Riscritture. Di Robinson Crusoe e di vari altri miti

Il destino dei miti è quello di essere narrati indefinite volte nel tempo e coniugati nei più svariati livelli linguistici, da quello della mamma (diciamo della maestra, non so se la mitologia è ancora diffusa nelle famiglie) che racconta al bimbo le imprese di Ercole all’Eracle di Euripide, a Gli amori di Ercole, un film degli anni Sessanta  interpretato dalla maggiorata Jane Mansfield e dal suo muscolosissimo marito Mickey Hargitay.
jane mansfieldNella grande fabbrica della comunicazione, i reparti addetti alla rielaborazione dei miti sono continuamente in attività, giorno e notte, decennio dopo decennio; a incominciare dal cinema. Indimenticabili, anche per la loro disinvolta impudenza, le rielaborazioni dei comici:
Totò e Cleopatra, I barbieri di Sicilia, con Franchi e Ingrassia, e quelle di maggior impegno, come Apocalypse Now, libera rielaborazione di Cuore di tenebra, di Conrad.
mix film

 Non diversamente dal ciclo virtuoso (o vizioso) della ripetizione televisiva, in base al quale la quindicesima volta che lo vedi, anche di sfuggita, un conduttore ti sembra meno cretino della prima, anche un’opera letteraria si trasforma in mito grazie (ma non esclusivamente) alle sue reiterate riscritture. Ad esempio, e non lo cito a caso, Robinson Crusoe conobbe in meno di un secolo più centinaia di imitazioni, ciascuna delle quali alimentò le successive con una sorta di effetto valanga. Dopo due secoli, il mito di Robison Crusoe rivive in numerosi film, compresa la versione di Paolo Villaggio, Il signor Robinson – mostruosa storia d’amore e di avventura, che si sceglie come Venerdì la bellissima Zeudy Araia.

villaggio

https://www.youtube.com/watch?v=Xi1m2DrdKJo

Come gli amici di questo blog sanno, anche Radiospazio Teatro sta lavorando al suo Robinson, ma di questo parleremo più diffusamente un’altra volta.

robinson 2 marchi

 

 

Piccolo e ringhioso teatrino su un divano. BUKOWSKI CONTRO LINDA. VIDEO

bukovski

https://www.youtube.com/watch?v=C2XWxlycvXA

Lui è Charles Bukowski, lei è Linda Lee Beighle, proprietaria di un ristorante salutistico, aspirante attrice con propensioni mistiche. Il duetto cui state per assistere è tratto da un’intervista; possiamo immaginare la scena: una piccola troupe,  l’operatore alla macchina, gli elettricisti, forse anche una sarta e una truccatrice,  il regista che grida: “Motore… Azione!”. E la rappresentazione ha inizio. Rappresentazione? Le escandescenze di Bukovski sono piuttosto realistiche e anche Linda sembra ben calata nella sua parte. Può darsi che lui “ci dia un po’ troppo dentro”  nell’interpretare il suo personaggio, come quando gli attori vanno sopra le righe o forse, invece, è tutto calcolato e collaudato da una lunga serie di repliche, per lei probabilmente estenuanti. Più o meno partecipato che sia, il breve video è di taglio bukowskiano doc, cioè politicamente scorrettissimo. Mi viene in mente, per contrasto, l’articolo di una giornalista inglese che ho letto molti anni fa: la giovane, molto preoccupata perché l’indomani avrebbe dovuto intervistare il vecchio mandrillo, si era preparata alcune strategie anti aggressione e fu molto stupita quando si trovò di fronte un maturo signore avvolto in un’elegante giacca da camera che rispondeva pacatamente alle sue domande sorseggiando una tazza di tè.

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, AUTOAMANTI

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa volta le immagini che abbiamo proposto a Mario Giorgi erano due; lui ha creduto di doverle combinare e così è nata una microsequenza.

