Le figurine di Radiospazio. Lettere d’amore per conto terzi

Oggi ho scritto una lettera d’amore per conto terzi. Per me è sempre una grande gioia. Prima di tutto è ogni volta molto interessante entrare in modo così vivo in una situazione, eppure con ogni agio possibile. Carico la mia pipa, ascolto la relazione, mi vengono mostrate le lettere della diretta interessata. Sono sempre studi importantissimi per me quelli riguardanti il modo di scrivere di una giovane fanciulla. Eccolo lì seduto, innamorato morto, legge le lettere di lei ad alta voce, interrotto solo dalle mie laconiche osservazioni: “Però, scrive bene, ha sentimento, gusto, prudenza, senza dubbio è già stata innamorata ecc. ecc.”. In secondo luogo è una buona azione quella che compio. Aiuto una giovane coppia; poi presento il conto. Per ogni coppia felice mi scelgo una vittima: rendo felici due persone, al massimo infelice una soltanto. Sono onesto e fidato, non ho mai ingannato nessuno che si sia affidato a me. Un margine di scherzo c’è sempre, ma è una gratifica legittima. E perché godo di questo credito? Perché so il latino e coltivo i miei studi e perché tengo sempre per me le mie storielle. E non merito questo credito?

Søren Kierkegaard, Il diario del Seduttore, Feltrinelli

Thomas Bernhard, Fotografare

Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Sono di continuo alla ricerca di un soggetto e fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa, cdi continuo, se non di esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Quelli che fotografano commettono uno dei crimini  più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo. Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita. L’inventore dell’arte fotografica è l’inventore della più disumana di tutte le arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti alla smorfia perversa dell’una e dell’altro Guardare fotografie mi ha sempre nauseato , più di ogni altra cosa.

Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Traduzione Andreina Lavagetto

Le figurine di Radiospazio. La donna e la lattina di conserva

Tutti gli uomini hanno un avvenire. Sempre. Un a-venire. Gli uomini muoiono più giovani. Forse. Ma vivono più a lungo. Ho letto che sui siti di incontri, la frontiera fra i quarantanove e i cinquant’anni è l’abisso in le donne cui precipitano. A quarantanove anni, hanno in media quaranta contatti alla settimana, a cinquanta non ne hanno che tre. E tuttavia non è cambiato nulla, sono le stesse, con un anno di più. Conoscete, vero?, quello sketch, non ricordo più di che cosa, sulla data di scadenza delle lattine di conserva: «Da consumarsi entro il 25 marzo 2014.» Ma cosa succede dentro questa lattina nella notte fra il 25 e il 26? Noi donne siamo tutte lattine di conserva. Inadatte da un giorno all’altro alla consumazione.

Gianni Celati, il desiderio di essere capiti (Doppiozero)

Una volta c’erano due amici che andavano sempre d’accordo. Facevano lunghe discussioni e avevano sempre l’aria di capirsi benissimo. Caratteristico era il fatto che, mentre le loro compagne (o spose o fidanzate che dir si voglia) si guardavano sempre in cagnesco senza la minima ombra di comprensione reciproca, i due amici sembravano sempre capaci di superare le differenze con discorsi ragionevoli e persuasivi. Perché si capivano benissimo. 

I due si capivano così bene perché parlavano quasi sempre con le parole degli ultimi libri che avevano letto. E se le loro vedute qualche volta non combaciavano, era solo perché uno dei due aveva letto un certo libro e l’altro no. Allora l’altro doveva recuperare, e quando aveva letto lo stesso libro i due si capivano di nuovo benissimo.

Ma col tempo i due amici si sono visti sempre meno. Uno di loro è andato ad abitare in un altro paese, e il sincronismo delle loro letture si è rotto. Così le parole dei libri hanno smesso di funzionare come una vernice omogeneizzante che passava sopra tutte le differenze. Prima c’era una coincidenza meccanica nelle loro opinioni politiche, letterarie, filosofiche, scientifiche. Indossavano quelle opinioni come una livrea, e usavano quelle parole come fanno i dottori con i malati. Anche i dottori parlano sempre con le parole dei libri che hanno letto e si capiscono così, ma nessun malato ha mai capito di cosa parlino i dottori.

leggi l’intero racconto: https://www.doppiozero.com/il-desiderio-di-essere-capiti

Propositi per l’anno nuovo. ALDO PALAZZESCHI, VIVERE IL DOPPIO

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Mino Maccari, Senza titolo

Lei, signore, è un sentimentale? Benissimo. Sentimentale fino all’eccesso? Tanto meglio. Il suo è un gusto rispettabilissimo, però se voglio due goccioline sole di cinismo devo suonare all’uscio in faccia al suo, lei non mi può servire in modo alcuno: male, malissimo. Lei invece è un uomo indifferente, freddo, addirittura un cinico? Benone. Mineralizzato. Meglio. Il suo gusto è altamente rispettabile, ma se in un certo momento mi sento tutta presa dalla smania di andarmene in brodo di giuggiole, in solluchero, di smammolarmi nel più tenero sentimento, ella non fa al caso mio, un vero peccato, e debbo andarmene a cercare un altro. Mi viene una gran voglia: provare tutti e due i gusti di quei rispettabili signori, essere una volta l’uno e una volta l’altro: vivere il doppio.

