Quando Dio è testimone. KAREL ČAPEK, IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Manette-Mani

Questo racconto è tanto limpido che una qualsiasi introduzione rischierebbe di guastarlo. Vale solo la pena di ricordare che Karel Čapek non è molto noto presso i lettori italiani, soprattutto  come narratore; un po’ più conosciuta è la sua opera teatrale L’affare Macropulos, messo in scena da Luca Ronconi nel 1993 con una superba interpretazione di Mariangela Melato. 

Il famigerato pluriassassino Kugler, inseguito da un vagone di mandati di cattura e da un’intera armata di gendarmi e detectives, si buscò sette palle, tre delle quali sicuramente mortali. Così, in apparenza, si sottrasse alla giustizia terrena. Ma quando la sua anima ebbe abbandonato il corpo, arrivò per Kugker l’inevitabile Giudizio Universale. I giudici erano tre, assai vecchi, consiglieri emeriti, e dai volti gravi e annoiati.«Di cosa vi dichiarate reo?» chiese il presidente. «Di nulla,» fece Kluger, da quel delinquente incallito che era. «Fate entrare il teste,» sospirò il presidente. Davanti a Kugler si sedette un gran vecchio, eccezionalmente imponente, vestito di un manto azzurro trapunto sdi stelline dorate. Al suo ingresso i giudici si alzarono.
Affascinato, contro la sua volontà, si alzò anche Kugler.
Dopo che il vecchio si fu seduto, lo fecero anche i giudici.
«Testimone, Dio Onnisciente» iniziò il presidente, «Questo Tribunale Supremo vi ha convocato perché testimoniate sulle azioni di Kugler Ferdinand. Poiché siete il Sommo Veritiero non dovrete prestare giuramento.Prego, cominciate».
Il testimone Dio tossì leggermente e cominciò : «Sì, Kugler Ferdinand. Ferdinand Kugler, figlio di un impiegato di una fabbrica, è stato fin da piccolo un ragazzo viziato; ragazzo mio, quanto sei stato cattivo! Amava moltissimo sua madre, ma si vergognava di dimostrarlo, perciò era caparbio e disubbidiente. Rubava già a dieci anni e mentiva continuamente, frequentava cattive compagnie, come quello straccione ubriaco di Dlabola, col quale divideva il cibo.»
Il presidente inforcò gli occhiali e disse blando: «Testimone, restiamo ai fatti. L’accusato ha ucciso?» Il teste Dio scosse la testa. «Nove persone ha ucciso.» «Perché ha ucciso?» chiese il presidente. «Come tutti» rispose Dio, «per malvagità, per brama di danaro, premeditatamente ed anche per caso, qualche volta per piacere, qualche altra per necessità. È stato generoso e qualche volta ha aiutato la gente. È stato buono con le donne, ha amato gli animali e ha tenuto fede alla parola data. Devo elencare le sue buone azioni?» «Grazie» disse il presidente, «non è necessario. Imputato, avete qualcosa da dire in vostra difesa?» No. Fece Kugler con indifferenza; ormai non gli importava più niente di niente. «La corte si ritira» annunciò il presidente e i quattro giudici uscirono.
Dio e Kugler rimasero nell’aula. «Chi sono quelli?» chiese Kugler indicando con un cenno del capo i quattro che si allontanavano. «Uomini, come te» rispose Dio «in terra erano giudici e lo sono anche qui». Kugler si mordicchiava le unghie. «Io pensavo… cioè, non me ne sono mai interessato, ma… mi aspettavo che avrete giudicato voi, come… come» «… Come Dio» terminò la frase il grande vecchio. «Ma è proprio questo il punto. Dato che so tutto non posso giudicare. Non è possibile. Se i giudici sapessero tutto, ma proprio tutto, nemmeno loro potrebbero giudicare; se solo fossero capaci di capire tutto, allora proverebbero compassione. Come potrei giudicarti io? Il giudice conosce solo le tue cattive azioni, ma io so tutto di te. Tutto, Kugler. Ecco perché non posso giudicarti». «E perché quei giudici… quegli uomini… anche in cielo?» «Perché l’uomo appartiene all’uomo. Io sono, come vedi, soltanto un testimone, ma del castigo, del castigo decidono gli uomini. Anche in cielo. Credimi Kugler, è giusto così: gli uomini non si meritano altra giustizia che quella umana».
In quel momento rientrò la corte e il presidente del Tribunale Supremo pronunciò ad alta voce: «Kugler Ferdinand riconosciuto colpevole di nove omicidi premeditati, rapina, rimpatrio illegale, e possesso illegale di armi, è condannato all’inferno a vita. La pena ha decorrenza immediata.»

