Una mamma, un cavallo e una pistola. CALAMITY JANE, Lettera alla figlia

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Forse qualche lettore maturo di questo blog si ricorderà di Calamity Jane per averla incontrata negli albi di Pecos Bill, pubblicati per qualche anno in Italia dal 1949. La versione fumettistica proponeva una pistolera bionda, coi  boccoli e sempre pronta a tirar fuori la pistola sparando prima e meglio degli uomini; una sorta di protofemminista del West che coniugava avventura e fascino, impeto e charme cavalcando impavida per le praterie con i biondi capelli svolazzanti sotto il cappellone. Ma Calamity Jane esistette davvero. Si chiamava Marta Jane Canary-Burke (1852 – 1903) e la sua forma umana era molto diversa da quella di Doris Day, che la interpretò, nel 1953, in “Non sparare, baciami”. Meno avvenente ma certo più interessante: galoppava, sparava  e in più beveva come uno scaricatore (del quale aveva anche il fisico), probabilmente ruttava come i suoi compagni di saloon, giocava d’azzardo e al caso faceva a botte cavandosela piuttosto bene. Visse l’epopea del selvaggio West facendo la conduttrice di carovane, la cercatrice d’oro e forse anche la prostituta. Finì la sua carriera esibendosi nel circo di Buffalo Bill.
Fra un’avventura e l’altra, mise al mondo una figlia d’incerta paternità; lei pretendeva che fosse di Wild Bill, l’eroe della sfida all’Ok Corral; lui, il presunto padre, pare non la potesse vedere ma su queste faccende non si può mai mettere la mano sul fuoco, le notti accanto ai falò sono lunghe e tormentose.
Essendo la mamma troppo impegnata, la figlia non ebbe mai modo di conoscerla; il rapporto madre/figlia visse dunque in un epistolario a sola andata dal quale si ricava anche la vita di una madre che non può mettere d’accordo il suo desiderio e il suo destino.

Cara Janey,
tempo fa andai con la diligenza dai Cheyenne e fu piuttosto eccitante. Conduceva la diligenza Luke, e abbiamo fatto una bella chiacchierata. Prima di andarcene abbiamo fatto una gara di tiro. Li ho sconfitti tutti e mi sono montata la testa. Tuo padre mi sfidò a guidare la diligenza in quel viaggio. Io lo feci e mi sono trovata proprio in un bel guaio, Janey. I fuorilegge erano dietro di me, si faceva buio e sapevo che bisognava fare qualcosa, così saltai giù dal posto di guida sul cavallo più vicino, poi sul mio cavallo da sella che era legato accanto, e nel buio mi avvicinai ai fuorilegge. Tuo padre era dietro e nell’oscurità non potevo rendermi conto, ma dopo che ebbero fermato la diligenza e non ebbero trovato passeggeri ma solo mucchi di povere d’oro, allentarono la guardia. Tuo padre e io abbiamo preso tutto il branco. Ce n’erano otto e naturalmente abbiamo dovuto sparargli altrimenti non si sarebbero arresi. Spero che tu un giorno venga quaggiù, così saprai quante ne ho passate. Ancora due anni e poi verrò a trovarti, cara. Poi tu forse penserai a me qualche volta, non come a tua madre ma come a una donna sola che una volta amò e perse una bambina come te. Ti prenderò in grembo e ti racconterò tutto di quella bambina. Naturalmente non saprai di essere tu. 
Da quando papà Jim mi ha dato i libri di scuola e il dizionario da portarmi a casa ho cercato di istruirmi così posso sillabare e leggere e scrivere. Aver rinunciato a te mi ha quasi ucciso, Janey. La tua gente ti ha chiamata Jane per me. Ecco perché io ti chiamo Janey. Prendo un libro per volta e cerco nel dizionario ogni parola di cui non conosco il significato. Ho fatto solo la terza a scuola, e anche se ho quei libri per studiare non è impresa da poco.
Voglio essere in grado di comportarmi come una bianca quando verrò a trovarti. Tutti pensano che io non possa leggere e scrivere nemmeno il mio nome, lascio che pensino così, trovo che è meglio. Tuo nonno e tua nonna furono istruiti anche se io no e non fu colpa loro se mancai la prima occasione che ebbi. Vedi, tuo nonno era un predicatore. Pensava di poter combattere l’intera Nazione indiana con una Bibbia. Io non ho paura di affrontarli finché ho due pistole alla cintura, ma com’è vero il diavolo, non lo vorrei proprio fare con una Bibbia sotto il braccio. Capirai tutto questo un giorno. Buona notte, Janey.

