False vocazioni: l’attore che divenne poeta. MARINO MORETTI, VIA LAURA

attore doppio allo specchio

Questa è la storia – un piccolo frammento – di un ragazzino che andava male a scuola e che finì per diventare poeta. Dico finì per diventare, perché prima provò a fare l’attore. Tutti i percorsi individuali sono insondabili, persino quelli delle persone vicine, figuriamoci quello di un ragazzino nato e cresciuto a Cesenatico agli inizi del ‘900. Eccolo, dunque, sedicenne e accompagnato dal suo babbo, che varca la soglia di un’importante scuola di recitazione di Firenze diretta da Luigi Rasi, un attore di fama e soprattutto d’intelletto, il quale si rende subito conto che il ragazzo non è tagliato per le scene ma lo prende ugualmente con sé per avviarlo alla letteratura: un merito non piccolo perché il giovane attore mancato Marino Moretti si ritaglierà un angolo appartato ma imprescindibile nella nostra letteratura del ‘900. Questo è il succo, ma nel racconto autobiografico dell’autore, scritto molti anni dopo questa mancata educazione teatrale, affiorano alcuni temi che ricorreranno in tutta la sua opera: la provincia, la quotidianità, e anche le tracce di un rapporto edipico non del tutto elaborato da cui scaturisce una certa aggressività nei confronti del babbo.  

Arrivati a Firenze, mi parve che mio padre si comportasse malissimo, specie all’albergo dove era volgare con tutti, sempre per via della pronunzia, e guardava torvo il facchino che gli rispondeva invece con accento paradisiaco. Le piroette verbali della mia futura padrona di casa finirono con l’indispettirlo: non era questo un modo di infinocchiare la gente di fuori? Peggio, quando nell’atrio della mia nuova scuola insisteva per vedere il signor direttore ch’era stato un attore di primo ordine e a lui non andava a genio che il direttore di una scuola governativa fosse stato un attore di primo ordine.
— Buon giorno, signor direttore. Ecco il mio ragazzo che vuole…—
— Sì, ho capito. Che vuole andar sulle scene. Tutti vogliono andar sulle scene. E i genitori li incoraggiano, no?

Ricordo che una volta, e precisamente in piazza del Duomo, di fronte al campanile di Giotto, voltando, purtroppo; le spalle alla loggetta del Bigallo, elegantissima, io provai un piccolo atto di ribellione a quel pover uomo: — Sai, papà, si dice stélle, non stèlle, si dice Firènze, non Firénze — e non m’accorgevo di incrudelire, di frugar nella piaga… Firènze, Firènze, e lui avrebbe continuato a dire Firénze. Non fosse che per dispetto all’idea della mia nuova carriera, e non sapeva ancora che mi sarei dato alle lettere, cioè alla poesia, avrebbe giustamente sostenuto il suo diritto alla cattiva pronunzia. Era impaziente di andarsene e non sapendo che cosa strologare contro la città in cui dovevo subito cominciare a formarmi, assicurava, per averlo letto nei libri, che si parla bene a Siéna e non a Firenze.
— Papà, si dice Sièna, non Siéna.
Insisteva, ingenuamente incaponendosi, per aver letto o sentito dire che la bella lingua è anche delle montagne sopra Pistòia.
— Si dice Pistóia, non Pistòia, papà.
Era una cosa molto triste.

 Marino Moretti, Via Laura, “Tutti i ricordi”, Mondadori

CARL GUSTAV JUNG, E DOPO? Doppiaggio italiano. 5′

CARL GUTAV JUNGJUhttps://www.youtube.com/watch?v=MGkoB1OjaVU

“La psiche possiede facoltà tutte particolari, per cui non è del tutto confinata entro lo spazio e il tempo. Si possono fare sogni o avere visioni del futuro, si può vedere attraverso i muri e via dicendo. Solo gli ignoranti negano questi dati di fatto. È assolutamente evidente che questi fatti esistono e sono sempre esistiti; ebbene, essi mostrano che la psiche, almeno in parte, non è soggetta a queste categorie.”

