ROBINSON CRUSOE, IL BESTELLER. Backstage. Vita quotidiana.

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La prima inquadratura di Venerdì, quella che segna il suo ingresso nel racconto, ‘è una silhouette, così come ai conviene a un personaggio misterioso. Le punte dei suoi capelli si stagliano contro le cime degli alberi: la vegetazione e Venerdì, prima della sua acculturazione, sono Natura.

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L’immagine inquietante di Venerdì diventa familiare quando Robinson incomincia a curarlo con periodiche letture della Bibbia (nella foto la tiene sulle ginocchia). Sulle prime, la lettura dei sacri testi non entusiasma il giovane e a fatica Robinson riesce a fargli togliere le cuffie dell’ipod.

 

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Backstage: ARRIVA VENERDI’

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Venerdì è giovanissimo. Si chiama François Ndaymbaje, ha diciassette anni, s’interessa di cinema e di musica. Forse farà il regista o lo sceneggiatore. Il suo rapporto con Robinson si consuma anche nel confronto generazionaleM che diventa impietoso, quando si sviluppa sul piano fisico.

imageUna certa tensione è inevitabile, sul set. In Robinson scatta la ribellione quando gli viene chiesta l’ennesima gara di corsa con Venerdì.

 

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Minivideo backstage: L’isola dispettosa, 56″

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Questo frammento di backstage necessita di una breve introduzione. I due personaggi che vedrete in azione sono Robinson e il regista. Sulla costa di Silvi Marina, nei pressi di un canale naturale, scoprimmo fin dal primo giorno una piccola isola: sarebbe stata l’ideale per rappresentare le mire espansionistiche di Robinson. Purtroppo questo bottone di sabbia (una quindicina di metri, non di più) appariva e spariva senza regole. Un pomeriggio che l’isola era in stato di emersione decidemmo di agire, La distanza fra la terra ferma l’isola era inferiore al metro ma non avevamo la possibilità di costruire un ponticello né era pensabile di poter attraversare quel piccolo tratto di mare a piedi nudi, visto il freddo. Robinson, impavidamente, si offrì di saltare ma era molto rischioso: bastava un salto troppo corto e avremmo dovuto interrompere il lavoro. Si decise di fare come le federazioni di atletica in occasione delle olimpiadi: per partecipare è necessario fare un salto non inferiore a una certa misura. Questo breve spezzone di 56″ documenta la prova di qualificazione di Robinson per il salto sull’isola.

Nel giardino di facebook. Il ragazzo morto e le mutande della Pausini

 

 

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In un tempo molto lontano, prima di internet, gli accostamenti fortuiti e bizzarri che il Caso offriva a chi passeggiava per le vie della città erano tanto innocenti che i begli spiriti (si chiamavano così quei personaggi solitamente un po’ noiosi che s’incaricavano, chissà perché, di divertire amici e conoscenti) li collezionavano per riproporli, la sera, quando erano in combriccola. Le targhette dei campanelli erano una ricca sorgente di abbinamenti buffi : “Dottor Panza, ostetrico”, “Avvocato Cinquemani”; “Avvocato Bugiardini” e, sulla porta di fronte, allo stesso pianerottolo, “Avvocato Della Veritò… Bastava che il cacciatore di bizzarrie tenesse gli occhi aperti e, passo dopo passo, i nomi gli apparivano ad altezza d’occhio, uno dopo l’altro, come le facce dei calciatori schierati al centro del campo durante l’esecuzione degli inni nazionali. Trasposto a livello planetario, il gioco degli accostamenti genera orrendi mostri, come nel post che ho trovato su facebook, riguardante l’orribile morte di un ragazzo. Il tono che l’articolista si sforza di mantenere è quello della compunzione ma il pezzo è incorniciato da un link che recita “Pausini, senza mutande”. L’enunciato è ambiguo per via di quella virgola dalle intenzioni non troppo chiare che lascia aperte svariate intrerpretazioni: “Lei mi parla della Pausini…? Ma per caritò, è senza mutande”. Oppure imperativo, come un ordine militaresco: “Pausini Laura, si levi subito le mutande!”  O ancora, come un’accorata deplorazione: “Sempre lei, Pausini… ancora senza mutande…”  Secondo me, il punto non è costituito dalle mutande della Pausini ma dalle mutande della rete che se le mette e se le toglie in continuazione, articolo dopo articolo, a seconda dei casi: in questo vortice di biancheria, di togli e metti senza paraventi, è inevitabile che qualche mutanda rimanga appesa là dove non dovrebbe. O forse non si tratta di una svista?

