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Non diversamente da quanto avviene nella vita quotidiana, anche in quella vita parallela e stralunata che si dipana in palcoscenico si verificano degli imprevisti, Gli attori ne sono ghiotti: vivendo avvolti dall’ineffabile (non si può raccontare uno spettacolo), e scendendo, replica dopo replica, i gradini di una scala che porta al nulla (uno spettacolo svanisce senza lasciare traccia), l’imprevisto appare loro come una piccola narrazione possibile e liberatoria, un evento che non perde nulla nel racconto orale e che dunque può essere replicato e arricchito continuamente. L’imprevisto si trasforma così in aneddoto, e va a confluire immaterialmente in quella grande memoria collettiva che si estende, sconfinata pianura, ai piedi della storia non scritta del teatro.
Due sere fa Eleni Molos, che interpreta Sowana (misteriosa entità aleggiante nel laboratorio di Edison), preparandosi a entrare in scena, si accinse ad accendere le luci come al solito. Il costume di Sowana è un’ingegnosa creazione per la quale Augusta Tibaldeschi ha attinto alle suo immaginario cinematografico adolescenziale (Walt Disney e Guerre stellari, direi) per dar corpo a una creatura casta e spumeggiante di luci. Ma l’altra sera le luci non si accesero, per un guasto alla batteria, al cavo di alimentazione o per chissà cos’altro. Ora, Sowana senza luci non è così irreparabile come il Cid senza spada ma il piccolo black out è certamente destabilizzante. La Molos se la cavò benissimo lo stesso, e ieri sera si rincuorò grazie a una batteria che consentiva un’illuminazione adeguata (anzi, secondo me anche più potente). Presto, l’incidente sarà elaborato e troverà il suo posto nella galleria degli aneddoti : “Quella sera che l’Apparizione recitò nel buio”.

















