L’evidenza di Sua Eminenza. “Il pipistrello” all’Auditorium Cottolengo

l'evidenza di sua eminenzaIn queste due ultime stagioni, intorno a Radiospazio si è creato un piccolo nucleo di pubblico: tanto affezionato quanto selezionato, verrebbe da dire, anche se per la verità nei sogni inconfessati di ogni teatrante c’è una grande platea che trabocca di spettatori – e anche se non sono affezionati e selezionati, pazienza.
Domenica 18 maggio, quando abbiamo replicato Il pipistrello all’Auditorium del Cottolengo, abbiamo incontrato un pubblico nuovo e a noi sconosciuto. Dopo un solo spettacolo non si può parlare di affezione ma l’empatia che circolava era forte. E salutare, direi. Per quanti non hanno visto lo spettacolo e leggono questo blog, ricordo che nella nostra riscrittura scenica Il pipistrello è un gioco di meta-meta teatro; nasce da un breve racconto di Pirandello che narra di una compagnia di comici alle prese con una modesta commediola di maniera. Durante le prove, un dispettoso pipistrello terrorizza le attrici e naturalmente non manca di farlo anche al debutto. La primattrice perde i sensi ma il suo svenimento infiamma il pubblico, annoiato fino a quel momento dalla banalità della commedia. Il fiasco annunciato si trasforma in successo. Di qui il dilemma: come si può riprodurre nelle repliche successive la fortuita combinazione pipistrello/svenimento (autentico) dell’attrice? Evidentemente non è possibile perché il conflitto fra verità e finzione è insanabile, dice Pirandello, che scrive questo suo racconto nel 1920, l’anno prima di Sei personaggi in cerca d’autore, cioè del testo in cui la sua riflessione sul teatro raggiunge il livello più alto e complesso. Su questo racconto abbiamo inoltre costruito una vicenda para-pirandelliana inventando un personaggio femminile, la Signora Fu, che ricalca in chiave ironica la Signora Frola di Così è se vi pare. Insomma, nello spettacolo circolano una serie di “meta” e di “para” che non finisce più perché combinandosi gli uni con gli altri tendono a proliferare indefinitamente. Mi dicevo, poco prima dell’inizio, che incontrare un pubblico nuovo con uno spettacolo in cui abbondano i piani di lettura e i riferimenti interni poteva riservare delle incognite. Ma, come recita uno del “Proverbi” di De Musset, “Impossibile tutto prevedere”, e qualche volta le incognite sono piacevoli, come quelle dell’altra sera. Da improvvisato cronista dello spettacolo, ne propongo due momenti esemplari. Il primo riguarda il passaggio da un prologo improvvisato che introduce all’azione scenica vera e propria: a luci di sala accese, due attori sfogliano un giornale cercando notizie sullo spettacolo che stanno provando; quando le chiacchiere, volutamente sciatte, sono terminate e sul palcoscenico si sono accesi i riflettori, si è levato un deciso “Oooh!” dal pubblico. Che era un sonoro “finalmente si recita”: non si poteva sottolineare meglio il passaggio dalla banalità del non-teatro alla pregnanza della rappresentazione. Il secondo passaggio riguarda l’entrata entrata in scena nei panni (scalcagnatissimi) di un vescovo: la compagnia (quella meta-teatrale) non aveva mezzi, questo lo si era capito, ma l’orrore di quel costume acquistato in rete per 16 euro, combinato col cipiglio indispettito dell’attore che doveva indossarlo, ha scatenato una risata che saliva e scendeva le scalinate dei “meta” e dei “para” con splendida agilità per affermare, anche senza enunciarla criticamente, la supremazia dell’evidenza scenica.