Le figurine di Radiospazio. Noia e lettura

Oggi sarebbe proprio il giorno adatto alle Affinità elettive
Credo di averla ascoltata leggere Le affinità elettive
dozzine di volte ormai
È da deficienti
ma è una lettura ideale
per scacciare la noia
né troppo impegnativa
né decisamente scema
assolutamente adatta a ogni orecchio
Un linguaggio soporifero
ho sempre pensato fino a oggi
(A Richard) Lei non legge
uomo fortunato
A lei Goethe non ha ancora guastato il mondo
A me l’ha reso via via sempre piú repellente
Anche piú in generale
la letteratura
mi ha incupito il mondo
eppure non passa settimana
senza che lei mi legga almeno un libro
Lei legge legge legge
e io intanto mi annoio a mortema con quella noia mortale sono almeno piú soddisfatto
che senza

Thomas Bernhard, Elisabetta II (questa non è una commedia), Einaudi

Katherine Anne Porter. La pastorella (Racconto)

Per il ballo mascherato Amy aveva copiato il suo costume da una pastorella di porcellana di Sassonia che stava sul cami­netto in salotto: cappello a nastri, corpetto scollato, gonne corte, scarpine verdi e tutto. Gabriel si era vestito in modo da far coppia con lei.
Tutto andò a meraviglia fino al momento di uscire: il padre di Amy posò lo sguardo sulla figlia, con quelle caviglie bian­che che brillavano, il seno profondamente scoperto, due mac­chie tonde di colore sulle gote, e cadde in un accesso di fu­rore per proprietà oltraggiata.
«È un obbrobrio! Non accadrà mai che mia figlia vada in giro con un vestito simile. È osceno! Osceno!»
Amy s’era tolta la maschera per fargli un sorriso. « Ma come, papà, » gli disse soave, « che cosa c’è che non va? Guarda la pastorella sul caminetto: l’hai sempre sotto gli oc­chi, e non ti sei scandalizzato mai!»
«C’è una bella differenza! Sì, una bella differenza, cara signo­rina, e tu lo sai benissimo! Sali immediatamente di sopra, e chiudi quella scollatura, e allunga quella gonna a una lun­ghezza decente prima di uscire da questa casa: e lavati la faccia!»
«Non ci vedo niente di male,» osservò con fermezza la madre. Poi sedette accanto ad Amy e se la spicciarono pre­sto: dopo dieci minuti, ecco ritornare la giovane con la faccia pulita, la scollatura ricoperta di merletto, e la gonna da pa­storella che spazzava pudibonda il tappeto dietro di lei.
Ma quando Amy uscì dallo spogliatoio per il suo primo ballo con Gabriel, il merletto era sparito dalla scollatura, le vesti erano rialzate più arditamente di prima, le macchie sulle gote sembravano due melograni. Gabriel era in estasi, e i due giovani convennero che spesso i vecchi erano noiosi, ma non conveniva farli inquietare disobbedendo apertamente: la loro gioventù era passata, ormai, che cosa vivevano a fare?

da Antico stato mortale

In scena. Oggi, alle 21. Philippe Forest, Hiroshima e Nagasaki ottant’anni dopo. Robin club, Via Rovigo 13, Torino

43 secondi

radiodramma
Roberto Accornero Eleni Molos

Sarinagara

racconto teatrale
Luana Doni Alice Gagno Giulia Rebonato

traduzione di Gabriella Bosco
alla console Lisa Lo Presti
regia di Alberto Gozzi

Durata dello spettacolo 60′

In scena: Philippe Forest, Hiroshima e Nagasaki, ottant’anni dopo. Mercoledì 22 ottobre, al Robin club, Via Rovigo 13

Primo tempo
43 secondi, radiodramma
Roberto Accornero Eleni Molos

Secondo tempo
Sarinagara, racconto teatrale
Luana Doni Alice Gagno Giulia Rebonato

traduzione di Gabriella Bosco
alla console Lisa Lo Presti
regia di Alberto Gozzi

Durata dello spettacolo 60′

Franz Kafka, Il messaggio dell’Imperatore

Il messaggio imperiale L’imperatore — così si dice — ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno — si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.

