Il video della domenica. ERIC ROHMER, LA MARCHESA VON O. Maria Dolores Pesce, Il tormento e la quiete

Schermata 2016-01-22 alle 10.55.53https://www.youtube.com/watch?v=TGh3slt0jzo

In un luogo indefinito una donna di alto lignaggio concepisce inconsapevolmente un figlio, lo accoglie contro ogni convenzione e contro ogni convenzione ne ricerca il padre che rimane indeterminato ma con tenacia è ricostruito, quasi in una narrazione interna alla narrazione, e riconquistato alla scena. “La marchesa di O” è il luogo ove il femminile diventa irresistibilmente racconto proiettivo in cui Heinrich von Kleist fa confluire il suo tormento, le sue contraddizioni e le sue fratture per cercare e, almeno nella narrazione, trovare quiete. Collegabile e giustamente collegato in una triade che vede da un lato i drammi della contrapposizione “Pentesilea”, o della furia femminile, e “Caterina di Heilbronn”, ovvero della sua remissività, e quasi al suo centro questa novella che negli strati profondi dell’inconscio consente l’incontro tra maschile e femminile ed il concepimento oltre le maschere sociali. È infatti proprio nel reciproco scivolamento, indotto o spontaneo che sia, in quella zona neutra ed oscura dell’anima, che i due protagonisti consentono il prevalere della loro “sincera” attrazione e il reciproco dono. Quel luogo oscuro, nel deflagrare della guerra che intorno a loro prosegue, in un certo senso li protegge da schemi e convenzioni sociali, quegli stessi schemi e convenzioni che, per von Kleist, tutto rendono insincero. Il seguito della novella è infatti costruito sul tentativo, narrativamente perfetto anche nei suoi molto moderni meccanismi, dalla suspense al ripetuto colpo di scena, di far emergere e far accettare al contesto sociale quell’evento quasi incorporandolo a forza nelle sue rigide strutture, a partire da un patriarcato venato da sfumate pulsioni incestuose. Erich Rohmer ne ha tratto un film nel 1976, premiato a Cannes, che ha il grande merito di rispettare e riprodurre con estrema fedeltà la narrazione di Kleist, ivi compreso il suo serrato e profondissimo impianto dialogico, e nel contempo quello di esaltare nel medium cinematografico quei meccanismi interni di significazione che fanno la indubbia modernità di un Heinrich von Kleist, forse proprio per questo, assai poco apprezzato e capito dai suoi contemporanei. Un film pittoricamente impressionista, che si lascia appunto “impressionare” dalle forti suggestioni del racconto e ne asseconda il fluire dai tormenti delle guerre interiori alla quiete del riconoscimento e della accettazione, soggettiva ma soprattutto reciproca.

Maria Dolores Pesce

L’autore che fece ridere KAFKA, JAROSLAV HAŠEK

J.hasekQuest’uomo, dall’aria fra l’appannato e il trasognato, è stato uno scrittore, anzi uno dei più importanti scrittori cechi del secolo scorso, anche se probabilmente questa definizione  gli sarebbe andata stretta: nonostante la sua ricca e talvolta convulsa produzione letteraria, nonostante avesse scritto un romanzo grottesco e ferocemente antimilitarista, Il buon soldato Sc’vèik, la vera vocazione di Jaroslav Hasek era quella di “stare in baracca”, cioè andare per le bettole di Praga (tutte, a quanto risulta, visitate regolarmente) a bere e a far casino con gli amici – e se nel corso della giornata gli veniva da scrivere, non se ne tornava certo al tavolo di casa ma sfornava, lì dov’era, un racconto, annaffiandolo con nuovo e fresco carburante.
L’alcol gli doveva conferire una lucidità “altra” che produceva esiti fantasiosi, come quello, ad esempio, di scrivere su un giornale di destra e di contestarsi furiosamente su un organo di stampa anarchico – un esercizio impensabile per certi opinionisti che  curano la loro immagine maniacalmente, con un’attenzione da manicure. Nel 1912, in occasione delle elezioni politiche, ad Hasek venne l’idea di fondare un partito dadaista al quale, contraddittorio com’era, diede il nome di “Partito del progresso moderato nell’ambito della legge”.  Fra i molti amici intervenuti al comizio (in una bettola, naturalmente) ce n’era anche uno che in quelle occasioni nascondeva il suo imbarazzo dietro un sorrisetto svagato e formale, come a dire: sono qui ma lasciatemi stare.  Il convenuto era Franz Kafka che secondo i testimoni fu sopraffatto dall’oratoria e dalla scorrettezza politica di Hasek e che si abbandonò a numerose, irrefrenabili risate. Pare che anche anni dopo, ricordando quella serata, Kafka non potesse trattenersi.
Riportiamo un frammento del comizio, grazie al blog “La tradizione libertaria”.