2 fotogrammi autoamanti

Immobile, all’interno dell’autoimmobile, la ragazza osserva il telefono mobile. È rimasto sul sedile accanto, dove poco prima stava lei, mentre lui era al volante. Vorrebbe chiamare proprio lui, ora, ma ha paura di eccedere, di aggiungere uno slancio di troppo.
Immobile, all’esterno dell’autoimmobile, il ragazzo osserva non visto la ragazza ancora immobile. Si domanda, compiaciuto, perché non metta in moto. Squilla il telefono mobile, s’illumina il nome di lei sul display.
Non si scusa, non saluta, dice subito che ha bisogno di aiuto. Ha perso un orecchino, appartiene alla nonna. Il resto è noleggiato, compresa l’auto, si può ripagare, ma gli orecchini li ha avuti dalla nonna.
Lui, mentalmente, rivive l’amplesso. In auto, però, l’orecchino non riappare. Forse è caduto mentre lei scendeva, quell’ultimo bacio, dopo che lui le ha aperto la portiera. Oppure prima, nel vestibolo, prima di indossare i soprabiti, quando si sono allacciati. Non hanno resistito.
Il ragazzo si avvicina alla portiera di lei, la aiuta a scendere. Insieme, all’esterno dell’autoimmobile, scandagliano il terreno. Hanno trovato la torcia nel cruscotto, perfetta efficienza dei noleggiatori. L’orecchino, invece, non si trova, benché s’intestardiscano a illuminare l’asfalto, dimenticando il motivo e l’ora.
La ragazza decide infine che è inutile cercare ancora. Lui la accompagna e riapre la portiera, accennando una riverenza. Mentre si piega, il soprabito si schiude e rivela un luccichio nel taschino della giacca. Lei si avvicina e delicatamente raccoglie l’orecchino. Sorridono, ma evitano di abbracciarsi.
Immobile, all’esterno dell’autoancoraperpocoimmobile, il ragazzo osserva la ragazza che fissa l’orecchino all’orecchio destro. Poi lei si guarda nello specchietto e nota che lui è ancora lì, che la sta osservando. Mette in moto e se ne va.

Mario Giorgi

RADIOLIFTING. “Senti come cigola la porta”. Il (cauto) ritorno del radiodramma

radiodramma

Quando, per caso, trovandomi con altre persone, emerge che ho a che fare con la radiofonia, c’è sempre qualcuno che sente il dovere di sdilinquirsi e di infilare una collana di luoghi comuni. Per la verità, le perle sono sempre le stesse: “La radio stimola la fantasia”; “La radio è meglio della televisione”; “Amo pazzamente la radio, peccato che non abbia mai il tempo di ascoltarla”; “Io mi nutro esclusivamente di radio”. Quest’ultima perla è fasulla, di terracotta: bastano poche parole per capire che quel signore  ascolta solo isoradio quando è imbottigliato in autostrada .
I più lirici e spericolati si lanciano in un elogio dei radiodrammi, soprattutto di quelli gialli… La porta che cigola… i passi nel buio (evito di ricordargli che alla radio è sempre buio)… la pioggia che cade…; l’auto che si ferma… E qui il  lirico-nostalgico radiofonico finisce la benzina, ma non sa che esistono biblioteche con migliaia di effetti audio, dal treno all’otaria in amore con le quali potrebbe deliziarsi.
Il radiodramma è considerato vecchio,  ma è uno di quei vecchi che, stranamente, suscitano tenerezza: li si mette a capotavola, con un bel 
tovagliolo annodato dietro perché non si sa mai, e poi si parla d’altro,  voltandogli anche un po’ le spalle, tanto mica li capisce quei discorsi, il radiodramma. Alla fine lo si mette subito a letto, e di corsa a vedere la televisione.
Invece radio 24, che è un’emittente giovane e moderna, ha avuto un’idea: rifare il lifting al nonno. Anzitutto gli ha cambiato nome da radiodramma in audiogramma, e poi gli ha fatto delle flebo di cinema e di letteratura. In sintesi, scrive Sandro Mantini sulla sua elegante pagina online: “
Ogni puntata è un racconto nel racconto dove i suoni, le ambientazioni, le musiche e le voci del film prendono il posto delle immagini evocate dal romanzo, attraverso un adattamento radiofonico che unisce la voce narrante ai dialoghi estratti dal film stesso.” Nonno radiodramma, siliconato e palestrato, fa la sua figura nel palinsesto di Radio 24 (consiglio gli amici del blog di ascoltare queste fiction ben costruite) come certe signore sessantenni che dopo aver tirato le quattro in discoteca crollano nel letto vedovile senza nemmeno più la forza di struccarsi e di smontarsi, si buttano così come sono, circondate dal buio radiofonico pieno di cigolii e di porte che si aprono e si chiudono sul nulla. 

