Forse negli anni di scuola ci è capitato di leggere in fretta e magari con un tanto di noia le parti dei Promessi sposi che avevano l’aria di digressioni storiche non essenziali per seguire la trama dei protagonisti del romanzo. Per esempio le pagine che descrivono la peste di Milano attraverso il contagio di massa della popolazione. E poi quella frase, che resterà famosa, sul buon senso e il senso comune nel capitolo XXXII, quando Manzoni scrive: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.
“Ma di cosa parliamo, quando parliamo di verità in poesia? Non tanto di rispecchiamento di una verità di fatto, di un’evidenza cogente da salvaguardare, ma piuttosto di una verità a venire, non data. Si parla di ‘verità’, ma il discorso confina con il terreno su cui campeggia la parola ‘speranza’.”
Jeans falso consumati. Falso strappati. Pantaloni falso
mimetici. Borse mimetiche. Capelli falso giovani, rossastri. In giro falsi
rasta. Falsi gangsta, falsi rap. Falsi punk. Falsi giovani. Borchie falsamente
utili. Magliette falso scolorite. Falsa vita vissuta. Falsa esperienza, falso
inconscio, falso immaginario, falsa coscienza. Falsa la megalopoli, falso il
lavoro. Falso legno, ffalso antico, false le cacche di mosca su falsi mobili.
Il falso grezzo nei ristoranti falso-fichetti, o vero-fichetti per falsi
fichetti. Falsi gli hipster con false barbe folte lunghe tagliate quadre, false
camicie da falsi boscaioli, birre falso-artigianali. False calvizie, falsi
muscoli con tatuaggi falso tribali. Veloci sfrecciano falsi falsi pappagalli
verdi, frutto del riscaldamento globale, anch’esso artificiale, posticcio,.
Falsi i pesci nelle pescherie: orate di allevamento, salmoni artificiali mangia
merda, vongole non-veraci, spigole di acque chiuse, rombi di fondali
plastificati. Falci i cespugli intorno alla stazione Metro A, che esibisce una
falsa modernità ammantata di falsa tecnologia nel falso durevole, falso come il
falso bugnato dei muri modulari di contenimento dopo il sottopasso, falso il
cordoglio dei manifesti fascisti che celebrano semistrappati un militante greco
morto da quarant’anni, stupidamente, inutilmente, in una stagione di falsa
contrapposizione politica, molto violenta, sanguinosa, che produceva morti
veri, ma per falsi scopi, come i manipoli di falsi rivoluzionari che compivano
vere azioni militari. Falsi i film nei cinemi più a valle frequentati da teste
canute – Ma davero t’è piasciuto? – tardo-riflessive con in mente falsi convincimenti,
imbottiti di falsa buona coscienza, come tutti i loro simili, qui e altrove.
Falsa l’urgenza con sirene del purma daa Squadra che preme per avere strada.
Tutto il falso e il falso-vero sono più veri dell’autenticamente vivente, del
davvero risalente L’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone,
abituata all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica
cosa condivisa, il linguaggio.
Da alcuni anni, quasi quotidianamente, troviamo i contatti dei nostri lettori di Hong Kong. Da alcuni giorni si sono interrotti. Speriamo che si tratti di una comprensibile e momentanea disaffezione.
Nella boxe, al pari di quanto accade negli scacchi, occupare il centro del ring è considerato strategico per condurre a buon fine un incontro. Per difendere questa posizione, dalla quale è più facile piazzare dei buoni colpi, i pesi massini rimangono piantati di fronte al loro avversario chiudendo la guardia ben prima di contrattaccare. Tutti, ma non lui. «Fluttua come una farfalla, pungi come un’ape», lo incitava Dundee «Bundini» Brown, il suo primo allenatore da professionista. Perché il ring, Muhammad Ali lo occupava danzando, saltellando da un lato all’altro, cambiando velocemente guardia, giocando con ogni mossa, sorridendo di fronte al pericolo e alla sfida, prendendosi gioco di avversari ancor più forti e imponenti dei suoi 100 kg per 1 metro e novanta di altezza.
Leggi l’intero articolo:
https://ilmanifesto.it/muhammad-ali-quella-danza-sul-ring-che-divenne-rivolta/
Quello dei piatti era un rito al quale Andrew non si era mai sottratto perché gli sembrava di dover riparare a una colpa di famiglia. Ricordava lo sgomento che lo prendeva, da piccolo, quando suo padre, uomo all’antica e sicuramente anche crudele, si accomodava dopo cena in poltrona, accendeva un sigaro e osservava con un sorrisetto lascivo la moglie che si dava da fare con alte pile sbilenche di piatti e tegami (erano sette in famiglia) senza muovere un dito. Andrew si era proposto di non assomigliare in niente a suo padre. Quando ripercorreva la sua vita passata, era soddisfatto di esserci riuscito. Ne era soddisfatta anche sua moglie Ethel, che non perdeva occasione per dire di aver sposato proprio un buon marito: mite, soprattutto, contrariamente a quel bruto del suocero, che soffriva di un priapismo inguaribile e che ancora dopo i settant’anni passava la serata al bordello dal quale rientrava insaziato per affliggere quella sua povera moglie fino al mattino, quando finalmente crollava con un ultimo ruggito – toccava poi alla povera donna mandare avanti la casa perché quell’animale dormiva fino alle due del pomeriggio, quando saltava dal letto come una molla e riprendeva a tormentare la sua vittima.