“Cari amici,
ho l’onore di presentarmi come candidato e dico subito, con franchezza: È noto che un deputato riceve un’indennità di dieci fiorini al giorno, una bella somma. È di questa, perché dovrei mentire, che m’importa soprattutto. Con il mio attuale lavoro di scrittore e di giornalista non potrò mai guadagnare dieci fiorini al giorno, a meno che non faccia la spia per la polizia come seconda professione. Dieci fiorini! Se sarò eletto saranno bene comune, che scialacquerò con amici di partito ed elettori.
Passando alla situazione politica, posso dire soltanto che è proprio schifosa, per quanto molto meno ripugnante della politica stessa, ciò che si può rilevare dalla voracità di molti noti uomini politici (acclamazioni: “Farabutti, truffatori, ladri, porci, ecc”). Giustissimo, è così che si deve intendere, se osservando tutte quelle porcherie e intrighi, ci ritraiamo in noi stessi, ci scrutiamo per giungere alla conclusione: infischiarsene di tutto e percorrere la strada che porta alla buona bevuta, che fa dimenticare tutto, la quale, in verità, deve portare all’alcolismo, come dice il programma. L’alcolismo è dunque in primo luogo, come detto, tanto diffuso, perché la gente vuole dimenticare e si sforza di sottrarsi a quegli scellerati, e inoltre, in secondo luogo, perché sono delle scimmie: di uno vogliono imitare tutto. Per esempio io comincio a trincare; subito si uniscono a me due, tre, dieci fratelli, bevono con me, e poiché i dieci danno ancora una volta un maledetto esempio, decuplicato, ad altri dieci, già bevono in cento e cento volte cento fanno diecimila e diecimila per diecimila sono un milione, tutta una nazione e popoli interi!
Le prostitute e le abitatrici dei bordelli sono delle vere samaritane, piene di bontà, in confronto alla prostituzione politica. Le innocenti e graziose creature sono proprio delle sante se confrontate con i beneficiari dei disordini politici che scuotono ininterrottamente con sobillazioni l’infelice penisola balcanica, insieme a imbrogli di corruzione, ciò che ognuno di noi può riconoscere chiaramente. Se sarò eletto, prometto ai miei elettori che, nell’ambito del nostro programma di partito, metterò in discussione in parlamento tutte le porcherie che ognuno di noi ha sotto gli occhi tutti i giorni.”

Addio a Michel Tournier

tournier e i libriLo scrittore Michel Tournier, uno dei grandi autori francesi della seconda metà del XX secolo, Prix Goncourt per Il re degli ontani, è morto lunedì all’età di 91 anni.
Fra le sue opere, Venerdì, o il limbo del Pacifico, Il re degli ontani, Il gallo cedrone e altri racconti; da uno di essi, Tristan Vox, abbiamo tratto uno spettacolo, del quale vi riproponiamo la registrazione.

Schermata 2016-01-19 alle 12.10.56
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/01/michel-tournier-lo-sceneggiato-audio-tristan-vox-completo/

Cose che accadono di notte. KAFKA, I PASSANTI

per kafka“Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?”, scriveva il giovane Kafka nel 1904 all’amico Oskar Pollak. I passanti non è un racconto deflagrante ma implosivo che fruga nelle ipocrisie e nella doppiezza della piccola retorica umana.

I passanti

Quando si passeggia di notte per una strada e un uomo, che si può scorgere già di lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena – ci viene incontro correndo, noi non lo acchiapperemo, anche se è debole e cencioso, anche se un altro lo insegue gridando, ma lo lasceremo proseguire nella sua corsa.
Perché è notte e non è colpa nostra se la strada è in salita e c’è la luna piena, può darsi, poi, che i due si rincorrano per divertirsi, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diverremmo complici di un assassinio, forse i due si ignorano a vicenda e ciascuno di essi corre per proprio conto verso il suo letto, forse sono dei nottambuli, forse il primo è armato.
E, infine, non ci è concesso di essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Siamo contenti di non scorgere più neppure il secondo.