Calamity Jane, Lettere alla figlia, Feltrinelli
Traduzione Gabriella Agrati e Katia Bagnoli. 

 

 

IL VIDEO DELLA DOMENICA. Omaggio a tutte le vittime. Institut National de l’Audiovisuel

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CHARB – Non vedo come potrei vivere in un paese dove non potrei ridere di un certo argomento perché comporta un rischio. Un rischio giudiziario, un rischio mortale o un rischio… No, preferirei…

WOLINSKI – Ci sono sempre stati, in Francia, dei disegnatori satirici e quando non c’erano dei disegnatori c’era una tradizione di grandi scrittori. Risale a Rabelais, questa tradizione, di persone che avevano qualcosa da dire e che lo dicevano con una certa violenza e un certa asprezza. Noi siamo la prosecuzione logica dell’”Assiette au Beurre” (la più feroce rivista di satira sociale francese dell’inizio del Novecento, n.d.r)

CABU – L’humour è un pugno in faccia ma non lo si può fare con della carta velina o carta da caramelle, tutto qui.

TIGNOUS – Se invecchiando mi rammolirò e non avrò più voglia d’incazzarmi, perché sarò diventato indifferente dicendomi che non vale più la pena, arriveranno sempre dei nuovi giovani che…

BERNARD MARIS – Lo strumento di dominio degli esseri umani è l’insicurezza: dire tu non sai di cosa sarà fatto non il domani ma già la prossima ora.

La pentola, la routine, la fantasia

pentolaQuesto blog ha una sua piccola programmazione: di massima, intendiamoci, e duttile, pronta a lasciare spazio a nuovi articoli che i fatti o il caso possano suggerire. Era previsto, per oggi, il racconto La gallina, di Clarice Lispector, che è appena comparso; prima di pubblicarlo c’è stata una leggera perplessità che vorrei condividere con i lettori: si poteva tornare, dopo i fatti di questi giorni, a una scrittura così compiuta e conclusa come questa della Lispector? Una piccola storia familiare così circoscritta a quattro pareti domestiche che il tempo ingrigisce e sbiadisce insieme ai deboli segnali di vitalità che di tanto in tanto affiorano? Siamo appena usciti (forse) da una tragedia che ha calamitato l’attenzione mondiale, e riaprire il sipario sul piccolo orrore impalpabile di una storia domestica mi è sembrato uno stacco forte, crudele ma ricco di risonanze: lo slancio umanitario, infantile, della bimba che vuole salvare la gallina si consuma nel nulla e la pentola appare come l’unico finale possibile, visto che nessuno dei personaggi che abitano la piccola tragedia (non la salvatrice, né la stupida beneficata, né gli inerti genitori) ha la fantasia per sottrarsi alla micidiale inerzia della routine.

Il sentimento del pennuto. CLARICE LISPECTOR, LA GALLINA

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Mamma, bimba e papà. Una famigliola serena, forse un po’ grigia: l’ambiente adatto per un colpo di scena, piccolo, quasi insignificante come l’arrivo di una gallina. In poche righe, Clarice Lispector costruisce un racconto esemplare, tenendo un registro basso, tanto quotidiano che fa quasi male. E’ una cronaca familiare scritta con una penna tipo Parker 61 ( fu un mitico modello della casa americana, con la punta quasi interamente nascosta; lasciava un segno incisivo, piuttosto spesso, che non concedeva svolazzi) ma dentro questa scrittura lineare c’è l’ipocrisia di una commedia mal recitata che riguarda tutti: mamma, bimba, papà e gallina.

