Un fuori programma (radiofonico e poetico) con CARLO EMILIO GADDA

gadda antenna buonaUn Gadda poeta. Inconsueto, vero?, e per di più poeta licenzioso che costruisce il suo sonetto intorno a una  metafora fallica, gaddianamente riplasmata su un calco arcaico.. Non sono in grado di datare esattamente questa piccola composizione; certamente risale ai primordi della radio, quando l’antenna era di fondamentale importanza per il funzionamento dell’apparecchio. Ed è proprio sull’antenna radiofonica che Gadda costruisce la similitudine che mette in relazione la svettante propaggine radiofonica con l’inadeguatezza della sua antenna personale – stando almeno al rimprovero della sarcastica Nice.


«Quest’antenna è pur, mia Nice,
Vanto e merto al caro armadio
Donde abbiam sì dolce il suon. »
Mi sogguarda irata e dice:
«Sarà l’arme della radio,
        Non la tua, però, fellon. »

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 6ª e ultima puntata. 9’

 

tristan vox stelloncino 6ª per blog

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Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. Una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta prende a perseguitare Tristan Vox, dapprima con lettere amorose poi con deliranti disegni pornografici che destabilizzano il fragile conduttore. Per di più, sui giornali compare la foto di un bel giovanotto presentato come Tristan Vox – niente a che vedere con l’insignificante Robinet. L’impostore (perché di questo si tratta) e il conduttore si confrontano: il primo chiede un risarcimento per abuso della sua immagine. Alla fine del colloquio, Jeanine, la tirannica segretaria di Tristan Vox, si getta dalla finestra. In punto di morte confessa: esistono due Isotte; la prima, quella delle lettere amorose, era la moglie di Tristan, la seconda, quella dei disegni porno, era lei stessa, Jeanine. Ma perché? Le due donne non sopportavano più di vivere accanto a un uomo che si nascondeva al mondo, ciascuna a suo modo aveva cercato di provocarlo, di farlo uscire allo scoperto.
Dopo la morte di Jeanine, Robinet decide di abbandonare il campo e si ritira con la moglie in uno sperduto paesino di campagna.

Nei gorghi della radio. Michel Tournier.TRISTAN VOX, sceneggiato.Audio 2ª puntata. 12’30”

tournier blog 2ª puntata

con Roberto Accornero, Eleni Molos, Francesco Benedetto, Michela Atzeni, Alessandro Salvatore, Carlo Nigra
assistente alla regia: Mariangela Durante
sceneggiatura e regia: Alberto Gozzi
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Pubblichiamo la seconda puntata del nostro sceneggiato Tristan Vox, tratto dall’omonimo racconto di Michel Tournier.
Nella prima puntata abbiamo conosciuto i protagonisti:
Félix Robinet è un grigio conduttore radiofonico di un’emittente francese. Il suo fisico non è dei più prestanti ma la sua voce (e anche le banalità che snocciola) seducono le ascoltatrici. La sua vita è monotona, tutta casa e radio, né Robinet aspira a una vita movimentata, da quel “topo di radio” che è.
Jeanine è ufficialmente la sua segretaria, in realtà la sua tiranna che gli impone non soltanto un superlavoro ma anche la linea della trasmissione. Il mite Robinet vorrebbe ribellarlesi ma non riesce.
Jacotte è la moglie di Robinet. Cuoca raffinata e maniacale, rafforza il suo legame coniugale con le sue ricette. Dopo tanti anni di matrimonio, riesce ancora a stupire il marito con le sue uscite stravaganti.
La seconda puntata si apre con Robinet che torna a casa e trova, oltre alla moglie, uno dei suoi piatti preferiti, il carré d’agneau.

Puoi ascoltare la prima puntata di Tristan Vox sul bloghttps://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/09/25/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-1a-puntata-923/

Radiofellini

fellini cannocchialePer il giovane Federico la radio fu una sorta di zia dai fianchi larghi e dalle maniere semplici, dispensatrice di gratificanti merende con pane burro e marmellata; oppure, se si vuol essere’ più maliziosi, una nave scuola, una signora dalle miti pretese, che svezzò l’aspirante cineasta chiedendogli prestazioni modeste, alla sua portata ma che si sarebbero rivelate preziose per il suo apprendistato. Trasmissioncine semplici, avrebbe detto lui che amava i diminutivi e i vezzeggiativi, storielline, battutine… Insomma, una gavetta facile nella quale Federico avrebbe incominciato a buttar giù i primi abbozzi di quella che sarebbe stata la sua poetica ma senza rifletterci troppo. I suoi sketch radiofonici risentono di quel “Realismo magico” che Bontempelli aveva messo in circolo nella nostra  letteratura e al tempo stesso di quella “poetica del circo” che avrà un ruolo importante nella cinematografia di Fellini autore a tutto tondo. Per chi ama i riferimenti biografici, vale la pena di ricordare che proprio in questo periodo radiofonico Fellini incontrò Giulietta Masina per la quale scrisse un ciclo di storielle che ebbero un certo successo anche se, ascoltate oggi, appaiono un po’ sdolcinate. Insomma, sono svariate le ragioni che ci inducono a invitarvi all’ascolto di “Nel regno delle canzonette”, pubblicato il 27 giugno in questo blog.