Un grande classico dell’assurdo in un piccolo teatro. IONESCO, LA CANTATRICE CALVA e il THEATRE DE LA HUCHETTE

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di Roberta Sapino

Nel quinto arrondissement di Parigi c’è un teatro piccolo piccolo – ma proprio piccolo: una novantina di posti in tutto, ma così stretti stretti che sembrano anche di meno.
E questo teatrino minuscolo, che si chiama Théâtre de la Huchette, ha una particolarità: sul suo palco di legno due pièces vanno in scena ininterrottamente da cinquantasette anni – cinquantasette.
La sua storia inizia all’indomani della liberazione, quando Georges Vitaly, un giovane artista squattrinato, sbircia sotto una serranda sollevata a metà e si trova davanti Marcel Pinard, un collega del corso di arte drammatica che ora si arrabatta come può, ma la cui compagna è proprietaria di un edificio al 23 di rue de la Huchette: affittato al prezzo simbolico di un franco, il pianterreno diventa un teatro.
Secondo incontro fortunato è quello tra Pinard e Eugène Ionesco, che da tempo cerca di portare in scena due pièces, La cantatrice calva e La lezione, ma senza grande gloria: il pubblico non capisce, si arrabbia, alla meglio rimane tiepido, gli spettacoli escono presto dalla programmazione. 16 febbraio 1957, data passata alla storia, le due pièces sono rappresentate insieme, una dopo l’altra, sul palco della Huchette. Successo folgorante, sala sempre piena, personaggi di spicco accorrono ad assistere a uno spettacolo che ormai fa moda e sul quale anche la critica finalmente si sbilancia.
Le repliche, previste per un mesetto, vanno avanti senza sosta da allora. Cinquantasette anni, diciassettemilasettecentoequalche rappresentazioni.
Ma chi è la Cantatrice? Nessuno! Pare che durante le prove un attore sia incappato in un lapsus e invece di “institutrice blonde”se ne sia uscito con un buffo “cantatrice chauve”. “Voilà le titre!” avrebbe allora proclamato Ionesco saltando in piedi per l’entusiasmo, ed ecco la Cantatrice Calva, capolavoro dell’assurdo, di cui vi diamo un assaggio.

SIGNOR SMITH (legge il giornale)  Guarda un po’, c’è scritto che Bobby Watson è morto.
SIGNORA SMITH       Dio mio, poveretto, quando è morto?
SIGNOR SMITH          Perché ti stupisci? Lo sai benissimo. È morto due anni fa. Siamo andati ai suoi funerali, ricordi? Un anno e mezzo fa.
SIGNORA SMITH       Certo che me ne ricordo, me ne sono ricordata subito, ma non capisco perché tu ti sia stupito vedendolo sul giornale.
SIGNOR SMITH          Sul giornale non c’è. Son già tre anni che si è parlato del suo decesso. Me ne sono ricordato per associazione di idee.
SIGNORA SMITH       Peccato! Era così ben conservato.
SIGNOR SMITH          Era il più bel cadavere di Gran Bretagna! Non dimostrava la sua età. Povero Bobby, erano quattro anni che era morto ed era ancora caldo. Un vero cadavere vivente. E com’era allegro!
SIGNORA SMITH       Povera Bobby.
SIGNOR SMITH          Vuoi dire povero Bobby.
SIGNORA SMITH       No, penso a sua moglie. Lei si chiamava come lui Bobby, Bobby Watson. Siccome avevano lo stesso nome, non si riusciva a distinguerli l’uno dall’altra quando li si vedeva assieme. È stato solo dopo la morte di lui, che si è potuto sapere con precisione chi fosse l’uno e chi fosse l’altra. Tuttavia, ancora oggi, c’è gente che la scambia per il morto e le fa le condoglianze. Tu la conosci?
SIGNOR SMITH           Non l’ho vista che una volta, per caso, al funerale di Bobby.
SIGNORA SMITH       Io non l’ho mai vista. È bella?
SIGNOR SMITH          Ha tratti regolari, eppure non si può dire che sia bella. Troppo alta e troppo massiccia. I suoi tratti non sono regolari, eppure la si potrebbe dire bella. È un po’ troppo piccola e magra. È insegnante di canto.