No, Andrew non assomigliava proprio a suo padre. Collaborava alle faccende domestiche volentieri, e aveva sempre manifestato il massimo rispetto per la moglie.
Anche i loro tre figli erano stati concepiti con elegante sobrietà.
Ma per Ethel il ricordo del suocero, ormai defunto da molti anni, affiorava, stranamente, durante la lavatura dei piatti. Era un flash improvviso che la trasfigurava. Andrew se ne accorgeva quando lei appoggiava bruscamente una scodella, col rischio di romperla, e gli piantava addosso quei due occhi ardenti del dopo cena che ben conosceva e che con l’età non accennavano ad affievolirsi.
«Com’è intimo, vero?, qui, fra noi due, a quest’ora …»
Per Andrew, la lavatura dei piatti non era altro che una routine, ma poiché era mite le dava ragione.
«Sì, molto intimo, ma ne abbiamo ancora un bel po’ da lavare.»
Ethel taceva, ma non ci pensava nemmeno a desistere, quindi passava alle vie di fatto. Qualche volta si chiedeva se non avesse ereditato qualcosa da suo suocero, anche se sarebbe stata un’assurdità genetica.
Gli attori li conosci meglio
quando le cose procedono nello smarrimento. Non parlo delle contrarietà che
accompagnano le produzioni marginali, a quelle ti abitui presto e anzi, con una
punta di (forzato) snobismo, impari a fregiartene come di una assurda
medaglietta di latta; dico invece di quello smarrimento più sottile da cui sono
colti i teatranti quando si accorgono che sta salendo la nebbia della
solitudine. Si continua ad andare, naturalmente, mica ci si può fermare, ma
dove si vada è meno chiaro di quando si è partiti; soprattutto, ed è ancora
peggio, incomincia a venir meno il senso di ciò che si fa: con chi lo si
condivide? Non c’è nessuno in vista, se non un pubblico molto ipotetico.
Insomma, bisogna uscire dalla palude da soli, a braccia, afferrandosi per il
codino e tirando con tutte le forze, secondo l’insegnamento del Barone di Münchhausen.
A differenza del Barone, Gianluigi riusciva in questa difficile impresa senza
sforzo (e, vista la sua bellissima calvizie, anche senza usare il codino);
aveva fatto, e soprattutto vissuto, tanto teatro da poter attraversare la
palude con una mite gentilezza che contagiava anche i suoi compagni. Teneva la
rotta, sia dello spettacolo che dei rapporti, con l’istinto del timoniere, come
gli dicevo ogni tanto inducendolo a schermirsi. Scherzavo e lo pensavo
davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, lo scorso autunno, in un
trittico di spettacoli (di cui trovate traccia nel nostro blog *); il terzo era una riscrittura dei Colloqui
col professor Y,di Céline. Quando mandai il copione a
Gianluigi, qualche mese prima delle prove, mi disse che sperava di essere
all’altezza di un’impresa così difficile (la modestia era autentica): avrebbe
studiato tutta l’estate, altrimenti non ne saremmo usciti. All’inizio delle
prove eravamo preoccupati tutti e due per la medesima ragione: non è facile per
un regista lavorare con un attore che ha mandato il testo a memoria;
inevitabilmente, il copione si modella sulle intonazioni e sui ritmi del suo
interprete come un abito su misura, e non è facile, poi, scucire e modularlo su
un disegno registico. Il primo a rendersene conto era proprio Gianluigi, ma non
c’era altra soluzione.
La prima prova fu un imprevedibile “Pizzetti show” (peccato non averlo
registrato): il testo céliniano si sviluppava in combinazioni fantasiose e per
me inaspettate, una vera riscrittura d’attore attraverso la quale mi sembrava
di leggere spettacoli e personaggi molto nitidi e al tempo stesso non
riconoscibili uno per uno: un background dell’attore e un angolo di storia del
nostro fare teatro (più o meno) recente nel quale ritrovavo forme e attori
scomparsi. Forse era semplicemente la Tradizione, ma senza la prosopopea che il
termine spesso si porta dietro. Lo spettacolo sarebbe stato tutt’altra cosa, ma
quel primo personale show, sul quale Gianluigi ragionava con lucidità e
autoironia, fu un’ottima base di partenza: la sua intelligente disponibilità a
mettere in discussione ciò che aveva costruito in solitudine ci permise
di realizzare una trasmutazione che non credevo possibile: il testo di Céline,
così pericolosamente legato al personaggio dell’autore che agisce sulla scena
(è imbarazzante: come parla Céline, come si muove?), si trasferì perfettamente
in un Céline/Pizzetti, che era (fortunatamente) altro, autonomo. Alla mia
riscrittura drammaturgica Gianluigi aveva sovrapposto la sua. Per dire meglio,
era la sua storia d’attore che si riversava nel presente dello spettacolo, con
la generosità e la consapevolezza laica e nobile dell’effimero che è
connaturato a questo lavoro.