Tutti gli anni nel giro di un valzer. KATHERINE MANSFIELD, IL SUO PRIMO BALLO

cavalieri

Proviamo a dimenticare gli orrendi balli delle debuttanti a 150 euro d’ingresso comprendenti Welcome Cocktail, Gala Dinner e apparizione fugace di qualche mamozzo televisivo svogliato, nonché passerella di genitori compressi entro smoking improbabili e tubini neri evidenzianti trippe e rotondità commosse; soprattutto tentiamo di cancellare dalla memoria le protagoniste di questa serata che posano davanti ai pannelli pubblicitari degli sponsor cosmetici, sovreccitate come a un provino di Canale 5. Dimentichiamo e riandiamo a un centinaio di anni fa, quando il primo ballo in società era un rito iniziatico che socchiudeva la porta dell’età adulta dietro la quale si delineava l’ancora nebuloso profilo dell’uomo. Nel racconto  Il suo primo ballo, che narra il debutto della diciottenne Leila, Katherine Mansfield ha un’idea straordinaria: mette al centro un cavaliere anziano, grasso e stropicciato che con impietosa, lieve saggezza prefigura alla ragazza quello che sarà il suo futuro: la perdita della freschezza, l’inaridimento del suo cuore, l’assunzione del ruolo di madre rancido e rancoroso. E’ un’impietosa visione che dice il dolore della donna meglio di un saggio sulla condizione femminile. 

«Venga, bella signorina» disse l’uomo grasso. La sfiorava appena, mentre si muovevano adagio: più che ballare sembrava che camminassero.
Ma lui non disse nulla del pavimento.
«È il suo primo ballo, vero?» mormorò.
«Come ha fatto a capirlo?»
«Ah» disse l’uomo grasso «vede cosa vuoi dire essere vecchi?» Ansimava un poco mentre cercava di scostarsi da una coppia un po’ maldestra. «Sono trent’anni che faccio questo genere di cose.»
«Trent’anni?» gridò Leila. Dodici anni prima che lei nascesse!
«Sembra impossibile, vero?» disse l’uomo grasso con aria abbattuta. Leila gli guardò la calvizie, e le dispiacque per lui. «Penso che sia meraviglioso che lei continui a farlo» disse gentilmente.
«Che signorina gentile» disse l’uomo grasso, e la strinse un po’ di più canticchiando qualche battuta del valzer. «Certo» disse «lei non può sperare di durare così a lungo. No-o» disse l’uomo grasso «lei si siederà molto prima su quel palco e starà a guardare, col suo bel vestito di velluto nero. E queste braccia così graziose saranno diventate corte e grassocce, e batterà il tempo con un ventaglio molto diverso, un ventaglio di ebano nero.» L’uomo grasso parve rabbrividire. «E continuerà a sorridere come quelle povere care lassù, e indicherà sua figlia, e dirà alla signora anziana che le sta seduta vicina che un uomo orribile ha cercato di baciarla al ballo del club. E sentirà il cuore farle male, male» e l’uomo grasso la strinse un po’ di più, come se gli dispiacesse davvero tanto per quel povero cuore «perché nessuno ormai vorrà più baciarla. E dirà che non le piacciono questi pavimenti lucidi, sono così pericolosi. Eh, Mademoiselle Piedini di Fata?» disse piano l’uomo grasso. Leila fece una risatina, ma non aveva voglia di ridere. Era… poteva essere vero? Suonava terribilmente vero. Allora, quel primo ballo, non era che il principio dell’ultimo? Sembrò che la musica cambiasse; adesso era triste, triste; si alzava sopra un grande sospiro. Oh, come tutto cambiava in fretta! Perché la felicità non durava per sempre? Per sempre non era affatto troppo.