Eugène Ionesco, La cantatrice calva, Einaudi, Traduzione Gian Renzo Morteo

GASP! I fumettI nel tempio della musica. CATHY BERBERIAN, STRIPSODY

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https://www.youtube.com/watch?v=rmOwX1xTAak

Ci fu un tempo in cui le famiglie benpensanti guardavano i fumetti con l’occhio critico con cui le madri valutano le fidanzate che fumano, dormono fino alle due del pomeriggio e saltano al collo con troppo entusiasmo a ogni maschio che si presenti in scena. Poi venne un enfant prodige chiamato Umberto Eco che, dopo aver prodotto una tesi sapiente sull’estetica di San Tommaso, scrisse (fra i tanti altri) un saggio su Superman facendolo assurgere alla dignità di oggetto semiotico che si poteva (si doveva) analizzare con lo stesso rigore riservato a un Padre della Chiesa. I periferici campi del fumetto furono in seguito dissodati e coltivati da un intellettuale versatile come Oreste Del Buono che, con la rivista “Linus”, li trasformò in orti urbani frequentati settimanalmente da lettori che scoprivano il piacere di perdersi in discussioni sul pop raffinato: il grottesco paradossale di Andy Capp che aveva inventato Slobbovia, un paese rusticissimo e tagliato fuori dal mondo o la leggerezza di George Herriman con la sua svagata, surreale Krazy Kat, appassionata di tè di tigre? (Nel frattempo i bambini continuavano a leggere Topolino).
Nel riscatto del fumetto che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta, spicca il pezzo di bravura  di una grande cantante, Cathy Berberian, un mezzosoprano capace di passare con sorprendente leggerezza da Monteverdi, a Berio, ai Beatles. E’ rimasta memorabile (e sorprendente, per quegli anni) questa Stripsody (1966) che vi proponiamo, un piccolo gioiello di teatro musicale che assembla in un collage verbale le onomatopee del fumetto: è un tessuto etero, impalpabile, che la grande Cathy drappeggia perfettamente sulle sue qualità interpretative.

Non solo Pinocchio. COLLODI, LE COMMEDIE IMMORALI

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Collodi  toccò la sorte degli autori di un unico romanzo: quel romanzo oscurò il resto della sua opera. Il successo di Pinocchio, poi, fu talmente clamoroso e planetario che, col tempo, gli editori ne furono saziati e non ritennero utile mettersi a frugare nell’opera di Collodi per riproporne qualcuna al pubblico. D’altra parte, quella produzione, in gran parte giornalistica, era effimera per definizione: articoli, bozzetti, romanzi per bambini pubblicati a puntate su giornali per l’infanzia. E ancora: la lingua toscana con l’avanzare del Novecento, perse progressivamente la sua centralità e da modello letterario diventò periferico dialetto; nel racconto che pubblichiamo, ad esempio, si trovano termini come “giuccherello” (sciocchino) che possono sembrare polverosi. Invece un’incursione nella dimenticata produzione di Collodi può riservare piacevoli sorprese. In questo “Le commedie immorali” siamo in un palco di teatro, dove due amanti clandestini sono impicciati dal bambino di lei, ingenua (e per la verità anche un po’ grulla) presenza che smaschera il perbenismo ipocrita della madre.

