chiave di lettura di cui si serve la coppia Richardson/Osborne è l’ironia – ma non quella a cui potrebbe pensare l’attore presuntuoso di cui sopra, fatta di ammiccamenti al pubblico – l’ironia, qui, nasce da un preliminare, metodologico distacco critico da cui il regista prende le mosse per imprimere alla narrazione minuscoli slittamenti, impercettibili sovratoni, piccole parentesi stranianti, lievi esagerazioni del trucco… La scrittura cinematografica poggia su un sistema di segni calibrati e leggermente devianti che l’attore in questione non coglierebbe mai (infatti la visione di questo film gli è sconsigliata).

Veniamo alla nostra sequenza, perché ci siamo troppo dilungati. Ma prima, una brevissima silloge sul romanzo di Fielding nel quale si racconta, con ritmo picaresco, l’educazione sentimentale del giovane Tom, trovatello accolto da una ricca famiglia inglese e poi cacciato di casa quando il suo ambiguo benefattore si accorge dell’amore del ragazzo per l’aristocratica Sophie destinata a un adeguato matrimonio.
La virtuosistica sequenza che vi proponiamo è interpretata dal grande Albert Finney e da una non meno brava Joyce Redman nei panni di una ninfa boschereccia raccolta da Tom durante le sue peregrinazioni e condotta a banchettare in taverna.

 

Chi l’avrebbe detto?

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C’è chi ha fatto meglio, molto meglio, ma noi non gestiamo un movimento politico, non seguiamo l’evolversi dei media, non suggeriamo ricette di cucina. Tutto sommato, va bene così. Anzi, per non essere troppo compassati, diciamolo: proprio non ce lo aspettavamo che un giorno i nostri amici iscritti al blog sarebbero stati novemila (non c’erano aspettative di nessun genere, per  la verità). Ma le cifre, come si sa, danno alla testa, soprattutto agli astemi, e adesso di fronte a noi si erge un cattivo pensiero: e se un giorno arrivassimo alla cifra tonda di diecimila? Sempre senza accorgercene.

After Shakespeare. LIA TOMATIS, IL SOGNO DI BOTTOM. Teatro Astra – Sala prove 18 e 19 marzo

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Bottom e Quince stanno provando lo spettacolo che dovranno recitare al matrimonio del Duca di Atene. Finita la prova, Bottom si addormenta e per uno strano sortilegio si risveglia quattro secoli dopo davanti a un giovane regista che sta faticosamente cercando di mettere in piedi un “progetto produttivo” capace di ottenere qualche finanziamento pubblico. Un arido presente, nel quale le ragioni dell’arte e della cultura sono bandite, atterrisce Bottom che finalmente, dopo essersi di nuovo addormentato, si risveglia davanti al vecchio Quince: al quale racconta il suo sogno.