Aldo Palazzeschi, Lazzi, frizzi, schizzi…, Mondadori

Il video di fine anno. Mario Monicelli, Risate di gioia

https://m.youtube.com/watch?v=YKTCQOx9ysA

I nostri lettori lo sanno, non postiamo mai un film intero, ma proponiamo frammenti: questo infatti è il gioco: estrapolare una sequenza e lanciarla nel vuoto lasciando (e augurandoci) che produca delle risonanze nello spettatore. Oggi facciamo un’eccezione, perché ciò che conta in questo film è la sua scrittura, modellata sulla marginalità dei personaggi, impegnati a galleggiare (ma senza scampo) sulle acque morte di un San Silvestro disperato. Il film è del 1960. Per alcuni il miracolo alle porte è già iniziato, ma fin dalle prime sequenze comprendiamo che per i drop out di questa storia di miracoli non ce ne saranno. Non siamo nell’inferno iper realistico che Scola allestirà sedici anni più tardi per Brutti, sporchi e cattivi, ma nella commedia all’italiana del miglior Monicelli, con forti venature di un Neorealismo che il regista recupera  sentimentalmente, potremmo dire. Cercate di trovare un’ora e mezza per questo piccolo capolavoro, sottile e malizioso come il suo titolo a inganno.


Per pigrizia, riporto l’argomento da Mymovies.
Gioia, soprannominata Tortorella, sta cercando in tutti modi di trascorrere una notte di Capodanno festeggiando adeguatamente. Si troverà invece a fianco di Umberto Vernazzi detto Infortunio. Costui è costretto a fare spalla a Lello, un borsaiolo che ha deciso di approfittare della confusione dei festeggiamenti collettivi per mettere a segno qualche buon colpo. Gioia, senza esserne cosciente, sarà di intralcio ai suoi piani.

Ma l’argomento conta ben poco di fronte alla regia, alla sceneggiatura di Monicelli e all’interpretazione della coppia Anna Magnani/Totò, che qui sono al culmine del loro magistero.

Lou Andreas Salomè, Fiaba di Natale (Doppiozero)

Caro Bubi, cara Schnuppi,

da quando ho sentito che la mamma ha preso, di tanto in tanto, l’abitudine di restarsene seduta in mezzo ai vostri due lettini, dopo che vi siete coricati, a leggervi qualche storia, non ho più pace se non vi racconto anch’io qualcosa, e cioè quello che mi è capitato ieri, ultima domenica d’Avvento, alle quattro passate.

Ero scesa in città, dalla nostra collina, a comperare candele per l’albero di Natale. Giù non v’era affatto tutto quel trambusto di vetture, cavalli e gente affannata che si nota, alla vigilia delle feste, da voi nella capitale. In cambio però, in queste stradine silenziose e nella tortuosa piazza del mercato, accanto al municipio, la cui fioca illuminazione viene ora solo scarsamente migliorata dalla luminaria dei tanti alberi di Natale che fanno capolino dietro le vetrine, ci si potrebbe immaginare più facilmente un prodigio: di veder sbucare di nascosto, tra i bambini presenti, un servo Ruprecht intento ad annotarsi i loro desideri, che riesca anche a sottrarre qua e là qualcosa dalle vetrine, per ficcarlo nel suo sacco capace e scomparire poi di nuovo, dietro le bancarelle di abeti, senza che nessuno, nemmeno stavolta, se ne accorga.

Leggi l’intero testo: https://www.doppiozero.com/fiaba-di-natale

BRIAN ALDISS, IL NUOVO BABBO NATALE. Audio/Radiospazio. durata 12’

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http://www.spreaker.com/user/7367339/brian-aldiss-il-nuovo-babbo-natale

interpreti: Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Marco Intraia, Eleni Molos, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

Il video della domenica. Cento storie in una stanza. ZBIGNIEW RYBCZYŃSKI, TANGO, 1980. 8′

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a cura di Francesco Ghisi

Cosa succede se una palla, calciata da un bimbo, entra in una stanza da una finestra lasciata aperta? L’incipit è banale ma lo sviluppo di questa breve storia è sorprendente. Zbigniew Rybczyński realizza un gioco di prestigio sorprendente, quello della contemporaneità dei racconti di cui sono portatori i personaggi che affollano la piccola stanzetta sulle note di un tango da cui è governata la loro assurda danza di vita.