In un palco di seconda fila c’è una signora, un signore e un bambino seduto sullo sgabello di mezzo. Il bambino, col mento appoggiato al parapetto, si diverte a contare a voce alta tutte le teste calve che vede in platea.
La signora al signore:
SIGNORA      In verità, Gustavo, stasera non mi aspettavo di vederti.
SIGNORE       Perché?
SIGNORA      Sono riuscita a farsi il segnale così tardi…
SIGNORE       Non è mai tardi per passare dalla tua strada.
SIGNORA      Sempre galante! D’altra parte capirai bene che venire al teatro è stata una risoluzione che lui ha preso lì per lì, proprio sul punto di andar a tavola. Uno dei suoi soliti estri. L’hai veduto?
SIGNORE       È giù nel Caffè che dorme.
SIGNORA      Un marito che dorme sempre e che in casa non ha mai sonno. Credilo, amico mio, è la e più gran disgrazia che possa toccare a una donna.
SIGNORE       E ieri sera?
SIGNORA      Stai zitto. ieri sera abbiamo avuto un santo dalla nostra. Appena andato via tu, è tornato lui. Se ti trattenevi cinque minuti di più, ti avrebbe trovato!…
SIGNORE       Ossia ci avrebbe trovati…
SIGNORA      Per carità, non ne parliamo neanche. Mi vien freddo soltanto a pensarvi. Ti ricordi di quella famosa sera?
SIGNORE       Purtroppo, ma un’altra volta, in un caso simile…
SIGNORA      Che cosa faresti?
SIGNORE       Rimarrei seduto al mio posto. Alla fin dei conti, che cosa mi potrebbe dire?
SIGNORA      A te nulla: ma con me! con me sarebbe il finimondo. È ombroso, sospettoso, geloso come una bestia! Fossi io almeno una donna da dargliene motivo!
“E novantacinque”, grida il bambino, che ha finito di contare le teste calve della platea. Quindi, voltando la bionda testina verso la mamma, e guardandola con due occhioni spalancati e pieni di vita, comincia a dire: ”Com’è bellina questa commedia, non è vero mamma? “Sì, caro.” “Ma quello che dicono, lo dicono tutto per finta, non è vero?” “Sì, amore.” “A vederli di quassù, paiono tutta gente vera…” “Sì, tesoro.” “Hai visto, mamma, quella signora laggiù sul palcoscenico che ha fatto tutti quegli urli, e che poi gli è venuto il singhiozzo, e che la chiamavano la signora Gabriella? Quando era seduta sul canapè con quel signore tutto vestito di nero, perché l’ha sentito che arrivava quell’altro uomo uggioso con la voce grossa, ha fatto come te quella volta che tornò il babbo a un tratto, e che tu nascondesti il sor Gustavo in camera mia, te ne ricordi?”
“Chetati, giuccherello! Già quando ti mando a letto, faresti meglio a dormire! Poi, rivolgendosi al signore: “Che disperazione, amico mio! Da un pezzo in qua, con queste commediacce immorali, non si può più condurre i nostri ragazzi al teatro!”

 Collodi, Le commedie immorali, “Occhi e nasi”, Giunti reprint

Un angelo politicamente scorretto. SLAVOMIR MROZEK, COLPI E COLPE

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Gli angeli incrociano spesso il nostro vivere quotidiano: assumono le sembianze di anonimi passanti che ci dissuadono dall’entrare in un ristorante dove di lì a qualche minuto si scatenerà una feroce sparatoria; manipolano sensi unici per farci approdare, con un giro vizioso e inverosimile, sotto la casa della vecchia e fedele fidanzata anziché all’appuntamento con quella mangiatrice d’uomini che ci aveva perdere la ragione; tirano per la giacca l’aspirante suicida un attimo prima che si getti sotto il métro… Così almeno si racconta. Chi non ha mai ascoltato da qualche amico ancora emozionato un episodio di vita vissuta con un angelo come protagonista? (E forse a nostra volta abbiamo talvolta arricchito la letteratura angelistica con qualche racconto).
Slavomir Mrozek, drammaturgo e scrittore polacco, si diverte a tirare un sasso nella piccionaia angelica e a umanizzare per qualche istante una di queste celestiali creature alle prese con un bambino insopportabile.

Una silenziosa cameretta color lillà, un bambino che si sta addormentando tranquillamente nel suo letto senza aver detto prima le preghierine, e accanto a lui — offeso, rosso dalla vergogna, col visto nascosto tra le mani — il suo angelo cu­stode avvilito…
Per intere giornate il bambino non aveva fatto che sguazzare tra un male e l’altro. Rubacchiava la marmellata, stava gobbo, era sempre distratto e correva senza fermarsi mai.
L’angelo inutilmente aveva provato ad avvolgerlo nella brezza supplichevole delle sue candide ali, a sussurrargli dei consi­gli per un’esistenza pura e onesta… ma il piccolo sventurato, tra una corsa e un galoppo, tra un ginocchio sbucciato e un vestitino rovinato, precipitava inevitabilmente negli abissi del male. E niente riusciva a fermarlo.
Ora, eccolo lì, l’angelo custode, distrutto e impotente. Aveva esaurito tutti i mezzi accessibili agli angeli custodi: bontà, de­licatezza, dolce persuasione, placidità, pazienza… Senza al­cun risultato.
Ed eccolo qua, il bambino, imperturbabile nelle sue man­canze, nella sua superbia, sordo alla voce del bene, stava per addormentarsi beatamente senza aver detto le preghierine.
Improvvisamente l’angelo si sentì invaso da un’ondata di adorazione per la Legge. Il piccolo cuore del servitore leale della Causa, per amore di Essa, cominciò a battere più forte. Trasgredire la Legge per amor suo! Ecco l’immensità del sa­crificio!
Così l’angelo tolse le mani dal viso ormai sereno, si avvicinò silenziosamente al bimbo e gli schioccò un bello scappellotto. Il bambino saltò su spaventato. Recitò velocemente le preghie­rine e borbottando qualcosa d’incomprensibile si rimise a dormire.
L’angelo, eccitato e deliziato, guardò a lungo il buio della notte.

