
Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani, traduzione di Ida Omboni e Marisa Caramella














Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani, traduzione di Ida Omboni e Marisa Caramella














I
La tribù s’era fermata! Aveva trovato in mezzo al deserto un vasto paese ricco d’acqua, di prati e d’alberi e, involontariamente, senza che nessuno lo proponesse, invece di farvi una delle solite soste fugaci, aveva messo radice in quel paradiso, era stata avvinghiata dalla terra e non aveva più saputo staccarsene. Pareva fosse giunta a quel grado superiore di evoluzione ch’esclude la vita nomade; riposava della marcia secolare. Le tende lentamente si mutarono in case; ogni membro della tribù divenne proprietario.
Corsero gli anni. Alì, un guerriero inquieto, refrattario alla nuova vita, sellò il cavallo e galoppò da una parte all’altra di quello ch’egli s’ostinava di chiamare accampamento, gridando:
– Io proseguo, seguitemi.
– E chi ci porterà dietro la nostra amata terra? – domandarono i più.
Soltanto allora tutti ebbero coscienza d’essere legati per sempre a quel pezzo di terra, e Alì partì solo.
II
Il vecchio Hussein era chiamato a decidere una questione insorta fra due proprietari di terreni limitrofi. La questione era complessa di molto. Uno dei due diceva spettargli anche una parte del raccolto dell’altro, perché per errore l’aveva lavorato; la colpa poteva essere dell’altro, che non aveva saputo imprimere sul terreno i segni del proprio diritto.
Hussein lungamente meditò, poi disse:
– Consulterò le leggi della tribù.
Il giorno appresso, nel Consiglio degli anziani, dovette dichiarare che la legge non prevedeva quel caso. Era la prima volta che un coltivatore chiedeva giustizia, perché prima non c’erano stati coltivatori.
Gli anziani si portarono alla piazza dei comizi pubblici e convocarono l’intera tribù:
– Noi non sappiamo fare giustizia; se qualcuno sa dettarcela, parli franco.
Tutti tacquero. L’intera tribù non aveva saputo sciogliere il difficile problema.
III
Hussein allora parlò:
– Fratelli! La nostra tribù è ricca di tutto fuorché di leggi! Per avvicinarmi il più possibile, nel caso concreto, alla giustizia che ignoro, decido che il raccolto, che diede luogo al litigio, sia diviso in parti uguali fra i due contendenti. Acché in avvenire i nostri giudici possano evitare anche la piccola ingiustizia da noi quest’oggi commessa, la tribù invii un suo membro a studiare l’organizzazione dei popoli che vivono da secoli nell’assetto che noi conosciamo soltanto da anni. Costoro hanno certamente leggi che regolano i diritti di chi lavora e di chi possiede.
Tutti consentirono. Avevano capito che la tribù doveva creare la propria giustizia.
Hussein disse ancora ai querelanti le generose parole:
– Uno di voi due è stato oggi tradito dalla tribù che gli doveva la giustizia esatta. Non vi dolga! Forse il vostro litigio sarà ricordato con riconoscenza dai posteri.
IV
Achmed partì. Gli anziani lo elessero a delegato della tribù, all’unanimità. Era giovanissimo ma, per la sua età, sorprendentemente attivo ed assennato. I profeti (nella tribù ve n’erano ancora) dicevano ch’era destinato ad aumentare il benessere e la gloria della tribù; e gli anziani, per rispetto ai profeti, agirono in modo che la profezia si avverasse.
Achmed partì. Conscio dell’importanza della missione affidatagli, quando si trovò solo sulla via, ripetè a se stesso il giuramento fatto poco prima agli anziani: – Patria mia, io ti porterò la giustizia.
Giunto in Europa, per lunghi anni studiò, tanto che di lui si diceva: Achmed studia come un’intera tribù.
V
Quando, dopo sì lunga assenza, ritornò in patria, non ancora sceso da cavallo, passando per le vie della piccola città, s’accorse subito che le condizioni della tribù s’erano mutate di molto. Non ne fu sorpreso. Era troppo naturale che così fosse. La legge economica non perdeva della sua forza neppure nel centro del deserto; e le piccole linde casette, che avevano da prima sostituite le tende, erano scomparse per far posto a sontuosi palazzi e a luride catapecchie. Passavano uomini seminudi ed altri coperti di stoffe preziose.
Achmed si rizzò sulla sella per guardare lontano. No! Il comignolo della fabbrica non era ancor giunto fin lì.
“Arrivo in tempo per importarlo io” pensò Achmed.
Gli anziani si radunarono per ricevere le comunicazioni di Achmed.
Ma la prima assemblea non fu che una lezione di giustizia pratica che Achmed diede ai suoi compatrioti. Egli aveva trovato i suoi beni occupati da altri. O che lo si aveva mandato via per derubarlo con comodità?
Gli anziani riconobbero la giustezza dell’osservazione e deliberarono di versare ad Achmed tanto oro quanto egli avrebbe potuto trarre dalla vendita dei suoi terreni.
Ad Achmed però non bastava:
– E come sarò retribuito di tutto il tempo che dedicai esclusivamente al bene della tribù? Io oggidì avrei aumentato considerevolmente quel mio patrimonio; possederei altre terre e palazzi se, nell’epoca in cui la proprietà fra voi andava formandosi, io non fossi stato assente. Esigo che all’importo, che mi sarà destinato ad indennizzo, vengano aggiunti gl’interessi degl’interessi in base ad un computo ch’io v’insegnerò.
Gli anziani dimostravano di consentire.