Pareva tranquilla. Ma a un tratto aprì le ali e con un goffo volo si posò sul tetto del vicino. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre più pressante.
Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, l’uomo la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata e riportata in casa.
Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta, si accovacciò sull’uovo e rimase lì a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi.
«Mamma, mamma, non ammazzare più la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!». Il padre con piglio brusco prese una decisione: «Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò più galline in vita mia!».
«Neanch’io!» giurò la bambina con ardore.
La madre, infastidita, scrollò le spalle.
Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia e divenne la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere così, tra la cucina e il terrazzo di servizio, valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento.
Di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. Ma neppure in quei momenti l’espressione della sua testa vuota si alterava.
Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

 Clarice Lispector, Legami familiari , Feltrinelli, Traduzione. Adelina Aletti

JE SUIS CHARLIE. Susanna Trippa. Niente steccati ma il vento è forte

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Lo scrittore Muin Masri se la cava troppo facilmente. Comoda la vita…
Non sono per gli schieramenti e gli steccati, parlo di una rivoluzione interiore per cambiare davvero le cose perché ci credo. Però, pur continuando a non erigere steccati, per come la penso io, ora un vento forte – come dice bene Alberto Gozzi – viene a svegliarci e a chiamarci ad esporci. Tutti.
E agli islamici chiedo una cosa sola: prendete posizione! Rivelateci da che parte state.
E chiedo anche agli Imam di dichiarare se, nelle loro scuole coraniche e nelle moschee, continueranno a dire che le offese contro la religione sono da punire con la morte. E qui comunque si apre un capitolo: per loro ci sono altre offese da punire con la morte quali adulterio, omosessualità etc.
Per ora dichiarazioni forti, reali, in tale direzione, non le ho sentite.
Solo per questo motivo, anch’io dichiaro “Sono Charlie”, non perché mi piaccia in realtà la satira che diventa offesa. Ugualmente però ora dichiaro: “Sono Charlie”.

 

CHARLIE HEBDO. CONTROCAMPO: Lo scrittore Muin Masri, mussulmano e “italiano mal disegnato”

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Ieri abbiamo socchiuso uno spiraglio del blog sulla strage di Parigi ripubblicando un minuscolo pamphlet di Voltaire che era uscito alcuni mesi fa, oggi ho citato un lucido articolo di Andrea Inglese su Nazione Indiana; mi sembrava che questo blog non dovesse restare bloccato sulla sua rotta frammentaria di materiali ondivaghi ma che, almeno per un giorno, fosse più sintonizzato con i fatti i quali, nel caso del Charlie Hebdo, bussavano piuttosto clamorosamente alla porta. Si poteva sempre rispondere:”Noi ci occupiamo d’altro, percorriamo rotte che incrociano la drammaturgia e la letteratura…” ma ormai è andata così, e dallo spiraglio è entrato un vento di quelli robusti che t’impediscono di chiudere subito la porta. Del tutto estraneo al giornalismo, non so come si gestisce una notizia né come si governa un dibattito. Ho lasciato che il vento entrasse. Lo scrittore Muin Masri ha inviato un commento all’articolo di Inglese, lo riporto con una premessa (che forse è giornalisticamente scorretta). Muin è un amico palestinese che da molto tempo vive in Italia dove lavora come informatico. Collabora con alcuni giornali, fra i quali “L’Internazionale”. Molti anni fa, ho pubblicato due suoi libri in una piccola e avventurosa casa editrice; erano storie di Nablus, limpide e un po’ trasognate, che raccontavano una quotidianità inedita, almeno per il lettore italiano. Con Muin abbiamo a lungo chiacchierato e discusso. Ricordo quando gli confidai che ciò che mi stupiva maggiormente nei suoi racconti (orali e scritti) era la totale assenza del concetto d’inconscio; mi era quasi impossibile immaginare che esistesse un mondo per il quale non era mai esistito Freud: da tempo siamo abituati a convivere con gli antifreudiani e i postfreudiani ma gli afroidiani non pensavo esistessero. Muin è mollemente accomodante e intimamente pacifico: credo che sia fuggito da Nablus perché non poteva continuare a veder morire i suoi amici e perché non intendeva prendere a sua volta le armi; ci sono tuttavia alcuni passaggi che non condivido, nel suo intervento. Il primo riguarda quei “due coglioni disegnati male”, che sarebbero gli assassini del Charlie Hebdo: il ritrattino, schizzato così, mi sembra tenda a deresponsabilizzare gli autori di un crimine non giustificabile e senza attenuanti. Un altro punto è la grigia accettazione (quasi levantina, verrebbe da dire) che Muin imputa al nostro Paese nei confronti di una serie di interlocutori di svariatissimo genere, dai malfattori in guanti gialli a quelli con le unghie orlate di nero. E’ senza dubbio vero, ma non basta a demotivare le reazioni di quanti si sentono feriti dalla strage e (forse ancor di più, se fosse possibile) dalle motivazioni che l’hanno provocata. Infine, il fatto che Mafia, servizi deviati, ecc. tolgano di mezzo con modalità più o meno brutali o complesse le persone scomode, non è una buona ragione per accettare nel club degli eliminatori un nuovo membro, che, come tutti i neo-iscritti, sta mettendo in mostra un attivismo tanto frenetico quanto destabilizzante.