Katherine Mansfield, Il Suo Primo Ballo, Adelphi, Traduzione Cristina Campo

8 marzo con un’attrice superba. ANNA MAGNANI, MAMMA ROMA (Violino zigano) 4′

anna magnani mamma roma

https://www.youtube.com/watch?v=vx52cBite_E

Il film di Pasolini è un capolavoro e l’assoluta bravura di Anna Magnani nel personaggio dell’ex prostituta che lotta per costruire un futuro al figlio riscatta qualunque retorica sulla maternità e disegna un personaggio femminile straordinariamente sfaccettato e incisivo.

ALAIN BOTTON, PERCHÉ LA FILOSOFIA AIUTA A VIVERE MEGLIO. Video

perché è utile la filosofiahttp://www.internazionale.it/video/2015/02/20/filosofia-alain-de-botton-video

Qualche  tempo fa abbiamo pubblicato un video di Alain Botton sull’utilità della Letteratura, a proposito del quale esprimevamo qualche rispettosa riserva. Gli amici del blog hanno mostrato di gradire l’impegnata perorazione dello scrittore svizzero, ci pare quindi di fare cosa gradita a molti la pubblicazione di questo secondo video riguardante la Filosofia. (Senza riserve né commenti, che lasciamo eventualmente ai filosofi).

Come creare un best seller micidiale. CLÉMENT VAUTEL, IL LANCIO DI UN GIOVANE SCRITTORE

ghigliottina

Da tempo, le sorti di un libro, e in particolare di un romanzo, sono legate all’efficacia della sua campagna promozionale ma gli uffici stampa delle case editrici hanno sempre meno idee e sempre meno mezzi per costruire un evento trainante (il rapimento dell’autore da un elicottero in volo, la sua fuga in un un monastero buddista, ecc.). Non resta che l’imbuto televisivo nel quale i più fortunati (?) vanno tristemente a finire col  libro sotto il braccio. Ben altra fantasia circola nel racconto di Clément Vautel, un autore franco-belga morto nella prima metà degli anni Cinquanta: qui un giovane autore smanioso di successo e un editore disposto a tutto e dall’immaginazione sfavillante mettono in scena una straordinaria campagna promozionale. Anzi, più che straordinaria, irripetibile. 

Un giorno si presentò al cospetto di un grande editore il giovane Félicien Paturon con un manoscritto sotto il braccio.
«Io le porto», gli disse, «un romanzo… con un’idea»
«Non mi interessano i libri con idee.»
«No, l’idea non è nel romanzo… ma potrà servire per la pubblicità»
«Ah! Così va meglio. Mi dica.»
«Dunque, che ne penserebbe di un delitto commesso da me una quindicina di giorni prima della pubblicazione del mio romanzo intitolato “L’uomo che io ho assassinato” ?»
«In effetti non sarebbe niente male»
«In realtà io non ucciderò nessuno… Ma ho un amico che è stanco della vita e vuole levarsi di mezzo. Per farmi un piacere, egli lascerà questa vita in circostanze e condizioni tali da far credere alla giustizia che si tratti di un delitto. Io fuggirò e sarò subito sospettato e inseguito… Peripezie e vicende volta a volta comiche e drammatiche. Grandi articoli in prima pagina, il mio ritratto dappertutto. Alla fine io mi lascio arrestare… In quel momento uscirà il mio libro. Comparirò davanti alle Assise, accetterà ogni indizio e ogni prova, sarò condannato a morte. A quel punto avremo già superato le trecentomila copie vendute… E solo quando si sarà sparsa la voce della mia prossima esecuzione, lei interverrà con il documento della salvezza predisposto dal mio amico, e che io le avrò affidato. Allora, cosa ne dice? Non è una buona idea per il lancio di un libro?
L’editore, un po’ umiliato esclamò:
«E dire che non ci avevo ancora pensato! Mio caro autore, passo immediatamente il suo manoscritto alle stampe… Usciremo in un mese. Dica al suo amico di… fare la sua uscita di scena entro quindici giorni, al più tardi. Sì, credo che abbiamo tra le mani un grande successo!»
Le cose andarono più o meno secondo le previsioni dell’ingegnoso autore, anche nei minimi particolari.
Il disperato amico commise l’insano gesto dando le sue dimissioni da contemporaneo dopo aver firmato un documento che provava il suicidio cosciente e organizzato. La testimonianza scritta fu affidata da Félicien Paturon al suo editore con l’incarico di renderla pubblica al momento opportuno.
Il giovane autore, accusato da mille indizi, fuggì… La polizia si mise sulle sue tracce. Eco enorme nella stampa. Vari incidenti. Arresto. Apparzione nelle vetrine dei librai de “L’uomo che io ho assassinato”. Enorme successo…
Quando il giovane Paturon fu condannato a morte, il suo libro raggiungeva le quattrocentomila copie…
La vigilia della sua esecuzione, erano superate le cinquecentomila.
Ma l’editore si guardò bene dal tirar fuori il «documento salvatore», e quando lesse nei giornali il resoconto dell’esecuzione dello sventurato Paturon, disse semplicemente, fregandosi le mani: «Conviene trarne un magnifico caso di errore giudiziario. Niente di meglio, come pubblicità, della morte dell’autore».
E telefonò al suo tipografo di mettere in macchina altri centomila esemplari di quel grande successo editoriale.