Franz Kafka, Racconti, SE editori

Grace Paley, Volere e non volere (Racconto)

Ho visto il mio ex marito per la strada. Io ero seduta sui gradini della biblioteca nuova. Ciao, vita mia, ho detto. Siamo stati sposati ventisette anni, perciò mi sentivo autorizzata. Lui ha fatto: Cosa? Quale vita? La mia no di certo. Io ho fatto: Ok. Se c’è vero dissenso, non mi metto a litigare. Mi sono alzata e sono entrata in biblioteca per vedere quanto dovevo. La bibliotecaria ha detto 32 dollari, e ce li devi da diciott’anni. Io non ho negato nulla. Perché non capisco come fa il tempo a passare. Ce li ho, quei libri. Ci ho pensato spesso. La biblioteca dista solo due isolati. Il mio ex marito mi ha seguita al banco delle Restituzioni. Ha interrotto la bibliotecaria, che avrebbe avuto altro da dire. Per molti versi, ha ripreso, se ci penso, attribuisco il disfacimento del nostro matrimonio al fatto che non hai mai invitato i Bertram a cena. Può essere, ho detto io. Se ricordi bene, però: primo, quel venerdì mio padre stava male, poi sono nati i bambini, poi avevo quelle riunioni il martedì sera, poi è iniziata la guerra. E a quel punto ci sembrava di non conoscerli più. Comunque hai ragione. Avrei dovuto invitarli a cena. Ho staccato un assegno di 32 dollari alla bibliotecaria, e lei mi ha subito dato fiducia, si è lasciata il mio passato alle spalle, mi ha ripulito la fedina, proprio quello che gran parte delle altre burocrazie municipali e/o statali si rifiutano di fare. Poi ho preso in prestito i due libri di Edith Wharton che avevo appena restituito, perché li avevo letti troppo tempo fa e adesso sono più pertinenti che mai. Sono La casa della gioia e I ragazzi, che parla di com’era cambiata in ventisette anni la vita a New York negli Stati Uniti di cinquant’anni fa. Una cosa bella che mi ricordo è la prima colazione, ha continuato il mio ex marito. Io sono rimasta sorpresa. Avevamo sempre preso solo il caffè. Poi mi sono ricordata che sul fondo dell’armadio a muro in cucina c’era un buco che guardava nell’appartamento accanto. E quelli mangiavano sempre il bacon trattato allo zucchero. Cosa che dava un senso di lusso alla nostra colazione, ma senza farci sentire satolli e svogliati. Parli di quando eravamo poveri, ho detto. E quando mai siamo stati ricchi?, ha chiesto lui. Be’, col passare del tempo, man mano che le responsabilità crescevano, non ci è mai mancato nulla. Tu eri abbastanza bravo con i soldi, gli ho ricordato. I bimbi andavano al campo estivo quattro settimane ogni anno e con incerate dignitose, sacchi a pelo e scarponcini come tutti gli altri. Gli stavano molto bene. Casa nostra d’inverno era calda, e avevamo dei bei cuscini rossi e via dicendo. Io avrei voluto una barca a vela, ha detto lui. Tu invece non volevi mai niente. Non usare questo tono risentito, ho detto. Non è mai troppo tardi. No, infatti, ha detto lui con notevole risentimento. Può darsi che me la faccia, la barca a vela. Anzi, a dire il vero ho già dato la caparra per un 5 e 40 a due alberi. Quest’anno sto guadagnando bene e penso che migliorerò ancora. Per te invece è troppo tardi. Resterai una che non vuole niente. Per tutti e ventisette quegli anni aveva avuto l’abitudine di fare questi commenti gretti che, come una sonda stura-tubi, riuscivano a farsi strada dal mio orecchio fino alla gola e ad arrivarmi quasi al cuore. Poi spariva, mollandomi lì intasata di attrezzi. Insomma, mi sono riseduta sugli scalini della biblioteca e lui se n’è andato. Mi sono messa a sfogliare La casa della gioia, ma mi sono stufata. Mi sentivo tremendamente sotto accusa. Ora, è vero, io scarseggio di richieste e pretese assolute. Ma qualcosa che vorrei c’è. Per esempio, vorrei essere una persona diversa. Vorrei essere la donna che restituisce questi due libri entro quindici giorni. Vorrei essere la cittadina attiva che cambia il sistema scolastico e interpella la Commissione Urbanistica in merito ai problemi di quest’adorata metropoli. In effetti avevo promesso ai miei figli di mettere fine alla guerra prima che diventassero grandi. Avrei voluto rimanere sposata con un’unica persona per sempre, il mio ex marito o quello attuale. Entrambi hanno abbastanza carattere per una vita intera, che tra l’altro non è poi un tempo così lungo. Una sola, breve vita non basterebbe a esaurire le qualità dell’uno o dell’altro, né ad arrivare al fondo delle sue motivazioni. Giusto stamani ho guardato fuori dalla finestra per scrutare un po’ la strada e mi sono accorta che i piccoli platani teneramente piantati dal comune un paio d’anni prima che nascessero i bambini proprio oggi avevano raggiunto il fiore della loro vita. Bene! Ho deciso di riportare quei due libri in biblioteca. Il che dimostra che se arriva una persona o un fatto a scuotermi o a valutarmi io ce la faccio, a prendere l’iniziativa come si deve, benché sia più nota per i miei commenti gioviali.