“Je suis Charlie”. Confesso: non mi è mai piaciuto lo stile di Charlie Hebdo, spesso mi metteva in imbarazzo ma nonostante ciò ho sempre stimato e invidiato i vignettisti per la loro sensibilità intellettuale e il senso dell’umorismo.
“Je suis Charlie”. Confesso: non amo i funerali, non so piangere e odio gli applausi ma ieri l’altro ho visto due coglioni disegnati male, quasi scalzi, armati fino ai denti e al grido di “Allah Ukabar” hanno mirato al cuore dei francesi: La libertà di pensiero. Impossibile, roba da matti. E qui, tra solidarietà a Charlie-Hebdo e chi la spara più grossa sul pericolo dell’Islam in Europa, tutti a gridare “Je suis Charlie”, “Siamo in guerra”, “Fuori gli arabi dai coglioni”. Sì, grazie, ma che caxxo c’entriamo noi con il Charlie che c’è in voi? Il Bel Paese è l’unico al mondo ad essere amico di tutti: USA, Gheddafi, Israele, Palestina, Ankara, Curdi, Putin e ogni sorta di sceicco, monarca o presidente losco e terzomondista. Certo, in Italia il pericolo dell’integralismo islamico è sempre in agguato e non va sottovalutato, ma, generalmente, dopo i funerali alla tv, gli insulti e i falsi allarmi, per fortuna, non succede mai niente anche perché non c’è bisogno di fanatici religiosi stranieri per fare stragi di innocenti e minacciare la democrazia e la libertà di espressione, ci pensano la Mafia, le schegge impazzite, i servizi deviati e certi politici a mettere i bavagli alle persone scomode, siano esse cittadini, giornalisti e vignettisti. “Je suis Pasolini”, “Je suis Falcone”, “Je suis Borsellino”, “Je suis Rostagno” “Je suis Don Puglisi”, “Je suis Ilaria Alpi”, “Je suis piazza Fontana”, “Je suis Stazione di Bologna”, “Je suis Moro”, “Je suis Ustica”, “Je suis scuola Diaz”, “Je suis Ahmed”…

CHARLIE HEBDO. Un omaggio di Andrea Inglese su NAZIONE INDIANA

Schermata 2015-01-09 alle 12.38.34Nel vortice che va frullando insieme cronaca, sangue, caccia all’uomo, dibattiti sulla satira (dev’essere senza limiti o a schiuma controllata?), fa piacere trovare su Nazione indiana un articolo lucido come quello di Andrea Inglese: “Un omaggio a dei lucidi rompicoglioni miscredenti” che oltre a un’interpretazione del lavoro di Charlie Hebdo ci propone uno straordinario frammento di François Rabelais.
Schermata 2015-01-09 alle 12.49.34http://www.nazioneindiana.com/2015/01/08/un-omaggio-a-degli-autentici-rompicoglioni-miscredenti/?utm_source=Nazione+Indiana+newsletter&utm_campaign=560a1b465d-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_47a12c4aae-560a1b465d-159854357