Karel Capek, Il giudizio universale, “Racconti da una tasca
Aktis, Traduzione Susanna Chiti

Il video della domenica. NATALIA ST.CLAIR, LA NOTTE STELLATA DI VAN GOGH. 5′

la matematica di van gogh

http://www.3nz.it/4316/matematica-van-gogh/

“Quello di “turbolenza” è uno dei concetti in assoluto più difficili da comprendere in matematica. Una serie di studi hanno ora scoperto che, nel periodo in cui dipingeva confinato in manicomio, Vincent Van Gogh era riuscito a rappresentare esattamente un tipo di turbolenza fluida di cui gli scienziati sarebbero riusciti a ipotizzare le equazioni soltanto 60 anni più tardi.”
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Il retrogusto amarognolo del palcoscenico. NATALIA GINZBURG, TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA

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Monica Vitti e Giorgio Albertazzi nel film diretto da Luciano Salce (1967)

Perché ci si sposa? Giuliana ha sposato Pietro “anche per i soldi”, quando pur di pagarsi i debiti e era pronta a sposare anche un vecchio “con le guancione gonfie gonfie, quegli occhi da gufo”. Lui l’ha sposata “anche per pietà” oppure no, ché “se uno dovesse sposare tutte le donne che gli fanno pietà, starebbe fresco. Metterebbe su un harem”. L’ha sposata perché le altre “erano delle vespe” e lei non aveva il pungiglione ma, soprattutto, perché ha sempre sentito, guardandola, “una grande allegria”.
Ma su cosa si basa un matrimonio?
Quando Natalia Ginzburg scrive questa pièce per l’amica e splendida attrice Adriana Asti, in Italia convolare a nozze è cosa ben seria visto che ancora (e per il lustro seguente) per divorziare ci si deve armare di passaporto e partire all’estero: eppure di divorzio se ne parla, e molto, nella pièce, così come si parla di morte, di suicidio, di aborto. Temi molto densi che si insinuano nella quotidianità tra un cappello smarrito, un pollo ruspante da mettere in tavola, una suocera invitata a pranzo, un bicchiere di latte a mezzogiorno. Ciò che più emerge è proprio la voglia di parlare, raccontare e raccontarsi, mentre la solidità del modello borghese si incrina a poco a poco e dalle crepe si intravedono le questioni che negli anni settanta diventeranno battaglie.
Notevole il fatto che un aborto praticato clandestinamente, citato en passant e senza dramma nella pièce, un paio d’anni dopo diventi nel film di Luciano Salce un incauto tuffo in piscina seguito da manifesti sensi di colpa: a teatro si può dire più che al cinema?

Roberta Sapino

GIULIANA: E lì, a quella festa, ho conosciuto Pietro. Era seduto sul primo scalino e chiacchierava con una ragazza con dei pantaloni arancione, che ho poi saputo che era sua cugina. E alla fine io ero completamente ubriaca, non trovavo più il fotografo, e ballavo sola con le scarpe in mano. E mi girava la testa, e sono caduta proprio vicino a quei calzoni arancione. E ho detto: si ricordi che coi calzoni, non si portano i tacchi alti! […] E quella rideva, rideva… io sono svenuta. […] Poi Pietro mi ha riaccompagnato a casa. […] E abbiamo abitato insieme per dieci giorni, fino a quando è ritornata la Elena. E in quei dieci giorni, io ogni tanto gli chiedevo: Trovi che ho stile? E lui diceva: No. […] E poi, quando stava per tornare la Elena, gli ho detto: Peccato, adesso non potrai più stare qui, torna quella noiosa della Elena, che del resto la casa è sua. E lui ha detto: Sì, peccato. E io gli ho detto: Sposami. Perché se non mi sposi tu, chi mi sposa?
VITTORIA: E lui?
GIULIANA: E lui ha detto: È vero. E m’ha sposata.

Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria, Einaudi

Umberto Eco e i network: il mercato delle illusioni planetarie

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http://www.huffingtonpost.it/2015/06/11/umberto-eco-internet-parola-agli-imbecilli_n_7559082.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

In quel tempo, dice Umberto Eco, c’era l’imbecille un po’ bevuto che dopo aver straparlato nel bar se ne tornava a letto senza aver prodotto gravi danni, a parte un certo fastidio nei clienti circostanti; oggi, lo stesso imbecille ha a disposizione un uditorio virtualmente globale, grazie a facebook.
A me pare che il vaniloquio dell’imbecille sui network sia paragonabile all’effervescenza di un alka seltzer (ammesso che esista ancora); c’è un’altra imbecillità, più sotterranea e più pericolosa: quella letteraria, che viene promossa e alimentata dagli editori on line. Questi imprenditori/spacciatori sono gli eredi dei più modesti tipografi editori che pubblicavano a pagamento le opere tremebonde di poeti e narratori appassionati/disperati. La tiratura era modesta, cento, duecento copie al massimo, che per lo più venivano distribuite fra parenti, amici e colleghi, per poi finire nell’armadietto di un libraio amico, e di lì al macero. Con l’avvento della rete, la pubblicazione a pagamento è diventata una triste pratica sempre più diffusa, con l’aggravante dell’illusione: le povere opere vengono inserite in un catalogo globale che, collegato ai grandi distributori planetari come Amazon, producono nell’autore l’illusione di un volo vertiginoso e, chissà, di un successo mondiale.
Ecco qualche estratto scelto a caso dall’ossario narrativo proposto da uno dei troppi editori a pagamento:

“Nessuna rosa muore davvero. Entra e resta nel viaggio di un’altra delle rose di cui ogni primavera rifiorisce la terra.”

“Giorno dopo giorno riscopre una femminilità che non aveva mai notato diventando una donna erotica capace di portare il suo amante nell’inferno della passione.”

“Un romanzo di fantasia dove l’autore, riesce a mettere insieme avvincenti intrighi”.

“Questa storia è la vita reale. È un pezzo di vita, un percorso con alti e bassi, senza eclatanti colpi di scena o eventi straordinari.”

La divina semplicità. LETTERA DI DOSTOEVSKIJ SU L’IDIOTA

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Se i giornali pubblicassero la notizia dello straordinario rinvenimento di una lettera di Dante a Cangrande della Scala, grande sarebbe il batticuore di tutti, anche di quelli che, dopo le scuole, hanno incontrato la Divina Commedia solamente in tv, grazie a Benigni. Quando poi La Repubblica pubblicasse in esclusiva la lettera, le tirature si impennerebbero; immaginiamo che il testo reciti più o meno così: “Caro Cangrande, sto terminando con grande fatica la terza cantica di un poema che si è rivelato forse troppo ambizioso per le mie forze. Nelle due prime cantiche sono andato abbastanza spedito, ma la terza, che è dedicata al Paradiso, è tosta; sono alla fine dell’ultimo canto, alle prese con la raffigurazione dei Beati e ti assicuro che non è affatto semplice: queste anime, in virtù della loro natura aleatoria, scappano, per così dire, da tutte le parti. Ho provato a dividerle in due gruppi: nel primo ho messo quelli che credono in Cristo venturo, nel secondo, quelli che credono in Cristo venuto. Mi sembrava una buona idea, il guaio è che non stanno mai fermi e devo sempre ricominciare da capo…”
Profondo sarebbe lo sgomento dei dantisti di fronte a delle considerazioni così basiche del Divino Poema da parte del suo stesso autore ma altissimo sarebbe il gradimento dei lettori, presumo, ben contenti di scoprire un Dante Alighieri così artigiano. Forse i lettori di questo blog si meraviglieranno, oggi, di fronte alla semplicità disarmante con cui Dostoevskij parla di un capolavoro come L’idiota, in questa lettera (autentica) a Sof’ja Alexàndrovna Ivanova. 


