
Federica Gregoratto, Antieroine, angeli della storia e ruote (forse) spezzate: Sul “negativismo” di Game of Thrones (Le parole e le cose)




“Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.”
Leggi il resto dell’articolo: https://ilibrideglialtri.com/2017/01/11/lasciate-fare-la-poesia-ai-poeti/

Nella carriera leggendaria di Valentina Cortese c’è un gioiello costruito insieme a Truffaut, “Effetto notte”, uno dei film nei quali l’autore mette in scena il cinema, il suo rapporto con gli attori e le sue quotidiane perplessità nel misurare il suo progetto con una quotidianità inafferrabile e provocante come il mercurio. Qui Valentina Cortese gioca con il personaggio della diva in declino, afflitta dall’alcol e, ancor di più, da quella svagatezza, non si sa se metafisica o sapientemente sorniona, che ha fatto di lei una grande icona del nostro teatro del Novecento. Forse l’ultima.

“Che cosa sosteneva Macdonald? Che a fianco della tradizionale distinzione tra la cultura alta (o Highcult), quella degli scrittori e dei musicisti importanti, e la cultura di massa (o Masscult), quella che viene sostanzialmente prodotta dai media, la notevole diffusione dei media di massa (cinema, radio, televisione) stava facendo emergere un nuovo tipo di pubblico che richiedeva un tipo di cultura appositamente realizzata: la cultura media o Midcult.”
leggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/rubriche/1919/201807/macdonald-eco-e-la-cultura-di-massa


La tosse del 32 era poetica, dolce, rassegnata. Sembrava quasi una litania, una preghiera, un miserere. Il 36 non aveva ancora imparato a tossire, così come la maggior parte degli uomini soffrono e muoiono senza avere imparato a soffrire e a morire. Il 32 soffriva con arte: con quell’arte del dolore antico, paziente, saggio, che si ritrova per solito soltanto nelle donne.
Il 36 si rese conto che la tosse del 32 gli faceva compagnia come una sorella che ti veglia; sì, sembrava tossire per fargli compagnia.
Quanto al 32, la tosse del 36 le fece pena e le ispirò simpatia. Ben presto si accorse anche di quanto fosse tragica. «Stiamo cantando un duetto», pensò; e sentì perfino una punta di pudore, come se fosse una cosa sconveniente, un appuntamento nella notte.
L’idea di coppia, d’amore, del duetto, nacque prima nel numero 32 che nel 36. La febbre le ridestava un certo misticismo erotico. Erotico! Non è questa la parola. Eros! L’amore sano, pagano, cos’ha a che fare qui? Ma era pure sempre amore, pacifica compagnia nel dolore. E fu così che quello che in effetti voleva dire la tosse del 32 al 36 non era molto lontano dall’essere proprio quello che il 36, nel delirio, credeva di udire:
«Sei giovane? Anch’io. Sei solo al mondo? Anch’io. Ti fa orrore l’idea della morte nella solitudine? Anche a me. Se ci conoscessimo! Se ci amassimo! Io potrei essere il tuo rifugio, il tuo conforto. Non ti accorgi dal mio modo di tossire che sono buona, gentile, discreta, casalinga… che saprei fare di questa vita precaria un nido di piuma morbida e dolce… Perché non alzarci, allora? Sì, mettere insieme il nostro dolore? La mia anima lo chiede e anche la tua.»
E la malata del 32 udiva nella tosse del 36 qualcosa di molto simile a quello che il 36 desiderava e pensava: «Sì, vengo. Tocca a me, certo. Sono un malato, ma sono anche un uomo, un cavaliere. È mio dovere, vengo…»
Leopoldo Alas, Il duetto della tosse, Mondadori

Hanno scritto alcuni lettori augurando buone vacanze. Li ringraziamo, ricambiamo, e con l’occasione ricordiamo che il blog non chiude; solo la Galleria si prende una piccola pausa per quanto riguarda la produzione delle novità. Rimane comunque a disposizione del lettori (può essere un’occasione per leggere eventuali post perduti, sono davvero molti). Le pubblicazioni sul blog continuano, anche se con un po’ di affanno dovuto al caldo.


“No. Non riesco a scriverlo. Non riesco a scriverlo un pezzo serio sull’esame di “maturità”. Sarà il caldo, sarà questo caldo imprevedibile e letale, umido e soffocante la mattina, torrido e feroce nel primo pomeriggio, le vampate di calore che salgono dai marciapiedi, ti avvolgono, ti portano, sarà il caldo, sarà la stanchezza, saranno i ventilatori tristi dietro di noi, quest’aria da ufficio fantozziano, ma l’esame sembra ormai galleggiare in una specie di bolla onirica.”
Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36026#more-36026
“Repressione è civiltà”

Tutti i giovedì, Susan veniva portata dagli zii. L’orario era variabile, poteva andare dalle 17 alle 19, ma anche dalle 15 alle 20, dipendeva dalla telefonata che la mamma faceva sempre, appena erano uscite in strada. Non si capiva perché dovesse farla dalla cabina telefonica e non da casa. Certo era una telefonata diversa da tutte le altre. La mamma parlava piano, con la bocca incollata alla cornetta (una cosa molto strana, visto che teneva tanto all’igiene); spesso era così alterata che diceva soltanto dei pezzetti di frase: «Ah, tu credi che io…!», «Non questo che…», «No, io non l’ho mai detto…», «Quindi, per te sarei quel tipo di donna…», «Sono proprio una cretina, una…». Cose del genere. Finita la telefonata, la mamma aveva sempre fretta. «Su, sbrigati che sono in ritardo! Finisce che te lo getto, quel gelato!» Susan aveva sentito dire che la mamma lavorava part time. Non aveva capito bene di cosa si trattava, ma quando pensava al suo futuro si diceva che non avrebbe mai scelto un lavoro che rende la gente così nervosa. Anzi, non avrebbe proprio lavorato per niente. Una volta aveva visto alla tv un film nel quale una ragazza incontrava un signore che le comprava un appartamento, un’automobile e un sacco di altre. La ragazza rideva sempre, non aveva orari, incontrava tanti amici e poteva mangiare tutti i gelati che voleva. Quando non le andava di vedere quel signore, lo cacciava via, ma lui non si arrabbiava, anzi le mandava dei fiori. Susan non sapeva bene che lavoro fosse; certo era molto meglio di quel part time. E lei era molto più carina della mamma.