VI
Ma il decrepito Hussein s’alzò per manifestare un’opinione ben differente:
– Il tuo computo noi lo conosciamo già, disgraziatamente. Sappi, Achmed, che la tribù non è più quella che tu lasciasti. Ho paura che il tuo viaggio sia stato inutile, perché noi, oramai, di leggi ne abbiamo anche troppe. Non si potè attendere il tuo ritorno per compilarle, e furono fatte giusta i bisogni che ci parevano urgenti, e seguendo assiomi che ci sembravano naturali. Pareva che queste leggi dovessero condurci alla felicità, e invece la tribù di eroi, che hai lasciata, s’è mutata in un agglomerato di vili schiavi e di prepotenti padroni. Oh! beato Alì, che non volle fermarsi con noi a coltivare questa terra traditrice! Sappi che io non dormo una sola notte intera dal rimorso di aver consigliata la tribù ad abbandonare la vita nomade. Ho voluto attendere il tuo ritorno per prendere una decisione che ci tolga a questo stato. Se tu ci saprai raccontare di un popolo, che, toltosi alla vita nomade, abbia saputo vivere più felicemente di noi, allora ti farò contare i tuoi interessi degli interessi. Altrimenti tu non riceverai nulla, e noi, così almeno io spero, torneremo alla vita nomade.
Achmed chiese un giorno di tempo per riflettere. La cosa era troppo importante per venir risolta su due piedi; gli interessi degli interessi del suo capitale dovevano produrre una somma elevata.
VII
Egli lesse le leggi della tribù e vi trovò in embrione tutto quanto esisteva negli stati moderni più perfetti. Avrebbe potuto qua e là correggere o completare. Sentiva un gran desiderio di ostentare la propria dottrina dettando nuove leggi che la tribù ignorava perché il suo stato economico, ancora rudimentale, non le chiedeva. Ma egli non era uno sciocco e non volle esporsi ad essere deriso.
Il vecchio Hussein gl’incuteva un grande rispetto. Costui, che nei tempi passati era stato l’uomo più eroico e più generoso della tribù, ne era ora il più perspicace, il più acuto. Quelle leggi, che certamente erano opera sua, erano chiare, semplici. Dettate per regolare conflitti avvenuti sotto gli occhi stessi del legislatore, non contenevano alcuna contraddizione. Uno spirito superiore e semplice aveva precisato nei singoli casi le affinità e le diversità.
Perciò Achmed non credette di poter mentire per salvare il proprio denaro. Doveva dire la verità; e la verità o quella ch’egli pensava tale – non poteva soddisfare Hussein.
Passò la notte insonne. Verso mattina gli balenò un’idea: “Forse mi riuscirà di salvare il mio denaro e fondare con esso la mia fabbrica”.
VIII
Il dì appresso, presenti tutti gli anziani, cominciò dal dichiarare che la storia della tribù non era altro che la storia stessa dell’umanità. Prima, finché nomade, la tribù costituiva un solo individuo che lottava per la vita; ora, nel progresso, ogni suo membro era divenuto un lottatore per proprio conto. I più forti vincevano e soggiogavano i più deboli. Ed era bene che così fosse. Hussein non si mostrava degno del suo posto, piangendo sulla sorte dei vinti. Ogni membro ragguardevole sarà un vero e proprio trionfatore e l’intera razza diverrà più forte e sosterrà facilmente il paragone con gli altri popoli nel conflitto economico. – La via sulla quale vi trovate è la buona e qualunque altra vi è interdetta. Le nostre leggi non sono ancora perfette ed io voglio aiutarvi a renderle più sicure, ma non a mutarle. Invano Hussein vorrebbe ricondurvi alla vita nomade; nessuno lo seguirebbe.
— E non ci porti altro? – chiese Hussein con mestizia. – L’infelicità di tanta parte di noi è dunque decretata irrevocabilmente?
IX
– Vi porto ancora qualche cosa! – disse l’accorto Achmed. – Vi porto la speranza. Nella tribù si lotterà ancora per lunghi secoli. Essa si trova appena all’inizio della lotta, che diverrà sempre più fiera. Una parte dei vostri simili sarà, senza colpa, condannata a passare la metà della giornata in ambienti malsani, a lavorare in modo da perdervi la salute, l’ingegno, l’anima. Diverranno dei bruti, disprezzati e spregevoli. Per essi non i canti dei vostri poeti, non il giuoco d’idee dei vostri filosofi. Sarà loro tolta ogni cultura che non sia puerile, e neppure potranno vestirsi e nutrirsi da uomini. La sventura attuale dei vostri poveri, obbligati a coltivare le vostre terre, è felicità e ricchezza in confronto alla sorte dei loro discendenti. E soltanto allora la tribù sarà giunta all’altezza dei tempi. Di là soltanto – dunque fra secoli – si vedrà albeggiare una nuova era. L’uomo, elevato da tanta sventura, aspirerà a un nuovo ordine di cose. I diseredati, uniti dalle fabbriche – la loro sventura – si coalizzeranno e, pieni di speranza, vedranno avanzarsi i nuovi tempi e vi si prepareranno. Poi, giunti i nuovi tempi, il pane, la felicità e il lavoro saranno di tutti.
– E questi nuovi tempi, li sai tu predire nei particolari, nelle leggi? – domandò Hussein ansioso.
X
Ho tanto viaggiato – rispose Achmed – e non trovai sinora alcun paese che fosse giunto a tale elevata organizzazione. So dirvi questo soltanto: In quel lontano avvenire la terra sarà della tribù e tutti i validi dovranno lavorarla. I frutti saranno di tutti. Non cesserà la lotta, perché dove è vita è lotta, ma la lotta non avrà per iscopo la conquista del pane quotidiano. Questo sarà il diritto, come oggi l’aria. Il vittorioso nella lotta non avrà altra soddisfazione che d’aver servita la tribù.
E dovremo attendere sì a lungo per raggiungere tanta felicità? – gridò Hussein con voce tonante. – Ti sei meritati i tuoi interessi degli interessi – aggiunse rivolto ad Achmed. – Sappi che la tribù vuole incominciare dalla fine.