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I giochi del professore. UMBERTO ECO, 40 REGOLE PER SCRIVERE BENE L’ITALIANO

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http://www.osservatoriesterni.it/speciali/le-regole-dello-scrivere-bene-secondo-umberto-eco

 

E’ ricomparsa in rete una “Bustina di Minerva”, di Umberto Eco. La rubrica, pubblicata settimanalmente su L’Espresso dal 1985 al 1998 (poi divenuta quindicinale) è uno sterminato serbatoio di riflessioni, divagazioni e incursioni che, letti in trasparenza, dicono molto del grande critico (meno, forse, del narratore); sono la dimostrazione, quanto meno, del fatto che una camera dei giochi è necessario averla e tenersela cara, a costo di rinunciare al pomposo salotto di rappresentanza.
La lettura è raccomandata a grandi, piccini, insegnanti e anche ai giornalisti.

 

 

 

 

COMPIANTO PER IL LICANTROPO

petrus borel autographeIeri abbiamo pubblicato un articolo su Pétrus Borel, un autore significativo della prima metà del XIX secolo. Ogni tanto questo blog si dedica ai recuperi di autori dimenticati o che hanno avuto scarsa circolazione in Italia e devo dire che nei loro confronti la curiosità dei lettori è sempre piuttosto vispa. Borel è stato una clamorosa eccezione: pare che gli amici del blog, già alla lettura del titolo, se ne siano ritratti infastiditi, forse inorriditi dicendo: “Ma siamo impazziti? Pubblicare un articolo su Borel…!” Nella presentazione avevo ricordato come il nostro autore avesse condotto una vita stentata, anzi decisamente misera, per  poi morire, finalmente!, nell’indigenza più assoluta. E dire che la sua opera aveva buoni requisiti per sfondare: racconti orrifici e immorali, più un romanzone, Madame Putiphar, che si sviluppa nelle più oscure carceri di una Parigi dominata da Madame Pompadour. E quel soprannome di Licantropo col quale lo battezzarono i suoi contemporanei avrebbe dovuto attirare almeno uno sguardo di sia pur momentaneo interesse – non meno, diciamo, di una band di ragazzotti che si esibiscono con i teschi e le T-shirt sporche di pomodoro. Niente da fare, l’insuccesso che caratterizzò la vita di Borel, che pure fu recuperato dai surrealisti come uno dei loro padri nobili, lo perseguita anche sul nostro blog. Date almeno un’occhiata partecipe al ritratto dello sfortunato autore (che giustamente ha l’aria torva, oltre che famelica); non è glamour, nonostante il sorriso del cane risollevi un po’ l’immagine, ma un minimo di umana partecipazione la merita. 

