Il video della domenica. TATI, LE VACANZE DEL SIGNOR HULOT

Schermata 2015-07-13 alle 13.17.09https://www.youtube.com/watch?v=B7YpAxeu7t8

Minuscolo frammento di un film di sessantadue anni fa, Le vacanze del signor Hulot, di Jacques Tati. Comicità che riprende l’essenzialità dello slapstick (torte in faccia, corpi che precipitano e rimbalzano come molle, o più semplicemente uomo distratto che va a sbattere contro un lampione). Il meccanismo comico che si mostra nudo, nella sua povertà, a ricordare l’inconsistenza effimera del ridere e, per contrasto (per fortuna), anche del piangere.

Grecia. Riletture attuali (?) KONSTANTINOS KAVAFIS, ASPETTANDO I BARBARI (Vittorio Gassman)

Schermata 2015-07-06 alle 10.53.48https://www.youtube.com/watch?v=_ulPjQSiR3Q

D’accordo, questi versi di Kavafis sono stranoti, ma le riletture servono proprio a calare nella nostra esperienza presente le parole che l’autore aveva riferito a tutt’altro contesto. Chissà se i nostri amici del blog troveranno qualche analogia fra i barbari imminenti raffigurati da Kavafis e la tormenta che si è abbattuta (e che ancora imperversa) sulla Grecia di oggi.

Il video della domenica. FRANCESCA FINI, TOUCHLESS, 4’40”

Schermata 2015-07-01 alle 19.03.48

https://www.youtube.com/watch?v=vxJb7f_Rej0

Che ne è stato dell’Incomunicabilità? Bisogna avere più di cinquant’anni per ricordarsene. Fra il 1961 e il 1964, Michelangelo Antonioni creò una trilogia ( L’avventura, La notte, L’eclisse) che divenne la bandiera e il tormento di una borghesia che per acculturarsi era disposta a sottoporsi a qualunque fatica, dunque anche alla visione di questi film che non amava (troppi silenzi, troppe ellissi, ritmo troppo lento) ma non si potevano non vedere, anche perché la fatica era premiata, dopo, nelle riunioni fra amici, durante le quali fiorivano discussioni tanto lunghe quanto approssimative.
Anche in questo video di Francesca Fini c’è qualcosa che potrebbe ricordare l’Incomunicabilità di Antonioni, ma molti anni sono passati; l’uomo e la donna giacciono inerti (più lui di lei, a dire il vero) e il ricordo del loro rapporto (ma forse è una fantasia possibile) trova nella manipolazione elettronica un pacato appagamento. 

I gesti vivi nella memoria. ALBERT COHEN, Le livre de ma mère

Schermata 2018-02-26 alle 17.06.25.png

James Abbott McNeill Whistler, La madre

Perdere la madre vuol dire perdere la propria infanzia, scrive Albert Cohen. Una frattura irrimediabile separa l’io che parlava con la madre da quello che ora parla di lei: una parte di sé è stata persa nella scossa dell’avvenimento, ciò che rimane si fa trama sulla quale intessere i fili della memoria spesso troppo corti, stropicciati, sbiaditi. Le livre de ma mère non è un romanzo sull’amore materno, ma l’intima archeologia di un figlio che si addentra nel se stesso che fu per preservare dall’oblio l’unicità di una madre, sua madre, in una narrazione che è quasi un canto e dove l’irreparabilità della morte della persona amata non è celata dalle parole, bensì affermata, ripetuta, come un ritornello che sospende, e insieme scandisce e rinnova, l’avanzare lento del ricordo. Roberta Sapino

