Quando riaprii gli occhi, vidi una donna seduta vicina alla lampada. Era talmente platinata che la sua testa pareva una fruttiera d’argento. «Come si sente?» Anche la voce era dolce e bella. «Magnificamente. A parte la mascella mezzo staccata.» «Cosa s’aspettava, signor Carmady, orchidee?» «Così conosce il mio nome?» «Dormiva sodo, e hanno avuto tutto il tempo per frugarle le tasche. Hanno fatto tutto, tranne che imbalsamarla.» Potevo muovermi desso, ma non molto: avevo i polsi dietro la schiena ammanettati. «Non so, lei mi piace, signor Carmady. Anche se ha una faccia che pare una pizza.» «Pazienza. Che ora è?» «Le dieci e diciassette, ha un appuntamento? «Dove sono i ragazzi? A scavarmi la fossa?» «Non starei in pensiero per loro. Torneranno.» «Non ne dubito.» «Spero che non le facciano del male. Odio il sangue.»
L’uomo che siede su questo letto sfatto con un libro aperto in mano è uno dei grandi poeti del secolo XX. Quando vedrete il video scoprirete intorno a Sandro Penna un ambiente di oggetti sparsi e accatastati, come si conviene a un autore che modellò il suo cosmo sui frammenti . Uomo schivo, che ai cenacoli letterari preferiva i ragazzi incontrati nelle sue peregrinazioni, Penna sfoglia e legge. Legge male, finalmente (penso alle voci laccate degli attori), legge i versi, “come sono scritti”; “ci sono dei dicitori”, ricorda, “che non fanno sentire gli a capo”. La sua voce è sgraziata, priva di compunzione e di falso trasporto, tira via. Sono arrivati quelli della televisione e bisogna sbrigare la faccenda al più presto (chissà se gli avranno dato un misero gettone, speriamo di sì, dal momento che Penna era, coerentemente, poverissimo). Questo è un video da non perdere; nella sua completa noncuranza, l’autore fa giustizia di tutti i sussieghi della tv kitsch, delle trasmissioni culturali, delle divulgazioni ministeriali, e perfino (più importante di tutto) del mito del poeta. Nel suo understatement (del tutto fisiologico) spiccano per contrasto i suoi versi, refrattari a qualunque manipolazione, nella loro perfezione dalle striature dantesche.:
Ecco il fanciullo acquatico e felice. Ecco il fanciullo gravido di luce più limpido del verso che lo dice. Dolce stagione di silenzio e sole e questa festa di parole in me.
Nel pieno della sua attività letteraria (era sulla cinquantina), Ljudmila Petrushevskaya si è trovata a fare i conti con una trasformazione epocale, il passaggio dalla Russia sovietica al post Comunismo. La scrittura della Petrushevskaya segue il turbine registrandone le risonanze nelle vite dei suoi personaggi che agiscono in teatri quotidiani spogli e muti, come la protagonista di questo racconto, collocato davanti a uno specchio che le sollecita un crudo autoritratto.
Ecco chi era: una donna non sposata di una trentina d’anni che scongiurava la madre di andarsene la notte, e si portava, per così dire, l’uomo in casa. Lui non più giovane, un po’ calvo, robusto, aveva rapporti confusi con la moglie e la mamma e viveva ora dall’una ora dall’altra. Al lavoro era noto per la sua passione per i dolci, il cibo, il vino e le buone sigarette, cosa che l’aveva sempre disturbato nella carriera. Un aspetto sgradevole insomma. La giacca sbottonata, il colletto aperto, il petto glabro. La peluria sulle spalle. I suoi occhiali dalle lenti spesse. Ecco che razza di tesoro s’era portata nella sua monocamera questa donna. Non vi era stato nulla di bello nel come erano giunti a casa, ma tutto andò per il verso giusto. Lui le si sdraiò accanto sulle lenzuola pulite, fece quel che doveva, conversarono un poco. Rivestitosi, la baciò sulla fronte, afferrò la cartella e se ne andò col suo pancione e il suo cervellino da infante. Fortunatamente lavoravano in reparti diversi, lei l’indomani non si fece vedere alla mensa comune e restò inchiodata alla scrivania per tutto l’intervallo del pranzo. A un tratto, meravigliandosi di se stessa, domandò alla collega se si fosse trovata uno spasimante. «No, e tu?» disse la collega. «Io, sì» rispose lei con le lacrime agli occhi per la gioia e subito capì che non aveva via di scampo. Che d’ora in poi avrebbe trepidato, si sarebbe trascinata da una cabina all’altra senza sapere dove telefonare: il suo eletto non aveva un orario fisso e poteva tranquillamente esserci oppure no. Ecco che cosa l’attendeva. Nel suo caso tutto era chiaro, lui era cristallino nella sua ottusità, nella stupidità, e il destino di lei oscuro, ma negli occhi aveva lacrime di gioia.