Achmed si felicitò d’essere stato tanto abile e incassò il proprio oro. Lo contò, e pensò che bastava per fondare la fabbrica, l’oggetto dei suoi sogni, e proprio in mezzo alla tribù che lo pagava nel convincimento d’essere sfuggita alla fabbrica.
XI
Un europeo, stanco della sventura del proprio paese, bussò un giorno alla porta di Hussein e chiese d’essere ammesso a far parte di quella tribù felice.
– Impossibile! – disse Hussein. – Abbiamo sperimentato che la nostra organizzazione non fa per voi europei.
Offeso, l’europeo osservò: – Non siamo stati noi a immaginare le vostre leggi?
– Le avete immaginate, ma non sapete comprenderle né viverle. Abbiamo dovuto scacciare da noi persino un arabo, certo Achmed, che aveva avuto la sfortuna di essere educato da voi.

Evidentemente il mestiere di canzonettista le appariva come una parte necessaria della vita, e a quello riconnetteva tutto ciò che di bello e di grande aveva udito dire sull’arte e sugli artisti; cosicché le sembrava giusto, educativo e signorile uscir fuori ogni sera su un piccolo palcoscenico velato dal fumo denso dei sigari e cantare canzoni il cui valore emotivo era per lei fuori di discussione. S’intende che non rifuggiva dall’intercalarvi qualche scurrilità, com’è necessario per ravvivare un po’ ciò che è decente, ma era convintissima che anche la prima cantante dell’Opera Imperiale dovesse fare altrettanto. Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona occasionalmente esercitava la prostituzione. Ma quando per nove anni, come era toccato a lei dal sedicesimo anno in poi, si conosce l’esiguità delle paghe nei varietà d’infimo ordine, i prezzi delle toilettes e della biancheria, le ritenute, l’avarizia e l’arbitrio dei tenutari, percentuali su cibi e bevande consumati dai clienti messi in uzzolo e sul prezzo delle camere dell’albergo vicino, quando si deve giornalmente combattere con tutto ciò, litigare, calcolare, quello che per il profano è giocondo libertinaggio diventa un mestiere pieno di logica e di obiettività, con un suo codice professionale. La prostituzione è appunto una di quelle questioni che appaiono molto diverse a seconda che si considerino dal di sopra o dal di sotto.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi
Traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti, Laura Castoldi

Tutti i polizia sono razzisti. Fa parte del nostro lavoro. La polizia di New York odia i portoricani, la polizia di Miami odia i cubani, la polizia di Houston odia i messicani, la polizia di San Diego odia gli amerindi, e la polizia di Portland odia gli eschimesi. Qui da noi odiamo piú o meno tutti quelli che non sono irlandesi. O che non sono polizia. Chiunque può diventare un polizia – ebrei, neri, asiatici, donne – e una volta che ci sei dentro diventi membro di una razza chiamata polizia, che è costretta a odiare tutte le altre razze.
Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona
«Allez!…»
Questo grido imperioso, ripetuto a scatti, era il primo ricordo della mia infanzia grigia, monotona e raminga: la fredda arena del circo, l’odore di scuderia, il pesante galoppo del cavallo, lo schiocco secco della lunga frusta, la sferzata straziante, che soffoca di colpo l’indecisione momentanea causata dalla paura:
«Allez!…»
Immaginate una minuscola bambina di cinque anni, tremante per l’agitazione e il gelo, con la corta gonnellina di garza, con le gracili nude braccia, illuminate dalla luce artificiale proprio sotto la cupola del circo, sul trapezio che oscilla energicamente. Sullo stesso trapezio pende a testa in giù, agrappato con le ginocchia alla stanga, un uomo tarchiato, impomatato e implacabile. Solleva le braccia abbandonate, dirige ai miei occhi lo sguardo penetrante e ipnotico dell’acrobata e… batte in colpo sul palmo della mano. Il mio cuore all’improvviso raggela e cessa di battere per il terrore; lo spazio in basso, sotto le gambe, sembra un abisso.
«Allez!…»
Avevo sedici anni appena compiuti ed ero molto bella; in quella stagione nel circo “lavorava” in qualità di artista girovago il clown Menotti, il primo clown solista e venerato dalla bella società, l’ammaestratore famoso in tutto il mondo, vincitore di premi di valore e così via e così via…
Durante una prova mattutina, Menotti salutandomi trattenne la mia mano nella sua, mi guardò con occhi stanchi e umidi. Io mi confusi, arrossii e sottrassi la mano. Questo momento decise il mio destino.
Dopo una settimana, Menotti mi propose di recarmi con lui al ristorante di un sontuoso albergo. Al secondo piano si trovavano salottini riservati. Salendo mi fermai un attimo per l’agitazione e per un’ultima morale esitazione. Ma Menotti mi strinse con forza il gomito. Nella sua voce risuonò una passione brutale e il comando inesorabile dell’acrobata di un tempo, quando mormorava:
“Allez!…»
Per tutto l’anno lo seguii di città in città. Mi occupavo del suo guardaroba, lo aiutavo ad ammaestrare i ratti e i maiali, gli spalmavo sul viso la cold-cream e, ciò che era ancora più importante, credevo con il fervore dell’idolatra nella sua universale grandezza.
Dopo un anno si era stancato di me. Rivolse il suo sguardo triste a una delle sorelle Wilson, che eseguivano i “volteggi nell’aria”.
Una volta, di notte, dopo lo spettacolo nel quale il primo ammaestratore del mondo venne fischiato, perché aveva colpito troppo violentemente con la frusta un cane, Menotti mi ordinò esplicitamente di togliermi dai piedi. Obbedii, ma mi fermai proprio vicino alla porta della camera e con uno sguardo implorante mi volsi all’indietro. Allora Menotti si avvicinò di corsa alla porta, con una spinta violenta del piede la spalancò ed emise un grido:
«Allez!…»
Ma dopo due giorni come un cane percosso e scacciato, mi trascinai di nuovo dal padrone. Mi si offuscò la vista quando il lacché dell’albergo con un sorrisino sfrontato mi disse: «Da lui non si può, è nel salottino riservato, occupato con una signorina».