Un giorno, a Ginevra, le avevo dato appuntamento alle cinque nel piazzale dell’Università ma poi mi lasciai trattenere da un’idea bionda e arrivai solo alle otto. Non mi vide giungere. La osservai, pieno di vergogna, mentre se ne stava ad aspettarmi paziente, seduta su una panchina, tutta sola, ormai che il giorno era finito e l’aria si era fatta fredda, col suo povero cappotto troppo stretto e il cappello che le era calato da una parte. Aspettava lì, da ore, docile, tranquilla, un po’ insonnolita, resa più vecchia dallo star sola, rassegnata, abituata alla solitudine, abituata ai miei ritardi, incapace di ribellione nella sua umile attesa, servile, povera santa donnetta. Aspettare un figlio per tre ore, cosa può esserci di più naturale e poi lui non aveva tutti i diritti? Io lo odio, quel figlio. Alla fine mi scorse e riprese a vivere, dipendente da me in tutto e per tutto. Rivedo il suo sussulto di vitalità ritrovata, la rivedo passare di colpo dall’ebetudine alla vita, ringiovanire, di colpo passare dalla sonnolenza di serva o di cane fedele alla più grande voglia di vivere. Si rassettò il cappello e il viso, perché ci teneva a farmi sentire rispettato. E poi, Mamma vecchieggiante, fece quei suoi due gesti tipici, chissà dove era andata a prenderli e in quale infanzia li aveva pescati. Li rivedo così bene i suoi due gesti impacciati e poetici quando, da lontano, mi vedeva arrivare. Il terribile dei morti sono i gesti che facevano da vivi rimasti nella nostra memoria. Perché allora continuano atrocemente a vivere e noi non ci capiamo più nulla.

Albert Cohen, Le livre de ma mère, Gallimard

SCORCIO DELLA STAGIONE CHE VERRA’

Teatro AstraIl teatro era molto diverso da come appare in questa fotografia. Anzitutto, c’era il pubblico. Un pubblico attento, di addetti e non addetti, di abbonati, di attori parzialmente o totalmente scritturati, di attori scritturabili, di spettatori eroici – tutti gli spettatori sono eroici, mi viene da pensare da qualche tempo a questa parte: lo sono quando vanno a teatro e ancora di più quando vanno a sentire parlare di teatro, di un teatro che si farà, che accadrà di qui a qualche mese. C’era il direttore del TPE, Beppe Navello, che illustrava la stagione 2015/16. C’era il sindaco di Torino. C’era l’assessore regionale alla cultura, Antonella Parigi, ma non voglio addentrarmi nella cronaca (questa non è una cronaca) anche se gli elenchi sono affascinanti (“A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi si divise la terra, e il fratello si chiamò Ioktan. Ioktan generò Almodàd, Selef, Asarmàvet, Ierach, Adoràm, Uzal, Dikla, Ebal, Abimaèl…”). C’erano, alla conferenza stampa del TPE, anche i racconti degli spettacoli futuri: racconti appena accennati, forzatamente accennati perché quegli spettacoli non esistevano ancora e alcuni non esisteranno per svariati mesi, e quando esisteranno saranno molto diversi dal brandello di racconto che li ha sommariamente prefigurati. C’erano anche, fra questi fantasmini di spettacoli, anche quelli di Radiospazio Teatro che, secondo la mia impressione, erano fra i più vaghi. Ci torneremo su, con più calma, perché questa non è una cronaca. Per chi fosse interessato a una vera cronaca:
https://www.facebook.com/stagionetpe?fref=ts

Il video della domenica. LORENZO PAPACE e VINCENT PIANINA, GUSTAVE DORE’, L’IMAGINAIRE AU POUVOIR. Video, 4′

Schermata 2015-06-14 alle 16.55.14https://www.youtube.com/watch?v=4yd1lRAs1F0&index=4&list=PL-hWzoiIELXKRmxDbRRk8hRvCQyoRvJ8p