 Slavomir Mrozek, Colpi e colpe, Millelire, Traduzione D. Manera

All’ora del tè Rossella consiglia: Una giovane artista del fotoritocco, Sarolta Bán

saroltaRossella, una nostra attenta e assidua amica di blog, ci scrive: “Consentimi: una grande artista Sarlota Bán , idea stessa del teatro fatto di lettura e attesa .”
Consentiamo molto volentieri, anzi ringraziamo e segnaliamo questa raffinata manipolatrice di immagini, di scuola surrealista.

http://fotogartistica.blogspot.it/2011/04/sarolta-ban-la-magia-del-fotoritocco.html

Trecento film in 5 minuti

SCIMMIE

http://www.internazionale.it/video/2015/01/28/trecento-film-montati-insieme

Trecento film che un sapiente lavoro di montaggio ha concentrato in cinque minuti. Quanti ne saprete riconoscere? Anche i cinefili dovranno impegnarsi perché ogni inquadratura si riferisce a un film diverso. Il fotogramma che pubblichiamo è tratto dal Pianeta delle scimmie (o da un sequel, chi lo sa?)ma gli altri 299?

I VOSTRI PREFERITI DI GENNAIO

gide

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

 

proust

Gastronomia kitsch, la madeleine inzuppata nel luogo comune

 

tango

Il video della domenica. Cento storie in una stanza. ZBIGNIEW RYBCZYŃSKI, TANGO

 

giorgi

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI. NEED TO WHACK SOMEBODY ??

 

L’uomo che non aveva il diritto di sognare. R.K. NARAYAN, LO SPOSO DASI

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Brutto, sgraziato, dileggiato, derelitto, zimbello del quartiere, un Quasimodo senza alcun afflato romantico commette il più imperdonabile dei reati: anela, sia pure confusamente alla felicità ignorando, come tutti i candidi integrali, che non ne ha il diritto. Un breve racconto dello scrittore indiano  R.K. Narayan costruito con un rigore essenziale e qualche traccia di mélo.

Si chiamava Dasi. In tutto il quartiere non c’era nessuno come lui: un tipo goffo, sgraziato e con gli occhi sporgenti. Gorgogliava e balbettava come un neonato. La sua età era un mistero, poteva avere dai 20 ai 50 anni. Quando usciva, era seguito da gruppi di sfaccendati che gli gridavano: “Ehi, amico, ti sei scelta la sposa? La stagione dei matrimoni sta per finire, devi affrettarti!
“Sì, sì,” rispondeva Dasi, “Vado appunto dal prete. Mi ha promesso appunto di fissarlo per oggi.”
“E dov’è la tua sposa?”
Dasi faceva un gesto vago: “È là… a Madras…”
Quando la sera tornava a casa e gli chiedevano dove fosse stato, lui rispondeva solo: “Le mie nozze”, e non gli si cavava altri di bocca. Un giorno in città giunse Bamini Baj, una stella del cinema, e qualcuno disse a Dasi: “È arrivata tua moglie. Abita lì, in quella villa, non sei ancora andato a trovarla? Esce ogni giorno alle cinque. La vedrai, se vai in Trunk Road e aspetti.”
Il pomeriggio seguente Dasi era in Trunk Road. Aspettò pazientemente, fino a quando non la vide rientrare in casa. Lui esitò un attimo e la seguì; quando se la vide di fronte così bella, quel poco di loquacità di cui era capace lo abbandonò. I suoi occhi ardevano d’amore, le sue labbra si sforzavano di sorridere. Riuscì a mormorare solo qualche parola:
“Sposa… sposa, sei la mia sposa…”
“ Che cosa dici?”
“Sei la mia sposa…”
Lei arretrò inorridita e lo colpì in faccia. Poi incominciò a strillare così forte che tutti i vicini e i passanti si precipitarono dentro. Dasi fu portato alla più vicina stazione di polizia.
Tornato a casa, Dasi si sdraiò sulla stuoia. Il suo corpo aveva ricevuto molti colpi da ogni sorta di gente ma li ricordava appena: la sua anima si rivoltava al ricordo dello schiaffo che aveva ricevuto sul viso. Quella sera rifiutò di mangiare.

