
In un pomeriggio d’estate, Alice stava seduta sotto un’acacia. Guardava la baracca degli attrezzi e pensava che il giardino avrebbe meritato qualcosa di meglio – quelli delle amiche erano certamente più affascinanti; Amy si vantava molto della sua fontana a forma di sirena che zampillava dalla coda; quante storie avevano inventato su quella prosperosa ragazza-pesce che tendeva le mani verso chissà quale amorosa avventura!; e nel giardino di Jessica c’erano due grandi tartarughe di pietra sulle quali le bambine salivano cavalcioni per farsi trasportare nei regni più straordinari, sopra e sotto il mare, perché erano tartarughe magiche che sapevano nuotare e volare. Quel pomeriggio, la fatiscente baracca le sembrava una zavorra inerte e più indecifrabile del solito. «Credo di non avere abbastanza immaginazione», pensava Alice, «per inventare qualcosa di fantasioso su un rudere come questo.»
Poco più tardi, un coniglio bianco di un metro e settantacinque circa le dimostrò che si sbagliava.
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