Salii di sopra e mi fermai davanti alla porta di quello stesso salottino, dove un anno prima ero stata con Menotti. Aprii di scatto la porta e vidi Menotti disteso sul divano senza finanziera e la Wilson con il corpetto sbottonato. Mi scagliai sulla Wilson e la colpii alcune volte in viso con il pugno, poi mi gettai davanti a lui in ginocchio, e, cospargendo di baci i suoi stivali, lo pregai di ritornare da me; Menotti mi respinse e, stringendomi violentemente il collo con le forti dita, disse: «Se tu ora non te ne vai immediatamente, canaglia, io ordinerò al lacché di trascinarti fuori di qui!»
Mi alzai, ansando, e sussurrai: «Ah, ah! In questo caso… in questo caso…»
Il mio sguardo cadde sulla finestra aperta. Trepidamente e agilmente, come una vera ginnasta, balzai sul davanzale e mi inclinai in avanti, reggendomi con le mani a entrambi i telai esterni.
Le mie dita diventarono fredde e il cuore cessò di battere per un momentaneo terrore… allora, chiusi gli occhi, emettendo un profondo respiro, sollevai le braccia sulla testa e lanciai un grido proprio come nel circo: “Allez!”
Alexandr Kuprin, Miniatures

L’incisiva definizione di William I. Miller, “Il kitsch disturba una persona dalla sensibilità evoluta ma, al tempo stesso, induce sensazioni piacevoli in coloro che hanno meno sensibilità,” apre le porte a una riflessione sulla dualità insita in questo concetto. Il Kitsch è una provocazione visiva, una collisione di stili e significati, eppure, paradossalmente, riesce ad attingere a un’audience più ampia, sfidando la nozione stessa di gusto artistico.
Leggi l’intero articolo: http://©http://www.kreativehouse.it/kitsch-vs-trash-lestetica-del-cattivo-gusto-dellarte-contemporanea/?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=coconino

– Alle femmine piace l’insalata.
– Che?
– Alle femmine piace l’insalata. Questa è una vera differenza tra i sessi. Alle femmine piace l’insalata.
– Tu la mangi l’insalata.
– Esatto, ma non mi piace l’insalata. A nessun uomo piace l’insalata. Alle femmine piace l’insalata. E posso dimostrarlo.
Lei attese. – Come?
– Le femmine mangiano l’insalata quando sono cannate. Il maschio vuole la sua tavoletta di cioccolato, o il suo pane e burro con lo zucchero. Niente pomodori del cazzo. Le femmine mangiano insalata al mattino. Direttamente dal frigo. Solo una femmina può fare questo. Pensa quanto sono malate, le femmine”
Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola

È possibile che qualche turista, fra gli sbracati di agosto che visitano Notre-Dame ricordi la figura di Quasimodo aggirantesi fra le navate della cattedrale; meno probabile che, in Spagna, qualcuno colleghi i mulini a vento di Consuegra al famoso assalto di Don Chisciotte, o ancora che il laghetto del Central Park di New York richiami alla mente il giovane Holden. Ma i luoghi letterari più rari e quindi pregiati sono quelli che sfuggono alle guide turistiche e che si nascondono fra le righe di un testo poco frequentato. Come La Fontanina di Bologna, scomparsa da chissà quanti anni. Era un locale alla periferia della città dalle parti di San Ruffillo. I suoi séparé, sparsi lungo i gradoni di un giardino frammentario come un labirinto un po’ ebbro, erano arredati con un tavolino e un paio di sedie metalliche appena ammorbidite da qualche cuscino. Due sedie: non ne occorrevano di più perché il luogo era evidentemente destinato a proteggere le coppie con una riservatezza che nel suo verdeggiare richiamava i prati della rustica camporella ma con in più il comfort del locale accessoriato di bevande alcoliche, analcoliche e camerieri ammiccanti. Conviene precisarlo: i camerieri erano tutte oneste e linde persone ma la natura labirintica del luogo faceva sì che la loro comparsa risultasse sempre a sorpresa: anche la persona più impassibile risulta ammiccante se sbuca senza preavviso da una siepe o da un cespuglio – né i camerieri potevano annunciarsi con un colpetto di tosse, perché allora sì che la loro entrata sarebbe stata maliziosa. Io conobbi la Fontanina di Bologna prima di aver letto questa Pagina di diario, e rimasi sorpreso, postumamente, quando scoprii che quel locale era un minuscolo luogo letterario. Ripensai allora ai camerieri che nel ricordo mi apparvero effettivamente “furbi e lisi” proprio come vuole il poeta, alla porticina che introduceva alle amorose promesse del giardino. Ritrovai soprattutto in questi pochi versi quello spiffero di innocente peccato che spira solamente nella scrittura e nei locali affidati alla memoria.
A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.