La Striscia. GEORGES PEREC 2

(Seguito della Striscia PEREC 1, pubblicata ieri. Non compariranno altre strisce di questo libro, il lettore interessato a proseguirne la lettura dovrà provvedere con mezzi propri, ma anche l’interruzione di un flusso di scrittura come questo può essere una soluzione accettabile)

 

striscia perec 2. l'arte e la maniera

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. 2 gennaio. Backstage

Passata la bufera dell’anno vecchio, il 2015 porta sole e lavoro (è un po’ altisonante ma anche beneaugurante per tutti). Il mare è sempre aggressivo ma senza l’alleanza con l’acqua che viene dal cielo diventa uno di quei giganti incatenati che ringhiano e si dimenano solo per dare spettacolo. Non so esattamente quanto abbiamo girato ma il minutaggio è decisamente buono; già al mattino abbiamo registrato svariate sequenze, e ne avremmo portate a casa ancora di più se i vagabondaggi di Robinson non fossero stati interrotti da passeggiatori con cane e senza cane, da salutisti che facevano jogging per smaltire la notte e da un signore di Silvi Marina che ha preteso di portare il nostro naufrago a visitare le carcasse di due tartarughe morte in un punto molto lontano della spiaggia, una grande e una piccola – madre e figlia, sosteneva lui, per caricare di pathos l’escursione. Naturalmente Robinson ha accettato, così per un po’ l’abbiamo perso. Recuperatolo, senza tartarughe, per fortuna, tutto è filato liscio.

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In questa foto sembra che non succeda niente ma non è così; il videomaker sta sorvegliando la scena nel mirino; Robinson, in campo lungo, legge un librone che più avanti si rivelerà essere la Bibbia, e il regista, alla sua destra, non sta prendendo il fresco marino ma è in stretto colloquio con Robinson: gli parla, gli suggerisce posizioni da assumere, qualche volta s’inventa situazioni alle quali Robinson dovrebbe reagire, Per essere un film muto che supporterà uno spettacolo teatrale, circolano moltissime parole.

 

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Dopo la pausa pranzo, siamo tornati alla spiaggia e abbiamo scoperto che uno dei tanti bastoni usati dal Naufrago e piantati a marcare il territorio poteva funzionare da meridiana. Nel romanzo di De Foe, e in misura minore anche nella nostra riscrittura, il tempo ha un’importanza centrale: una delle prime preoccupazioni di Robinson dopo che è scampato al naufragio, è di riuscire a tenere il conto dei giorni, dei mesi e degli anni; forse pensa che la sua storia, disancorata del tempo, potrebbe sembrare una pura e semplice fantasia. Costruire una meridiana, tuttavia, non è impresa facile e abbiamo lasciato perdere, troveremo altri strumenti di misurazione. 

 

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Fra le molteplici prospettiva che il romanzo di De Foe offre al lettore c’è anche il recupero, anzi l’invenzione, della manualità. Prima di essere rigettato esanime sull’isola, Robinson era soltanto un marinaio divorato da una febbrile smania di avventura (che sfocia in un desiderio di autodistruzione, considerando tutti i naufragi di cui è vittima in queste pagine). Nudo, sprovveduto e abbandonato da Dio, il marinaio Robinson deve inventarsi agricoltore, cacciatore, carpentiere. Questa foto di scena ci mostra Robinson in quello che si potrebbe definire il suo laboratorio. Paolo Brunati, scrittore e artista figurativo, una volta insediato in questa struttura che abbiamo trovato sulla spiaggia e che abbiamo arrangiato alla meglio, non voleva più uscirne. Se lo avessimo assecondato, ne sarebbe uscito materiale per alcune mostre.