Si nasconde ancora, nelle nostre case, La Divina commedia del Doré? Non saprei. Una volta si diceva: “del Dorè”, con una e così sguaiatamente aperta che ricordava la Madama Dorè della filastrocca, con tutte le sue belle figlie. Mi rendo conto che questi riferimenti hanno radici lontane nel tempo; probabilmente i lettori più giovani non hanno presente né la Madama, che è collaterale al discorso, né i libroni cui mi riferivo. Dicevo che se ne stavano nelle case e nessuno si ricordava di averli comprati, per la buona ragione che aveva provveduto qualcuno sempre irrimediabilmente morto in precedenza (un nonno, o forse un avo); d’altra parte, la prima edizione italiana dell’opera era del 1868 e c’è da credere che tutte le famiglie italiane dell’epoca si fossero affrettate ad acquistarne una per trasmetterla ai discendenti. Quelle Divine commedie erano, come tutte le altre, di Dante Alighieri, ma la loro paternità, nel parlare comune, era attribuita a Gustave Doré, e non era del tutto sbagliato perché le incisioni che le illustravano finivano per rubare la scena ai versi del poema; si trattava di raffigurazioni potenti (solitamente si usava questo aggettivo) e di solito piuttosto affollate: il Doré dava il suo meglio nelle scene di massa, là dove poteva disegnare cataste di dannati avvinghiate in grovigli di corpi inestricabili che pretendevano (riuscendoci) di essere i veri protagonisti. Su questa poderosa opera incisoria, due registi del cinema d’animazione, Lorenzo Papace e Vincent Pianina,  si sono esercitati con grande eleganza e malizia, ripercorrendo in pochi minuti il cammino ultraterreno di Dante e Virgilio del quale Doré finisce per essere ancora una volta il protagonista.

Le orbite del Sublime. Guardare Bach. Video. 3′

Schermata 2015-06-05 alle 17.38.26

 

http://www.3nz.it/2603/bach-preludio-suite-violoncello-matematica-baroque-me/?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Chi, bambino, non ha mai pizzicato un elastico tenuto coi denti tendendolo o allentandolo in modo da ottenere note acute o gravi e, in fin dei conti una primitiva, sconclusionata melodia? Appena scritta, la domanda appare, oltre che retorica, anche impropria: di elastici ne circolano pochissimi e i bambini, ammesso che ne trovino uno, non lo vedono come strumento di gioco. Cambiamo incipit, allora, e immaginiamo quattro sfere che ruotano su due orbite fisse con moto uniforme, andando a intersecare otto corde (elastiche, ci risiamo) che si tendono e si allentano dando vita a suoni gravi o acuti. Lo spettacolo è ipnotico come un videogioco ma non mette in scena una corsa automobilistica e nemmeno una strage di alieni, bensì il Sublime, incarnato dal Preludio dalla Prima Suite per violoncello di Bach, da guardare come sprofondati in un planetario che produce la musica assoluta e perfetta.

Videogiocando con Baricco. ANNA ANGELUCCI, SE A SCUOLA NON SEI BARICCO SEI OUT

baricco tagliato

http://ilmanifesto.info/se-non-sei-baricco-sei-out/

Dice: forse ci sarebbero altri argomenti, diversi da Baricco. A parte che questo è un blog di non strettissima attualità e piuttosto digressivo per natura, anche occupari di Baricco può essere interessante, soprattutto se lo si fa con la lucidità di Anna Angelucci, che ci sembra tanto condivisibile quanto invidiabile.

Quel punto di mezzo fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

Honoré_Daumier, Gargantua

Honoré Daumier, Gargantua

Non si può dire che il senso dell’umorismo ci accompagni sempre nelle nostre incombenze quotidiane, così come il senso del grottesco: o meglio, il grottesco lo si trova in ogni angolo (delle cronache e delle strade) ma si tratta, per così dire, di un grottesco inconsapevole e quindi dannoso, come certi cibi troppo coriacei che si digeriscono solo dopo molte ore. Invece il grottesco letterario di buona fattura è molto digeribile, come un piatto di frutta d’estate. Thomas Hood (1799-1845) fu un poeta che, a parte altre virtù, seppe parlare ironizzare con eleanza e preveggenza sui maniaci della buona tavola. Questo suo ritratto del sentimentale epicureo anticipa, nobilitandolo, gli insopportabili pseudo-gourmet che, per aver visto qualche serie di trasmissioni sulla cucina, affliggono le tavolate di chi incautamente sta cenando con loro.

