Galleria. La baracca degli attrezzi

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In un pomeriggio d’estate, Alice stava seduta sotto un’acacia. Guardava la baracca degli attrezzi e pensava che il giardino avrebbe meritato qualcosa di meglio – quelli delle amiche erano certamente più affascinanti; Amy si vantava molto della sua fontana a forma di sirena che zampillava dalla coda; quante storie avevano inventato su quella prosperosa ragazza-pesce che tendeva le mani verso chissà quale amorosa avventura!; e nel giardino di Jessica c’erano due grandi tartarughe di pietra sulle quali le bambine salivano cavalcioni per farsi trasportare nei regni più straordinari, sopra e sotto il mare, perché erano tartarughe magiche che sapevano nuotare e volare. Quel pomeriggio, la fatiscente baracca le sembrava una zavorra inerte e più indecifrabile del solito. «Credo di non avere abbastanza immaginazione», pensava Alice, «per inventare qualcosa di fantasioso su un rudere come questo.»
Poco più tardi, un coniglio bianco di un metro e settantacinque circa le dimostrò che si sbagliava.

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Carlo Bordini. Gli scrittori di destra (Le parole e le cose)

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“Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera),”

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A spasso con Mister Hyde. Le donne allo stadio

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Un vecchio racconto

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C’era un vecchio racconto che tutte le mamme narravano ai loro bambini quando li portavano al parco. Era per l’appunto un racconto sul parco e su un vecchio signore che viveva solo. Nel vecchio racconto, il signore, oltre a essere solo, era anche povero (le mamme sottolineavano sempre questo particolare: per preparare i loro bambini al peggio? per instradarli al risparmio? per instillare in loro il senso del patetico ormai del tutto espunto dalla vita moderna?). Dunque, nonostante le ristrettezze il vecchio signore teneva sempre in tasca una manciata di nocciole quando faceva la sua passeggiata al parco, sì, proprio quel parco in cui si trovavano loro in quel momento (le mamme lo sottolineavano sempre: per creare un effetto realtà?). Dunque, un giorno in quel parco il vecchio signore aveva incrociato uno scoiattolo che attraversava il viale di corsa passandogli quasi sui piedi; solo com’era, subito pensò che quella creaturina doveva assolutamente diventare sua amica. L’indomani lo rivide. Questa volta era su un ramo. Il vecchio signore posò una nocciola per terra e si allontanò di qualche passo. Con molta cautela, l’animaletto scese, afferrò la nocciola e corse via. Da quel momento, il vecchio signore, che non aveva nient’altro da fare, pensò solamente al momento felice in cui il suo futuro amico avrebbe preso la nocciola direttamente dalla sua mano e incominciò ad allontanarsi sempre meno dal boccone, dopo averlo posato per terra. Giunte a questo punto del racconto, le mamme, diminuivano la distanza fra il vecchio signore e lo scoiattolo con una lentezza esasperante: “Un giorno si fermò a due metri… il giorno dopo, a un metro e novantanove centimetri… poi  a un metro e ottantotto centimetri…” (ignoravano che ogni suspense ha un limite), così che ai bambini non gliene importava più niente di quell’addestramento così noioso e correvano via per i viali del parco con le bocche spalancate gridando: “Aria, aria!”. Il vecchio racconto cominciò a perdere la sua energia narrativa (che era già flebile in partenza) finché, anche per ragioni di età (era un racconto anonimo ormai sfibrato dal tempo), non tirò le cuoia lasciando i suoi protagonisti a una ventina di centimetri l’uno dall’altro in attesa di un contatto che non sarebbe mai avvenuto.

Massimo Gezzi, Qui non può trovarmi nessuno (Le parole e le cose)

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Milena Jesenká (1896-1944) fu la destinataria delle celebri lettere di Kafka, oltre che sua traduttrice e suo amore irrealizzato. La casa editrice Giometti & Antonello ha appena pubblicato “Qui non può trovarmi nessuno” una scelta dei suoi scritti – a cura di Dorothea Rein – e delle sue lettere a Max Brod, per la traduzione di Donatella Frediani. Pubblichiamo due scritti di Jesenská apparsi sul quotidiano «Národný Listy» nel 1921 e nel 1923].

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A spasso con Mister Hyde. Mors tua vita mea

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. La dottoressa Clancy

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La desiderava pazzamente, o almeno così credeva, perché in materia ne sapeva poco. Una volta aveva sentito il dottor Stillman (uno degli ingegneri che l’avevano costruito) confidarsi in laboratorio con il dottor Fuchs. Parlavano di una collega, la dottoressa Clancy. Stillman non parlava con la sua solita voce, emetteva dei brontolii che stavano fra il gemito e il rantolo: «Sono pazzo di lei! Quelle gambe mi mandano fuori di testa!» Il mite e laborioso dottor Stillman. Che passava l’intera giornata curvo tavolo da disegno. Un esempio per tutti. Almeno una volta doveva averla alzata, quella testa mentre passava la dottoressa Clancy. E gli era bastato per perderla.
PJ 18 era un robot programmato per azioni belliche leggere, più che altro come deterrente: lo avevano dotato di una piccola pistola con la quale poteva sparare scariche elettriche che teoricamente avrebbero dovuto spaventare il nemico. Una sera il dottor Stillman lo aveva convocato in laboratorio: «Sdraiati. Facciamo lo straordinario.» Lo aveva aperto, poi aveva incominciato ad armeggiare. Toglieva e metteva, senza dare spiegazioni, come sempre. Intanto parlava con quella voce che faceva paura: «Ho riflettuto a lungo e ho deciso che non è giusto… Anche tu devi sapere cosa significa… Adesso non puoi capire, ma quello che ti faccio è un grande dono, sai?» Lo aveva rimontato e PJ 18 si era sentito un po’ diverso da quando si era sdraiato sul lettino. Il mattino dopo, da come gli altri lo guardavano si rese conto che non era solo una sua sensazione. Quando incrociò la dottoressa Clancy, le si fermò di fronte, quasi sbarrandole il passo. Sentiva una necessità inedita, intensa e dolorosa, quella di parlarle a lungo ma lui stesso non sapeva di che cosa e comunque il vocabolario a sua disposizione sarebbe stato insufficiente. Riuscì soltanto a dirle: «Il dono…» La dottoressa Clancy rise: «Che ti prende, PJ? Siamo su di giri stamattina?» Si rese conto che le stava fissando le gambe. La dottoressa rise ancora e si allontanò.