Franz Kafka, I racconti, Newton Compton, Traduzione Luigi Coppé e Giulio Raio

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Sesto e ultimo capitolo

Schermata 2016-01-13 alle 11.51.41https://www.youtube.com/watch?v=18W_GWZkoTQ

Ultimo capitolo del piccolo spettacolo. Nel breve video, gli abitanti del quartiere chiudono il cerchio memoria/futuro

Sulla scena, un frammento tratto da una commedia di Elias Canetti: siamo in una società paradossale che non prova angoscia della morte perché ogni persona sa quanto vivrà. Ognuno custodisce la sua data di nascita e di morte in una capsula sigillata e appesa al collo; il loro nome è costituito dal numero di anni che vivranno.

Elias Canetti, Vite a scadenza

UNO           A quei tempi!
L’ALTRO   E tu credi che a quei tempi le cose andassero davvero così?
UNO           Certo, l’ho letto coi miei occhi. Tanto tempo fa, un uomo usci di casa per comperare le sigarette. «Torno fra un paio di minuti, – disse a sua moglie – «vengo subito». Uscì dal portone e stava per attraversare la strada. All’improvviso un’automobile svoltò l’angolo e lo fece secco. Rimase lì disteso. Doppia frattura del cranio. Morto sul colpo.
L’ALTRO   Era arrivata la sua ora.
UNO           No. Questo è il bello di tutta la faccenda.
L’ALTRO   Ma come si chiamava?
UNO           Peter Paul.
L’ALTRO   Il suo vero nome, dico.
UNO           Peter Paul.
L’ALTRO   Secondo te, a quei tempi, la gente viveva senza un vero e proprio nome.
UNO           Certo, avevano nomi qualsiasi, che non significavano niente, come Peter Paul.
L’ALTRO       E il nome non aveva niente a che fare con l’ora?
UNO                    Niente. L’ora era sconosciuta.
L’ALTRO   Insomma nessun uomo aveva idea dell’ora in cui sarebbe morto?
UNO                    Esattamente. Nemmeno uno.
L’ALTRO   Io non so come facevano a vivere con tutta questa incertezza, questa angoscia!
UNO           Eppure il mondo è andato così per secoli.
L’ALTRO   Forse erano molto più stupidi di adesso. Oggi, da noi, il più semplice ciabattino sa molto di più dei filosofi di una volta. È sicuro del tempo che gli resta da vivere, può far progetti…
UNO           Secondo me, aver reso nota a ciascuno la sua ora è il progresso più importante nella storia dell’umanità.
L’ALTRO   Certo che prima erano proprio dei selvaggi. Dei poveri diavoli.
UNO           Sì, dei bruti, diciamolo.