 Clément Vautel, Il lancio di un giovane scrittore, Garzanti, Traduzione Piero Del Giudice

 

Decadenza dei salotti: da Casa di bambola al bambolotto razzista

buonanno

l’esibizione di Buonanno a Piazza Pulita

Spesso, nei primi anni del Novecento si poteva leggere sui biglietti d’invito alle feste: “Si prega di non discutere di Nora Helmer”. Come si sa, Nora Helmer è la protagonista di Casa di bambola, di Herik Ibsen, un capolavoro scritto nel 1879 che annuncia (o forse inaugura), il teatro moderno e che mette sul tappeto la questione femminista calandola in un dramma borghese. L’ombra di Nora aleggiava sui salotti provocando divisioni, scontri feroci di natura non tanto drammaturgica quanto morale e politica – in pratica, era un fantasma la cui sola evocazione minacciava di mandare all’aria una serata amorosamente preparata dalla brava padrona di casa.
In un secolo, la metamorfosi dei salotti è stata radicale, visto che sono diventati quasi esclusivamente televisivi e non è più possibile filtrare gli ospiti (altro che biglietti d’invito con raccomandazione in calce): ti allontani un attimo dal televisore e quando torni ti ritrovi in casa un ceffo qualsiasi, che si muove a scatti come un vecchio giocattolo caricato a molla, palesemente in preda a delle sostanze non si sa da quale natura, forse endogene, e che spara frasi sconnesse fra le quali si riesce a coglierne una più decifrabile: “I rom sono la feccia della società!”. Applauso dell’uditorio in studio. Il padrone di casa si dissocia dall’applauso, profondamente amareggiato – che è un po’ come dispiacersi quando l’amico ubriaco perso che hai portato con te a una festa vomita sul tappeto. Sì, perché l’onorevole Buonanno era già ubriaco prima di andare in trasmissione; così com’è ubriaco quando interviene al Parlamento Europeo in tuta mimetica e come lo è al mattino quando si sveglia; purtroppo, a quanto si può sapere, è un ubriaco anomalo che non conosce il momento down che hanno tutti gli ubriachi perbene: nessun mal di testa, nessun attimo di scoramento (che potrebbe essere l’anticamera del dubbio) lo colgono; c’è sempre quella maledetta molla che non si esaurisce mai, contrariamente a quanto capitava alle scimmiette e ai mostriciattoli meccanici di poco prezzo che si vendevano cinquant’anni fa sulle bancarelle.
Allora, un secolo dopo Nora Helmer, qualcuno è tentato di scrivere “Non invitate più Buonanno in televisione”. Facebook sembra che lo abbia già inibito ma il dibattito (sempre il solito) è aperto: è meglio oscurare l’onorevole a molla o mostrarlo in tutto il suo modesto e inesauribile orrore? Mi sembra un quesito ozioso in quanto non risolvibile: i salotti televisivi hanno bisogno di mostri, e se in nome dell’audience bisogna sacrificare qualche tappeto, pazienza.