* La definizione del video non è delle migliori ma ci sembra che sia ampiamente compensata dalla qualità dell’opera; abbiamo quindi scelto di pubblicarla ugualmente: questa versione è la migliore fra quelle reperibili in rete. 

Racconto. Anton Čechov, Uno scherzetto

Un limpido pomeriggio invernale… Il gelo è compatto, scricchiola, e a Nadia, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore. Stiamo su un alto poggio. Dai nostri piedi fino al suolo si stende un piano in pendio, nel quale il sole si guarda come in uno specchio. Accanto a noi, piccole slitte rivestite di panno rosso vivo.
– Che ne dite, Nadia Petrovna? Scivoliamo giù?
– No, vi supplico, non ne ho il coraggio.
– Una volta soltanto. Vi assicuro che ce la caveremo.
– Ho paura, troppa paura. Sento che potrei anche impazzire.
– Vi supplico, non bisogna aver paura. Dovete assolutamente cercare di vincervi.
– E va bene, ma una volta sola.
La faccio sedere, pallida, tremante, nella slitta, la cingo col braccio e insieme con lei mi precipito nell’abisso.
La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata ci percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci morde, ci pizzica dolorosamente, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona ci abbia avvinghiati con le zampe e urlando ci trascini all’inferno. Ecco, ecco, ancora un attimo e pare che saremo perduti!  
Mi avvicino all’orecchio della mia deliziosa compagne e le dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia! —
La slitta ricomincia a correre sempre più piano, il respiro cessa di venir meno, e noi finalmente siamo in fondo. Nadia è più morta che viva.
– Giuro che non ci verro mai più, per nulla al mondo.
– Non bisogna mai giurare. Soprattutto per una sciocchezza come questa.
– Una sciocchezza? Per poco non son morta!
Dopo un po’ di tempo ella torna in sé e mi guarda interrogativamente negli occhi: sono stato io a dirle quelle quattro parole, o le è solo sembrato di udirle nel frastuono del turbine? E io sto accanto a lei, fumo e osservo con attenzione il mio guanto. Ella mi prende sottobraccio, e noi passeggiamo a lungo attorno al poggio. L’enigma, evidentemente, non le dà pace. Sono state dette quelle parole o no? Sì o no? Sì o no? Oh, che giuoco su quel caro volto, che giuoco!
– Sapete?
– Che cosa?
– Potremmo andare ancora una volta… giù in slitta.
Saliamo per una scala sul poggio. Di nuovo io faccio salire la pallida, tremante Nadia nella slitta, di nuovo voliamo nella paurosa voragine, di nuovo urla il vento, e di nuovo, al momento della più forte e fragorosa volata della slitta, dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia!
Quando la slitta si arresta, Nadia fissa a lungo il mio viso, tende l’orecchio alla mia voce indifferente, e sul volto le sta scritto: «Ma di che si tratta? Chi ha pronunciato quelle parole, Lui, o m’è solo sembrato di udirle?»
Questa incertezza l’inquieta, le fa scappare la pazienza. La povera fanciulla non risponde alle domande, si acciglia, ha le lacrime agli occhi.
– Non dovremmo andare a casa?
– Ma a me… a me piace questo scivolare…
Per quel pomeriggio non scendiamo più con lo slittino, e l’enigma resta enigma. La mattina del giorno dopo ricevo un bigliettino: “Se oggi andrete allo sdrucciolo, passate da me. Nadia”.
E da quel giorno comincio ad andare con Nadia quotidianamente allo sdrucciolo e , volando giù in slitta, pronuncio ogni volta sempre quelle stesse parole:
– Io vi amo, Nadia! —
Ben presto Nadia si abitua a questa frase. Vivere senza essa non può. Sospetti di pronunciarle siamo sempre noi due, io e il vento… Chi dei due le dichiari il suo amore ella non sa, ma ormai, a quanto pare, le è indifferente: da qualunque vaso si beva è tutt’uno, purché si sia ebbri.