Attilio Bertolucci, La capanna indiana, Garzanti

Giovanni Morgeson, il mio editore – l’egregio uomo che aveva prima rifiutato il mio libro e che ora, mosso dal proprio tornaconto, dedicava tutte le sue energie a lanciarlo nella veste più in voga – non era già, come il Cassio di Shakespeare, assolutamente “un uomo onorato”. E nemmeno era il capo di un’antica Casa editoriale, il cui sistematico sfruttamento degli autori fosse stato consacrato dal tempo. Era un uomo nuovo, con nuovi metodi, e con buona provvista di nuova iniziativa e di nuova impudenza. Intelligente, furbo e diplomatico, era riuscito, per un verso o per l’altro, ad accaparrarsi il favore di una parte della stampa. Molte gazzette, quotidiane e settimanali, mettevano in evidenza le sue pubblicazioni, anche a detrimento di altre Case più giustamente note e stimabili. Mi spiegò in qualche modo i suoi metodi, quando mi recai da lui per aver notizie del mio libro. – Tutto è pronto per la settimana prossima, – disse, fregandosi le mani e con tutta la ossequiosità dovuta al mio conto corrente. – E siccome voi non badate al danaro, vi dirò subito quel che intendo fare. Farò pubblicare innanzi tutto una specie di preavviso, una cinquantina di righe nebulose anzi che no, per informare il pubblico che il libro è destinato a segnare una nuova era del pensiero; ovvero che non passerà molto e ogni persona che si rispetti sarà costretta a leggere quest’opera singolare; o anche: un tal lavoro sarà certo bene accolto da chiunque voglia e sappia intendere il corso di una fra le più delicate e ardenti questioni del tempo. Sono frasi fatte, capite, e non c’è privativa. L’ultima poi è di effetto sicuro, appunto perché vecchissima, visto che ogni allusione ad una questione ardente e delicata fa pensare a molti che il libro sia immorale, e per conseguenza lo fa andare a ruba! Ebbe un gorgoglio di soddisfazione per la propria perspicacia, ed io stetti muto a contemplarlo con un senso di curiosità e di diletto. Quest’uomo, la cui sentenza avevo aspettato con ansia umile e febbrile, era adesso mio strumento, pronto ad ogni mio capriccio purché pagato, ed io lo ascoltavo con indulgenza mentre egli mi andava svolgendo i suoi piani per il trionfo della mia vanità e del suo tanto per cento. – La pubblicità, – così continuava, – è stata fatta senza lesinare. Le commissioni sono ancora scarse, ma non mancheranno. L’annunzio che v’ho detto lo farò inserire in un migliaio di giornali qui e in America. Vi costerà su per giù cento sterline, fors’anche qualche cosa di più. Voi non ci tenete? – Nemmeno per ombra! – risposi, più che mai divertito. Stette un momento indeciso, poi mi si accostò con la sedia e abbassò la voce. – Capirete, spero, che la mia prima sfornata sarà soltanto di duecentocinquanta esemplari. Questo numero mi sembrò assurdo e mi strappò un grido di protesta. – Che idea! – esclamai. – E come volete far fronte alle richieste del pubblico? – Adagio, caro signore, adagio! Voi siete troppo impaziente. Lasciate che mi spieghi. Tutti questi duecentocinquanta esemplari saranno distribuiti in omaggio il giorno stesso della pubblicazione… – Perché? – Perché? – e il degno Morgeson rise cordialmente. – Mi avvedo, caro signor Tempest, che voi siete come molti uomini di genio… non capite gli affari. Il motivo dell’omaggio sta in questo: che si possa subito annunziare in tutti i giornali che la prima copiosa edizione del nuovo romanzo di Goffredo Tempest essendo esaurita il giorno stesso della pubblicazione, una seconda è in corso di stampa. A questo modo, capite, la diamo a bere al signor pubblico, il quale non può sapere se un’edizione è di duecento esemplari o di duemila. Naturalmente, la seconda edizione è pronta da un pezzo, e sarà anch’essa di duecentocinquanta copie. – E cotesto processo voi lo considerate onesto? – domandai con la massima calma. – Onesto! – esclamò con una ingenua espressione di virtù oltraggiata. – Onestissimo, mio caro signore!
Marie Corelli,.Le angosce di Satana (1895), Parole d’Argento Edizioni

Tina era bella. Indiscutibile: lo si vede nei ritratti di Edward Easton a lei dedicati in cui appare abbandonata, oppure intensa e consapevole, o ancora adagiata in una malinconia sognante mentre guarda la strada dal balcone di una finestra. A confermarlo sono anche i tanti personaggi (scrittori, artisti, politici, rivoluzionari) che ne hanno subito l’influenza e testimoniano di lei un fascino ben oltre l’aspetto.
Il poeta Germán List Arzubide, esponente dell’estridentismo, un movimento messicano d’avanguardia degli anni Venti, fu tra i primi a riconoscere la sua attività di fotografa. Così ne scrive: «Non la definirei carina, ma bella. I suoi tratti erano molto italiani, voglio dire che c’era sempre una punta di tragico, di drammatico, nella sua espressione». E ancora Rafael Carrillo, membro del partito comunista: «Notai subito il suo grande interesse, la sua sete di sapere. […] Era straordinariamente bella, e tutti gli uomini – io non rappresento un’eccezione – si innamoravano di lei, nonostante non fosse affatto civetta, e non facesse niente per provocare queste reazioni. Aveva solo quella stupenda grazia naturale… La parola “innamorarsi” non è quella giusta; non c’era uno sfondo sessuale. Si sentiva solo il desiderio di starle vicini, di guardarla, di attirare la sua attenzione e di parlare con lei».
Leggi l’intero articolo:https://www.doppiozero.com/tina-modotti-la-fotografia-vivente

C’era chi si laureava in letteratura per passare poi a giurisprudenza. Altri volevano fare i giornalisti. Lo studente più brillante del suo corso di laurea, Adam Vogel, figlio di accademici, intendeva prendere un dottorato in filosofia e seguire le orme dei genitori. Rimaneva un folto contingente di studenti che si laureavano in letteratura in mancanza di meglio. Perché l’emisfero sinistro del loro cervello non era abbastanza sviluppato per le materie scientifiche, perché storia era troppo arida, filosofia troppo astrusa, geologia troppo legata al petrolio e matematica troppo matematica. Dato che non erano portati per la musica o per l’arte, non erano motivati dall’ambizione di far soldi o non erano così intelligenti, questi ragazzi cercavano di prendere una laurea facendo qualcosa che non era troppo diverso da quello che avevano fatto sin dalla prima elementare: leggere storie.
Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Traduzione K. Bagnoli

Il Gatto fiutò l’aria e si rabbuiò. Pensai a uno dei suoi soliti sbalzi di umore, ma questa volta c’era una ragione; i gatti non amano il mare, e davanti a noi giaceva una superficie d’acqua senza confini: immobile e impregnata di salmastro, un mare in allestimento cui mancava solamente il moto.
La Signora aveva fatto le cose in grande: insieme al mare trapiantato nella piscina del Monkies Stadium aveva messo in cantiere anche quello a grandezza naturale. Stava realizzando il suo sogno di quando era solo una vedova in disarmo, troppo prigioniera della bottiglia e di un marito fantasma.
Sulla spiaggia di sassi spuntavano depositi per gli attrezzi e capanne-dormitorio per gli operai; ne usciva un mix di tamburi srilankesi, percussioni bangladesi, flauti malgasci. Schiavi trapiantati dal terzo mondo sulle rive di un mare artificiale.
Erano incominciati anche i lavori di arredamento della spiaggia: qualche palma montata per metà a cui mancava ancora il fogliame, gli scheletri di tre o quattro costruzioni esotiche destinate a diventare ristorantini tipici; c’era anche una struttura che accennava a un porticciolo.
Il Gatto alzò il mento con quel suo modo protervo:
– E adesso?
– Adesso cosa? Adesso faccia quello che crede. Ciascuno per sé.
Il Gatto scosse la testa.
– Lei mi delude. Credevo che avesse in mente un progetto. Mi ha fatto camminare tutto il pomeriggio per arrivare a questo punto morto.
Era un quadrupede appiccicoso che smentiva tutte le dicerie sulla presunta autonomia dei gatti e per di più rivoltava la frittata in un modo insultante. Stavo per passare ai maltrattamenti, quando da dietro una collina si alzò una voce pompata da molte migliaia di watt. Diffondeva un inglese così basico che ogni spettatore pensava: «Beh, io lo parlo molto meglio.»
– Ladies and gentlemen… welcome to historical event “The wonderful theater of the Sea Monkeys”
Una volta riemersa dagli applausi, la voce passava ad annunciare il repertorio delle Sea Monkyes che sembrava non finire mai. Ad ogni nome che la voce sparava da dietro la collina il pubblico tumultuava. Di gioia, di libidine, di sorpresa, di estasi.
– Chris D’Antali… Suzy Haiek… Peppe Morgia… Alain Remy… Helen Lancelot… Pogo Pami… George Boletus…
Chi erano? I fidanzati e le fidanzate delle Scimmie di mare? I loro partner umani o umanoidi?
Il Gatto fece uno di quei suoi sorrisi dei quali non ho ancora parlato e non parlerò:
– Sono drammaturghi. La nuova scrittura scenica. Mai sentito parlare di George Boletus? – tanto per citare il più conosciuto.
La notte si era decisa a calare del tutto, finalmente, e del Gatto erano rimasti solo i fanalini verdi degli occhi che puntavano la capanna multietnica degli operai – ruffiano com’era, avrebbe trovato subito vitto e alloggio. Certamente sarebbe diventato la star della serata.
Quanto a me, mi arrangiai in un deposito degli attrezzi abbastanza spazioso che conteneva materiali poco ingombranti. Picconi, badili, martelli, tenaglie, avvitatori, cazzuole, trabattelli, chiavi, scalpelli, pennelli. Roba solida. Avevo giusto bisogno di un po’ di concretezza.
Com’era prevedibile, Il Gatto divenne la mascotte degli operai, verso i quali tuttavia manteneva sempre un certo sussiego. Quelle povere anime cercavano di ingraziarselo come potevano – non possedendo niente, a ciascuna sarebbe piaciuto avere un animale tutto suo. Il Gatto non si negava a nessuno, ma senza sbilanciarsi. Se fra quei derelitti fosse circolata la coscienza di classe di una volta se lo sarebbero mangiato fin dal primo giorno.
Con me Il Gatto giocava a “andiamo a trovare un vecchio amico che non se la passa tanto bene”. Ogni tanto compariva nel deposito degli attrezzi, sempre di pomeriggio. La sera risaliva la collina e s’imbucava nel Monkeys Stadium. Non perdeva uno spettacolo e il giorno dopo pretendeva di raccontarmelo per intero:
– Ieri ho visto Black Moonlight, di Aldo Preston. Non male. Due killer si sparano a vicenda nella notte. Stranamente, rimangono illesi. C’è di mezzo una valigetta. Contiene denaro? Una bomba? Non si sa.
– Guardi, non mi interessa, non sopporto i riassunti degli spettacoli.
– I killer incontrano una ragazza che fugge nella notte in mutandine e reggiseno. La portano in un locale che al posto dei séparé ha delle stanzette blindate. La ragazza è disponibile a fare sesso orale, ma solo con uno dei due, decidano loro. I killer estraggono le pistole…
Tentavo di sottrarmi al riassunto scivolando fuori, oppure incominciavo a correre stupidamente lungo la spiaggia, ma il Gatto mi raggiungeva in quattro salti e continuava sino alla fine, al sipario, agli applausi.
– Insomma, una schifezza. E gli attori com’erano?
– … Normali, direi…
– Cosa vuol dire normali? Avevano antenne, peduncoli, escre- scenze?
– No, non credo… o almeno non me ne sono accorto.
– Lei non capisce niente di teatro.