 

CHARLIE HEBDO. Un antidoto: rileggere Voltaire

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Questo articolo è stato pubblicato sul blog alcuni mesi or sono, in occasione del rapimento delle studentesse da parte dei  integralisti islamici. I recenti fatti di Parigi ci suggeriscono di riproporlo ai nostri lettori

Nel 1765, Voltaire scrive questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia,  l’Oriente di Voltaire diventa meno fantastico e assume i connotati di una sconcertante realtà.

Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura

Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.

Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto  fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:

  • Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
  • Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
  • Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
  • Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
  • Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
  • Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.

Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.

Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.

GRACE PALEY, UN UOMO MI RACCONTO’ LA STORIA DELLA SUA VITA

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Maestra del racconto breve , Grace Paley, che abbiamo già pubblicato sul blog, narra in ventidue righe una vita,  il suo senso, la casualità del suo dipanarsi, le sue potenzialità inespresse, l’assur che la governa. 

Vicente disse: Volevo fare il dottore. Con tutto il cuore, volevo fare il dottore. 
Imparai ogni osso, ogni organo del corpo. A che serve? come funziona?
La scuola mi disse: Vicente, fa l’ingegnere. Sarebbe una buona cosa. Capisci la matematica. 
Io dissi alla scuola: voglio fare il dottore. So già come si collegano gli organi. Quando qualcosa non va, so capire come vanno fatte le riparazioni.
La scuola disse: Vicente, davvero puoi essere un ingegnere eccellente. Tutti questi test mostrano che buon ingegnere potresti essere. Non mostrano che puoi essere un buon dottore.
Dissi: Oh, io desidero ardentemente fare il dottore. Quasi piangevo. Avevo diciassette anni. Dissi: però forse avete ragione voi. Voi siete l’insegnante. Voi siete il preside. So di essere giovane. 
La scuola disse: E inoltre, stai per andare sotto le armi.
E allora divenni cuoco. Preparavo da mangiare per duemila uomini. 
Ora vedete. Ho un buon lavoro. Ho tre bambini. Questa è mia moglie, Consuela. Sapevate che le ho salvato la vita?
Lei stava male. Il dottore disse: Che c’è? Si sente stanca? Ha avuto troppo da fare? Quanti bambini ha? Stanotte riposi, domani faremo gli esami.
Il mattino dopo telefonai al dottore. Dissi: bisogna operarla immediatamente. Ho guardato nel libro. Vedo dov’è il suo dolore. Capisco dov’è la pressione, cosa la provoca. Vedo chiaramente qual è l’organo che sta creando problemi.
Il dottore fece le analisi. Disse: Va operata immediatamente. Disse: Vicente, tu come lo sapevi?

Grace Paley, Più tardi nel pomeriggio, La Tartaruga, Traduzione Laura Noulian

I furbetti del mercatino (delle idee)