Buon anno! Una mappa mentale per un po’ di (dis)ordine creativo. MATHIEU COPELAND

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http://ubumexico.centro.org.mx/text/copeland/Copeland-Mathieu-ed_Mental-Map-for-an-Exhibition.pdf

In piena eccitazione digitale (meglio astenersi da fb in questi giorni), incominciamo l’anno con un vintage piuttosto hard, tornando alla fotocopia (peraltro anch’essa in digitale, è la nostra contraddizione quotidiana). Siamo nel 1977 e Mathieu Copeland organizza una mostra a Losanna. Fin qui, niente di strano, anche se gli artisti sono in quantità esorbitante e molto eterogenei: Max Ernst, Antonin Artaud, Salvador Dalì, Yoko Ono, Henri Michaux, Tadeusz Kantor, Loulou Picasso, Leonora Carrington, Wallace Berman, Hans Hartung… tanto per citarne solo alcuni. La cosa più interessante è il processo a cui Copeland sottopone le opere che ha esposto: anziché riprodurle nel solito catalogo patinato (che spesso assomiglia un mausoleo) ne fa delle fotocopie – ma mica tanto belle, lo vedrete voi stessi, alla buona, come se le avesse affidate al tabaccaio sotto casa perché ne tirasse qualcuna quando aveva tempo, fra un pacchetto e l’altro di sigarette. E con questo, la sacralità dell’arte è servita. E qui principia il lavoro di Copeland, che prende questo mare di fotocopie e inclincia ad abbinare gli artisti creando, ecco, la sua mappa mentale, la sua opera di autore che non sa tenere un pennello in mano ma che sa lavorare sulle sue associazioni mentali. Conviene incominciare l’anno nuovo senza fare gli schizzinosi, quindi non arricciate il naso all’idea della  fotocopia,  fate scorrere questo pdf  e incominciate un viaggio durante il quale incrocerete street art e incisioni, cartellonistica e graffiti, proclami e puntesecche. Quanto alle immagini, concedetevi il piacere dell’approssimazione creativa.

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Com’è nordico questo mare d’Abruzzo.

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martedì 30 dicembre, ore 14.
Non indugiamo sulla cronaca perché rischieremmo di cadere in un poco elegante autocompiacimento eroico ma, detto in breve, questa mattina noi della piccola troupe del Robinson siamo stati costretti a fuggire dalla spiaggia investiti da un’improvvisa bufera di pallini da caccia; erano di neve ma rispetto a quelli di ferro cambiava soltanto il colore. Sul filo dei secondi, siamo riusciti a chiudere fortunosamente una sequenza strategica ma il resto della giornata è compromesso. Per domani non si sa. Ancora neve, si dice.
La cronaca è finita ma le perplessità restano. Il tenero e pigro Adriatico rievocante bambini che giocano con le biglie e le palettine è diventato il teatro di una bufera polare. I silvaroli (gli abitanti di Silvi Marina, dove si trovano le nostre location) che mi ricordavo sorridenti, morbidi e piacevolmente sornioni, oggi sono indispettiti come quei merluzzi scandinavi congelati che sognano la pentola pur di mettere fine al tormento del freddo.
Robinson, forzatamente, ha dovuto indossare magliomi e su di essi una cerata marinaresca che impedisca al vento di tagliarlo a fettine; è diventato, insomma, un naufrago norvegese. La cosa non è grave perché un mito non è tanto facilmente deformabile; forse Ulisse potrebbe tornare a Itaca su una lancia rubata alla Guardia di Finanza e l’epica della sua odissea si dispiegherebbe ugualmente. Ma ci sarebbe sempre qualche lettore (ne basta anche uno solo per guastare la festa) che alzerebbe il dito per obiettare: “… Però il racconto funzionava meglio se Odisseo (dire Odisseo fa sentire il nostro lettore più vicino a Omero, n.d.R) viaggiava, secondo la tradizione sulla nave Argo… così si chiamava la nave degli Argonauti… Ah, perché Odisseo non era un Argonauta?… “

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Primo giorno di lavorazione. IL MARE, ANZITUTTO.