Grace Paley, Tutti i racconti, Big Sur

Le figurine di Radiospazio. Il dilemma del formaggio

Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d’importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all’angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto dalla Tenuva – la centrale del latte – e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d’importazione o locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era un po’ più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o una cooperativa agricola, nella valle di Ierezel o fra le alture di Galilea, c’era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico – allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando il formaggio straniero? La mano non avrebbe tremato? D’altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l’odio fra i due popoli. E il sangue che si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L’umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era ancora stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello bruno del mugiko incolto dall’animo nobile dei racconti do Tolstoj! Dunque come avremmo potuto diventare così spietati da voltare le spalle al suo formaggio rustico?

Amos Oz, Una storia d’amore e di tenebra, Feltrinelli

Il video della domenica. Robert Aldrich, Che fine ha fatto Baby Jane? (La scena della bambola) 4′

Straordinaria miscela di horror e melodramma, il film racconta la vicenda di “Baby” Jane Hudson, ex-bambina prodigio che tiene reclusa nella sua vecchia casa la sorella Blanche, famosa diva di Hollywood degli anni ’30, paralitica dopo un incidente d’auto di cui Jane pare sia stata colpevole. Tra le due sorelle c’è un rapporto sadomasochistico, che la follia di Jane fa sfociare addirittura nel macabro. Indimenticabile duello interpretativo di due grandi star di Hollywood (vinto però da una toccante Bette Davis, sgradevole e patetica Baby Jane, in quella che forse è stata la sua migliore interpretazione), nemiche storiche la cui nota rivalità ha conferito verosimiglianza al rapporto tra i due personaggi

Italo Svevo, L’ordigno (frammento)

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorchè la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte piú considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha piú alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno

Le figurine di Radiospazio. La tirannia

Dionisio I di Siracusa, 430 a.C – 367 a.C

La tirannia è un regime in cui vi sono molte leggi e poche istituzioni, la democrazia un regime in cui vi sono molte istituzioni e pochissime leggi. L’oppressione si manifesta quando le leggi raggiungono direttamente gli uomini e non le istituzioni preliminari che garantiscono gli uomini.

Gilles Deleuze, Istinti e istituzioni, Meltemi