Una volta, a mezzogiorno, mi avviai allo sdrucciolo solo; mescolatomi alla folla, ed ecco che al poggio si avvicina Nadia e mi cerca con gli occhi… Poi sale timidamente su per la scaletta. Ha paura ad andar sola, oh, come ha paura! È pallida come la neve, trema, ma va, senza guardarsi indietro, risoluta. Evidentemente ha stabilito di provare: si potranno udire quelle stupefacenti, dolci parole quando io non ci sono? Quando si alza dalla slitta, debole, esausta, si capisce che quella corsa non le ha chiarito il dubbio. La paura, mentre scivolava giù, le ha tolto la capacità di udire, di distinguere i suoni, di capire…
Ma ecco che giunge la primavera, e io mi accingo a partire per Pietroburgo; per molto tempo, probabilmente per sempre.
Una volta, un paio di giorni prima della partenza, sono seduto nel mio giardinetto, che confina con quello di Nadia. La vedo che esce sul terrazzino e fissa un triste sguardo nel cielo. Il vento primaverile le ricorda quel vento che ci soffiava allora sul collo. E la povera fanciulla tende tutt’e due le mani, come pregando questo vento di recare ancora una volta quelle parole. E io, dopo aver atteso che soffi il vento, dico a mezza voce: “Io vi amo, Nadia!” 
Dio mio, che cosa avviene in lei! Manda un grido, sorride con tutto il volto e tende incontro al vento le mani, gioiosa, felice, così bella!
E io vado a far le valigie…
Questo è accaduto tanto tempo fa. Adesso Nadia è già maritata; l’hanno sposata, o s’è sposata, fa lo stesso, con un notabile, e ora ha già tre bambini.  Come noi andavamo un tempo insieme allo sdrucciolo e come il vento portava fino a lei le parole “Io vi amo, Nadia”, ella non l’ha dimenticato; per lei adesso è questo il più felice, il più commovente e bel ricordo della vita…
E a me, ora che mi son fatto più vecchio, riesce ormai incomprensibile perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi…

Anton Čechov, Racconti, BUR, Traduzione Eridano Bazzarelli

Oggi, ore 20.45, Teatro Gobetti, Sala Pasolini, una prima rappresentazione

Eugène Ionesco l’ho scoperto alla fine del liceo grazie a un cofanetto Mondadori sul Teatro dell’assurdo che conteneva tre oscar con le più note commedie di Samuel Beckett, John Osborne e, appunto, Ionesco. Se Beckett e Ionesco potevano forse stare insieme, mi pareva che Osborne, esponente di punta dei “giovani arrabbiati”, fosse un po’ un intruso. Di Ionesco avevo già sentito parlare della Cantatrice calva e della Lezione, che spesso venivano rappresentate insieme e che aprivano quello stesso volumetto, pubblicato nel 1971. Seguivano Amedeo o Come sbarazzarsene, L’improvviso dell’Alma e Assassino senza movente, il primo Ionesco, insomma. Fu qualcosa di sorprendente, un denudamento della realtà, smascherata attraverso continui paradossi, grazie a un’illimitata libertà verbale e a una comicità irresistibile che sfociava nel grottesco. Ionesco non faceva altro che denunciare la vacuità e l’assurdità della vita, smontandone gli schemi e le impalcature formali, fino a ridicolizzare gli uomini e a spalancare loro gli occhi perché potessero constatare il nulla, sociale, individuale, storico. Che cosa poteva desiderare di più uno studente già predisposto e orientato al nichilismo da un autore teatrale contemporaneo, che per sua stessa ammissione doveva la sua formazione a Kafka e ai fratelli Marx?

   L’idea di “Giù le mani da Ionesco!” nacque in me molti anni dopo a Parigi, quando scoprii che al Théatre de la Huchette una compagna teatrale aveva portato in scena La Cantatrice calva per circa cinquant’anni e continuava a farlo, tutte le sere, sempre con gli stessi attori. Ne rimasi stupefatto, non esitai un attimo e acquistai il biglietto, volevo vedere chi fossero quei sei attori che dedicavano completamente la loro vita artistica a Ionesco. In un opuscolo dalla copertina rossa con il disegno della faccia ridente di Ionesco appresi che ogni ruolo era ricoperto da un gruppo di cinque o sei attori a rotazione, ma questo non alterava la singolarità del progetto. Nei giorni successivi, ogni sera, alle ore 19, anche dopo esser rientrato in Italia, mi dicevo: ecco, in questo momento, in un piccolo teatro parigino ha inizio La Cantatrice calva, sempre gli stessi attori, sempre le stesse battute. La Cantatrice calva è un’anti-commedia, io – per liberarmi dall’ossessione della ripetitività – decisi di scriverne una sorta di parodia chiamandola anti-anti-commedia, ma che è un sincero omaggio al grande autore rumeno. Io penso che se fosse qui sarebbe il primo a divertirsi. Protagonista è il signor Smith, che dopo le prime battute esce dai binari del testo ioneschiano suscitando lo scandalo dei suoi compagni e del regista e andando incontro a un tragico destino.

Riccardo De Gennaro

Le figurine di Radiospazio. Trame

Tutte le trame tendono verso la morte. È nella loro natura. Le trame di stampo politico o terroristico, le trame degli amanti, quelle narrative e quelle che sono alla base dei giochi dei bambini. Ogni volta che tramiamo ci avviciniamo alla morte. È una sorta di contratto che tutti siamo tenuti a firmare, chi ordisce le trame e chi ne è vittima. È davvero cosí? Perché l’ho detto? Che cosa significa?

Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, Traduzione Federica Aceto