 

imageIl mare è questo, non caraibico e nemmeno esotico: un mare serio, sulla cui spiaggia si può trovare anche qualche lattina – faremo il possibile per evitarle ma qualcuna ci potrà scappare e non sarà il caso di farne una tragedia. Diciamo che è un mare aperto, non parruccone né disneyano. Nello spettacolo che stiamo allestendo, questo video in cui siamo immersi in questi giorni  le sue onde imperturbabibli e con esse dovranno vedersela gli attori. irromperanno sulla scena. Sarà un confronto interessante.

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Questo è Robinson Crusoe, ovvero Paolo Brunati, un artista prelevato dal suo studio e messo in azione sul set. E’ vestito da marinaio, come si può vedere dall’abbigliamento, ma sono capaci tutti di mettersi una cerata gialla, un berretto di lana in testa, e dire: Io sono un marinaio. Brunati è marinaio anzitutto dentro, per di più specializzato in naufragi.

imageL’inquadratura non ha apparentemente bisogno di spiegazioni: Robincon legge la Bibbia, un bel Bibbione cinematografico. Sull’importanza della Bibbia nel Robinson non ci dilunghiamo: chi ha letto il romanzo (non moltissimi) lo sa: agli altri lo riveleremo in seguito.

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Questi primi appunti visivi di lavorazione devono avere una componente backstage, quindi abbiamo aggunto questa immagine, che non è truccata ma che registra un fatterello realmente avvenuto: un gatto, approfittando di un momento contemplativo di Robinson, è andato a strisciarglisi contro i pantaloni invitandolo alle tenerezze. La telecamera (qui governata da Francesco Ghisi) fa backstage e il gatto fa sempre audience, almeno su fb. Dovrebbe funzionare anche in un blog.

 

Qui incomincia l’avventurosa trasferta di Robinson Crusoe

ciak per blog
Dunque s’incomincia. Da oggi e per una decina di giorni RadiospazioTeatro si trasferisce sulla riva del mare d’Abruzzo, a Silvi Marina, dove si svolgeranno le riprese in esterni di Robinson Crusoe, il best seller, che debutterà al Teatro Astra di Torino il 10 marzo. Dello spettacolo, il cui impianto prevede l’importante contributo di un video di Francesco Ghisi (quello appunto, che ci apprestiamo a registrare) avremo modo di parlarvi durante il corso dei lavori. Nei prossimi giorni continueremo a pubblicare articoli e materiali ma compatibilmente col tempo che le riprese ci concederanno, e non sarà molto. Da domani cercheremo di documentare il nostro lavoro quotidiano per quanti sono interessati a un backstage che non sarà tanto agevole (d’altra parte era inevitabile che un lavoro su Robinson Crusoe presentasse componenti avventurose).

Nel buio del messaggio. HAROLD PINTER, PROBLEMA

telefono

C’è solo un suono più inquietante di quello di un telefono che squilla a vuoto, ed è quello di un telefono che viene lasciato squillare da qualcuno che non intende rispondere. Il potere scenico del telefono è grande; parlo dell’apparecchio telefonico, naturalmente, quello formato da un corpo massiccio con disco rotante, da una cornetta, e soprattutto dotato di una voce perentoria come quella di un messaggero biblico. Infatti il telefono – e soprattutto in teatro – è portatore di un annuncio che non è mai banale: in quanto proveniente da un altrove sconosciuto, il messaggio implicito nello squillo innesca il volano delle congetture e dell’angoscia, come in questo frammento di Harold Pinter, nel quale il lavorio della mente indotto dal telefono si trasforma in una concreta, quasi tangibile azione scenica. 

Suona il telefono. Lo ignoro. Persiste. Non sono uno sciocco. Il mio stratagemma è semplice. Alzo il ricevitore del secondo apparecchio. Non dico niente. Silenzio anche dalla sua parte. Lui rimette giù il ricevitore. Notevole gracchio. Qualcuno sta cercando di formare un numero.
Dopo aver sistemato le mie cose decido di fare una telefonata. Alzo il ricevitore. Muto. [In questa zona, alla minima segnalazione, i tecnici arrivano di corsa, puntuali a porre rimedio. Ma in questo caso il problema è palpabile.] Non posso telefonare per avvertire del guasto, il guasto è così vasto, è così definitivo da impedire, senza uno spiraglio di speranza, aiuto.
Telefono muto. Notte profonda.
Spina staccata? Ricevitore al secondo apparecchio appoggiato male? Vado a investigare. Il ricevitore del secondo apparecchio al suo posto, adagiato con una certa indolenza, sull’apparecchio. Sono perplesso. Ma c’è dell’altro. Prendo una sedia e mi siedo perplesso.
Perplesso. Telefono muto. Notte profonda.
Suona.
Lascio lo studio, vado in una cabina telefonica e faccio il numero del mio appartamento. Numero occupato.
Qualcuno mi vuole ammazzare.