Il professore: – Mi stia a sentire, signorina, se lei non riesce capire i principi della matematica, come potrà mai riuscire a calcolare a mente quanto fa – e questo è il meno che si chiesa a un ingegnere medio – quanto fa, ad esempio, 3 miliardi 755 milioni 988.251, moltiplicati per 5 miliardi 162 milioni 330.508? L’allieva: – Fa 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.508 Il professore: – Non mi pare. Deve fare 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.509. L’allieva: – No…508… Il professore: – (calcola mentalmente) Sì, ha ragione… il prodotto è giusto… Quintilioni, quadrilioni, trilioni, miliardi, milioni… 164.508. Ma come lo sa lei, se non conosce i principi del ragionamento aritmetico? L’allieva: – È semplicissimo. Sapendo di non potermi fidare del mio ragionamento, ho imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le moltiplicazioni possibili. Il professore: – Ma sono infiniti… L’allieva: – Ci sono riuscita lo stesso. Il professore: – Beh, è una bella impresa.
Il direttore, secondo la lunghezza della scena, mi dice approssimativamente il numero dei metri di pellicola che abbisognano, poi grida agli attori: – Attenti, si gira! E io mi metto a girar la manovella. Potrei farmi l’illusione che, girando la manovella, faccia muover io quegli attori, press’a poco come un sonatore d’organetto fa la sonata girando il manubrio. Ma non mi faccio né questa né altra illusione, e séguito a girare finché la scena non è compiuta; poi guardo nella macchinetta e annunzio al direttore: – Diciotto metri, – oppure: – trentacinque. E tutto è qui. Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò: – Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta da sé? Vedo ancora la faccia di questo signore: gracile, pallida, con radi capelli biondi; occhi cilestri, arguti, barbetta a punta, gialliccia, sotto la quale si nascondeva un sorrisetto, che voleva parer timido e cortese, ma era malizioso. Perché con quella domanda voleva dirmi: – Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo? Sorrisi e risposi: – Forse col tempo, signore. A dir vero, la qualità precipua che si richiede in uno che faccia la mia professione è l’impassibilità di fronte all’azione che si svolge davanti alla macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe senza dubbio più adatto e da preferire a un uomo. Ma la difficoltà più grave, per ora, è questa: trovare un meccanismo, che possa regolare il movimento secondo l’azione che si svolge davanti alla macchina. Giacché io, caro signore, non giro sempre allo stesso modo la manovella, ma ora più presto ora più piano, secondo il bisogno. Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere. (…) Viva la Macchina che meccanizza la vita! Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare. Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni.
Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio Operatore, Rizzoli
Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero.
Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. La mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.
Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica, Diabasis.
La gente si arreda la casa in stile antico, si circonda di mobili che appartengono a un’epoca ormai sepolta da secoli che non le è per nulla congeniale, e questo basta a farla vivere nella menzogna, pensavo. In realtà la gente è talmente debole rispetto alla propria epoca che si sente costretta a circondarsi di mobili di un’epoca da tempo passata, da tempo scomparsa, da tempo morta e sepolta, e si può dire che lo fa per tenersi a galla, pensavo, ed è quindi sempre segno di uno stato di orrenda debolezza quando la gente si arreda la casa con mobili di epoche passate e non con i mobili della propria epoca, della quale non riesce a sopportare la durezza e la brutalità, pensavo. La gente si circonda di mollezza, la mollezza del passato da cui è scomparsa ogni contraddizione, penso.
Thomas Bernhard, A colpi d’ascia: Una irritazione, Adelphi, Traduzione A. Grieco, R. Colorni
“Una madre redarguisce il figlio, un bambino di quattro o cinque anni che gioca con un’incantevole coetanea — nera come l’ebano, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si sono sistemati un po’ più lontano — sparando con una pistola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protesta, dicendo che allora bisogna rimproverare pure la bambina. “Quale bambina?” chiede la madre, che non la vede perché si è nascosta dietro un albero. “Quella che parla che non si capisce niente,” risponde lui, evidentemente colpito dal fatto che la piccola chiami le cose in modo per lui incomprensibile e un po’ arrabbiato di scoprire che esse possano avere altri nomi.”