•     •     •

I SIGNORA    Tu che sei così brava a giudicare, quanto le dai?
II SIGNORA   Non più di un anno, direi.
I SIGNORA    Credi che le rimanga ancora un anno?
II SIGNORA   Un anno scarso. Forse solo sei mesi.
I SIGNORA    Davvero? Certe volte mi dice sei anni, altre volte sette… Dice che spera ancora di trovar marito.
II SIGNORA   Con un anno solo? Non farmi ridere! E chi se la prende? Potrebbe anche essere la donna più bella del mondo, ma con un anno solo non se la prende nessuno. Se tu fossi un uomo, te la prenderesti una moglie con un anno solo?
I SIGNORA    Beh, parecchi uomini ne sarebbero felici.
II SIGNORA   Dici i mariti a breve scadenza! Una donna che tenga un po’ a se stessa, non si mette con tipi come quelli. Secondo me i mariti a breve scadenza sono dei delinquenti.
I SIGNORA    Ci sono anche dei mariti a breve scadenza molto affascinanti. Mio cugino, per esempio: si è appena risposato con una cifra bassa. A lui piacciono moltissimo. Quando lei morirà, lui si riprenderà un’altra cifra bassa. Una cifra bassa si dà più da fare per lasciare un buon ricordo. E poi una cifra bassa è di poche pretese.
II SIGNORA   Sono tutte sciocchezze. Una cifra bassa vuole godersi la vita, perché non può fare di meglio. Vuole uscire tutte le sere, divertirsi… Vuole nuovi amanti, vestiti nuovi… È una sprecona, tanto, cosa le importa di quel che viene dopo.
I SIGNORA    Lo credevo anch’io. Ma mio cugino dice che mi sbaglio. Lui se ne intende, è la quarta volta che è sposato con una cifra bassa. Se ne intende ed è previdente. La prossima l’ha già scelta: è una cifra ancora più bassa.
II SIGNORA   Ma organizza tutto mentre le altre sono ancora vive?
I SIGNORA    Certo, questo è il vantaggio. «Quanto tempo voglio vivere con la prossima?», si chiede, e, una volta che ha deciso, incomincia a darsi un’occhiata intorno.
II SIGNORA   Ma come fa a sapere che età hanno le sue fidanzate?
I SIGNORA    Questione di esperienza. Per lui è una specie di sport indovinare l’età esatta. E poi donne lo desiderano a tal punto che alcune gli dicono addirittura quanti anni hanno ancora da vivere, spontaneamente.
II SIGNORA   Quelle donne sono delle svergognate. Ma possibile che nessuna lo imbrogli?
I SIGNORA    A volte capita. Una gli diede a intendere che le restavano due anni da vivere. Lui le credette e se la sposò tranquillamente. Dopo due anni, viene il giorno del compleanno della moglie. Passa la mattina, passa il pomeriggio… niente. Si fa notte e lui va a letto convinto che il mattino dopo la moglie sarà morta. Il mattino dopo, se la vede che passeggia su e giù in camera da letto. «Che significa?», chiede lui. «Mi sono sbagliata, — dice lei, — sono più giovane di quanto pensassi. Succederà soltanto l’anno prossimo». Lui sapeva che lei aveva mentito ma non ci poté fare niente, dovette rimanere con lei per un altro anno.
II SIGNORA   Per me, questo non è amore. Puoi dire quello che vuoi, ma l’amore vero è solo quello con le cifre alte. Sono contraria a tutto ciò che è basso. Per me un uomo che non si chiami almeno Ottantotto è come se non esistesse.
I SIGNORA    Teoricamente hai ragione, col tempo s’impara a scendere a compromessi. Anch’io una volta ero come te. E poi alla fine che cosa ho fatto?
II SIGNORA      Ti sei sposata con un numero medio.
I SIGNORA    Già. Anch’io sono una cifra media.
II SIGNORA   Io non lo sopporto, il medio! Avresti fatto meglio a sposare un numero molto basso, magari un Venti o un Trenta qualsiasi, e poi, dopo la sua morte, darti da fare per vivere alla grande. Ma per l’appunto non sei altro che una cifra media.
I SIGNORA    Senti un po’, non è che tu sei poi una cifra cosi alta!
II SIGNORA   In tutti i casi ho sempre quindici anni di vantaggio su di te, no?
I SIGNORA    Sì, ma non c’era nessun bisogno di sbattermelo in faccia.
II SIGNORA   Non ti volevo offendere, ma devi capire che in molte cose la pensiamo in maniera diversa. Siamo per natura due caratteri diversi. Io sono una cifra alta, tu media, non c’è proprio niente da fare.

Il video della domenica. STANLEY KUBRICK, MACCHINA AL CENTRO

kubrickhttps://www.youtube.com/watch?v=flq0t4jrqJQ

Dalla collocazione della macchina da presa dipendono il tono e il senso di una sequenza; molti registi cercano la soluzione escogitando le prospettive più insolite, dal basso, dall’alto, di sguincio, dall’elicottero…
In questo brevissimo video, la soluzione limpida, aurea di Kubrick.