L’invettiva del Licantropo. PETRUS BOREL, CONTRO LA RICCHEZZA

imagesMa i ricchi devono o non devono piangere? Assolutamente sì, per chi non disdegna di schiantarsi come un cosacco a sciabola sguainata contro un panzer; assolutamente no, per chi, con l’aria di saperla lunga in questioni di economia, avverte che i ricchi, prima che spunti la prima  lacrima, hanno già portato la ricchezza in qualche paradiso fiscale e buonanotte a chi rimane. Questo dibattito sul pianto dei ricchi, che ci deliziava nel 2009, viene da molto lontano ma ha decisamente perso vigore in questi ultimi anni, e mi sembra che nessuno lo rimpianga. Ma le questioni inattuali possiedono il fascino della polvere di cui sono ricoperte – non si spiegherebbe altrimenti il successo degli innumerevoli mercatini pulciosi che riciclano paralumi tarlati e tazzine indecenti: non diversamente avviene per le idee, come credo dimostri il frammento che vi proponiamo. Lo scrisse Pétrus Borel, un autore del quale la Miseria si era maniacalmente innamorata, tanto da seguirlo in ogni sua mossa (non lo mollò nemmeno quando i suoi libri ebbero un discreto successo). Vissuto nella prima metà del XIX secolo, Borel, fin dagli esordi, si sentì attratto dalla tenebra (che con la Miseria si accorda benissimo, così come col freddo e la fame). La sua prima e più importante prova narrativa, Champavert, racconti immorali, propone una poetica della crudeltà che venne etichettata come romanticismo frenetico, per indicare una spasmodica ricerca di assoluto nella quale convivevano l’ironia, l’eccesso, il cinismo, e che trovava il suo riferimento nel romanzo gotico inglese. Giravano sostanze (hashish e oppio), fra i giovani scrittori frenetici protesi al superamento del conformismo borghese e anche di un Romanticismo troppo elegante. Nella piccola compagine, Borel, che amava farsi chiamare Il Licantropo, fu il più combattivo e il più in vista, ma gli scrittori che gli facevano corona erano di primo piano (due nomi su tutti, Théophile Gautier e Gérard de Nerval); come tutti i combattenti puri, la forza di Borel fu anche la sua condanna; forse se ne accorse quando vide che, oltre alla fedele Miseria, un altro nume tutelare gli camminava a fianco, l’Oblio. Fu dimenticato, immediatamente e ingiustamente, come tutti gli esseri umani non scriventi e gli scrittori non famosi. Ottant’anni dopo la sua morte, lo riscoprirono i surrealisti ma probabilmente il Licantropo, sprofondato com’era nell’angolo più buio del suo cuore, non se ne accorse nemmeno.

Non credo che si possa raggiungere la ricchezza se non si è di indole feroce, un uomo sensibile non riuscirà mai ad accumulare.
Per arricchirsi, bisogna avere un’idea soltanto, un’idea fissa, dura, incrollabile, la voglia di radunare un grosso mucchio d’oro; e per riuscire a farlo diventare sempre più cospicuo, bisogna esser usurai, imbroglioni, inesorabili, ricattatori e assassini! e soprattutto maltrattare i deboli e gli indifesi!
Poi, quando questa montagna d’oro raggiunge il suo culmine, ci si può arrampicare sopra e dall’alto, col sorriso sulle labbra, contemplare la valle di miserabili che si è stati capaci di creare.

Pétrus Borel, Mercante e ladro sono sinonimi, “Antologia dellp hunour nero”, a cura di André Breton, Einaudi, Traduzione di Ippolito Simonis e Mariella Rossetti

Fra le crepe del terrore, il comico


miliziani isishttp://www.repubblica.it/esteri/2015/06/05/news/militante_dell_is_si_fa_un_selfie_e_24_ore_arrivano_3_missili-116096314/?ref=fbpr

Ollio cade nella fontana dalla quale riemerge in foggia di puttone zampillante acqua dalla bocca e con una rana sulla testa; Harold Lloyd sgambetta appeso alle lancette dell’orologio del campanile; Ridolini scaglia un oggetto contundente contro un gallo troppo mattutino ma colpisce un vaso che va a romperglisi sulla testa… Dei miliziani dell’Isis fanno un selfie e vengono immediatamente individuati e  bombardati. Nel buio di un dramma del XXI secolo rispunta, con qualche aggiornamento, la comicità degli inizi del  XX, e in particolare lo slapstick, cioè il meccanismo più basico del comico, quello del sussiegoso uomo d’affari che scivola sulla buccia di banana o del bellimbusto che, voltandosi a guardare una bella ragazza, sbatte contro un lampione. Cose semplici, da bimbi, e oggi, grazie agli sciocchi miliziani, anche da adulti. La comicità della notizia sopravanza la riflessione che la segue dopo qualche secondo: questi bombardamenti che hanno raso al suolo l’edificio avranno causato dei morti? La domanda è  lecita ma la riflessione morale lavora più  lentamente della reazione, così leggendo la notizia non possiamo fare a meno che nella nostra mente si componga un folgorante filmino comico. Ciak, i miliziani si mettono in posa, con mitra, passamontagna neri e tutto l’armamentario. Stacco: scattano il selfie. Stacco: lo pubblicano su Facebook. Stacco: primo piano di un miliziano allarmato che avverte un rumore sospetto in avvicinamento. Stacco: il suo compagno di selfie e di battaglia alza la testa verso il cielo, quindi guarda il combattente fotografo negli occhi con aria di rimprovero. Stacco: il primo miliziano pronucia a mezza voce l’unica e conclusiva battuta del corto: “Occazzo!”.  (La dice proprio in italiano, con accento romanesco: chissà perché, mi sembra che i coatti del selfie debbano parlare tutti in romanesco)