Il gioco delle identità: il caso Elena Ferrante/premio Strega.

uomo donna colori invertiti

E’ un  feuilleton davvero gracile, nato asfittico e alimentato col latte artificiale, quello che si sta costruendo con fatica intorno alla partecipazione di Elena Ferrante al Premio Strega. Rispetto ai suoi antenati del XIX secolo, la trama e il succo di questo romanzo d’appendice sono pallidi come vinello annacquato; il consumatore di libri e di premi letterari dovrebbe appassionarsi a domande sul genere di: “Ma Elena Ferrante voleva o  non voleva partecipare allo Strega?” e poi: “Di quale Ferrante stiamo parlando? Della Elena Ferrante 1, autrice sotto pseudonimo e autrice affermata da anni, o della Elena Ferrante 2, l’anonima usurpatrice che si serve dello stesso pseudonimo per firmare articoli su svariati giornali?” “E se la Ferrante”, come sostengono alcuni, “fosse addirittura un uomo?” Mi sembrano temi debolissimi se si paragonano a quelli, per esempio, che metteva in campo Eugène Sue nel capostipite dei romanzi d’appendice I misteri di Parigi, (1843) con le sue orfane angariate e con la schiera di innocenti mandati in rovina dal perfido e lussurioso notaio Jacques Ferrand; oppure I misteri di Londra, di Paul Féval, (1844, sulla scia), che era sorretto da uno scheletro narrativo molto più appassionante del mistero della Ferrante: riuscirà l’irlandese Fergus O’Breane ad annientare l’Inghilterra per vendicare i torti dei suoi concittadini? Sappiamo bene che i libri vanno venduti non importa come e che il gossip è funzionale alle promozioni ma non c’è lubrificante migliore del buon vecchio sangue che scorre. Allora, niente mezze misure, e che sangue sia. Si organizzi un duello all’alba, in collegamento con Uno mattina, tra la Ferrante 1 e la Ferrante 2, padrini: Franco di Mare e Francesca Fialdini. E se proprio si vuole far saltare il banco dell’audience, che sia all’ultimo sangue.

La ragazza dell’Eden. MARK TWAIN, IL DIARIO DI EVA

eva

Il 1906 è un anno importante per la storia del Femminismo europeo, anche se ignorato dai più, ma si sa, non tutti gli eventi hanno la risonanza che meriterebbero: la Finlandia, primo paese del vecchio continente, estende il voto alle donne (che in Italia avrebbero dovuto pazientare fino al 1945). E nel 1906 esce negli Stati Uniti un libretto del già famosissimo Mark Twain, Il diario di Eva. Non è un manifesto politico ma testimonia un’agilità di pensiero impensabile per la nostra cultura del primo Novecento.

