Jean Tardieu. Conversazione sinfonietta. Audio/Radiospazio. durata 11′

07. tardieu.conversazione sinfonietta

Che cosa succede quando agli strumenti di un concerto si sostituiscono le voci degli attori? Verrebbe da rispondere: l’Ineffabile della Musica si trasforma in chiacchiera. Infatti quello che Tardieu mette in scena travestendolo della prosopopea della musica è il nostro parlato quotidiano, la nostra propensione a raccontare banalità spacciandole per romanzi e riflessioni profonde. Il risultato di questa mascherata linguistico-musicale è un grottesco esilarante che fa di questa piccola pièce un gioiello del teatro dell’Assurdo.

 

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 6ª e ultima puntata. 9’

 

tristan vox stelloncino 6ª per blog

http://www.spreaker.com/user/7367339/tristan-vox-vi-e-ultima-puntata

Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. Una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta prende a perseguitare Tristan Vox, dapprima con lettere amorose poi con deliranti disegni pornografici che destabilizzano il fragile conduttore. Per di più, sui giornali compare la foto di un bel giovanotto presentato come Tristan Vox – niente a che vedere con l’insignificante Robinet. L’impostore (perché di questo si tratta) e il conduttore si confrontano: il primo chiede un risarcimento per abuso della sua immagine. Alla fine del colloquio, Jeanine, la tirannica segretaria di Tristan Vox, si getta dalla finestra. In punto di morte confessa: esistono due Isotte; la prima, quella delle lettere amorose, era la moglie di Tristan, la seconda, quella dei disegni porno, era lei stessa, Jeanine. Ma perché? Le due donne non sopportavano più di vivere accanto a un uomo che si nascondeva al mondo, ciascuna a suo modo aveva cercato di provocarlo, di farlo uscire allo scoperto.
Dopo la morte di Jeanine, Robinet decide di abbandonare il campo e si ritira con la moglie in uno sperduto paesino di campagna.

In galleria. Gli orti del teatro.

 

filodrammatici 1Idraulici e avvocati, studenti e geometri, salumieri e pensionati: le filodrammatiche degli anni Cinquanta erano la rappresentazione plastica di un interclassismo operoso che la Democrazia Cristiana tentava di realizzare a livello politico praticando sofisticate alchimie e delicati, complessi equilibri.
Le signore erano rare, ridotte al minimo indispensabile e, se appena era possibile, i ruoli femminili venivano ricoperti da signoroni corpulenti, meglio se barbuti perché nelle farse finali , che erano di rigore, il contrasto fra quei pelacci e i rossetti, i belletti, le gonnone e i fazzolettoni faceva ancora più ridere. Le mogli, le sorelle, le fidanzate erano comunque utilissime in retrovia, dunque a casa, per cucire costumi, tuniche e fondalini. Ben visti, anzi necessari i bambini e gli adolescenti, maschi e femmine, perché il repertorio delle filodrammatiche prevedeva molti drammi familiari, e nelle scene madri era necessario mostrare la piccola vittima in carne ed ossa, volta a volta figlia illegittima, orfana, incompresa.
L’impegno dei filodrammatici era rigoroso, come ispirato a un imperativo morale profondo. Artigiani, operai, professionisti, maestre di catechismo passavano le loro serate, dopo il lavoro, discutendo sui copioni e soprattutto provando. Tutto questo fervore non prevedeva alcuna ricompensa (anzi, erano gli attori che si autofinanziavano) se non il piacere di esibirsi di fronte ad amici, parenti e pubblico del quartiere. C’era, in queste imprese spontanee, una modestia che oggi mi sembra tanto più preziosa in quanto inconsapevole: non avreste trovato, infatti, nelle stagioni dei filodrammatici, un classico, ma titoli come Un dramma in miniera, Scacco matto, I seguaci di Giuda, Lo spettro bianco, Tormento, Focolare infranto. E dire che, in quanto produttori di se stessi, quegli attori avrebbero potuto decidere di sbizzarrirsi con i capolavori shakespeariani, goldoniani, ibseniani. La borghesia colta (?), ovviamente, snobbava con un sorriso il lavoro di quegli umili artigiani del teatro, che magari la mattina erano andati a riparare un rubinetto nelle loro case, e andavano al Teatro Comunale a vedere Gassman, Ricci e Ruggeri.
Oggi, la coltivazione di questi virtuosi, dimenticati orti minori può sembrare stravagante e incomprensibile. E comprensibilmente, perché nell’epoca dei bandi che giustamente favoriscono i progetti teatrali le compagnie novae (quelle dei più attempati non esistono quasi più) affrontano i più arcigni monumenti teatrali con la serenità del neonato nell’incubatrice. La leggerezza è prerogativa dei giovani, si sa, e chi non ha mai preso a sassate un classico alzi la mano, ma ogni tanto qualche promotore di bando potrebbe assumere il ruolo dell’adulto e fare “Ehm… ehm”, discretamente, fra le quinte. Non per conculcare la creatività, ci mancherebbe: un colpetto di tosse potrebbe essere l’embrione della consapevolezza, chissà.