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C’è qualcosa di stravagante, di bizzarro, di sconveniente o anche semplicemente di degno di nota nel mettere in vendita una lattina di letame (del tutto ecologico, s’intende) inserendola in una linea di prodotti alimentari costosi, di nicchia e di massa al tempo stesso? E’ una trovatina un po’ stupida, bamboleggiante, ma del tutto coerente con la filosofia paffuta e benedicente di Eataly e del suo profeta Farinetti.
Invece Francesco Maria del Vigo, nel suo blog “Pensieri spettinati”, (“La merda radical chic sbarca da Eataly“) ritiene che la messa in vendita della lattina di sterco sia un’occasione preziosa per tirare in ballo il farinettismo, il renzismo e soprattutto per rimettere in scena il personaggio di una vecchia commedia che da tempo era uscita di repertorio, il “radical chic”, cioè quell’individuo debole e patetico che, per essere à la page con le idee correnti, ha sventolato il libretto rosso di Mao, ha fatto il viaggio in Indie sulle tracce dei Beatles, ha comprato le clark alte perché era convinto che fossero le scarpe più adatte alla guerriglia urbana.
Esiste ancora, è mai esistito il radical chic? Può darsi ma non mi sembra rivesta più interesse del benpensante militante che lo mette alla berlina: sono due figurette fittizie, inconsistenti, che andrebbero abbandonate nel loro limbo da Settimana enigmistica, insieme alle suocere petulanti e alle mogli coi bigodini e il mattarello.
Non sarebbe valsa la pena, dunque, di occuparsi degli strali di Francesco Maria del Vigo se nell’enfasi della polemica non si fosse allargato e non avesse coinvolto anche Piero Manzoni e la sua famosa “Merda d’artista” del 1961. L’occasione era ghiotta: l’analogia fra la merda di vacca di Eataly e la merda d’artista di Manzoni consente al blogger di sputtanare, insieme ai furetti del mercatino dei nostri giorni (dei quali pochissimo c’importa) anche un artista che ebbe un’importanza centrale negli anni Sessanta. A quando una rilettura ilare e livida dell’orinatoio di Duchamps?

R0BINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Backstage. La finzione e lo stupore.

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Non diversamente da un’azione teatrale, anche un video contiene molti elementi finzionali. Lo documenta questa foto, nella quale il regista mostra a Robinson come tagliare un tronco. Il paradosso sta nel fatto che il regista non ha la minima pratica di legni e segacci, mentre Brunati/Robinson se ne intende abbastanza.

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Purtroppo non è possibile ricostruire quale sia l’inquadratura che desta tanto stupito interesse in Robinson e in Venerdì. E’ da escludere che si tratti di un soggetto singolare, visto che la maggior parte delle inquadrature sono sempre le stesse: mare. sabbia, alberi. Probabilmente ciò che stupisce i due attori è il racconto che il videomaker e il regista stanno improvvisando.

 

Le allegre filastrocche del terrore. PIERINO PORCOSPINO

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Il travolgente successo di Benigni con i suoi “Dieci comandamenti” richiama alla memoria un libro molto più recente e certo assai meno diffuso della Bibbia, ma che rappresentò verso la fine del XIX secolo un decalogo laico al quale si attennero i genitori tedeschi nell’educazione della prole.  Il suo titolo originale è Der Struwwelpeter fu tradotto in Pierino porcospino. Sono dieci storielle in versi di taglio comic/horror che raccontano dei castighi riservati (dal Fato: i  genitori, ipocriti, non muovono un dito ma fra le righe non si dispiacciono troppo)  ai bambini disobbedienti: chi viene bruciato vivo dai fiammiferi, chi muore di consunzione per aver rifiutato la pappa, chi si trasforma in un orrendo mostro perché non si lava abbastanza, chi, come nella nostra storiella, viene amputato dei pollici perché deve perdere il brutto vizio di succhiarseli. Sublime e forse non casuale tocco di humour noir, l’autore era uno psichiatra, Heinric Hoffmann.
(La lettura è riservata agli adulti maturi (?), e sotto la loro personale responsabilità)

La storia del bambino che si succhia i pollici

Dice la mamma: ” Mio buon Corrado,
Per pochi istanti io me ne vado,
Vo’ che tu sia studioso e buono,
Non far disordine, non far frastuono.
E guai se il pollice succhiar vorrai!
In modo orribile ten pentirai. 

Tu non l’aspetti, ma, di soppiatto,
Entrerà il sarto tutto ad un tratto,
Taglierà il pollice col forbicione,
Come se panno fosse o cartone “.

La mamma appena la soglia ha tocca, 
Ed ecco il pollice è nella bocca!

S’apre la porta ed il sartore 
Entra a gran salti pien di furore. 
Col forbicione, zig zag, recide 
Al bimbo i pollici; il bimbo stride, 
Invan, ché il sarto se n’è già andato 
Col forbicione insanguinato!

La mamma attonita e sbigottita 
Vede Corrado senza due dita, 
E quei due pollici, così tagliati, 
Mai più a Corrado son rispuntati.

Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, Hoepli, Traduzione Gaetano Negri