“Nel 1954 Ennio Flaiano, scrisse il racconto breve “Un marziano a Roma”. Il racconto, inserito nell’antologia di aforismi Diario notturno, è un ironico avvertimento rivolto ai suoi contemporanei e alle generazioni future: ci annunciò la fragilità della modernità e il cinismo della società dei consumi. Flaiano nacque a Pescara nel 1910 ma, per sua stessa ammissione come scrisse nel libro postumo La solitudine del satiro, fu un italiano atipico. Non si sentiva legato alla città in cui era nato, aveva scelto Roma per vivere: la raggiunse nel 1922 e lì morì nel 1972. Non si sentiva né fascista né comunista né democristiano.”
Mi pare che la causa della tua lagnanza stia nella costrizione imposta dall’intelletto alla tua immaginazione. Cercherò di rendere con un paragone un pensiero appena accennato. Sembra che non sia bene, risulti anzi svantaggioso per l’opera creatrice dello spirito, che l’intelletto esamini con troppo rigore, per così dire già alle porte, le idee che affluiscono. Considerata da sola, un’idea può essere del tutto insignificante e molto avventata, ma diventerà forse importante grazie a un’idea successiva; forse, unita in un certo modo ad altre, che possono sembrare altrettanto insignificanti, potrà costituire una concatenazione funzionale. Tutto ciò non può essere giudicato dall’intelletto, se esso non trattiene l’idea fino a vederla unita alle altre. In una mente creatrice l’intelletto ritira le sue guardie dalle porte, le idee irrompono alla rinfusa e solo allora esso le vede nel loro insieme. Voi, signori critici, o quale altro sia il nome che vi date, vi vergognate o temete la frenesia momentanea passeggera, che si trova in tutti i veri creatori e la cui maggiore o minore durata distingue l’artista che pensa dal sognatore. Da ciò le vostre lagnanze di sterilità, perché rifiutate troppo presto e sceverate troppo rigorosamente.
Lettera di Schiller a Körner, 1 dicembre 1788, citata da Freud nell’Interpretazione dei sogni
In piedi, sentì che qualcosa gli si posava sulla testa, sulle spalle, sulle mani; lo attraversava da parte a parte; lo rifaceva diverso da quello che era diventato con pena e fatica; lo riduceva di nuovo al punto di partenza: era lo sguardo muto della madre. Si fermò, appoggiandosi allo stipite: mai aveva sentito un’impressione così intollerabile di prepotenza e di aggressione. Si volse come contro qualcuno: ma non trovò che gli occhi della madre, due occhi dolci e sconfinati, messi lì come da un tempo immemorabile…
Vitaliano Brancati, Anni perduti, in “Tutti i racconti”, Mondadori
Forse passerà inosservato, ma sicuramente qualche amico si sentirà obbligato a dirmi una o due frasi di quelle che si dicono sempre quando un autore pubblica un libro. Vorrei chiedere loro di non dire nulla… Sì, tacete, ve lo chiedo per favore… se ci tenete proprio a dire che vi è piaciuto quando mi incontrate muovete semplicemente l’orecchio destro. Se vi toccate quello sinistro capirò che non vi è piaciuto, se vi toccate il naso vorrà dire che il vostro giudizio e così-così. Con un lieve e discreto cenno della mano vi ringrazierò per il riguardo dimostrato nei confronti della mia opera e così, evitando situazioni imbarazzanti e ridicole, ci intenderemo in silenzio. Tanti saluti a tutti.
Witold Gombrowicz, Prefazione a Ferdydurke, Einaudi, Traduzione Cataluccio
Inventate un nuovo linguaggio che tutti possano capire. Arrampicatevi sulla Statua della Libertà. Cercate di raggiungere l’irraggiungibile. Baciate lo specchio e scrivete quello che vedete e udite. Ballate con i lupi e contate le stelle, incluse le invisibili.
Siate ingenui, innocenti, non-cinici, come se foste appena atterrati sulla terra (come in realtà siete, come in realtà noi tutti siamo), sbalorditi da quello su cui siete stati scagliati. Scrivete quotidianamente. Siate reporter dallo spazio esterno, che inoltra dispacci a qualche supremo caporedattore che creda alla rivelazione totale dei fatti e abbia scarsa tolleranza per le stronzate. Scrivete un poema infinito sulla vostra vita sulla terra o altrove. Leggete fra le righe dei discorsi della gente. Evitate le provincia, mirate l’universo. Pensate soggettivamente, scrivete oggettivamente.
Costruite pensieri lunghi in frasi brevi. Non frequentate laboratori di poesia, ma se lo fate, andateci non per apprendere “come” ma per imparare “cosa” (Cosa è importante scrivere). Non prostratevi davanti a critici che non abbiano scritto essi stessi grandi capolavori. Resistete molto, obbedite meno. Liberate segretamente ogni essere in gabbia che vedete. Scrivete brevi poesie con voce d’uccelli. Rendete le vostre liriche davvero liriche. Il canto degli uccelli non è fatto da macchine. Date alla vostra poesia ali per volare sulle cime degli alberi. Il detto di William Carlos Williams “Non idee se non nelle cose” va bene per la prosa, ma stende un peso morto sul lirismo, dal momento che le “cose” sono morte. Non contemplatevi l’ombelico in poesia pensando che il resto del mondo penserà sia importante.