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Quinto capitolo

Schermata 2016-01-12 alle 19.04.44http://youtu.be/SxEsLJzGlAA

Appuntamento obbligato, gli anni del boom. v. link introduttivo http://youtu.be/SxEsLJzGlAA

Il titolo traduce con una certa fedeltà la luce rosea che irradia le risposte degli intervistati rievocanti gli anni Sessanta. Nessuna nota critica, nessuna riserva: il passato è sempre una piacevole passeggiata rieducativa – d’altra parte, i tempi presenti non mettono in mostra un particolare appeal.
In scena, gli attori sono impegnati nell’esecuzione a più voci di uno straordinario poemetto di Elio Pagliarani, pubblicato nel 1960. Sotto la Milano compiaciuta e convulsa dei grattacieli e del Pirellone si percepisce una febbriciattola tanto euforica quanto stolida.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla

Attore          Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
Attore           Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa.
Attore          Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
Attrice1          ufficio a ufficio b ufficio c
Attrice 2         Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
Attrice1          S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Attrice 2         Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.
Attore          All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.
Attore          La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Attrice1          Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Attrice 2          Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
Attrice 1          E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
Attrice 2         sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
Attrice 1         non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?
Attrice 2         È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, Mondadori

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Quarto capitolo

UOMO DONNAhttps://www.youtube.com/watch?v=sWxMJNIDM5U

Questo è un capitolo che potrebbe sembrare un po’ scorretto, conviene dirlo subito. Qualcuno potrebbe legittimamente chiedere: perché lo avete messo in scena e poi riproposto sul blog? Risposta: al Polo del ‘900 verrà allestita una grande mostra che proporrà, fra le varie tematiche, quelle del rapporto uomo/donna. L’argomento sarà ampiamente e molto seriamente trattato, in quella sede; il nostro piccolo spettacolo procedeva per rapide pennellate e non senza una certa ironia; così è nato questo video che registra umori e pregiudizi diciamo di vecchio stampo: dell’altro secolo? forse no, e la violenza dei recenti fatti di Colonia ce lo dimostra. Un’attenuante, almeno parziale: i personaggi intervistati nel video si innestano su una cultura multisecolare, che abbiamo registrato con affetto distinguendo, come disse una voce autorevolissima, l’errante dall’errore.

Il contrappunto scenico era un minuscolo atto unico futurista del primissimo ‘900. I lettori del nostro blog lo conoscono ma lo riproponiamo per completezza:

Arnaldo Corradini e Bruno Corra, Alterazioni di carattere

Marito       No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perchè io ti pianto immediatamente!
Moglie        (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami! —
Marito       (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie        (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito       (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie.       Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito       Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie        (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito       (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie        Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito       Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie        Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito       Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie        (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito       Eccole, tesoro!

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Terzo capitolo

Schermata 2016-01-14 alle 12.51.43
https://www.youtube.com/watch?v=VP_mxmW_ni4

Terzo capitolo dello spettacolo (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Ai personaggi intervistati è stato chiesto di ricordare il passaggio del millennio, le prospettive e le incertezze del futuro. Sulla scena, un passo del romanzo di Foer, splendida costruzione sull’11 settembre. Un bambino, il cui padre è morto durante l’assalto alle Torri Gemelle, cerca di ricomporre i frammenti di una realtà indecifrabile e inaccettabile