Harold Pinter, Problema, Gremese, Traduzione E. Nissim, L. Del Bono 

A proposito dei compiti delle vacanze. LEO LONGANESI, LA MUCCA

cowdcgSenza entrare nella recente querelle sui compiti, e in particolare quelli delle vacanze, il post di oggi vuol essere un omaggio a quanti sono costretti a misurarsi, da una parte o dall’altra della barricata, con questo crudele dovere. Lo ha scritto Leo Longanesi, scrittore, giornalista, editore e, pur senza dichiararlo, ideologo (discutibile e discusso) – ma sull’invenzione breve era senz’altro folgorante.

Componimento di una bambina di otto anni.

Tema: La mucca.
Svolgimento: “La mucca è un animale domestico, mammifero. Essa ha sei lati: sinistro e destro, sopra e sotto, davanti e dietro. Essa è rivestita principalmente di cuoio. Di dietro essa ha una coda, e in cima un ciuffetto col quale scaccia le mosche per ché non cadano nel latte. Davanti c’è la testa affinché vi possano crescere le corna e su questa vi è posata la bocca. Al di sotto della mucca pende il latte. Il latte viene sempre giù. Come questo avvenga non lo sappiamo. L’uomo della mucca è il toro: esso sembra proprio una mucca, solo non gli pende il latte di sotto: perciò il toro non è un mammifero. La mucca fa ogni volta un vitello. Come essa lo fa non lo so. Mio fratello maggiore lo sa. La mucca ha bisogno di poco cibo: ciò che essa ha mangiato una volta può mangiare più volte, perché rumina tutto, poiché è sazia. Quello che inghiotte una volta lo rivomita, così ha di nuovo bocca piena. Di più non so”.

Leo Longanesi, La sua signora, Longanesi editore

Corrispondenze. ANDRÉ BRETON / AUBE

Per mettere finalmente le mani sulla corrispondenza di André Breton dovremo attendere il 2016, quando cinquant’anni saranno trascorsi dalla morte dell’autore e il veto da lui imposto sarà caduto. Unica eccezione: le lettere indirizzate alla figlia Aube, che l’autore le ha affidato interamente e che Gallimard ha pubblicato qualche anno fa in un’edizione elegantissima, con tanto di riproduzioni a colori di disegni e messaggi manoscritti.
Al tempo della lettera che vi proponiamo Aube vive a New York con la mamma, l’artista Jacqueline Lamba, la donna al centro di L’Amour Fou che però da Breton già si è separata. Ha appena compiuto tredici anni (il 20 dicembre: eccola qui la prima delle tre stelline, la festa speciale tutta per lei) e in famiglia fervono i preparativi per il suo trasferimento a Parigi, dove il padre è sempre più assorbito dalla vita letteraria e artistica. “Un giorno preferirai essere diventata grande a Parigi piuttosto che a New York” le scriverà lui a gennaio. A colmare la distanza, intanto, una fitta corrispondenza che ci permette di scoprire un Breton più intimo, severo nell’occuparsi dell’educazione della sua petite Aube chérie e insistente nel voler conoscere ogni dettaglio della sua vita lontana (“raccontami le tue giornate, i tuoi orari, i tuoi impegni”, le chiederà senza sosta anche quando lei, adolescente, si farà ostinatamente ritrosa), dolcissimo nel regalarle parole piene di immagini come quelle che leggiamo qui sotto: il periodo natalizio visto con gli occhi del poeta.

a cura di Roberta Sapino

lettera breton alla figlia 2

 André Breton, Lettres à Aube. 1938-1966, Gallimard