 R.K. Narayan Lo sposo Dasi, “Racconti dall’india”, Mondadori, Traduzione. L. Zazo

Due buoni ragioni per tacere o parlare d’amore. Carlo Dossi

cézanneAscoltata di passaggio alla radio, un’intervista promozionale su un film italiano di prossima uscita – la solita intervista al solito attore italiano quasi giovane ed entusiasta  non si sa perché: “Di che cosa parla il film?” “Da qualche tempo Paolo *** (regista italiano) sta affrontando nei suoi film una tematica importante e molto impegnativa, l’amore”. Seguiva un racconto-riassunto del film, con un lui e una lei che si amavano, oppure che si erano amati e così via. Un leggero malessere mi avvolse; credevo fosse l’inizio di un’influenza suina e invece era l’ala della tristezza: per l’attore e per tutto il cast che immaginavo grullo ed entusiasta come lui, ma soprattutto per quel Paolo regista, sicuramente strapazzato dalla vita e consumato dai suoi sogni di regia, che finalmente trova i finanziamenti (ministeriali o privati o tutti e due) per affrontare una “tematica importante”: l’amore. M’immaginavo la moglie di Paolo, una donna piuttosto appassita (come il marito, del resto) che mette a letto i bambini dicendo che il papà torna tardi perché deve fare il film, lo sanno, vero? quanto è importante il lavoro di papà; ciò che i bambini non sanno è che Paolo, dopo le riprese, consuma una triste storia di sesso con un’attrice mediocre che lo fa sentire un regista molto intelligente… eccetera. Cercando rimedio alle tristi fantasie che vanno accumulandosi come lugubri e inutili lenzuoli sulla vita privata del regista, ritrovo nella memoria una brevissima storia d’amore di Carlo Dossi, uno dei nostri grandi scrittori della seconda metà del XIX secolo: è una storia malinconica, agrodolce, crudele, in equilibrio tra felicità e rassegnazione; c’è solo da augurarsi  che non capiti mai a tiro del regista Paolo*** perché non oso pensare come potrebbe strapazzare un gioiello così compiutamente perfetto, come i 5.794 scritti che compongono le Note azzurre, il grande “zibaldone pubblico” di Carlo Dossi.

Racconti d’amore. Un giovane ed una giovane si amavano ardentemente, tacitamente. Il giovane, non osando altre vie per dichiarare la sua passione, scrisse un biglietto a lei in cui diceva che se ella, la prima sera in cui si sarebbero incontrati, si fosse messa al collo un nastrino azzurro, quel segno lo avrebbe incoraggiato a chiederla in isposa a’ suoi parenti; altrimenti sarebbe senz’altro partito per lontani paesi. Nascose quindi il biglietto in un mazzolino di fiori e l’offerse alla giovane. Venne la sera desiderata e s’incontrarono. Ella non aveva al collo il nastro invocato. Il giovane non si fece più vedere e partì – come aveva giurato – per remote plaghe. – Quarant’anni passarono per tutti due di silenzioso dolore. Un giorno, ella che aveva conservato gelosamente tutti i mazzolini donatile dall’amato suo e piangeva spesso su di essi, trovò in uno l’amoroso biglietto. Quanta gioja era in quel mazzolino rinchiusa! Quanto dolore ne usciva! L’antico amante rimpatriò. Si sposarono. Ma la gioventù era per sempre passata e per lui e per lei.

Carlo Dossi, Note azzurre, Adelphi