Il blog, un animale quasi preistorico e dal futuro imprevedibile

Senza titoloUn giochetto percettivo simile a quelli che circolano sui social: cosa vi suggerisce questa immagine? Non potrebbe sembrare il profilo schematico di un animale preistorico? Se avete dato questa risposta siete andati molto vicini alla soluzione perché si tratta della statistica delle frequenze di questo blog. La testolina, a sinistra, è il mese di agosto del 2015, segue il collo (settembre) che prelude allo sviluppo ottobrino (davvero imponente) del dorso; da gennaio in avanti incomincia la curva discendente di questo corpaccione che sembra voler terminare in una (non si sa quanto lunga) coda. Nonostante la protuberanza del mese di maggio (l’ultimo segmento a destra) siamo dunque nella parte terminale di questo blog che è nato un anno e mezzo fa, cioè un’era geologica. E’ difficile immaginare quanto sopravviverà un simile organismo; ci sono delle fini che sembrano non finire mai ed altre che dopo qualche avvisaglia pongono termine al gioco con un ultimo sussulto decisivo. Può anche darsi che l’animale blog subisca una mutazione per adeguarsi all’ambiente (ma quale? come intuire i desideri dei lettori?) e sopravvivere in forma di lucertolina o di Lepisma saccarina, pietosamente chiamato “pesciolino d’argento” per temperare il suo aspetto un po’ schifoso. Imperscrutabili sono i sentieri dell’evoluzione blogghistica.

Il racconto dell’immagine. SULLE RIVE DEL LAGO DEI CIGNI

 

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa è una.

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Non era stato un vero e proprio colloquio di lavoro ma una prova molto più insidiosa: accompagnare mister Herriot alla prima del “Lago dei cigni”. Sir Herriot, solitamente, andava al balletto solo per accompagnare la moglie ma quella sera la signora era costretta a letto da un improvviso malessere, così era toccato a lui sostituirla quando mancavano solo due ore all’alzarsi del sipario. Nella graduatoria delle persone che avrebbero potuto sensatamente usufruire di quel biglietto ce n’erano svariate centinaia prima di lui, dalla responsabile delle comunicazioni esterne alle piccole centraliniste, se si volevano escludere l’amante storica di Herriot, Judy Kane, ormai logora, con i bordi consunti come un gettone del casino, e Sally Morris, in carica da troppo poco tempo per avere nel guardaroba un abito adatto. Mentre viaggiavano verso il teatro, lui aveva avuto il tempo di annaspare in una nuvola di congetture; costretto a rientrare velocemente in sé, si era aggrappato a un ultimo lembo di pensiero: Sir Herriot lo aveva invitato perché stava pensando di promuoverlo a suo assistente personale e voleva vedere come se la cavava in pubblico. In azienda, tutti erano convinti che quel posto sarebbe toccato a Greaves,  che parlava quattro lingue ed era lontano parente della moglie di Herriot, infatti  da qualche anno i tre facevano le vacanze insieme. Lui aveva sempre pensato che la nomina di Greaves sarebbe stata banale, ed ecco che il titolare gli stava dando ragione dimostrandosi uomo di libero pesiero e fine conoscitore delle qualità più riposte dei suoi dipendenti. Durante il primo atto, constatata subito la sua estraneità a quanto avveniva in scena, si dedicò a studiare il profilo di Herriot. Erano tratti duri, di un uomo che non fa sconti a nessuno, e l’idea di essere stato scelto da un esaminatore così roccioso produsse in lui l’effetto di un gin tonic a digiuno in un mattino d’estate. Ora, all’inizio del secondo atto, si sentiva colmo di benevolenza verso quelle fanciulle che erano costrette a svolazzare per contratto sul palcoscenico. Benevolo e indulgente. Forse, quando sarebbe stato seduto dietro la grande scrivania, ne avrebbe assunte un paio. La sua mente si perse nei meandri delle anzianità: fra due o tre anni miss Kane e miss Brown se ne sarebbero molto opportunamente andate in pensione, e il cambio con la terza ragazza della prima fila e la settima della seconda sarebbe stato molto favorevole. Forse erano acor meglio la quarta della seconda e la sesta della prima… Tutto si complicava perché i percorsi aziendali s’intrecciavano con quelli delle ragazze che si muovevano sconsideratamente impedendogli una scelta oculata… Alla fine del secondo atto, il profilo di Sir Herriot si voltò verso di lui. Visto di tre quarti appariva ancora più incisivo: gli occhi, soprattutto, mentre la bocca formulava una domanda: “Allora, cosa ne pensa? Le piace Cajkovskij?”. Una domanda così fuori luogo non poteva non nascondere un tranello, decise quindi di mostrare quanto fosse in grado di centrare il problema; Sir Herriot lo ripeteva continuamente: “Non perdetevi in fronzoli, cercate di centrare subito il problema”. Rispose quindi: “Credo che lavoreremo bene, noi due.”

