Dopo “Il pipistrello”. Il critico teatrale, un animale immaginario

il criticoÈ meglio raffigurarselo così, come una creatura di carta e comunque è necessario ricorrere all’immaginazione se si vuole dargli una fisionomia. Egli è un puro concetto, purtroppo meno divertente degli esseri nati dalla mente di Borges – niente a che fare, per esempio, con la Scimmia dell’inchiostro:

Questo animale abbonda nelle regioni del Nord, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso; gli occhi sono come corniole, e il pelo è nerissimo, serico e leggero, morbido come un cuscino. Ama molto l’inchiostro di china, e quando la gente scrive, si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate ad aspettare che abbiano finito. Poi beve il resto dell’inchiostro e torna ad accoccolarsi tranquillo.

(Borges, Il libro degli esseri immaginari)

Ieri sera, alle due repliche del nostro Pipistrello, il critico teatrale ovviamente non c’era ma solo gli attori più attempati ne hanno notato l’assenza perché avevano sentito parlare di un’epoca in cui queste creature erano esistite; i più giovani, che sono decisamente più smaliziati, sanno fin dalla nascita che il critico teatrale non esiste – è un mondo curiosamente alla rovescia, quello del teatro: i bambini non credono alla Befana mentre i vecchi bacucchi non mancano mai di mettere la calza sotto il camino prima d’ogni replica. Io sono abbastanza vecchio per testimoniare, a costo d’essere preso in giro, che c’è stata un’epoca in cui i critici teatrali esistevano. Anzi, dirò di più, ho il sospetto che da qualche parte ce ne sia ancora uno, addirittura a Torino. Ma forse mi sbaglio, non è un critico teatrale, devo pensarci su. Vi saprò dire.

 

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