RICORDI DI  UN NTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas Hood, Ricordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Una proposta meno insensata di altre. AUGUSTO FRASSINETI, MISTERI DEI MINISTERI

giordano

Ci eravamo già occupati di Augusto Frassineti, il cantore feroce delle perversioni ministeriali e delle torme di postulanti che bussano alle porte dei potenti chiedendo (umilmente, sommessamente, devotamente, vergognosamente) di farsi ascoltare. Misteri dei ministeri, questo il titolo del viaggio nell’oltretomba ministeriale, è stato scritto nel 1952; al grigiore di quegli anni sono subentrati i colori irreali delle trasmissioni televisive; le suppliche hanno lasciato il posto alla rabbia, alimentata dai cronisti che aizzano gli intervistati sventolando i microfoni; nel corso dei dibattiti emergono proposte banali o farraginose, e per contrasto ritorna in mente la voce di uno dei tanti personaggi di Frassineti, tal Germanico Armando, che partecipa a un immaginario concorso ministeriale per risolvere il problema della disoccupazione. Letta oggi, la sua proposta sgrammaticata e grottesca non è peggiore di molte che vanno circolando in questi giorni – delle quali, almeno, è più divertente.

Al Ministero del Lavoro
che ha promesso un premio di un milione
a chi trova il miliore modo di levare
la disocupazione
Roma

I miliori modi da me conosiuti di levare la disocupasione di questo pianeta sono i presenti:
1° modo: Libertà di comercio e abolisione dello strucionismo.
2° modo: Utilisasione di tutte le cose utilisabili.
3° modo: Rimboschimento delle foreste
Io ò cominciato li esperimenti questano, ò mesi i semi dei pini in vivaio in cane bucate col trapano mese marce lunghe 1 metro. Ciano impiegato un mese a nascere un altro mese a fare 20 centimetri di radice. È il miliore risultato che ò cavato senza nesun concime.
Ora io debo studiare il buco, la qualità e la quantità di concime per le varie piante e posti diversi.
Se guadagno il milione lo utiliserò per il bene nei miliori modi da me conosiuti.
Distinti saluti
Germanico Armando

Augusto Frassineti,  Misteri dei ministeri, Einaudi

 

Il video della domenica. Esami di maturità 2015. NANNI MORETTI, ECCE BOMBO 1978. 2′

Schermata 2015-06-19 alle 09.59.04https://www.youtube.com/watch?v=oOFoR4RneGE

Quella tristezza lunga un tubo. IRINA NAKHOVA. BIENNALE VENEZIA 2015

Article Lead - wide995993448gh2mh2image.related.articleLeadwide.729x410.ggzlgo.png1431695250671.jpg-620x349

Irina Nakhova, Senza titolo

L‘ho scoperta in rete, per caso, e in rete ho raccolto scarse informazioni sul suo lavoro. Irina Nakhova è un’artista concettuale, vive a Mosca, tiene corsi a Detroit, espone negli Uniti e in Europa. Devo dire che le altre sue opere  mi hanno interessato meno di questa donna (esposta alla Biennale di Venezia del 2015) che se ne sta in una stanzetta disadorna come un ripostiglio delle scope. E’ troppo mesta per essere un pilota o un’astronauta; il tubo, che finisce nel nulla fa pensare a una finzione cui la donna si sottomette per dovere. Un tubo dovrebbe condurre a una bombola di ossigeno, questo, invece si perde nella stanzetta, come abbandonato; è solo il simulacro di una salvazione impossibile, beffarda. Anche la donna  lo sa, lo si capisce dai suoi occhi tristi. Forse non morirà tra breve ma la sua sarà una vita di lenta e noiosa asfissia. 

Robinson Crusoe e dintorni. INTERVISTA DI MARIA DOLORES PESCE AD ALBERTO GOZZI. dramma.it

Schermata 2015-06-16 alle 12.21.52Con il tuo ultimo lavoro, Robinson Crusoe, il best seller, mi sembra tu abbia avviato una indagine sulla genesi e sulla scrittura come tramite per dare sostanza ed esistenza ad una storia. E’ come affondare le mani in un archivio indistinto ed indisciplinato, strutturarlo in scena e dare senso, un senso nuovo ai tanti significati potenziali. E’ una impressione corretta?……………………………………

leggi il seguito dell’intervista su

dramma.it

Schermata 2015-06-16 alle 12.22.30