Il pieno e il vuoto alla fermata della metro. RAYMOND QUENEAU, EN PASSANT

uomo valigia contrastato

Non esistono domande sbagliate: possono essere indiscrete, improponibili, imbarazzanti, insolenti, ecc. ma non sbagliate. C’è però un tempo per ogni domanda, come c’è una stagione per ogni frutto. Ma con la frutta, un accomodamento lo si trova sempre: in fondo non cambia molto per una ciliegia nascere alla fine di maggio o a metà giugno, mentre se una domanda matura alle quattro del pomeriggio (e per di più in una metro) anziché a mezzanotte fra le lenzuola complici di una serata d’amore, rischia di cadere sul marciapiede e di essere calpestata da centinaia di viaggiatori. Contrariamente agli umani che affollano la metro, quelli che abitano questa piccola pièce di Queneau non hanno fretta: si dirigono evidentemente da qualche parte ma ciascuno secondo tempi tutti suoi, nei quali è compresa anche la digressione. Quanto al giungere alla meta, mi sembra che non sia di primaria importanza, né per l’autore né per i suoi personaggi: come sintetizza filosoficamente il titolo, si vive en passant, nella leggerezza della rappresentazione.

(Un corridoio della metro. Oltre agli altri passanti, entrano un uomo e una donna con una grossa valigia)

Irène          (fermandosi esasperata)  Non ne posso più.
Joachim      (posando la valigia) Sono sfufo.
Irène          (con disprezzo) E di cosa?
Joachim      Ti dico che sono stufo. Pesa minimo venti chili, sto furgone. Cos’è che ci hai messo dentro?
Irène          Ma allora parli di quella lì?
Joachim      E me lo chiedi?
Irène          Mi sono stufata.
Joachim      E io pure.
Irène          Tu m’ami?
Joachim      Come se è il posto per una domanda simile. Ci ho pure la vaga impressione che c’è uno spiffero.
Irène          Tu m’ami?
Joachim      Sì, cavolo. Per fortuna che è robusta, se no tutto quel che c’è dentro seminerebbe sul piancito.
Irène          Mi domando se tu m’ami.
Joachim      Sono contento che hai perduto l’altra, sai il bauletto in pelle di porco, se no avrei mica potuto trascinarla qui, quella.
Irène          A volte ti guardo e mi sembra di vederti attraverso, come se tu non esistessi più, per me.
Joachim      Lo so. Adesso, vedi, ci ho l’impressione di essere tutto quanto trasparente. La fatica mi ha svuotato.
Irène          Tu in fondo non mi ami.
Joachim      Ma sì, ma sì. Solo che, dopo uno sforzo tipo quello lì, permetti che mi riposo.