Nel settembre del
1984 Primo Levi si compra un Golem. Non l’automa di argilla creato da un
rabbino-mago di Praga, ma quello che lui stesso definisce un “elaboratore
testi”, ovvero un computer. L’analogia figura in un suo articolo, e gli è
suggerita dal fatto che, per far funzionare la
macchina, bisogna introdurre nella fessura alla sua base, quasi una bocca, un
disco-programma, così come il rabbino immette nella bocca del gigante di
argilla una pergamena per vivificarlo.
“Una delle più celebri fotografie che ritraggono Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968) è quella scattata dal grande Ugo Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973):
nell’immagine si vede l’artista, padre dello spazialismo, mentre apparentemente
ha appena finito di eseguire un taglio su di una tela
con il suo taglierino Stanley. In realtà, avrebbe poi spiegato Mulas, Fontana
aveva solo fatto finta d’incidere la tela: per esigenze creative, l’artista
aveva chiesto di poter posare di fronte a un’opera già finita, fingendo d’averla appena tagliata.”
Leggi l’intero articolo:
https://www.finestresullarte.info/1082n_come-lucio-fontana-realizzava-i-suoi-tagli.php
Svariati decenni prima, andava spesso alle mostre. Ma adesso, fra le tante, non gliene veniva in mente nessuna; le aveva fuse tutte in un’unica grande sala molto bianca e molto vuota. Insistendo nel ricordo, erano entrati in scena tanti straccetti colorati con dentro delle piccole signore che ridevano molto perché gestivano contemporaneamente molte relazioni piccanti. Poi sulle pareti tirate a calce si erano disegnati degli abiti neri e affusolati che contenevano donne lunghe e pallide delle quali si potevano leggere solo le bocche dipinte di viola e gli occhi carichi di kajal. Qualcuno gli aveva detto di guardarsene perché nascondevano un rostro acuminato. Ma non erano meno interessanti di quelle policrome. Difficile scegliere. Guardò, senza toccarlo, l’invito che spuntava per tre quarti dalla busta. Era uno strano biglietto: specificava l’indirizzo della mostra ma non indicava l’ora. Inoltre, aveva un tono perentorio che non gli piaceva: “La S.V. è pregata di presentarsi…” Neanche fosse una convocazione al distretto militare. Decise che sarebbe andato, tuttavia, anche perché era molto che non incontrava nessuno. Uscì di casa subito, come in preda a una fretta immotivata. Quando giunse alla galleria si accorse che l’ora era quella giusta.
La
situazione è questa: una scrittrice entra e esce dall’ospedale psichiatrico per
iterati tentativi di suicidio. È la vita che sta rinchiusa dentro un labirinto
e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita
è troppo articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il
ricovero è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così
che, malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio nella lettura,
pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero che la
consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non mi è
passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come vivere”.
La situazione è questa: una scrittrice entra e
esce dall’ospedale psichiatrico per iterati tentativi di suicidio. È la vita
che sta rinchiusa dentro un labirinto e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita è troppo
articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il ricovero
è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così che,
malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio
nella lettura, pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero
che la consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non
mi è passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come
vivere”.
Lèvin era sposato da più di due mesi. Era felice,
ma in un modo completamente diverso da come lui si aspettava. Ad ogni passo
s’imbatteva in delusioni sui suoi vecchi sogni e nuovi insospettati incanti.
Lèvin era felice ma, entrato nella sua nuova vita di famiglia, ad ogni passo si
accorgeva che era qualcosa di completamente diverso da quel che lui
s’immaginava. Ad ogni istante egli provava quel che avrebbe provato un uomo
che, dopo aver ammirato il placido, tranquillo scorrere di una barchetta su un
lago, si fosse egli stesso seduto su quella barchetta. Aveva visto che, oltre a
tenersi diritto senza vacillare, bisognava tener presente, senza dimenticarsene
per un solo istante, dove ci si doveva dirigere, che sotto i piedi c’era
l’acqua e che bisognava remare, che le mani non avvezze facevano male, insomma
che guardare era facile, ma guidare davvero la barca, anche se dava gioia, era
molto difficile
Gigliola Cinquetti aveva 16 anni quando cantava Non
ho l’età che nel 1964 vince il festival di Sanremo. Lei voleva
crescere, doveva crescere, per poter amare e uscire sola con te…