Il Gatto, che se la tirava a critico specialista del repertorio contemporaneo, la prese male e per un po’ non si fece vedere. Quella notte fui svegliato da uno sferragliare profondo e lontano. Uscii. Era un rumore composito, un dialogo, si potrebbe dire, fra un grande argano e un mantice asmatico. I macchinari sparsi lungo la spiaggia giacevano inerti, così come gli operai nella baracca. Immersi un piede nell’acqua. Era attraversata da vibrazioni appena percepibili, come di farfalla che si sgranchisce le ali prima del volo. Nelle settimane seguenti, quel lavorio oscuro proseguì e aumentò di intensità; gli operai non se ne accorgevano, di giorno erano sopraffatti dal rumore dei macchinari, di notte dal sonno. Progressivamente, le vibrazioni sotterranee divennero abba- stanza forti da risalire fino alla superficie e il mare sviluppò un suo moto ondoso che non aveva niente da invidiare a quello di un vero mare. Un sofisticato meccanismo riproduceva una risacca che depositava sulla spiaggia brandelli di ciabatte, schegge di vetro levigato, stracci che erano stati giacche blazer di finti capitani di mare, dentiere galleggianti di vecchi annegati in solitudine, e insomma tutto un trovarobato marino nel quale si nascondevano storie mai raccontate, forse nemmeno vissute. Di tanto in tanto sceglievo alcuni di quei poveri reperti e li allineavo su una mensola nella capanna degli attrezzi. La mattina, me li ritrovavo davanti e mi chiedevo cosa ci facessero lì. Un giorno il Gatto ricomparve. Aveva deciso di fare pace.
– Se vuole, ho due biglietti per questa sera. Debutta Risveglio di primavera.
– No grazie.
– Guardi che non è il solito Wedekind, ma una riscrittura integrale di Fabio Mandel.
– Senta, noi ci conosciamo da poco, quindi è meglio che lo sappia; ci sono due cose che non mi deve nominare, le Scimmie di mare, o Sea Monkyes se preferisce, e le riscritture.
Decisi che mi sarei dedicato alla rieducazione teatrale del Gatto, o almeno ci avrei provato. Quelli della sua età, è difficile fargli passare le fregole, di qualunque genere siano, dalle ragazze alla drammaturgia contemporanea; credono che la Morte, vedendoli così eccitati e apparentemente vitali, faccia marcia indietro e decida di ripassare un’altra volta.
Ormai il mare era a pieno regime e pompava sulla riva detriti in abbondanza. Una mattina passeggiavamo con i piedi nell’acqua, io e il Gatto. Lui parlava e parlava, certamente di un qualche spettacolo.
All’improvviso si arrestò come fanno i gatti quando puntano il piccione. Fissava una lunga corda smangiata dall’acqua con l’aria di chi elabora una riflessione profonda.
– Chissà a quale barca apparteneva… Ci sarà stato un naufragio.
– Vede, anche quando lei prova a pensare, elabora associazioni molto elementari come corda-mare-barca-naufragio. Se fosse in cucina, partorirebbe qualcosa come tegamino-burro-uovo, oppure, a un funerale, vanità-fragilità-eternità… oppure…
– Basta, ho capito! Soffiava di brutto. Per un attimo ebbi paura che si risvegliasse in lui il Felis Silvestris primordiale.
– Non la prenda sul personale, l’immaginario dei gatti è angusto, si sa, e questa robaccia con i killer e le ragazze in reggiseno non lo amplieranno di certo.
Lei non immagina quante situazioni teatrali può generare una corda. Per esempio: “Guardatela, signori, la riconoscete? È la corda con la quale s’impiccò l’infelice camerierina Rosetta, illusa da un futile gioco d’amore (Alfred De Musset, Con l’amore non si scherza, Atto III, scena VII, finale). Perdican, il giovane che per leggerezza ha causato quella morte guarda il corpo della giovane che oscilla nel vuoto, guarda la corda che ha strangolato una giovane vita: ‘Vi supplico, Signore! Non fate di me un assassino! Voi sapete come sono andate le cose; noi siamo due ragazzi sventati che hanno giocato con la vita e la morte, ma il nostro cuore è puro’”
Il Gatto non disse niente, però si vedeva che era turbato. Pur non essendo molto intelligente, percepiva il soffio di un universo a lui del tutto sconosciuto, quello del Grande Repertorio.
Poco più avanti, fra un mucchio di alghe, sbrilluccicava una vecchia bottiglietta con la scritta Ricard in rilievo. Il Gatto le si avvicinò per annusarla:
– Vede, questa bottiglietta finemente istoriata appartenne al Marchese di Forlimpopoli: «Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro che, da che siete al mondo, non avrete sentito il compagno. E ho piacere che Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.» Goldoni, La Locandiera, Atto II, Scena VI.
Quelle dosi omeopatiche di teatro accendevano nel Gatto scoppi di risate infantili mentre un buffo pizzicorino gli faceva strizzare gli occhi come quando leccava lo yogurt magro.
Nei giorni seguenti proseguimmo con la nostra scuola peripatetica. Il Gatto assomigliava sempre più a un cane da riporto; si lanciava in corse pazze sulla spiaggia finché non trovava un relitto, per esempio una vecchia torcia ossidata.
– Questo cos’è?
– Una lanterna. “Tutto quel che ho da dir nella mia parte/ è di avvertirvi che questa lanterna/ è la Luna, e io l’Uomo della Luna. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Scena I.” Oppure un paio di occhiali neri con le lenti incrinate:
– Ecco gli occhiali di Hamm in Finale di partita, di Beckett, “Basta, è venuto il momento che tutto questo finisca. E tuttavia esito, esito a… finire. Sì, è così, è il momento che questo finisca e io ancora esito a finire.”
– … Questa mi sembra un po’ loffia.
– Pazienza.
– … Non so… non si capisce, forse non era chiara nemmeno a … come si chiama…?
– Beckett.
– È famoso?
– Sì, ma molto meno delle Sea Monkyies.