 Raymond Queneau, En passant, Edizioni l’Obliquo, traduzione Massimo Raffaeli

Il fantasma della radio, ovvero il pregiudizio allucinatorio a teatro

fantasma radioQuesto blog, è noto a tutti voi, si chiama Radiospazio Teatro, così come la formazione teatrale alla quale fa riferimento. Orbene, (quando fremo, mi viene spontanea questa congiunzione polverosa; chissà, forse racchiude una muta implorazione alle virtù di autocontrollo dei nostri antenati, molto più contegnosi di noi)… orbene, vi pare sensato che al termine di uno spettacolo teatrale, accessoriato di scene, costumi, attori in carne ed ossa, nonché di un video e, per contro, senza (sottolineo senza) l’ombra di un microfono, alcuni spettatori, giunti al rituale delle congratulazioni, dicano: “Questi spettacoli radiofonici hanno un sapore unico”? D’accordo, la nostra ragione sociale contiene la parola “radio” ma questo non spiega ancora la stupefacente affermazione. Sarebbe come se gli spettatori del Teatro delle Moline, a Bologna, andassero a chiedere al regista un chilo di farina; per non parlare, poi, del Teatro della Tosse, a Genova, dove gli stessi spettatori (esiste una tipologia ben precisa) entrerebbero con le tasche piene di confezioni di pastiglie Bisolvon; o del Piccolo di Milano, dove si premunirebbero di sgabelletti pieghevoli da campeggio per timore di non trovar posto nonostante la prenotazione. Qualcuno obietterà che fra i pregiudizi in circolazione quello di vedere microfoni e allestimenti radiofonici anche là dove non ci sono non è dei più gravi: è vero, ma questa forma di allucinazione di stampo pavloviano (“Se la compagnia si chiama Radiospazio teatro, ciò che vedo sarà uno spettacolo radiofonico”) mi destabilizza. In questi casi, e per qualche giorno, compreso oggi, mi sorprendo a studiare dei rimedi. Il più semplice? Non potendo cambiare le teste, quello di cambiare testata. Ma sarebbe sufficiente?

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Recensione di Maria Dolores Pesce, IL DRAMMA.IT

robinson ridotto

Alberto Gozzi stupisce, nel senso che riesce a ricreare meraviglia, con questa sua agile drammaturgia che si caratterizza da un lato per la bellezza della lingua e della scrittura, sia letteraria, nel suo riuscire a traslare classicamente le articolazione della più stretta contemporaneità, sia scenica, organizzata com’è su più piani significativi e con fecondi meticciamenti espressivi e comunicativi, e dall’altro per il rigore della costruzione drammatica che pare alludere sia ai goldoniani “memoir” che alla ontologia e autonomia dei personaggi di lettura pirandelliana…………………………………………………………………………
(leggi il resto dell’articolo di Maria Dolores Pesce) dramma.itSchermata 2015-06-01 alle 17.23.01

 

 

 

http://www.dramma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17795:robinson-crusoe-il-best-seller&catid=39:recensioni&Itemid=14

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. L’isola è quasi del tutto sommersa.

palma sommersaQualche mese fa, all’inizio di questo nostro lungo viaggio, abbiamo pubblicato un racconto di Michel Tournier, La fine di Robinson Crusoe; l’impianto narrativo era quello del sequel: l’eroe, vecchio, stanco, deriso e dedito all’alcol, trascina la sua vita nel rimpianto di quell’isola che era stata dapprima la sua prigione, poi il suo regno; il vecchio Robinson allestisce una spedizione per rintracciarla ma l’isola è cambiata così come lo stesso naufrago è stato modificato dal tempo. La nostra isola teatrale, invece, è del tutto svanita con l’ultima replica, come è destino e dovere di ogni spettacolo. Da questo momento, il nostro Robinson è affidato alla memoria degli spettatori che potranno (se lo vorranno, se lo ricorderanno) narrarlo a chi non ha assistito allo spettacolo: vive anche così, il teatro, in forma di racconto. Ed è affidato, soprattutto, alla recensione di Maria Dolores Pesce su dramma.it, che pubblicheremo domani.