Sabato.
Ora ho un giorno di vita. Sono arrivata ieri, e ho la sensazione di essere un Esperimento, sarebbe impossibile, per chiunque, sentirsi un esperimento più di quanto mi senta io.
Ieri pomeriggio, di lontano, ho seguito l’altro Esperimento, volevo capire a che cosa potesse servire. Credo sia un uomo. Verso di lui mi rendo conto di provare una curiosità più forte di quella che provo nei confronti di qualsiasi altro rettile. Ammesso che sia un rettile e io credo lo sia: infatti ha capelli arruffati e occhi azzurri e sembra un rettile. Non ha fianchi; ha una forma affusolata come quella di una carota, per questo penso che sia un rettile, anche se è possibile che sia una questione di struttura.
In un primo momento mi fece paura: tutte le volte che si voltava mi mettevo a correre perché pensavo che mi avrebbe inseguita, poi mi sono resa conto che stava semplicemente cercando di far perdere le proprie tracce. Dal quel momento non ne provai più timore e incominciai a pedinarlo, standogli a circa dieci metri di distanza, e questo fatto lo rendeva nervoso, infelice.
Domenica.
Ho scoperto che il rettile ha gusti volgari e non è neppure gentile. Ieri sera, quando andai a vederlo, stava cercando di acchiappare i pesciolini screziati che giocano nello stagno e fui costretta a tirargli addosso delle zolle di terra per far sì che li lasciasse in pace. È possibile che sia stato progettato per compiere gesti così poco carini? Ne ha proprio l’aria. Una delle zolle lo colpì dietro l’orecchio e il rettile usò la parola. La cosa mi diede un’eccitazione intensa perché era la prima volta che sentivo la parola venire da un essere che non fossi io. Non lo capii, ma le sue mi sembravano parole molto eloquenti.
La domenica della settimana seguente.
Per tutta la settimana non ho fatto che stargli dietro per cercare di fare amicizia. Visto che era timido, è toccato a me occuparmi delle chiacchiere, ma lui non si è risentito. Sembrava gli desse piacere che io fossi lì, ho usato moltissimo il “noi”, assai socializzante, dal momento che l’essere incluso pareva lusingarlo.
Dopo la caduta.
Se ci ripenso, il Paradiso Terrestre mi sembra un sogno. Era bello, più che bello, era un incanto; ed ora l’ho perso, e non lo rivedrò più.
Ho perso il Paradiso Terrestre, ma ho trovato lui e ne sono felice. Mi ama con tutte le sue forze, e io lo amo con tutta l’intensità della mia natura appassionata. Se mi chiedo perché lo amo, scopro di non saperlo. Certi uccelli li amo per il loro canto, ma Adamo non lo amo per come canta – no, proprio no; anzi, più canta e meno riesco ad accettare che lo faccia. Non è per la sua intelligenza che lo amo – no, proprio no. Non è colpa sua se ha l’intelligenza che si ritrova, è stato Dio a fargliela. Avrà avuto i suoi buoni motivi, ne sono certa. Con l’andar del tempo si svilupperà, anche se non tutto d’un colpo, credo; e d’altra parte non c’è fretta – va bene così com’è.

 Mark Twain, Il diario di Eva, Feltrinelli. Traduzione Barbara Lanati.

Inconvenienti degli amori inconfessati. ALPHONSE ALLAIS, POVERA CESARINA!

Gli amori fra cugini sono come quegli orti umili e di piccola pezzatura che non non producono fatturato ma frutti rari e proibiti, da consumare a piccoli morsi, furtivamente, nel silenzio delle penombre domestiche. Su questo ombroso terreno domestico si sviluppa il racconto di Alphose Allais (1854-1905), Povera Cesarina! Di Allais ci siamo occupati nello scorso dicembre quando abbiamo pubblicato la realizzazione radiofonica di un suo racconto, Due e due fanno 5. In quell’occasione ricordavo quanto abbia nuociuto all’autore la fama (meglio sarebbe dire la patente) di umorista. Questo racconto, nonostante il registro ironico, raggiunge il tragico paradossale, forse nel ricordo di una famosa e crudele novella del Boccaccio.

Alcide Paquet viveva solo con una cugina che gli faceva da governante, Cesarina: una zitella sulla trentina, ma così attraente, così fresca! Cesarina lavava i piatti, puliva le scarpe, rammendava le camicie, sempre col sorriso sulle labbra. Perché, mi dispiace dirlo, ma essa amava il cugino. Un amore tanto più furioso quanto più segreto. E Alcide, quel bruto, non si accorgeva di nulla.