– Lo credo bene! Non poteva continuare così, me lo ripetevo ogni giorno, dovevo dare un taglio netto; la somministrazione del Grande Repertorio in pillole produceva effetti opposti a quelli che avevo sperato; Il Gatto continuava a mostrare una forte dipendenza dagli spettacoli delle Scimmie di mare e per di più era diventato supponente; straparlava di teatro storpiando nomi a casaccio: Lupo di Veda, Blibsen, Mardivò… Onesti classici incorrotti dai secoli si deformavano in quella bocca animalesca che andava assomigliando sempre più a quella di un uomo.
Incominciai a pensare di ucciderlo.
Certo, avrei anche potuto affrontarlo e dirglielo chiaro: «Da oggi il corso propedeutico al teatro è sospeso». Senza nessuna spiegazione. Ma già immaginavo il seguito; ruffiano com’era, Il Gatto avrebbe sgranato gli occhioni: «Perché?… Cosa ho fatto?… Non è giusto, non è corretto, lei aveva preso un impegno…»
Ucciderlo era più semplice.
Invece non fu necessario. Una mattina, mentre ripassavo i miei pensieri delittuosi, si presentò tutto tirato a lucido, con un abito color fresco mare e una ragazza.
– Questa è Rosy…
A fatica, le palpebre di Rosy sollevarono strati pesanti di kajal e gli occhi fecero clic senza registrare niente di notevole.
Il Gatto mi dava colpetti fastidiosi sul braccio e intanto si slinguava i baffi, interrogativo:
– Che ne dice, eh?, che ne dice…
Con la testa accennava alla Rosy, al suo top in forma di Batman, al suo rossetto nero color mora in forma di cuoricino, alle gambotte di periferia che finivano dentro un paio di scarponcini militari.
– Che ne dice, eh?
Si era fatto la ragazza. E allora? Cosa voleva da me? Ammirazione? Invidia? Una benedizione?
La mora piazzata nel viso della Rosy si dischiuse e parlò:
– Ronny, andiamo?
– Parlo un attimo col Maestro e sono da te.
– Ronny sarebbe lei?
– Sì, da tre giorni. È stata un’idea di Rosy: Ronny e Rosy. Suona bene, vero?
– Chiariamo una cosa, Ronny: io non sono il suo Maestro. La diffido dal fare il mio nome in qualunque circostanza; noi due non ci siamo mai conosciuti.
– Come vuole, peggio per lei.
Quella del Gatto era una visita di commiato. Sì, partiva. Gli ultimi giorni erano stati un turbine di avvenimenti straordinari. La Rosy, il nuovo incarico giunto all’improvviso, da un giorno all’altro. Quale incarico? Ancora non lo sapevo? Strano, le agenzie avevano già diffuso la notizia: Il Gatto era stato nominato direttore artistico della Sea Monkyes.
Direttore artistico.
– Sì, avevo capito bene. E tra una settimana sarebbe partito in tournée con la compagnia.
– Ne hai ancora per molto, Ronny?
La ragazza è annoiata. Ha tolto gli scarponcini e si esamina le dita dei piedi una per una con la concentrazione del neonato che ha scoperto le sue estremità.
Il Gatto mi racconta del suo futuro che nonostante l’età vede lungo, prospero e avventuroso; io continuo a guardare la Rosy seduta nel bagnasciuga che fa i pirulini. Forse il lettore non lo sa, ma con i pirulini ha giocato anche lui quando era piccolo. Ci si mette col sedere a mollo come la Rosy, si prende una manciata di sabbia semiliquida e con le dita raccolte a tulipano la si lascia colare sulla sabbia asciutta. Con i pirulini, una goccia dopo l’altra, si possono creare ghirigori, colonnine simili a quelle dei monaci stiliti, decorazioni per le torte e anche termitai, ma bisogna stare attenti, basta un pirulino di troppo e tutto crolla. Sulla riva del mare, inconsapevole, il bambino affronta per la prima volta il dilemma che lo accompagnerà per la vita: azzardare ancora, o accontentarsi dei risultati solidamente pirulinati?
La Rosy si è completamente spogliata e se ne sta seduta nell’acqua. Le scolature di kajal e di rossetto la fanno assomigliare a una bambola che la padroncina ha scarabocchiato con la biro. Il Gatto, cinico e ormai del tutto asessuato, simula occhiate fameliche su quel corpo in cui non c’è nulla da desiderare, né misteri né imperfezioni: soltanto una giustezza disarmante. Mi ricorda quelli che chiedono “È corretto?” invece di “Va bene?” Nel suo nudo di ragazzotta a mollo con la sua faccia impastrocchiata, Rosy è disperatamente corretta.
IL GATTO: – Quanto è carina, vero?
IL NARRATORE: – Ai vecchi, tutte le ragazze sembrano carine.
IL GATTO: – Sì, ma Rosy non è una ragazza, è una scimmia di mare, credevo che se ne fosse accorto; una delle più brave della compagnia – anche se non dovrei essere io a dirlo.
La scimmia di mare ha raccolto i vestiti, bagnati come sono, e si è rivestita.
ROSY: – Uffa, Ronny… andiamo?
IL GATTO: – Sì, ho finito, andiamo.
Siamo ora giunti, lettore, al termine del nostro lungo viaggio. Poiché abbiamo viaggiato insieme attraverso tante pagine, comportiamoci scambievolmente come i viaggiatori in una diligenza che hanno passato parecchi giorni in compagnia e che nonostante i litigi o le piccole animosità che possono aver avuto luogo lungo la strada, fanno pace finalmente e rimontano per l’ultima volta nel loro veicolo allegri e di buon umore; poiché, dopo questo tratto, ci può capitare, come di solito capita a loro, di non incontrarci mai più.
Henry Fielding, Tom Jones

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19ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23665

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà cosí accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Cosí vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Piú nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti. Continuava a spiare dall’esterno la propria vita. Per tutta la vita ha cercato di seppellire questa cosa. Ma come poteva? Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione di chiedersi: «Perché le cose sono come sono?» Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano state sempre perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato cosí fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.”
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi, Traduzione Vincenzo Mantovani