PJ 18 si rese conto che quello di Stillman non era stato un dono. Senza quella maledetta modifica non si sarebbe mai accorto che la dottoressa Clancy era fornita di un paio di gambe, né tanto meno si sarebbe sorpreso a puntarle contro la pistola emettendo qualcosa che stava fra un gemito e un grugnito.

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Riscritture. Bence Hajdu, E poi non rimase nessuno

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Svuotare non significa necessariamente distruggere. Portar via qualcosa può anche essere un gesto di salvazione (sottrarre qualcosa a qualcuno per preservarlo). Il gesto dell’artista ungherese Bence Hajdu, che sottrae ai capolavori classici l’elemento umano, si presta a svariate interpretazioni – a me ne viene in mente una distopica: lo svuotamento di senso che si manifesta in tante circostanze coinvolge anche l’arte figurativa. Oppure: inorriditi (per molte ragioni), gli abitatori del bello se ne sono andati.
Altri interventi di Bence Hajdu, oltre a questa Annunciazione del Beato Angelico al link: 

https://www.collater.al/bence-hajdu-abandoned-paintings/

 

A spasso con Mister Hyde. L’impiccagione

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Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Le marionette

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Fino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi in una stupida alce avanzata dal Natale: l’aveva fatta parlare con due voci, una da imbonitore e una  melliflua, ma l’espediente drammaturgico non aveva funzionato e il pubblico era corso via inorridito.
Contemplando la platea vuota si chiese perché si ostinava a fare teatro e non si dedicava invece ai video che non creano problemi: basta schiacciare un pulsante e via.

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aaaf84b0a48b8d65fa5f585b33ad3adcFino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi…

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Massimo Zamboni, Estraneità (Doppiozero)


“Circola nel corpo del paese il presentimento sempre più profondo di uno slittamento: il passaggio dalla condizione del sentirsi cittadini – condizione mai regalata, ma conquistata – a quella del sentirsi progressivamente estraniati. Stranieri in patria. Non c’è bisogno di vocabolario per definire l’attuazione di questa sensazione nel nostro quotidiano, ora che il nostro essere esautorati dalla vita pubblica è pressoché completo.”

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Bertolt Brecht, Lode dell’imparare


Nel 1933 quando Bertolt Brecht scrisse “Lode dell’imparare” in Germania al potere c’era Adolf Hitler, nominato cancelliere il 29 gennaio di quello stesso anno. In febbraio veniva limitata la libertà di stampa . Il 24 marzo Hitler acquisì i pieni poteri e infine il 10 maggio a Berlino i nazisti bruciarono 20.000 libri di autori non graditi al regime. Gli studenti ebbero l’ordine di bruciare tutti i libri che non corrispondevano all’ideologia nazista. I testi di molti autori stranieri e di tutti gli autori ebrei furono bruciati in enormi falò in tutte le grandi città. 

Premesso che ogni poesia, come ogni altra opera, offre svariati percorsi interpretativi, invito gli esegeti da social network che non siano già all’ultimo stadio dell’odio e dell’irragionevolezza, a non dare subito in escandescenze. “Tu devi prendere il potere”: non allude a un’azione violenta ma, al potere che deriva dalla conoscenza o, per parafrasare l’autore, dall’abc e dal libro, che “è un’arma”. È un po’ avvilente sorprendersi mentre si scrive un’avvertenza che in altri tempi sarebbe stata pedante e pleonastica. Ma erano tempi in cui la Belva non aveva ancora preso ad impazzare. Non ci sembravano gran cosa, quei tempi; ignoravamo quelli che sarebbero venuti.

Impara quel che è più semplice!

Per quelli il cui tempo è venuto

non è mai troppo tardi!

Impara l’abc; non basta, ma

imparalo! E non ti venga a noia!

Comincia! devi sapere tutto, tu!

Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!

Impara, uomo in prigione!

Impara, donna in cucina!

Impara, sessantenne!

Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola, senzatetto!

Acquista il sapere, tu che hai freddo!

Affamato, afferra il libro: è un’arma.

Tu devi prendere il potere.

Non avere paura di chiedere, compagno!

Non lasciarti influenzare,

verifica tu stesso!

Quel che non sai tu stesso,

non lo saprai.
Controlla il conto,

sei tu che lo devi pagare.

Punta il dito su ogni voce,

chiedi: e questo, perché?

Tu devi prendere il potere.

[1933]