In favore dei tavoli immaginari
Negli spettacoli di Radiospazio, almeno fino ad oggi, l’ultima delle preoccupazioni era la scenografia. Le nostre messe in scena si sviluppavano gioiosamente, e anche con una punta di impudenza, in una terra di mezzo, fra radio e teatro, che sfruttava la forza evocativa delle musiche combinantesi con le parole per creare ambienti impalpabili.
Non c’era dunque bisogno di scenografia alcuna. Qualunque elemento scenico sarebbe risultato pesante e soprattutto statico, secondo la grande intuizione di Arnheim – l’azione essendo continuo, incessante movimento e quindi fatalmente in contrasto con l’immobilità della scenografia.
Questo impianto scenico virtuale viaggiava sul filo del rasoio: le scenografie immaginarie che le musiche e gli effetti creavano nella mente dell’ascoltatore radiofonico rischiavano in ogni momento di rivelare la loro inconsistenza allo spettatore teatrale. In pratica, la mise en abyme dello studio radiofonico, rivelando il semplice meccanismo del gioco, rischiava di spacciare gli ingredienti al posto del risultato, come il ristoratore che proponga uovo sbattuto, parmigiano grattato e noce moscata al posto di una frittata.
Devo dire che il pubblico non ha mai protestato, come invece farebbero i clienti di un ristorante: questo mi ha fatto pensare che abbiamo sempre incontrato spettatori particolarmente educati, oppure che nella loro mente si producesse una sintesi (un’illusione?) che sul piano strategico non era stata prevista, almeno da me.
Nel “Ritorno di Casanova” fa il suo ingresso la scenografia sotto la forma di un piccolo tavolo e di due sgabelli. E’ incredibile come questa intrusione, apparentemente così modesta, si riveli fastidiosa. Terminata una scena, diventa subito ingombrante e la si deve parcheggiare da qualche parte; un attimo più tardi, serve di nuovo e impone agli attori un lavoro di facchinaggio (non abbiamo servi di scena) che li affatica spiritualmente, rischiando di trasformarli in torvi operatori di un’impresa di traslochi. Mai più tavoli, in scena, se non immaginari.
A. G.