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P.S. Per i cultori della radiofonia d’epoca (e non), il viaggio nella canzone proposto in questo sketch fu un modello imitato innumerevoli volte nei decenni successivi.

Federico Fellini. Nel regno delle canzonette. Audio/Radiospazio. durata 7’02”

08.fellini.nel regno delle canzonette

Fra il 1939 e il 1943, Fellini collabora con l’EIAR, acronimo dell’emittente pubblica durante il Fascismo con un centinaio di copioni radiofonici che costituiscono il primo contatto del giovane Federico col mondo dello spettacolo. In questo periodo di apprendistato si delineano alcuni temi che diventeranno centrali nella poetica di Fellini autore cinematografico: uno fra i tanti, il Varietà.

 

 

 

Una visione: Radiospazio taxi

taxi e radio piccolaIeri mattina, piccolo trasloco dal teatro Astra. Umile attrezzeria: un bicchierino, una bottiglia, un cestino con qualche fiore finto, una torcia elettrica ma qualche elemento un po’ più teatrale, come un tavolino ammiccante a un impossibile settecento e tre sgabelli grigi che con certe rifrazioni di luce e visti da molto lontano avrebbero potuto far parte dell’allestimento di un Goldoni in abiti moderni prodotto da uno Stabile di provincia poco dopo la scomparsa di Strehler.

Ci siamo serviti di un taxi-furgone.
Il tassista era eclettico ed estroverso, la militanza nel traffico non l’aveva appannato, anzi sembrava che ogni semaforo lo ritemprasse. Da uomo sagace, deduttivo e amante delle arti, s’interessò subito alle vicende della nostra formazione e quando seppe che si trattava di Radiospazio teatro la sua immediata simpatia nei nostri confronti si tramutò in amore, anzi in affinità elettiva. Amava e aveva sempre amato la radio, in particolare i radiodrammi. Nell’entusiasmo rievocò un’antica serie di Ellery Queen che io dovetti fingere di ricordare.
Ora, è straordinario il numero di persone che si professano devote ai radiodrammi e non parlo solo degli ascoltatori più attempati (la nostalgia, il dopo guerra, l’infanzia…): il tassista era giovane, sulla quarantina quindi deve aver ascoltato i gialli di Ellery Queen prima delle elementari. L’amore, l’entusiasmo per i radiodrammi non conosce età, il suo ricordo permane anche nei cuori di chi non l’ha conosciuto (una notorietà di natura straordinaria, quasi soprannaturale); fra i miei studenti è diventato addirittura trendy nonostante riescano ad ascoltarne solo pochi frammenti durante il corso.
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno: forse il radiodramma, ormai tramontato e a suo tempo sepolto dalla rai sotto una colata di calce, suscita, per via della sua natura liquida,  impalpabile, un senso di solidale protezione come un tempo avvenne per gli indiani d’America costretti nelle riserve. Forse è irresistibile il profumo rétro che emana dal suo nome vecchiotto, un odorino di cui sono impregnate le soffitte e gli anni Quaranta così come lo erano quelle austere giurie che premiavano gli “autori drammatici” con statuette vittoriose montate su basi di marmo dalle venature funeree a ricordare che anche la gloria radiofonica è destinata a finire, come tutte, là sotto.
Ma la mente del tassista non aveva spazio per questi pensieri, al contrario galoppava verso il futuro, un futuro prossimo, a patto che lo si volesse costruire, nel quale sui taxi si trasmettono per i passeggeri radiodrammi di varia durata, a seconda del percorso. Fra le auto imbottigliate nelle ore di punta si sarebbero incrociate le trame e le voci degli attori formando un reticolo di narrazioni, di porte che scricchiolano e di musiche, di passi nella notte e di tamburi sommessi che sostengono le grida delle vittime, un radiodramma frammentario e inscatolato in ogni singolo taxi ma nello stesso tempo globale.
Una visione: Radiospazio taxi.