                        Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino

Figlio     La mamma mi ha detto:
Madre    Quel giorno, papà mi ha telefonato dalla torre.
Figlio     Mi sono staccato da lei: Come?
Madre    Ha chiamato dalla torre.
Figlio     Ti ha chiamata sul telefonino?
Lei ha fatto di sì con la testa, e per la prima volta dalla morte di papà l’ho vista piangere senza cercare di trattenere le lacrime. Era sollievo? Era depressione? Gratitudine? Sfinimento? Cosa ti ha detto?
Madre    Mi ha detto che era in strada, che era uscito dalla torre. Ha detto che sarebbe tornato a casa a piedi.
Figlio     Ma non era vero
Madre    No.
Figlio     Te lo ha raccontato per non farti stare in pensiero.
Madre    Proprio così.
Figlio     Però sapeva che tu lo sapevi.
Madre    Sì.
Figlio     Si era fatto tardi, non so che ora. Probabilmente mi sono addormentato, ma non ricordo. Ho pianto tanto che tutto si è confuso, è diventato altro. A un certo punto, lei mi stava riportando in camera mia. Poi ero a letto. Lei mi osservava. Io non credo in Dio, ma credo che le cose siano complicate al massimo, e lei che mi osservava era la cosa più complicata del mondo. Ma era anche incredibilmente semplice. Nella mia sola vita, lei era la mia mamma e io suo figlio.
Le ho detto: Fa niente se ti innamori un’altra volta.
Madre    Ma io non voglio innamorarmi mai più.
Figlio     Ma io voglio che ti innamori, ho detto ancora.
Lei mi ha baciato e ha detto:
Madre    Non mi innamorerò più.
Figlio     Le ho detto: Non devi dir bugie per non farmi preoccupare.
Madre    Ti voglio bene
Figlio     Ha risposto lei. Mi sono girato su un fianco e ho ascoltato i suoi passi mentre tornava al divano.
Ho sentito che piangeva. Ho immaginato le sue maniche bagnate. I suoi occhi stanchi. Ho allungato la mano e ho trovato “Cose che mi sono capitate”. Era pieno, completo, Presto avrei dovuto comprare un altro album. Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nei portafogli, e i documenti degli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo un una società senza carta, come un sacco di scienziati dicono che un giorno succederà, papà sarebbe ancora vivo.
Ho preso la torcia dal mio zaino e l’ho puntata contro il libro. Ho visto le cartine, i disegni, le foto prese da giornali e riviste e da Internet. C’era tutto il mondo lì dento. Finalmente ho trovato il corpo che cadeva.
Era papà?
Forse.
Chiunque fosse, era qualcuno.
Ho strappato le pagine dal libro.
Le ho rimesse in ordine al contrario, in modo che l’ultima fosse la prima e la prima fosse l’ultima.
Le ho sfogliate velocemente e sembrava che l’uomo stesse alzandosi in cielo.
E se avessi avuto altre fotografie, sarebbe volato dentro una finestra e dentro la torre, e il fumo sarebbe stato aspirato nel buco da cui l’aereo stava per uscire.
Papà avrebbe lasciato i suoi messaggi a rovescio finché la segreteria sarebbe stata vuota, e l’areo sarebbe volato all’indietro, fino a Boston.
Papà avrebbe preso l’ascensore per scendere in strada e schiacciato il bottone per l’ultimo piano.
Avrebbe camminato all’indietro fino al metrò e il metrò sarebbe andato indietro nel tunnel fino alla nostra fermata. Papà sarebbe tornato a casa camminando all’indietro mentre leggeva il «New York Times» da destra a sinistra. Avrebbe sputato il caffè nella tazza e si sarebbe messo i peli in faccia con il rasoio.
Sarebbe tornato a letto, la sveglia avrebbe suonato al contrario, e lui avrebbe fatto i sogni al contrario.
Poi si sarebbe alzato alla fine della sera prima del giorno più brutto.
Sarebbe indietreggiato in camera mia. Sarebbe stato nel letto con me.
Io avrei detto: Niente alla rovescia. Lui avrebbe detto:
Padre     Sì, pulce?
Figlio     Alla rovescia. Io avrei detto: Papà? Alla rovescia, che non è così diverso da papà detto normalmente.
E saremmo stati salvi.

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda
Traduzione M. Bocchiola

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Secondo capitolo

Schermata 2016-01-07 alle 18.57.45https://www.youtube.com/watch?v=JngnCRmiGG0

Secondo frammento di APPUNTI PER UN ‘900 (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Il ricordo frammentario della guerra, così come emerge dal brevissimo video, sulla scena trova un riscontro letterario nella ferocia parodistica di Gadda, che ritrae Mussolini arringante la folla

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo

Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente.
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Primo capitolo

appunti

Schermata 2015-12-18 alle 16.01.06

https://www.youtube.com/watch?v=P40-y_PMEEc

Il Polo del Novecento è un progetto in via di realizzazione della Compagnia di San Paolo di Torino http://www.compagniadisanpaolo.it/Programmi/Polo-del-900, per il quale il TPE e Radiospazio si erano impegnati a mettere in scena un piccolo spettacolo, il 17 dicembre scorso. Su che cosa? La risposta non era facile: anzitutto sul fatto che nel Polo, collocato all’interno di due splendidi e austeri palazzi, confluiranno archivi, memorie, filmati, ecc. sul XX secolo, e poi sul fatto che questa istituzione intende radicarsi in città, nel quartiere in cui sorge e nella vita quotidiana dei suoi abitanti. Posto che il Novecento è un cosmo in continua ridefinizione e che lo spettacolo durata circa un’ora, l’impresa era del tutto aleatoria. Accettato l’aleatorio e l’arbitrario come presupposti, abbiamo incominciato ad annusare il quartiere registrando voci e volti. Ne sono nate sei piccole clip che abbiamo alternato a frammenti di Novecento letterario, affidati a quattro attori, in parte reduci di Eva futura. Ve ne diamo una cronaca molto pallida, che forse potrà incuriosire qualcuno.