Ricordate tutto, non dimenticate nulla. Lavorate su una frontiera, se riuscite a trovarne una. Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare. Coltivate la dissidenza ed il pensiero critico. “Il primo pensiero è il pensiero migliore” è forse un detto che non fa al caso della più grande poesia. Il primo pensiero potrebbe essere il pensiero peggiore. Cosa vi preoccupa? Cosa avete in mente? Aprite la bocca e smettete di mangiarvi le parole. Non abbiate una mente talmente aperta che il cervello vi cada giù. Mettete in discussione tutto e tutti. Siate sovversivi, mettendo in dubbio costantemente la realtà e lo status quo. Siate poeti, non affaristi. Non soddisfate, non assecondate, specialmente, un possibile pubblico, lettori, redattori o editori. Uscite allo scoperto, fuori dall’armadio. È buio lì dentro. Aprite le tende, spalancate le imposte, alzate il tetto, svitate le serrature delle porte ma non buttate via le viti. Impegnatevi in qualcosa al di fuori di voi. Siate militanti. O Estatici. Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose. Svegliatevi e fate pipì, il mondo è in fiamme!
È la poesia che aneliamo svegliandoci nel buio fitto di problematiche che rischiano di annientarci.La poesia è data dall’immaginazione. Poesia è nel sole del mattino, nelle notti in bianco, in un clochard. Una poesia deve cantare e volare via con noi, altrimenti è prosa. Come un vaso di rose una poesia non dovrebbe essere spiegata. È fatta di frammenti di sogni e grida lontane, poesia è un faro sul mare, è la nudità in un giardino segreto.Dietro una poesia ci può essere un mondo intero.La poesia è un pensiero da guanciale dopo il rapporto. La poesia è fatta di pensieri notturni. La poesia risuona della risata della giovinezza. È luce nella notte. C’è poesia nel riecheggio del barrito degli elefanti, nella corsa misurata di una tartaruga. La poesia vede gli angeli danzare. La poesia è un lamento, una risata. La poesia è il culmine dell’immaginazione. Il poeta reinventa la realtà con l’immaginazione. C’è poesia quando si ha un’emozione dall’impasto di emozioni. Un poeta è grande quanto il suo recepire. La poesia non è silenzio che manca di intensità, e non c’è inganno se è autentica. La poesia è credo. Il credo è poesia. Poesia è nel tranquillo ormeggio di una barca. La poesia è uno sguardo attento al mondo. Poesia è anche l’impotenza verso l’ineluttabile. La poesia è uno stimolo intimo. È una musica armonica, senza stridii. È un raggio dorato che illumina solo nude menti e cuori, talvolta inconsapevoli. La poesia rispecchia follie o meraviglie. La poesia è uno scavo nell’inconscio. La poesia nelle sue sfaccettature..poesia d’amore, di rivalsa o di dolore è pur sempre un canto. Poesia è il fulgore dato dalla luce interiore. La poesia è incomparabile intelligenza lirica perché si innalza oltre linee facilmente tangibili. La poesia esula da una visione realistica e scorticando l’ignoto penetra in una soglia di verità… che è l’auspicio che ci facciamo tutti perché è il bisogno che abbiamo tutti.
Lawrence Ferlinghetti, First read at the Seventeenth Annual San Francisco High School Poetry Festival, February 3, 2001
Un commerciante di Coblenza era riuscito a realizzare il
sogno della sua vita, quello di visitare le piramidi di Gizeh; tuttavia la
visita fu una grande delusione. Per vendicarsi, il commerciante di Coblenza
fece pubblicare su tutti i giornali più importanti, intere pagine di annunci,
nei quali esortava i futuri visitatori dell’Egitto a diffidare delle piramidi,
ma soprattutto della famosa piramide di Cheope che lo aveva deluso ancor più
profondamente delle altre. Con tutti questi annunci, il commerciante di
Coblenza ha dato fondo in brevissimo tempo al proprio patrimonio ed è finito
nella misera più totale. Quanto ai turisti diretti in Egitto, logicamente, gli
annunci del commerciante di Coblenza non avevano avuto su di essi l’effetto
sperato: al contrario, il numero di coloro che hanno visitato l’Egitto
quest’anno è addirittura raddoppiato rispetto a quello dei visitatori dell’anno
scorso.