Una sera rincasò tutto pimpante.
– Mia piccola Cesarina, ci siamo!
– Che cosa?… Ci siamo, chi?
– Mi sposo.
– Ah!
– Beh, cosa ti prende, adesso?
– Niente… E con chi?
– Indovina.
– Con Alina Leprout, forse?
– No.
– Con Jeanne Beaudon, allora.
– Brava, indovinato!
Quella sera Cesarina non cenò. Alcide –  che bestia, questo Alcide! – continuò a non
accorgersi di niente.
Povera Cesarina!
La vigilia delle nozze, la cucina di Cesarina mandava un delizioso profumino.
– Mia cara Cesarina, tu vuoi proprio lasciarmi dei rimpianti.
– Cosa… vuoi dire?
– È squisita questa carne… Non sembra di vitello… e neppure di maiale… Che cos’è dunque?
– È buono?
– Buono? Ascoltami, piccola mia, ti dico che mai in vita mia ho gustato niente di così squisito.
– È questo che conta.
– Non vuoi dirmi che roba è?
– Ci tieni davvero tanto?
– Ma certo.
– Ebbene…
Cesarina slacciò bruscamente il corsetto, aprì la camicia, e sotto il seno sinistro – una meraviglia di seno sinistro! Alcide poté vedere una ferita aperta e sanguinante. Nel medesimo istante, Cesarina cadeva morta sull’impiantito. Si risollevò solo un attimo per dire:
– È il mio cuore che hai divorato!
– Povera Cesarina!

 Alphonse Allais Povera Cesarina! “Un dramma parigino e altri racconti”
Editori Riuniti, Traduzione E. Rizzi

Il video della domenica. PASOLINI, LA RICOTTA. Orson Welles. 5′

orson welleshttps://www.youtube.com/watch?v=YL1E9tYnyx0

a cura di Francesco Ghisi

Nella campagna romana, una troupe sta girando una molto pasoliniana Passione di Cristo: durante le pause, comparse sottoproletarie  si abbandonano a uno sgangherato twist; serpeggiano la fame e la morte. Al centro, un sofisticato gioco di specchi: Pasolini  crea un  alter ego registico palesemente cinico, altezzoso e crudele (Orson Welles) che tuttavia cita il Pasolini di Poesie in forma di rosa,  “Io sono una forza del Passato./Solo nella tradizione è il mio amore”: esemplare (e un po’ compiaciuta) messa in scena di una contraddizione, ma il compiacimento non è sempre un peccato.

I VOSTRI PREFERITI DI FEBBRAIO

DICKINSONSfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

 

 

 

argillaLa fantasiosa argilla di Frankenstein. JAN SVANKMAJER, BODY (animazione) 7′  

 

 

GABERPer non parlare solo di satira, l’Invettiva. GABER, IO SE FOSSI DIO.

 

 

parkerIl silenzio corre sul filo. DOROTHY PARKER, UNA TELEFONATA

Le sceneggiate del generale. Una lettera di Napoleone a Joséphine

Metti una sera a cena un generale dalla redingote lisa, una dama un po’ più matura, con più charme che reputazione, ben piazzata in società grazie a nozze ben riuscite e ben concluse. Metti che il generale abbia grandi ambizioni sociali e minima esperienza amorosa, giusto qualche compagnìa sul campo di battaglia e un fidanzamento finito male. Metti che la donna, sentendosi un po’ avvizzitella, ceda senza al giovane appassionato che pure – dicono i maligni – la corteggia per ripiego. Finisce allora che il 7 marzo il generale è reclutato per condurre l’Armata d’Italia, l’8 firma il contratto di matrimonio, il 9 si sposa e l’11 parte al fronte.
E poi lettere su lettere, piene zeppe di quella retorica sentimentale assorbita dai romanzi di cui è ghiotto e che è perfetta per rendere più teatrali le solenni sceneggiate di un animo “forte e deciso” alle prese con un campo di battaglia sconosciuto e più difficile da gestire che un esercito intero.
D’altronde se ti chiami Napoleone Bonaparte non puoi mica scrivere letterine all’acqua di rose, e tanto peggio se suonano un po’ fasulle.

di Roberta Sapino

lettera napoleone