Nei racconti degli abitanti del quartiere, la percezione del tempo passato diventa elastica, contraddittoria: i fatti sono nitidi, difficile è collocarli nella prospettiva di un passato che in certi momenti ci appare come lontano come nella lente di un cannocchiale rovesciato e in altri sembra sedere. imbarazzante, al nostro fianco.

La poesia, come il sogno, può realizzare questa compresenza inquietante di lontano/vicino. “Dalle regioni dell’aria” nelle quali Nelo Risi colloca il suo punto d’osservazione, “il mutato non sembra poi mutato”.

Nelo Risi, Di certe cose (1970)

Dalle regioni dell’aria
Visionando dall’alto la visione
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l’antico fogliame? le acque blu?
l’azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l’idioma della quiete?
Questo il colore della totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
già dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato e dove l’acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c’è immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un’auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d’ossigeno
fate un po’ voi il conto del carbonio che disseminano!

E perché l’occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! Studiato
di mini intimi indumenti.

(l’esecuzione della poesia è stata accompagnata da Poses, di Thierry de Mey e, con una certa perdita di controllo, da Sugli sugli bane bane de Le figlie del vento)

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Il video della domenica. Le ragazze e gli affari. DINO RISI, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO, 1971

gassman tognazzihttps://www.youtube.com/watch?v=F9Vg2gGFZQg

Dopo l’Italia del boom (Il sorpasso, 1962), Risi mette in scena quella, proiettata in una sconsolante modernità, degli anni Settanta. Doppia prova di bravura dei due protagonisti, Tognazzi (il giudice Mariano Bonifazi) e Gassman (l’imprenditore Renzo Santenocito), che si scontrano intorno all’oscura morte di una ragazza, navigando in un magma non meno oscuro di affaracci e di olgettine ante litteram.

La rappresentazione dell’allegria. HEINRICH BÖLL, L’UOMO CHE RIDE

zalone più x

“Parlare di Checco Zalone sta diventando complicato”, scrive Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano. Verrebbe da dire: non sforziamoci troppo, ma poiché sembra che da “Quo vado?” dipendano le sorti del cinema italiano, della politica culturale del governo e la stessa sopravvivenza si una sia pur minima dialettica politica, parliamone. Indirettamente, per analogia, con questo breve racconto di Heinrich Böll.

Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parruc­chieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confes­sioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda “Vive di questo, lei?”, devo rispondere “sì”; il che è vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma la verità è che rido. Non sono né un clown né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria. Sono diventato indispensabile, rido su di­schi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con ri­guardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti de­boli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi: “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimi­sta. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere.
Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso vera­mente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo cono­sco.

Heinrich Böll, L’uomo che ride, in “Racconti umoristici e satirici”, Bompiani
Traduzione Lea Ritter Santini

Una verità su Magritte. ERICH FRIED, MALINTESO DI DUE SURREALISTI

image

MALINTESO DI DUE SURREALISTI

“piove”
disse lei
“un uomo dal cappotto nero
passa per la via”
disse lei

Magritte però
non la sentiva
più tanto bene
infatti lei lo disse soltanto anni
dopo la morte di lui

Così non sentì più
le ultime tre parole
e capì soltanto
“piove un uomo dal cappotto nero”
E lo dipinse

Erich Fried, E’ quel che è, poesie d’amore di paura di collera,
Einaudi, Traduzione Andrea Casalegno

Imitazione di Anacreonte. EROS FERITO

image

Eros un giorno fra le rose
non vide un’ape che dormiva
e al dito ne fu punto;
e ferito alla mano gemeva
e tendendola alla bella Citerea:
“Madre”, disse, “è finita per me,
è finita e me ne muoio;
un piccolo serpente alato
mi ferì, che i contadini
chiamano ape.”
E quella rispose: “Se dell’ape
il pungiglione duole,
quanto pensi, o Eros,
soffrano coloro che tu ferisci?”

Poeti greci, a cura di Dario Cantarella, Nuova Accademia Editrice